Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

martedì 12 dicembre 2017

Classe I - Storia IV Unità. Le origini della civiltà occidentale

IV Unità. Le origini della civiltà occidentale
La Grecia antica fu abitata fin dal II millennio a.C., quando popolazioni di stirpe indoeuropea o aria, passando tra la penisola balcanica scesero fin verso la Grecia, spostandosi poi nelle isole dell'Egeo e nelle regioni rivierasche nell'Asia Minore (Ionia). Chiamiamo tali popolazioni con l'antico nome di Achei, testimoniato da documenti ittiti e comunemente usato nei poemi omerici.
L'isola di Creta diede separatamente vita a una fiorente civiltà, chiamata minoica, dal nome del mitico re dell'isola Minosse.
La civiltà continentale, sviluppata dagli Achei, che assoggettò quella minoica, viene invece denominata micenea dalla città di Micene, che ne costituiva il centro principale. Comunemente il popolo ellenico viene distinto in tre stirpi, le quali parlavano diversi dialetti: gli Ioni, stabiliti in Attica, in Eubea e nella Ionia centrale; gli Eoli, che si stabilirono in Tessaglia, in Beozia e nell'isola di Lesbo, nonché nella Ionia settentrionale; da ultimo vi sono i Dori, stanziati in gran parte del Peloponneso, a Rodi e nella Ionia meridionale, stirpe ellenica discesa in Grecia dopo la caduta dei regni micenei, all'inizio di quel periodo di crisi denominato Medioevo ellenico (XII-VIII sec. a.C.). Tale epoca vide la crisi delle antiche monarchie e il consolidarsi delle fortune economiche e politiche dell'aristocrazia formata dai possidenti terrieri e, nel contempo, il consolidamento di un comune patrimonio mitico e religioso, vero e proprio elemento unificante delle genti elleniche.
Gli Italici sono un gruppo di popoli indoeuropei che è apparso in Italia nel II millennio a C. (civiltà appenninica) probabilmente giunti dalle regioni costiere dell'Adriatico dove le popolazioni dalmate parlavano lingue molto vicine alle lingue italiche e condividevano un simile stile di vita pastorale.
Nei tempi antichi, molti popoli vivevano nella penisola durante l'epoca pre-romana. Questi popoli non hanno tutti la stessa lingua o origine etnica. Alcuni parlavano una lingua italica, alcune lingue greche, celtiche o addirittura non indoeuropee. Alla vigilia dell’epoca storica i popoli indoeuropei i Italia erano i Liguri, i Veneti i Latini i Siculi gli Umbri e gli Osci.
Anche i Celti sono un popolo indo-europeo che durante l'antichità si estendeva fino all'Austria e la cui lingua  è ancor oggi  parlata nell'attuale Irlanda, Scozia e Bretagna.
I Celti, durante l'antichità, vivevano in particolare sul territorio che ora è la Francia quelli che i Romani chiamavano Galli erano Celti. Vivevano anche in Inghilterra col nome di Britanni, Irlanda, ecc. Avevano una cultura propria che non era la stessa di quella dei loro contemporanei (germani, greci, romani).

1.      La civiltà cretese
L'isola di Creta, sita nel Mediterraneo, a sud-est del Peloponneso, fu abitata sin dal Neolitico. Tra il 3000 e il 1450 a.C. vi si sviluppò la civiltà minoica, dalle oscure origini, non certo indoeuropee, dal livello sociale, artistico e architettonico incomparabilmente superiore all'area circostante. Essa fiorì grazie alla fortunata posizione geografica dell'isola, che ne faceva un nodo essenziale nei traffici marittimi del Mediterraneo orientale (sviluppatissimi quelli con l'Egitto).
Principali fonti della sua ricchezza furono la metallurgia, l'oreficeria, l'artigianato tessile e della ceramica. Il predominio economico sfociò in un incontrastato controllo del Mar Egeo (la “talassocrazia”, da thalassa, “mare”, e kratia, “potere”). Già dal II millennio erano stati costruiti splendidi palazzi a Cnosso, Festo e Haghia Triada.
Distrutti da un terremoto intorno al 1750 a.C., vennero ricostruiti ancora più grandi. Il periodo da 1600 al 1400 a.C. segnò l'apogeo della civiltà minoica e del leggendario re di Cnosso, Minosse, che unificò l'isola. Minosse liberò l'Egeo dai pirati e per questa sua azione richiese ingenti tributi alle popolazioni rivierasche, minacciate dalle loro scorrerie.
Indebolita da una serie di cataclismi, l'isola venne devastata e conquistata dagli Achei (1400 a.C. ca) entrando così nell'orbita della civiltà micenea che i Cretesi comunque influenzarono profondamente.
Le invasioni doriche del XII sec. a.C. segnarono la fine della sua potenza.
I Cretesi praticavano l'agricoltura, la pastorizia, la caccia e la pesca. Introdussero la coltivazione dell'olivo, della vite e del fico che trasmisero ai Greci. Furono particolarmente abili nella lavorazione dei metalli e della ceramica.
I prodotti dell'artigianato vennero esportati in Cipro, in Egitto e anche in Spagna. Le navi che solcavano i mari erano di legno di cipresso, lunghe e sottili, e utilizzavano remi e vele. Rilevante fu la produzione artistica, soprattutto la pittura. Per quanto riguarda la religione si può dedurre l'importanza della civiltà cretese nella formazione delle tradizioni della Grecia dal fatto che, secondo il mito, Zeus nacque a Creta da Rea e da Crono e qui passò la fanciullezza.

2.      La civiltà micenea
Gli Achei[1], giunti nella Grecia continentale nel II millennio e seguiti dagli Ioni[2] e dagli Eoli[3], si imposero facilmente sulle popolazioni locali.
Il massimo splendore fu raggiunto nel periodo 1450-1250 a.C.; intorno al 1400 a.C. circa essi attaccarono Creta e, sconfittala, ne fecero una loro base marittima e militare.
Cominciarono poi le loro conquiste nell'Egeo: fondarono colonie a Rodi e nelle Cicladi e in Asia Minore fondarono le città di Cnido e di Alicarnasso. In seguito si spinsero verso ovest, a Siracusa, nelle isole Eolie, a Ischia e nelle vicinanze di Taranto.
Famosa, nell'epopea micenea, è rimasta la Guerra di Troia, città dell'Asia Minore che si affacciava sulle acque dei Dardanelli che portavano al Mar Nero di cui controllava le rotte commerciali. La guerra, guidata dal re Agamennone, fu difficoltosa per gli Achei che solo dopo dieci anni di assedio riuscirono a distruggerla (1200 a.C.).
Usciti però molto indeboliti da questo conflitto, gli Achei subirono l'invasione dei Dori (1150 a.C.), evento che li portò al tracollo.
Il re, il consiglio degli anziani e l'assemblea popolare erano gli organi politici micenei.
Il re, detto wánax, era un monarca autocrate. Egli teneva i contatti con gli altri sovrani, comandava l'esercito e presiedeva al culto delle divinità. Il trono era ereditario.
Per le decisioni importanti sentiva il parere dei personaggi più in vista (i basilewes) e cercava anche il consenso del popolo. Il consiglio degli anziani era formato da membri delle famiglie nobili. Dava consigli se convocato dal re e a volte si opponeva alla sua politica. L'assemblea popolare era costituita dagli uomini che potevano far parte dell'esercito. Se consultati dal re, potevano esprimere il loro parere ma senza parlare, solo con acclamazioni o rumori che identificassero assenso o dissenso.
Al vertice della struttura sociale vi erano i nobili che erano abili combattenti e partecipavano alla vita del palazzo reale. 
Schiavi, agricoltori e allevatori erano liberi ma vivevano in povere condizioni.
Gli artigiani, gli araldi, gli indovini, i guaritori vivevano meglio e potevano prestare la loro opera nei palazzi dei nobili o in quello reale.
Elementi principali dell'economia micenea erano l'agricoltura, la lavorazione della lana e dei metalli.

3.      I Dori e il Medioevo Greco
I Dori, popolazione di origine indoeuropea, invasero la Grecia da nord, agli inizi del I millennio a.C.
Dalle regioni montuose settentrionali si spinsero nell'Acaia e in tutto il Peloponneso e, da lì, distruggendo parzialmente la civiltà micenea, in Asia Minore e nelle isole dell'Egeo. Con potenti armi di ferro e carri da combattimento sparsero il terrore ovunque arrivarono. Il carattere conservatore e militarizzato delle loro istituzioni politiche avrà in Sparta l'esempio più significativo.
Con l'invasione dorica iniziò quel periodo di decadenza e oscurità denominato Medioevo greco.
Il territorio si divise in tanti piccoli regni governati da sovrani che conducevano una vita molto semplice basata sulla pastorizia e sulla raccolta di legna.
Talvolta i sovrani riunivano in assemblea i capi delle famiglie più importanti (detti áristoi, i “migliori”) per prendere decisioni in caso di pericolo o di guerra.
In questo periodo vennero comunque introdotte anche novità come la lavorazione del ferro, la costruzione di templi dedicati agli dei e l'alfabeto fenicio.

Lettura critica: Un popolo di individui
1.      La Grecia del XII secolo a.C. fu investita un popolo in possesso di armi di ferro, comunemente conosciuto con il nome dei Dori.
2.      Quando, nell’VIII secolo, la penisola elladica e l’area egea escono dall’oscurantismo di un medio evo ante litteram, i Dori risultano stabilizzati nel Peloponneso centro-meridionale, a Creta, a Rodi, su altre isole del Mar Egeo e su una parte della costa anatolica. Parlano una variante dialettale della lingua greca.
3.      Chi fossero i Dori e da dove venivano, costituisce il padre di tutti gli enigmi storico-archeologici dell’antica Grecia.
4.      La maggior parte degli archeologi moderni, tuttavia, ritiene che gli invasori provenissero dal nord della Grecia e cioè dall’area balcanico-danubiana; lo indicherebbe l’introduzione del rito dell’incinerazione, comune ai “campi d’urne” dell’Europa centrale dell’età del bronzo. Tale ipotesi, tuttavia, è difficile da conciliare con il dato linguistico: se i Dori provenivano dall’esterno della Grecia, perché mai, in epoca storica, avrebbero parlato un dialetto greco? Sporadici esempi di sepolture ad incinerazione erano già presenti nell’età del bronzo recente e non è affatto sicuro che la sua generalizzazione nell’età del bronzo finale sia dovuta alle popolazioni doriche.
5.      I Dori, al loro apparire nella storia furono un flagello. Distrussero tutto quello che c'era di civilizzato sul loro cammino. Furono essi che misero fine alla civiltà micenea dei loro confratelli Achei. E, per secoli, nel Mediterraneo occidentale non si sentirà parlare di civiltà.
6.      Saranno le città fenice di Tiro, Sidone, e Biblo che domineranno le acque di questo mare.
7.      I Dori, come gli Achei, erano portatori di tutti gli ingredienti per diventare una civiltà fondata su basi diverse di quelle dell'Antico Oriente.
8.      Come i loro confratelli Achei, Ioni e Eoli, essi erano portatori di due caratteri fondamentali: erano uomini individualmente liberi e avevano un diverso rapporto con la divinità.
9.      La libertà individuale si estrinsecava nella partecipazione diretta al governo della tribù e alla elezione del capo, che rimaneva uno di loro anche se investito di funzioni di comando.
10.  Il rapporto diverso con la divinità si estrinsecava nella credenza che gli dèi non avevano creato il mondo, ma erano stati creati anch'essi dal caos originario e che avessero le stesse passioni degli uomini, con la sola differenza che essi erano immortali e possedevano la conoscenza delle cose passate e future.
11.  Quando i Dori invasero la Grecia si stabilirono principalmente nel Peloponneso, dove fioriva la civiltà micenea. Come barbari, che sono attirati da ricchi bottini, essi non erano interessati alle altre zone della Grecia, quale l'Attica, la Tessaglia, ecc. Queste erano zone che non avevano ancora conosciuto un rilevante progresso nella civiltà e quindi erano meno appetibili. Solo Tebe, in Tessaglia, stava per conoscere un rilevante sviluppo civile, ma essa fu distrutta sul nascere dai suoi nemici interni ed esterni.
12.  Per quattro secoli dopo l'invasione dei Dori non sentiamo parlare di civiltà nella Grecia. La scrittura è scomparsa. La raffinata terracotta è scomparsa. I grandi palazzi maiolicati sono scomparsi.
13.  Sembra che tutto sia svanito. I nuovi arrivati avevano raso al suolo ogni forma di civiltà. Essi erano fortemente attaccati ai loro costumi tribali e non vedevano quale uso potessero fare della civiltà.
14.  Questa per loro era un bottino e l'avevano consumato. Per secoli continuarono ad osservare i loro costumi rudi e bellicosi. Essi amavano decidere liberamente dei loro bisogni e, come tutti i Greci, Achei, Ioni e Eoli compresi, erano attaccati alla collegialità delle decisioni per gli affari che riguardavano tutta la tribù.
15.  Essi amavano discutere, ma discutere per decidere. Non amavano prendere ordini sulle cose comuni senza discutere. E quando la popolazione di una città cresceva oltre un certo limite (di solito ventimila abitanti) andavano a fondare altre città o colonie. Fu durante i secoli bui che, sotto la spinta dei Dori invasori, furono fondate le colonie sulla costa ionica dell'Asia Minore: Mileto, Efeso, Alicarnasso, Samo, ecc., di cui sentiremo ancora parlare per l'enorme contributo che essi diedero alla nascita della polis e della civiltà greca.

LABORATORIO
Comprensione del testo
1.      Riassumi a parole tue la lettura precedente
2.      Qual è secondo te il tema centrale e come è esposto
3.      Indica i temi secondari se ce ne sono e qual è il nesso di relazione fra il tema centrale e gli eventuali temi secondari
Analisi del testo
1.      Quale è considerato il più grande enigma della storia greca e come gli studiosi moderni rispondono? Ma quali sono le obiezioni e tu cosa ne pensi?
2.      Quali sono le due caratteristiche distintive dei greci rispetto ai popoli studiato fino ad ora?
3.      Che cosa si intende nel brano per civiltà guerriera?

4.      La Penisola italica
In Italia le prime comunità umane risalgono al tardo Paleolitico, gradualmente si passò dalla caccia e dalla raccolta alla coltivazione del terreno e quindi a forme stabili di insediamento: si era passati al neolitico.
Nella seconda metà del III millennio a. C. si cominciò a lavorare il rame. Contemporaneamente alla diffusione della lavorazione dei metalli, migrarono in Italia nuove popolazioni organizzate in società patriarcali e guerriere, parlanti lingue indoeuropee.
Le informazioni sulle genti abitanti la penisola in epoca preromana sono incomplete e soggette a revisione continua.
Popolazioni di ceppo indoeuropeo, che si trasferirono in Italia dall'Europa Orientale e Centrale in varie ondate migratorie (veneti, umbro-sabelli, latini, ecc.), si sovrapposero ad etnie pre-indoeuropee già presenti nell'attuale territorio italiano, o assorbendole, oppure stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse.
Presumibilmente, queste migrazioni ebbero inizio in età del bronzo medio (e cioè attorno alla metà del II millennio a.C.) e si protrassero fino al IV secolo a.C. con la discesa dei Celti nella pianura padana.
Fra i popoli di età preromana, meritano una particolare menzione gli Etruschi che, a partire dall'VIII secolo a.C., iniziarono a sviluppare una civiltà raffinata ed evoluta che influenzò enormemente Roma ed il mondo latino. Le origini di questo popolo non indoeuropeo, stabilitosi sul versante tirrenico dell'Italia centrale, sono incerte.
Secondo alcune fonti, la loro provenienza andrebbe ricercata in Asia Minore, secondo altre, avrebbero costituito una etnia autoctona. Certo è che, già attorno alla metà del VI secolo, riuscirono a creare una forte ed evoluta federazione di città-stato che andava dalla Pianura Padana alla Campania e che comprendeva anche Roma ed il suo territorio.
In Italia settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli), troviamo i Liguri (originariamente non indoeuropei poi fusisi con i Celti) stanziati in Liguria e parte del Piemonte, nella fascia costiera dell'attuale Francia meridionale fino a poco oltre l'attuale confine spagnolo, mentre nell'Italia nord-orientale vivevano i Veneti di probabile origine illirica o, secondo alcune fonti, provenienti dall'Asia Minore, mentre alcuni studiosi sostengono una calata dall'attuale Polonia.
Nell'Italia più propriamente peninsulare accanto agli Etruschi conviveva una serie di popoli, in massima parte di origine indoeuropea, definiti Italici fra cui:
·         Umbri in Umbria;
·         Latini, Sabini, Ernici, Falisci, Volsci ed Equi nel Lazio;
·         Sanniti nell'Abruzzo Meridionale, Molise e Campania;
·         Dauni, Messapi e Peucezi (che formano gli Apuli o Iapigi) in Puglia;
·         Lucani e Bruttii nell'estremo Sud;
·         Siculi, Elimi e Sicani in Sicilia.
La Sardegna era abitata invece, fin dal II millennio a.C., da varie etnie che diedero vita alla civiltà nuragica; le più importanti delle quali erano i Balari, gli Iolei ed i Corsi. Questo insieme di popoli venivano denominati genericamente "Sardi" che secondo alcuni sono identificabili con il misterioso popolo dei Shardana, uno dei Popoli del mare che attaccarono il faraone Ramses III.
Alcune di queste popolazioni, stanziate nell'Italia meridionale e nelle isole, si troveranno a convivere, dall'VIII fino al III secolo a.C., con le colonie Greche e Fenicie (Puniche) successivamente assorbite dallo stato romano. Fra le popolazioni citate, oltre agli Etruschi, di cui si è già parlato, ebbero un ruolo importante in epoca preromana e romana i Sanniti, che riuscirono a costituire un'importante federazione in una vasta area dell'Italia appenninica e che contrastarono lungamente ed eroicamente l'espansione romana verso l'Italia meridionale.
Nell'area laziale, invece, un posto a sé stante meritano i Latini protagonisti, assieme ai Sabini, della primitiva espansione dell'Urbe forgiatori, insieme agli Etruschi ed ai popoli italici più progrediti gli Umbri, Falisci, ecc., della futura civiltà romana.
Per una certa affinità etnico-linguistica, si è soliti considerare sia i Latino-falisci[4] sia gli Osco-Umbri[5] come appartenenti allo stesso ramo italico della migrazione indoeuropea. Questi due gruppi di popolazioni diffusero le lingue italiche come l'osco, i dialetti sabellici, l'umbro, il latino, il siculo ecc.
Gli indoeuropei illirici sono Iapigi o Apuli, i Veneti, i Celti.
Nell'VIII sec. a.C. le principali popolazioni in Italia erano così stanziate: Liguri[6] e Veneti[7] a nord; Umbro-Sabelli e Latini al centro; Iapigi, Lucani e Bruzi a sud; Siculi e Sicani in Sicilia; Sardani e Liguri in Sardegna.

LABORATORIO
1.      Fornisciti di una carta fisica dell’Italia di una righetta e dei soliti pastelli. Con l’aiuto del testo e delle note relative, traccia sulla carta geografica delle linee che circoscrivano le aree dei popoli che abitavano l’Italia fino all’VIII secolo.
2.      Ricerca dall’enciclopedia in rete gli antichi abitatori della Campania preromana e, a parole tue, scrivi su di essi un breve saggio espositivo informativo.

5.      I Celti
Intorno agli anni 3000 a.C. dalle regioni dell’Asia (Mar Caspio) si sono mosse molte tribù di contadini e pescatori. Essi penetrarono nei territori dell’Europa centro orientale.
Percorrendo i corsi dei fiumi principali (Danubio, Rodano, Mosella, Reno, Senna) arrivarono a conquistare il cuore dell’Europa e da lì si espansero verso i quattro punti cardinali.
Queste tribù si stanziarono nella Francia, nel Belgio, nella Germania, nella Spagna, nell’Ungheria, nella Repubblica Ceca, nella Slovacchia, nella Bulgaria, nella Serbia, nell’Inghilterra, nell’Irlanda e perfino nella Turchia.
Naturalmente queste popolazioni arrivarono anche in Italia, occupando la zona del fiume Po tra le Alpi e gli Appennini lungo la costa adriatica.
Queste tribù presero il nome di “Celti” (nome dato dai Greci) “Galli” (nome dato dai Romani) o “Galati” (nome dati dagli Asiatici).
Le tribù celtiche erano conosciute come le tribù della “Cultura dei campi di urne[8]. Infatti questa usanza funeraria, insieme all’arte e alla religione è l’elemento che le accomuna. Tutti i Celti custodivano le urne cinerarie riunendole in grandi cimiteri detti campi.
Essi condividevano un unico stile artistico caratterizzato da disegni curvilinei, da spirali ritorti e da teste o corpi di animali mitologici. I pezzi d’arte ritrovati sono quasi tutti ornamenti personali come girocolli, braccialetti e orecchini.
La gioielleria Celtica, molto famosa, riguardava anche i guerrieri e i nobili, che indossavano i tipici “torque”, collane di metallo prezioso con un significato importantissimo, quasi quanto un talismano.
Anche la produzione delle armi è rivestita, intarsiata con oro, ambra e avorio.
Gli artigiani celtici impararono la ruota da vasaio dai popoli mediterranei e le loro ceramiche sono decorate dalle tipiche spirali ricurve.
I Celti erano dei bravi urbanisti perché costruivano insediamenti dotati di fortificazione, che comprendevano una zona elevata circondata da bastioni (alte mura); queste diventarono vere e proprie città fortificate chiamate “oppida” da Cesare.
All’interno di questa struttura c’erano case circolari con tetti di paglia, munite di focolare centrale e un foro nel tetto per l’uscita del fumo.
I Celti non costruirono mai una nazione[9] vera e propria perché la loro società era tribale, cioè basata sull’amministrazione della singola tribù: al suo interno c’erano i nobili e le famiglie dominanti (a cui appartenevano i monili d’oro); i cavalieri e i guerrieri (personaggi molto rispettati nella società Celtica perché erano considerati eroi e premiati profumatamente; gli agricoltori; gli artigiani e gli schiavi. Sopra a tutti comandava il re.
Una classe sociale particolare era quella dei Druidi. Questi erano i sacerdoti che mediavano tra l’uomo e la divinità. I druidi celebravano i sacrifici, stabilivano il calendario e mantenevano il segreto sulle loro conoscenze basate sulla magia e dicevano di avere misteriosi poteri di animali. Essi, inoltre, erano i giudici in caso di discussioni; dichiaravano la sentenza e davano la punizione. I druidi erano comandati da un Arcidruido. A questa classe appartenevano i Bardi, cioè poeti-cantastorie che raccontavano cantando gli avvenimenti della società celtica.
Per questi sacerdoti i boschi, i laghi e i fiumi erano luoghi divini e tra le piante del bosco la quercia era sacra perché vi si raccoglieva il vischio.
La religione dei Celti era fondata sull’immortalità dell’anima, sulla venerazione della quercia e del vischio e sull’amore per ogni forma di vita.
Gli dei si chiamavano Tuatha: il padre di tutti gli dei era Dagda, uno gnomo molto potente.

RICERCA, RECHERCHE, SEARCH
Ricercate in lingua francese e inglese le principali genti celtiche che in Europa occidentale della conquista di Roma.
Ricerca in Italiano le principali popolazioni celtiche che abitavano in Italia prima della conquista di Roma caratteristiche: identifica le zone in cui si trovavano queste popolazioni, identifica le caratteristiche che caratterizzavano ciascuna popolazione infine le caratteristiche comuni di tutti i celti italici  
Recherche en Français les principaux  popolation celtique qui habitaient en Europe la Suisse, la France et la Belgique avant la conquête de Rome: identifier les zones dans lesquelles ces populations se trouvaient, identifie les caractéristiques qui caractérisent chaque population  enfin, il identifier les caractéristiques communes de tous les Celtes.
Search in English for the main Celtic populations that inhabited the British Isles before the conquest of Rome: identify the areas in which these populations were located, identify the characteristics that characterize each population, finally identifiy the common characteristics of all the Celts.
Relaziona in una lingua straniera a tua scelta (francese o inglese) i risultati della ricerca effettuata.



[1] Gli Achei - Gli Achei sono la prima popolazione di origine indoeuropea che invase la Grecia nel II millennio a. C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti pre-elleniche.
I poemi omerici tramandano un'immagine distorta e fantasiosa del mondo acheo, al punto di essere una sorta di amalgama di elementi del passato miceneo con altri della società contemporanea ai poeti.
Nell'Iliade con il nome Achei sono indicati i popoli greci che presero parte alla Guerra di Troia.
Per quanto riguarda la penetrazione di questo popolo nell'area greca si ritiene generalmente che queste genti di origine indoeuropea, attraverso i Balcani, occuparono il Peloponneso intorno al 1500 a.C., in coincidenza con la fine dell'era minoica. Gli Achei potrebbero quindi essere la causa ultima della capitolazione minoica.
Gli invasori achei subirono comunque l'influsso di questa cultura forte e civilizzata: dall'incontro di questi due popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente civiltà micenea. Gli Achei si distribuirono in molte altre zone del Peloponneso, nelle isole attorno alla Grecia e nel resto del Paese.
Il ruolo degli Achei nello scacchiere politico del Mediterraneo orientale era di sicuro di fondamentale importanza. Si parla di loro nei documenti ittiti ed egiziani della seconda metà II millennio a. C..
Verso il 1450 a.C., il potere acheo, tramite spedizioni militari ed imprese piratesche, riuscì ad abbattere la civiltà minoica a Creta. Inoltre, gli Achei si espansero verso le Cicladi meridionali, Rodi, Cipro e le coste dell'Asia Minore. Nel XIII secolo a.C. si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare con la guerra di Troia nel 1200 a.C.
L'invasione dorica, di un secolo circa più tarda, invece ne sarebbe il colpo di grazia.
[2] Gli Ioni – Gli Ioni erano una delle tre popolazioni indoeuropee dell'antica Grecia nel II millennio a.C.
Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
Il termine ioni, forse originario dell'Asia minore, designa gli abitanti dell'Attica e dell'Eubea, oltre che della Ionia vera e propria, la parte occidentale dell'Asia Minore colonizzata in tempi più recenti.
Verso la fine del II millennio a.C. gli Ioni migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Posidone a Panionion, presso Mycale.
[3] Gli Eoli - Gli Eoli furono la seconda delle tre popolazioni elleniche che nel II millennio a.C. invasero l'antica Grecia. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia. Popolo originariamente stanziato in Tessaglia ed in Beozia, gli Eoli migrarono verso oriente verso l'XI secolo a.C., stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide.
Secondo la tradizione tale migrazione, capeggiata da Oreste, figlio di Agamennone, sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, l'ultimo e quarto popolo ellenico, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta.
[4] Latino-falisci - I Latino-falisci sono attestati in Italia, dove giunsero intorno al II millennio a.C. durante la tarda Età del bronzo.
Essi provenivano dall'Europa centrale, dove si erano cristallizzati come popolo autonomo e avevano convissuto con altri gruppi indoeuropei, tra cui gli Osco-umbri, anch'essi attestati solo in Italia.
Intorno al XIII secolo a.C. i Latino-falisci migrarono nella Penisola italica, occuparono la costa tirrenica tra gli attuali Lazio e Calabria e si sovrapposero o si mescolarono alle popolazioni neolitiche più antiche. Praticanti la cremazione del defunto, possedevano buone conoscenze metallurgiche.
Tra i Latino-falisci sono noti: i Latini, che si stanziarono nel Latium; i Falisci, che si stanziarono poco più a nord ed entrarono in stretto contatto con gli Etruschi; gli Enotri e gli Itali, che occuparono le attuali Basilicata, Calabria e Campania meridionale; gli Ausoni; gli Aurunci e gli Opici, che arrivarono in Campania. Alcune fonti sostengono riguardo ai Siculi, la provenienza dal Latium, per cui essi furono strettamente imparentati con i Latini, se non costituissero addirittura con essi un unico popolo; partiti dal Latium, avrebbero percorso la costa tirrenica per poi sciamare in Sicilia. Anche i Veneti, che popolavano il nord-est dell'odierna Italia, furono probabili "parenti", almeno a livello linguistico, dei Latini.
Con la seconda migrazione indoeuropea in Italia, giunsero nella Penisola gli Osco-umbri, che importarono la lavorazione del ferro e occuparono l'ampia zona appenninica, dalla Pianura Padana alla Calabria. Anche attraverso Ver sacrum si sovrapposero o si mescolarono ai protolatini che si trovavano sulla loro via, nonché ai popoli neolitici pre-indoeuropei. Gli Enotri furono spinti nell'entroterra lucano dalle popolazioni osche, che occuparono la Calabria e la Campania. Da alcune fonti si potrebbe dedurre che gli antenati dei Siculi migrarono in Sicilia perché scacciati dalla Penisola, e che la prima da essi avrebbe preso il nome. I Latini invece rimasero saldi nel Latium.
[5] Osco-umbri - Secondo l'opinione più diffusa gli Osco-umbri penetrarono nella Penisola italica nel II millennio a.C. provenendo dall'Europa centro-orientale; qui forse si stabilirono inizialmente in alcune aree della Pianura Padana, per poi spingersi ulteriormente verso sud. In età storica risultano attestati lungo la dorsale appenninica centrale, dalla valle del Tevere alla Calabria interna, toccando sia le sponde adriatiche, sia quelle tirreniche.
Tutti i popoli osco-umbri subirono, a partire dalla seconda metà del I millennio a.C., la pressione dei Latini, in piena ascesa, che già nel III secolo a.C. li ebbero completamente assoggettati.
[6] I Liguri – I Liguri erano un'antica popolazione, che in epoca preromana, occupavano l'attuale Liguria, il Piemonte a sud del Po e la Toscana nord-occidentale. È però opinione comune che, intorno al 2000 a.C., i Liguri occupassero un'area molto più vasta, comprendente l’Italia settentrionale, la Francia meridionale e presumibilmente parte della penisola iberica; la presenza di popolazioni Liguri è attestata anche nelle coste tirreniche dell'Italia centrale e nelle isole di Corsica, Sardegna e Sicilia.
Successivamente, al sopraggiungere di nuove ondate migratorie (Italici, Venetici e Celti), si ritirarono fino ad essere ristretti nei loro confini storici. Come si sia arrivati a questo "ritiro" è ancora oggetto di dibattito; le ipotesi variano dalla pacifica fusione dei popoli, ad un ritiro volontario, alla guerra con successiva pulizia etnica.
Secondo una visione invasionista tradizionale, i Liguri sarebbero stati in origine un antichissimo popolo pre-indoeuropeo. Secondo una visione più continuista, rappresenterebbero un antico strato indoeuropeo diffuso nel II millennio a.C. in tutta l'area tirrenica.
[7] I Veneti – Caso unico tra i popoli dell'epoca nell'Italia settentrionale, si può stabilire l'identità tra la popolazione e la cultura veneta, in altre parole agli antichi Veneti è possibile attribuire una precisa cultura materiale e artistica sviluppatasi nel loro territorio di stanziamento, la Venezia. Questa cultura si sviluppò durante un lungo periodo, per tutto il I millennio a.C., anche se nel tempo subì diverse influenze. Di questa popolazione e identità la documentazione archeologica è particolarmente ricca.
I Veneti si stanziarono inizialmente nell'area tra il Lago di Garda ed i Colli Euganei; in seguito si espansero fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto attuale, anche se bisogna considerare che la linea di costa del Mar Adriatico era più arretrata rispetto ad oggi.
I confini occidentali del loro territorio correvano lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguivano una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, lungo il ramo estinto del Po di Adria, mentre quelli orientali giungevano fino al Tagliamento. Oltre tale fiume erano insediate genti di ceppo illirico, anche se fino all'Isonzo la presenza veneta era tanto forte che si può parlare di popolazione veneto-illirica. I confini settentrionali erano invece meno definiti e omogenei; il territorio veneto risaliva soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungevano comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi è attestata soprattutto nelle Dolomiti del Cadore.
[8] Cultura dei campi di urne – Si tratta di vaste necropoli tipiche dell'Europa centrorientale, sorte verso la media o tarda Età del Bronzo verosimilmente col diffondersi di nuove credenze religiose che all'usanza funebre dell'inumazione sostituirono quella dell'incinerazione e quindi della deposizione delle ceneri dell'estinto in urne.
La cultura dei Campi d'urne (in tedesco Urnenfelderkultur) sembra trarre origine dalla cultura dei tumuli. Da Dalj in Iugoslavia questa cultura si diffuse nell'Europa centrale, raggiunse la Francia spingendosi inoltre fino alla Penisola Iberica.
Verso sud le influenze della nuova civiltà si fecero sentire nella tarda Età del Bronzo, con le necropoli austriache e di Canegrate in Italia.
[9]  Nazione – Collettività etnica di individui coscienti di essere legati da una comune tradizione storica, linguistica, culturale, religiosa

mercoledì 6 dicembre 2017

Italiano - classe I - Unità III - Grammantologia

Comunicazione. Il testo espositivo-informativo – Per testo espositivo si intende la presentazione esauriente, condotta a scopo informativo, di un determinato argomento.
Sono testi espositivi la relazione, l’articolo informativo.
Oggetto dell’esposizione può essere:
·         un argomento di esperienza personale
·         un argomento culturale di qualsiasi disciplina.
Il testo espositivo può:
·         limitarsi a presentare dati, fatti, informazioni
·         far seguire ai dati, ai fatti e alle informazioni la loro interpretazione.

Riflessioni sulla lingua. La proposizione - Una proposizione è una frase, un pensiero di senso compiuto. Una frase è il massimo segmento in cui può essere suddiviso il discorso umano.
Es.: Luigi gioca.

Riflessioni sulla lingua. Il soggetto - Il soggetto indica la persona, l’animale o la cosa che compie o subisce l’azione.
Il soggetto in genere è un nome[1] o un pronome personale[2].
Es: Maria lavava; egli guarda, ecc.

Riflessioni sulla lingua. Il predicato - Il predicato è la voce verbale che dichiara l’esistenza del soggetto.
Il predicato può essere:
·         predicatoverbale: se è formato da un verbo,
es.: Luca ascolta;
·         predicatonominale: se la voce verbale è rappresentata dal verbo essere seguita da un aggettivo o nome,
·         es.: egli è gentile, io sono un bambino.
Il verbo essere si chiama copula, e nome del predicato la parola che segue.
Es.: Luca è diligente - Luca (soggetto) è (copula) diligente (nome del predicato), oppure si può dire: Luca (soggetto) è diligente (predicato nominale).
Quando il verbo essere significa esistere, appartenere ecc. ha valore di predicato verbale.
Es.: La casa della zia è a Roma diventa predicato verbale.

Riflessioni sulla lingua. Il periodo – Il periodo è l’unione di due o più proposizioni  in una espressione logica­mente ordinata.
Es.: «Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente.» (Manzoni).
In questo periodo vi sono tre proposizioni perché tre sono le forme verbali; una è la proposizione principale, o reggente, in quan­to può reggersi grammaticalmente da sola, mentre su di essa poggiano le altre che, proprio perché dipendono dalla principale si chiamano proposizioni dipen­denti o subordinate o secondarie.

Riflessioni sulla lingua. Vari tipi di proposizioni principali - Le proposizioni principali, secondo le varie sfumature che assume il predi­cato, si possono distinguere in:
·         enunciative o narrative sono le più frequenti fra le proposizioni principali; esse riferiscono, enunciano e raccontano un episodio sia in forma negativa sia in forma positiva.
In genere usano l’indicativo.
Es.: Questo alunno né studia, né sta attento alle lezioni.
Con i verbi potere, dovere, usano il condizionale.
Es.: Avresti dovuto accettare;
·         interrogative dirette sono proposizioni che contengono in sé una domanda e si concludono con il punto interrogativo.
Es.: Chi ti ha parlato?;
·         esclamative sono proposizioni che esprimono un sentimento di meraviglia, dolore, gioia, ecc.
Usano l’indicativo o il modo infinito e si concludono con il punto esclamativo.
Es.: Che gioia parlarti!;
·         imperative sono proposizioni che esprimono un ordine un comando, una proibizione. Usano l’imperativo.
Es.: Va’ via di qua;
·         dubitative sono proposizioni che esprimono dubbio, incertezza. Usano indicativo e il condizionale.
Es.: Che cosa dovevo fare? A chi dovrei parlare?;
·         esortative sono proposizioni che esprimono una preghiera, un invito. Usano il modo congiuntivo.
Es.: Su, si faccia avanti. Andiamo dal professore e chiediamogli una spiegazione;
·         concessive sono proposizioni che esprimono una concessione, un permesso; esse usano il congiuntivo seguito in genere da pure, finché.
Es.: Ammettiamo pure che lo abbia fatto;
·         potenziali sono proposizioni che esprimono un fatto come possibile; esse usano il condizionale e l’indicativo.
Es.: Avrei dovuto ascoltarlo.
Potrei andare da lui;
·         desiderative o ottative sono proposizioni che servono ad esprimere un desiderio o un augurio. Queste proposizioni sono spesso introdotte da espressioni come: Voglia il cielo, che. Esse usano il congiuntivo o il condizionale.
Es.: Voglia il cielo che tu possa ve­nire.
Oh, come vorrei che tu mi fossi vicino!

Riflessioni sulla lingua. Proposizioni coordinate e subordinate - In un periodo formato da proposizioni sintatticamente indipendenti l’una dall’altra vi sono una proposizione principale, che esprime l’idea più importante, ed altre proposizioni dette coordinate alla principale, perché unite ad essa senza idea di subordinazione.
Es.: Sono andato a Roma, ho visitato il Colosseo ed ho proseguito per il Vaticano.
In una frase complessa, la combinazione di più proposizioni può avvenire non solo mediante la coordinazione, ma anche mediante la subordinazione. La proposizione subordinata non può stare da sola, ma ha bisogno di un’altra proposizione a cui appoggiarsi.
In un periodo si possono avere diverse proposizioni subordinate.
Sono invece subordinate quelle proposizioni che per la loro struttura non possono sostenersi da sé ma, si appoggiano ad altre frasi (principali o anche subordinate) dalle quali sono rette.
In genere la subordina­zione avviene per mezzo di congiunzione, di pronomi, di aggettivi o di avverbirelativi o interrogativi.
Es.: Il cane che hai incontrato, è di mio fratello.
Ti ho parlato per convincerti a portare tuo marito dal medico.

Riflessioni sulla lingua. Vari tipi di periodo - Il periodo può essere di tre tipi:
·         semplice: quando è formato da una sola proposizione.
Es.: Ieri ho studiato a lun­go;
·         composto: quando è formato da due o più proposizioni indipendenti.
Es.: Quell’uomo aveva incontrato un cane: proposizione principale, si era fermato: proposizione coordinata alla principale, poi aveva ripreso il cammino: proposizione coordina­ta alla principale;
·         complesso: quando è formato da una proposizione principale e da una o più pro­posizioni secondarie.
Es.: Non sono stato al cinema: proposizione principale, perché avevo un grosso impegno: proposizione secondaria di 1° grado che non potevo evitare: proposizione secondaria di 2° grado.

Riflessioni sulla lingua. Proposizioni implicite ed esplicite - Una proposizione si dice esplicita quando il predicato verbale è un verbo di modo finito (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo).
Es.: La mae­stra dice ai suoi alunni: (dice indicativo) «Studiate di più!» (studiate imperativo).
Si dice implicita quando il predicato verbale è un verbo al modo indefini­to (infinito, participio, gerundio).
Es.: Ascoltando capii molto.
Una proposizione implicita può sempre essere trasformata in una equivalente proposizione esplici­ta.
Es.: Penso di andare al mare - Penso che andrò al mare, ecc.

Riflessioni sulla lingua. Modi indefiniti - Questi modi non permettono di identificare la persona e il numero (fatta eccezione per il participio, in cui si può distinguere il singolare dal plurale).
Infinito  - L’infinito è la forma base del verbo. Si usa in dipendenza da un altro verbo (p. es.: Sai guidare una motocicletta?), ma si può usare anche come verbo principale per indicare ordini, desideri, ed altro (es.: Uscire, uscire fuori, subito!). Ne esistono il tempo presente (riflettere) e passato (aver riflettuto).
Participio  - Il participio è simile ad un aggettivo e, per questo, può indicare il numero e talvolta anche il genere (es., il participio mangiata indica un femminile singolare). Si usa con i verbi ausiliari nella costruzione dei tempi composti. Ha due tempi, il presente (riflettente) e il passato (riflettuto).
Gerundio – Il gerundio si usa nelle subordinate per esprimere un certo tipo di rapporto con la reggente. Ha due tempi: il presente (riflettendo) e il passato (avendo riflettuto).

Riflessioni sulla lingua. Le subordinate completive - Le proposizioni subordinate completive (o sostantive o complementari dirette) sono proposizioni dipendenti che completano il senso della proposizione reggente, svolgendo nel periodo la medesima funzione che nella proposizione ha un sostantivo non preceduto da preposizione, cioè usato in funzione di soggetto o di complemento oggetto.

Riflessioni sulla lingua. La proposizione soggettiva - La proposizione subordinata soggettiva è una proposizione subordinata che fa da soggetto al predicato della reggente:
Es.: È evidente che sei triste  (prop. subordinata soggettiva)
La tua tristezza (soggetto) è evidente. Dipende sempre da verbi o locuzioni verbali impersonali o usati impersonalmente. In particolare, dipende:
·         da verbi impersonali o usati impersonalmente alla 3a persona singolare, come accade, avviene, capita, bisogna, occorre, sembra, pare, dispiace, basta, importa, interessa ecc.: “Sembra che tutti siano d’accordo; Bisogna che partecipiate anche voi; Mi basta vederti ogni tanto; Bastava che arrivassi un’ora prima;
·         da verbi costruiti con il si passivante, come si dice, si crede, si pensa, si teme, si spera: “Si dice che il sindaco si dimetterà”; “Si temeva che fossi già partito”;
·         da locuzioni verbali impersonali costituite dal verbo essere + un nome, come è ora, è tempo, è compito, è dovere, è una vergogna, è un piacere: “È ora di alzarsi”; “È un’indecenza che possano succedere queste cose”; “È dovere di tutti provvedere al bene comune”;
·         da locuzioni verbali impersonali costituite dai verbi essere, parere, sembrare, riuscire, venire, accompagnati da un aggettivo o da un avverbio in funzione di nome, come è bello, è brutto, è necessario, è tanto, è poco, è molto, è bene, è male, pare certo, sembra sicuro, pare opportuno, riesce facile, riesce difficile, viene opportuno ecc.:
“È stato brutto da parte tua comportarti così”;
“È tanto che non lo vedo”;
“Sarà opportuno chiedere un prestito alla banca”;
“Non ci sembra necessario informarli del nostro progetto”;
“Mi riesce difficile immaginare una cosa simile”.
Nella forma esplicita, la proposizione soggettiva è introdotta dalla congiunzione subordinante che e ha il verbo:
·         all’indicativo, quando la reggente esprime certezza: “È chiaro che il responsabile sei tu”;
·         al congiuntivo, quando il verbo della reggente esprime possibilità, probabilità, dubbio, speranza e simili: “Si dice che il responsabile sia tu”;
·         al condizionale, quando il fatto indicato dalla soggettiva dipende da una condizione (espressa o sottintesa): “È chiaro che verrebbe volentieri (se potesse)”.
Nella forma implicita, la proposizione soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione di:
“È ora di partire”;
“Bisogna avvertire subito Paolo”.

Educazione letteraria. Le forme del testo narrativo – I testi narrativi possono presentarsi in forma diverse: come mito, favola, leggenda, parabola, novella e romanzo.
·         Il mito è la narrazione di eventi riguardanti le origini di un gruppo di gente, e ha per protagonisti divinità ed eroi
Es.: I miti greci e latini.
·         La fiaba è una narrazione breve originaria della tradizione popolare, caratterizzata da componimenti brevi e di fatti fantastici caratterizzati da due elementi: eccezionalità e magia; e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici come streghe, fate, orchi, giganti e così via. Dopo aver sconfitto le forze del male, l’eroe-positivo riesce sempre a realizzare gli scopi prefissati e a conquistare l’oggetto di attrazione.
·         La favola è una narrazione breve, in cui spesso protagonisti sono animali in grado di parlare, aventi gli stessi caratteri degli uomini, con i loro difetti e le loro qualità ed in esse la componente fantastica è generalmente assente, e la narrazione ha un intento allegorico[3] e morale più esplicito.
·         La leggenda è un racconto, in genere immaginario, di vicende riguardanti la vita di personaggi famosi, che hanno lasciato un’impronta nel campo della storia o in quello religioso. L’esagerazione, elemento caratteristico di questa forma di narrazione, serve ad esaltare e a rendere esemplare la figura del personaggio.
Es.: le leggende riguardanti i santi o quelle legate a personaggi storici celebri, come Muzio Scevola, Masaniello o Garibaldi.
·         La parabola è un racconto breve il cui scopo è spiegare un concetto difficile con uno più semplice o dare un insegnamento morale. La parabola divenne famosa dall’uso fatto nei Vangeli con le parabole di Gesù. La parabola introduce un esempio che vuole illuminare la realtà specificata, con un unico punto di contatto tra la immagine e la realtà.Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Parabola_%28letteratura%29"
·          
·         La novella è un racconto non eccessivamente lungo, che tratta fatti reali o immaginari, accaduti in un arco di tempo alquanto breve, con un limitato numero di personaggi.
·         Il romanzo è un racconto di ampia estensione, che narra di fatti reali o immaginari, accaduti in un lungo lasso di tempo, con un proporzionato numero di personaggi. I filoni del romanzo sono numerosi, i più noti sono:
§  il romanzo storico
§  il romanzo d’avventura
§  il romanzo naturalista e verista
§  il romanzo di fantascienza
§  il romanzo epistolare
§  il romanzo psicologico
§  il romanzo autobiografico
§  il romanzo giallo o poliziesco.

Educazione letteraria. Temi centrali e temi periferici – Il tema centrale, cioè l’argomento fondamentale del testo, è il filo conduttore che unisce organicamente le varie parti dell’opera.
Accanto al tema centrale vi sono poi dei temi periferici, che sono propri di ogni singola parte dell’opera e che sono comunque convergenti verso il tema principale.
Individuare il tema centrale e quelli periferici significa procedere a una prima generale scomposizione del testo e serve a capire la struttura portante dell’opera stessa.
Es.: Nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni il tema centrale è l’amore fra Renzo e Lucia, ostacolato da don Rodrigo. Il tema periferico è la vita di Gertrude; quest’ultima, però, è parte anche del tema centrale, poiché ella dà ospitalità a Lucia e consegna la ragazza ai bravi dell’Innominato al momento del rapimento.

Educazione letteraria. L’individuazione del tema - Emozioni e sentimenti pervadono continuamente la vita quotidiana di ogni periodo storico influenzano un elevato numero di comportamenti sociali; essi sono oggetto di ogni forma di produzione umana e si traducono in:
·         sensazioni[4],
·         emozioni[5],
·         sentimenti[6],
·         passioni[7]
·         statid’animo[8]
le cui differenze tra sono estremamente sfumate.
Un testo letterario, di qualsiasi natura esso sia narrativo, sia poetico sia teatrale ne è sempre impregnato.

Educazione letteraria. La struttura generale – Nei testi narrativi è possibile individuare una struttura generale di base valida per la quasi totalità dei testi.
Questa struttura è costituita da quattro momenti:
·         situazioneiniziale
·         complicazione: un evento che viene ad alterare, più o meno improvvisamente, l’equilibrio iniziale;
·         evoluzionedellavicenda: una serie di eventi, che possono migliorare o peggiorare la situazione del personaggio principale;
·         conclusionedellavicenda: alla fine della narrazione si ristabilisce un equilibrio, che può essere positivo o negativo, e la vicenda si scioglie.

Educazione letteraria. Fabula e intreccio – La distinzione, introdotta dai formalisti russi, tra fabula e intreccio.
Con fabula si indica la sequenza dei fatti raccontati, disposti nell'ordine cronologico in cui si sono svolti e selezionati in base ai loro rapporti di causa-effetto.
Con intreccio si intende il modo in cui i fatti raccontati sono disposti dal narratore, spesso alterando l'ordine cronologico della fabula e/o introducendo fatti che non hanno rapporto di causa-effetto con altri, ma sono liberi (digressioni, descrizioni ecc.)

Educazione letteraria. Nuclei narrativi e sequenze – In ogni testo narrativo troviamo una serie di informazioni: alcune sono indispensabili per capire lo svolgimento della storia, altre invece aggiungono particolari meno importanti, utili tuttavia a comprendere meglio determinate situazioni. Le prime costituiscono gli eventi essenziali, le seconde gli eventi accessori. Gli eventi essenziali formano i pilastri del racconto, mentre quelli accessori hanno la funzione di far comprendere meglio il contesto e l’atmosfera in cui si svolge il racconto stesso. Ogni evento essenziale, con i relativi eventi accessori, forma un nucleo narrativo, cioè una porzione di testo più o meno completa, che sviluppa una parte ben precisa del racconto.
Un altro sistema di scomposizione del testo narrativo è costituito dalle sequenze, unità narrative minime, che sono dei segmenti di testo, inferiori rispetto ai nuclei narrativi per estensione e complessità, forniti di senso logico compiuto.
Anche se ogni sequenza, in sé conclusa e dotata di piena autonomia sul piano sintattico e di significato compiuto, essa acquista pieno significato solo all’interno del testo di cui fa parte, integrata nel sistema di relazioni con tutte le altre sequenze del racconto.
Non è possibile precisare l’ampiezza di una sequenza le sequenze cambiano quando:
·         entra in scena o esce un nuovo personaggio;
·         cambiano le modalità espositive (es.: il passaggio dal discorso diretto all’indiretto e viceversa).
·         c’è una variazione di tempo e di luogo.
Inoltre, rispetto al loro contenuto, le sequenze si dividono in:
A seconda del particolare significato, le sequenze si suddividono in:
·         sequenze narrative: parti del racconto che registrano le azioni dei personag­gi e gli avvenimenti in cui sono coinvolti, poiché immettono nel racconto fatti e accadimenti, le sequenze narrative portano avanti lo sviluppo della trama e sono dun­que sequenze dinamiche.
·         sequenze descrittive[9]: parti del racconto che hanno il compito di dare con­sistenza ai personaggi e al contesto della vicenda. Le sequenze di questo tipo sono statiche e rallentano il ritmo della narrazione, arricchendo però la storia di determi­nazioni che la rendono più viva e consistente. La loro presenza è indispensabile per delineare, attraverso la descrizione dell’ambiente e delle sue caratteristiche, il contesto in cui si svolge una vicenda;
·         sequenze riflessive: parti del racconto che registrano e analizzano i sentimenti e gli stati d’animo dei personaggi e le riflessioni e i giudizi che essi esprimono in ordi­ne alla vicenda, oppure riportano la voce stessa del narratore che manifesta le sue considerazioni su quanto sta avvenendo nella storia o sull’agire e il carattere dei personaggi. Al pari di quelle descrittive, anche le sequenze riflessive sono statiche e se­gnano una pausa nella narrazione, rallentando il procedere degli eventi.
·         sequenze dialogate: parti del racconto che riportano i discorsi diretti dei personaggi. A seconda del contenuto e dell’impostazione dei dialoghi, questo tipo di se­quenze può svolgere molteplici funzioni narrative: può contribuire allo sviluppo del­l’azione (sostituendo in un certo senso le sequenze narrative), può rivelare lo stato d’animo e il carattere dei personaggi e le relazioni che intercorrono tra loro o, anche, commentare la vicenda con considerazioni, giudizi e così via. Il ritmo delle sequenze dialogiche può essere molto diverso, a seconda che le battute che vengono pronunciate siano brevi e scarne o, viceversa, ridondanti e prolisse; in ogni caso le sequenze dialogate mettono in primo piano i personaggi, con un effetto di presa diretta che tende a ridurre il ruolo del narratore.

T 4 Il mito di Prometeo.
Dalla Teogonia di Esiodo
  • Esiodo è la prima personalità poetica storicamente accertata della letteratura greca. Esiodo è il primo poeta greco che parla di sé nelle sue opere. Gli antichi lo fecero contemporaneo di Omero. Oggi la critica lo colloca posteriormente all’elaborazione dell’Iliade e dell’Odissea.
  • Esiodo nacque fra l’VIII e il VII secolo a.C. ad Ascra, città della Beozia ai piedi del monte Elicona; la famiglia si era trasferita lì da Cuma, spinta da necessità economiche.
  • Esiodo, oltre che agricoltore e pastore, era anche un aedo e così prese parte a Calcide, in Eubea, ai giochi funebri in onore di Anfidamante, l’eroe caduto nella Guerra Lelantina (il nome deriva dal casus belli: la contesa tra due polis, Calcide ed Eretria, per la fertile pianura di Lelanto sull’isola di Eubea). Durante i giochi funebri avrebbe cantato la Teogonia, riportando la vittoria ed ebbe come premio un tripode che dedicò alle Muse.
  • Come si ricava da Le Opere e i giorni, ad un certo punto della sua vita entrò in lite con il fratello Perse per la spartizione dell’eredità paterna. Perse vinse la causa corrompendo i giudici, ma, essendo un uomo pigro, Perse non lavorò le sue terre e cadde in miseria; minacciò allora il fratello di intentargli un nuovo processo: Esiodo per dissuaderlo compose il poemetto Le opere e i giorni.
  • Di Esiodo sono stati tramandati due poemi integri (Teogonia e Le opere e i giorni) e uno frammentario (Catalogo delle donne o Eòiai), tutti in esametri. Un altro poemetto esametrico, Lo scudo di Eracle, è ritenuto opera di un aedo posteriore.
  • a Teogonia (1022 versi) porta all’inizio il nome del suo autore, Esiodo, ispirato dalle Muse a comporla mentre pascola le pecore ai piedi del monte Elicona, il monte ad esse sacro. 
  • Vi descrive la nascita dell’universo dalle origini al regno di Zeus. Segue la genealogia dei figli nati dal titano Giapeto e dalla ninfa marina Climene, fra i quali Prometeo ed Epimeteo, destinato a divenire sposo di Pandora, origine di tutti i mali dell’umanità (per un approfondimento leggi Prometeo e Pandora- Mitologia clicca qui). 
  • Segue un catalogo delle dee che da uomini mortali generarono «figli simili agli dèi» e un’invocazione finale alle Muse perché cantino «la progenie delle donne», ossia le donne mortali che ebbero figli immortali: il che serve a saldare la conclusione della Teogonia all’inizio del Catalogo delle donne.
  • La presenza del fuoco nell'umanità primitiva fu molto importante e la scoperta della sua utilizzazione per diversi scopi apportò utili miglioramenti alle condizioni di vita degli esseri umani. Naturale quindi che il fuoco sia protagonista di molti miti. Il più noto di essi, quello di Prometeo, fa parte della ricchissima mitologia creata dal popolo dell'antica Grecia. Ecco come lo racconta Esiodo, un poeta vissuto tra l' VIII e il VII secolo avanti Cristo.
Nelle prime epoche del mondo, quando Giove aveva spodestato il feroce Saturno[10] ed era diventato il dominatore dell'Universo, i Titani[11] si erano ribellati al potere del Re giovinetto. Uno solo fra essi, Prometeo, non aveva partecipato alla sommossa, e non per amore verso il nuovo Re, ma perché egli poteva vedere le cose future e le presenti e sapeva che era inutile opporsi alle decisioni del destino.
Prometeo dunque era antiveggente[12] e saggio e i suoi occhi sicuri, scintillanti, scrutatori rivelavano il suo potere divinatore[13] e infallibile; la sua fronte vasta, la sua bocca buona, quasi infantile, il corpo immane[14] , gli davano l'aspetto di un generoso gigante dalla forza enorme abituato a dominare gli elementi. Ora, Prometeo voleva bene agli uomini. E l'uomo allora era misero, non aveva armi, né vesti, viveva selvatico nelle boscaglie cibandosi di cruda selvaggina e di frutta; per vestirsi si copriva di foglie, per difendersi dalle belve non possedeva che sassi e rami nodosi. Si riparava dai geli e dal sole in basse caverne profonde, in cui, simile a un rettile strisciante, la notte si rifugiava a dormire. E, quando il sole era tramontato, se la luna non appariva a rischiarare le lunghe notti, una tenebra impenetrabile inghiottiva l'universo, e gli uomini erano simili a miseri ciechi, tremanti, indifesi, in un mondo senza luce, colmo di ruggiti paurosi e lampeggiante degli occhi fosforescenti delle belve. Prometeo, il buon gigante dagli occhi splendenti, non poté sopportare a lungo lo spettacolo di quella umanità dispersa e miserabile. “ Voglio aiutare gli uomini ” disse. “ Voglio che la loro vita diventi meno selvaggia, che essi imparino a difendersi dalle tigri e dai cinghiali, che coltivino la terra, lavorino i metalli, si nutrano di cibi caldi e arrostiti e non di sanguinanti e crudi resti di animali. Voglio donare all'uomo il fuoco! ” Sapeva, nella sua chiaroveggenza[15], che questo era contrario ai desideri di Giove, sapeva che un dono simile fatto agli uomini sarebbe stato la sua rovina, ma Prometeo era generoso, e risoluto[16], perciò, anche a sfidare l'ira del Nume Onnipossente[17], pur di fare tal bene ai miseri mortali. Salì dunque una sera su, nella montagna radiosa[18], dove gli Dei banchettavano felici, circondati dalle fiamme purpuree[19] del fuoco divino.
Ed entrò nelle fucine[20] risonanti di Vulcano, che, nella sua corazza di bronzo battuta dalle fiamme, foggiava instancabilmente armi per gli eroi e monili[21] per le belle Dee dell'Olimpo. “ Sono venuto a portarti quest'anfora di vino etnèo[22]” disse Prometeo, sedendosi presso il fuoco. “Bevi, fabbro laborioso, questo ti darà più forza che il tuo nèttare[23]! Bevi! ” Vulcano accettò di buon grado dall'amico l'offerta, e mandò giù in un sorso nella gola, arsa da tutto quel calore infernale, il rosso liquore dell'Etna. Ma, dopo un poco, il suo capo si piegava e gli occhi si chiudevano nel sonno: il previdente Prometeo aveva mescolato al vino molto succo di rossi papaveri[24]. Il fuoco divino era lì, incustodito: e Prometeo ne imprigionò alcuni semi scintillanti nella fèrula[25], il bastone cavo[26] che gli aveva donato lo stesso Vulcano. E via, a precipizio, giù, verso la terra desolata! La notte intanto era scesa, invadendo di paura con le sue ondate di tenebre il cuore degli uomini, e la fèrula bronzea di Prometeo fiammeggiava nel buio come un astro staccatosi dal firmamento[27]. “Vi porto il fuoco!” gridò il gigante agli uomini che lo attendevano “Vi porto la vita, la civiltà, la gioia!” E, accatastate molte fascine secche e gettativi sopra gli scintillanti tizzoni rubati a Vulcano, Prometeo accese un immenso rogo che salì fino al cielo, mentre le grida gioiose degli uomini scotevano tutto l'Universo e giungevano fino all'Olimpo.
Giove udì gli urli di vittoria, e, corrugando la fronte, irritato, tonò: “Il temerario[28] che ha donato agli uomini il fuoco deve essere punito.” E ordinò a Vulcano di apprestare egli stesso catene enormi ed anelli di bronzo per incatenare Prometeo a una roccia.
Intanto gli uomini, per opera del generoso Titano, imparavano a riscaldarsi, a cuocere le carni, a foggiarsi le armi, a costruire le case dove potere a sera riposare, a fabbricare le navi, per solcare senza pericolo il mare infido. E gli uomini furono così felici di tutti questi doni, che, ebbri di gioia per la conquistata vittoria, si credettero diventati simili agli Dei.
Questa presunzione aumentò il furore di Giove; e Vulcano, sia pure a malincuore, poiché voleva bene al Titano dagli occhi sereni, dovette impadronirsi, per ordine del Nume, del corpo del gigante e legarlo alle rupi inaccessibili del monte Caucaso[29].
“Tu l'hai voluto, Prometeo!” gli diceva Vulcano, mentre, aiutato dai Ciclopi[30], gli stringeva ai polsi le catene. E, mentre Vulcano parlava al gigante incatenato, i Ciclopi dal grande occhio in mezzo alla fronte lavoravano instancabili a chiudere gli anelli e a issare alto sul baratro[31], fra il cielo e il mare, il corpo doloroso di lui.
Ma Vulcano non aveva previsto tutto il supplizio immane che attendeva il donatore di fuoco. Ogni mattina, un'aquila gigantesca calava dalle cime nevose, si accostava al corpo del gigante, gli squarciava con un colpo del becco ricurvo il torace e si cibava del suo fegato sanguinante. Quando tornava la notte, il fegato, miracolosamente, rinasceva e di nuovo, al sorgere del sole, l'aquila affamata si dissetava al suo sangue e divorava il fegato del martire gigante.
Il volto di Prometeo diventava bianco di dolore, la sua bocca lanciava urli inumani, e inutilmente le rosee Ninfe[32] cercavano di far salire fino a lui il loro canto dolcissimo per consolarlo. Il martirio era inesorabile. Ma, se pure dalle labbra riarse[33] sfuggivano incontenibili lamenti, il cuore grande di Prometeo era contento del supplizio. La sua sofferenza aveva dato agli uomini la felicità della fiamma prodigiosa! Sarebbe rimasto incatenato lassù fino alla fine dei secoli, serenamente! Passarono così, in quel martirio, trent'anni, finché Giove ebbe pietà di quel corpo roso[34] dalle intemperie, di quegli occhi abbacinati[35] dalle nevi, del petto squarciato, il cui sangue rigava in eterno la roccia. E liberò il Gigante, accogliendolo immortale nelle felici praterie dei Campi Elisi[36].
E Prometeo infatti vive ancora. E ogni volta che si compie fra gli uomini una impresa ardita, ogni volta che un martire cade per la fede e per la gloria, lo spirito immortale di Prometeo alita[37] attorno agli eroi; e il fuoco divino, che il Gigante ha rapito al Cielo, infiamma le anime generose degli uomini. Prometeo ha insegnato loro, oltre alla civiltà, anche ad essere degni della propria origine divina e fieri dell'anima immortale.
Rielaborazione di Alfredo Panzini, da Teogonia, Treves, Milano.




[1]Il nome - Il nome o sostantivo è la parte variabile del discorso che indica un essere, una idea, un fatto. I sostantivi sono anche detti nomi, anche se linguisticamente, il primo termine è preferito per il suo significato più pregnante: significa infatti provvisto di una propria sostanza, di una realtà di cui possiamo parlare, sia essa tangibile, sia che esista solo nella nostra mente (virtù).
I nomi, insieme ai verbi, sono gli elementi primari di una lingua e costituiscono il pilastro su cui la frase si costruisce.
Dal punto di vista linguistico i nomi possono essere analizzati morfologicamente e semanticamente.
Le caratteristiche morfologiche – Le caratteristiche morfologiche di un nome riguardano il genere ed il numero.
Nel genere i nomi possono essere maschili o femminili.
Una delle maggiori difficoltà è costituita dall’apprendere come si trasforma un nome maschile nel corrispettivo femminile (quando esiste) e come si forma il plurale.
La trasformazione di un sostantivo maschile in femminile può avvenire solo con nomi di persone (maestro - maestra) o di animali (asino - asina), ma non con quelli di cose: infatti la tappa (quella del giro d’Italia) non è la femmina del tappo (quello della bottiglia).
Nel numero sono generalmente singolari e plurali, ma non mancano quelli che si usano solo al singolare (buio) o solo al plurale (forbici).
Per quanto attiene alla formazione del plurale, si osservino queste semplici norme:
a)       la maggior parte dei nomi, sia maschili che femminili, al plurale esce in i tranne i femminili che al singolare escono in a perché questi al plurale vogliono la desinenza e:
Esempi:
Singolare
Plurale
Il cavallo (m. in o)
I cavalli
Il fiume (m. in e)
I fiumi
Il poeta (m. in a)
I poeti
La mano (f. in o)
Le mani
La vite (f. in e)
Le viti
La matita (f. in a)
Le matite
b)       al plurale restano invariati:
·         i nomi monosillabici (il re - i re)
·         i nomi tronchi (cioè con l’accento sull’ultima sillaba: la virtù - le virtù / la verità - le verità)
·         i nomi terminanti in i (il brindisi - i brindisi)
·         i nomi terminanti in consonante (il lapis - i lapis)
·         i nomi propri di persona con desinenza a (Enea - gli Enea)
·         i cognomi (il Foscolo - i Foscolo / l’Alighieri - gli Alighieri)
·         i nomi stranieri (il pullman - i pullman / il goal - i goal)
c)       i nomi terminanti in -io, se hanno la i tonica (cioè accentata nella pronuncia) come pigolìo e zìo, al plurale richiedono la desinenza ii (pigolii, zii), altrimenti una sola i (figlio - figli / premio - premi);
d)       i nomi che terminano in -cia e -gia, se davanti a -cia e -gia hanno una vocale, fanno al plurale -cie e -gie (camicia - camicie / guarentigia guarentigie); se hanno una consonante fanno invece -ce e -ge (lancia lance / bolgia - bolge). Se però hanno la i tonica, la conservano sempre (farmacìa - farmacìe / nostalgìa - nostalgìe).
Le eccezioni a queste norme sono numerose e solo l’uso frequente del dizionario può farcele apprendere.
Ecco solo alcuni dei nomi che sfuggono alle regole su accennate: il vaglia - i vaglia , il pigiama - i pigiama, la radio - le radio, la dinamo - le dinamo, l’arbitrio - gli arbitrii (per distinguerlo da arbitri che è il plurale di "arbitro"), l’omicidio - gli omicidii (per distinguerlo da omicidi che è il plurale di "omicida").
Per il plurale dei nomi in -co e -go è d’obbligo l’uso del dizionario. Quando sorge un dubbio si consulti il vocabolario e si cerchi di memorizzare l’esito della ricerca.
es: mago al plurale fa magi (come i tre re del presepio) o maghi (come dicono i presentatori televisivi)?
L’uso del dizionario vale anche per il plurale dei nomi composti.
Le caratteristiche semantiche - Dal punto di vista semantico i nomi si suddividono nelle seguenti categorie:
  • nomi comuni e nomi propri
  • nomi concreti e nomi astratti
  • nomi individuali e nomi collettivi
  • nomi numerabili e nomi non numerabili
  • Nomi comuni e nomi propri di cose - I nomi comuni indicano persone, animali, cose, luoghi,ecc. in modo generico come appartenenti ad una classe; il nome libro può indicare uno qualsiasi dei possibili libri esistenti, se non viene a esso aggiunto qualche maggiore elemento di identificazione:
  • il mio libro
  • il libro di latino che ho lasciato sul tavolo
  • I nomi propri, invece, sono nomi o cognomi di persone, appellativi geografici, storici, letterari, culturali e sociali; indicano non ciò che è generico ma ciò che è individuale, non la classe ma l’elemento singolo. E questa singolarità è evidenziata con l’uso della lettera maiuscola:
Parigi
Lombardia
Nomi concreti e nomi astratti - Sono concreti i nomi comuni usati per designare persone, animali o cose percepibili con i nostri sensi:
ragazza, sedia, fragore, profumo, superficie
Sono astratti i nomi comuni con cui si designano entità accessibili solamente al nostro spirito e al nostro pensiero:
fede, giustizia, bontà, bellezza, male
Nomi individuali e nomi collettivi - Il nome individuale designa un’entità singola che può essere una persona, un animale, una cosa o un concetto, indicandola con il nome proprio o con il nome comune della classe a cui questo appartiene. Per indicare una pluralità di individui, questi nomi devono essere usati al plurale Questa categoria comprende la maggior parte dei nomi:
Luisa, donna, lupo, tazza, virtù.
Il nome collettivo, invece, pur essendo al singolare designa gruppi o insiemi di persone (folla), cose (fogliame) o animali (mandria). Quando il nome collettivo è in funzione di soggetto, il verbo va al singolare.
[2] I pronomi personali - I pronomi personali sono quei pronomi che rappresentano la persona che parla, la persona che ascolta oppure la persona, l’animale o la cosa di cui si parla, senza specificarne o ripeterne il nome.
Es.: Io sono pronto per la partenza, tu no.
Es.: Abbiamo discusso con loro dei risultati elettorali.
I pronomi personali hanno forma diversa, secondo la persona, il numero, il genere e la funzione. Tale funzione può essere di soggetto o di complemento.
Persona
funzione soggetto
funzione complemento
forma tonica
forma atona
1a singolare

Io
Me
Mi
2a singolare
Tu
Te
Ti
3a singolare
Maschile
Egli,esso
lui, esso, sé
lo, gli, ne, si
Femminile
Ella, essa
lei, essa, sé
la, le, ne, si
1° plurale

Noi
Noi
ci, ce
2° plurale
Voi
Voi
vi, ve
3° plurale
Maschile
Essi
essi, loro, sé
li, ne, si
Femminile
Esse
esse, loro, sé
le, ne, si
Pronomi personali soggetto - I pronomi personali soggetto indicano la persona che è protagonista dell’azione o che effettua la comunicazione.
Es.: Tu sei stato proprio bravo;
Es.: Egli ascolta la musica di Puccini.
In italiano, a differenza di quanto accade in altre lingue, il pronome personale soggetto è spesso sottinteso, ma è preferibile evitarlo nella lingua scritta.
Il pronome deve essere espresso. Ciò avviene:
·         quando si vuole specificare il maschile o il femminile; Egli/Ella gioca;
·         quando il verbo presenta la stessa forma per più persone, ad esempio nel congiuntivo presente: Bisogna che io sappia la novità; Bisogna che tu sappia la novità;
·         quando si vuole dare rilievo al soggetto: Voi formate una bella compagnia;
·         quando si vogliono contrapporre più soggetti: Io lavoro ed egli si diverte.
[3]NOTA DI RETORICA L’allegoria - L’allegoria è una figura retorica per cui un concetto astratto è espresso attraverso un’immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, l’accostamento non è basato su qualità evidenti o sul significato comune del termine, bensì su un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di immagini condivise della società. Essa opera comunque su un piano superiore rispetto al visibile e al primo significato: spesso l’allegoria si appoggia a convenzioni di livello filosofico o metafisico.
[4]La sensazione – La sensazione è la modificazione dello stato del nostro organismo, causato del contatto con l’ambiente, i cui stimoli sono percepiti dai nostri organi di senso; ognuno di essi è destinato alla ricezione di un particolare stimolo e sono:
·         udito,
·         vista,
·         olfatto,
·         gusto,
·         tatto,
·         cinestesia ed equilibrio,
·         sensazione di dolore.
La relazione tra la sensazione e lo stimolo è complicata dal fatto che non tutti gli stimoli fisici sono percepiti dall’individuo. Per essere percepito da un determinato organo di senso (soglia assoluta), uno stimolo deve infatti raggiungere una determinata grandezza e deve essere abbastanza diverso in intensità per poter essere distinto da un altro, simile per grandezza (soglia differenziale).
La distinzione tra sensazione, legata agli effetti immediati ed elementari in grado di suscitare una risposta, e la percezione, corrispondente all’organizzazione dei dati sensoriali in un’esperienza complessa, cioè al prodotto finale di un processo di elaborazione dell’informazione sensoriale, è che la percezione finale è la somma di sensazioni.
[5] L’emozione – L’emozione è uno stato affettivo, caratteristico di tutti gli esseri viventi.
L’emozione è un’impressione viva, un intenso moto, un impulso affettivo, di durata relativamente breve, piacevole o penoso, accompagnato da modificazioni fisiologiche e mentali, dovuto a forte impressione.
Le emozioni sono determinate non solo da uno stato interno dell’organismo, ma anche da una percezione di quanto avviene esternamente.
Ogni emozione implica una reazione cognitiva e fisica ad uno stimolo improvvisodi approvazione, sorpresa, paura, dispiacere, disgusto, aspettativa, rabbia, gioia, per questo ogni emozione è collegata a reazioni psicofisiologiche di vario genere, mescolate tra loro in modo complesso e particolare a seconda delle persone e delle situazioni.
L’emozione può provocare reazioni
·         Fisiologiche, ossia modificazioni somatiche diffuse (pallore o rossore, reazioni motorie ed espressive ecc.).
·         Cognitive ossia diminuzioni o miglioramenti nella capacità di concentrazione, confusione, smarrimento, allerta, e così via.
·         Comportamentali
L’emozione si distingue dal sentimento, perché quest’ultimo è meno intenso e più durevole e dà una particolare tonalità affettiva alle nostre sensazioni, alle nostre rappresentazioni ed alle nostre idee: mentre l’emozione è quindi involontaria ed istintiva, il sentimento, come il pensiero, è una funzione razionale.
[6]Sentimento - Il sentimento è la capacità di provare consapevolmente sensazioni ed emozioni. Il sentimento dunque non è più solo una percezione fisica, ma uno stato d’animo, un’emozione che è possibile razionalizzare e comunicare.
Es. l’amore, l’amicizia, la rabbia, la nostalgia ed altro.
I sentimenti sono espressione di ciò che ci circonda e che agisce direttamente o indirettamente su di noi. La maggior parte dei sentimenti è controllata dal nostro subconscio e per questo ogni elemento esterno ci coinvolge anche internamente: in altri termini dal nostro subconscio si innesca una catena logica, maturando così risposte logiche non esprimibili con parole, ma che si sviluppano nella nostra mente come concetti.
Ogni risultato, ottenuto da questa catena logica, è posto in una zona, ancora scientificamente ignota, chiamata anima, e perciò a volte si possono provare sentimenti contrastanti tra di loro e non sapere il motivo di tutto ciò.
Es.: L’innamoramento, che può effettuarsi tra due persone completamente diverse e perciò c’è uno scontro tra opinione soggettiva, che cerca profitto nei fatti per il soggetto stesso, ed opinione oggettiva (o del subconscio).
I sentimenti influenzano il nostro umore, il nostro modo di agire, il nostro modo di parlare, ma sopratutto il nostro modo di vivere e di essere: in altri termini i sentimenti influenzano tutta la sfera dell’affettività, un ambito che definisce i sentimenti e le emozioni proprie dell’uomo nell’ambito delle sue relazioni sociali, in particolare di quelle familiari, sentimentali e amicali caratterizzate da una particolare intimità.
[7]Passione – La passione è una tensione violenta e di una certa durata. L’idea di passione indica un cambiamento che subisce l’individuo (si è sopraffatti dal dolore, travolti dall’amare, ecc.).
Diversamente dall’emozione, che è passeggera, la passione è cronica, acuta, complessa, che polarizza l’attenzione attorno di un soggetto su un unico oggetto.
Nell’antichità le passioni sono state quasi sempre condannate come elementi disturbanti: i filosofi identificavano le emozioni con le passioni e Platone definiva le passioni come una malattia dell’anima. Tra queste forze interne il soggetto cerca un equilibrio che è sempre precario e instabile pertanto costituiscono una continua minaccia all’armonia del soggetto, se non guidate e indirizzate verso fini razionali e moralmente validi.
Le passioni hanno occupato l’attenzione dei filosofi fin dall’antichità classica, ma solo recentemente le scienze sociali hanno prestato attenzione alle diverse componenti della cultura emozionale, presenti nelle espressioni letterarie e nelle manifestazioni massmediali, ma anche nella dinamica dell’interazione sociale.
[8]Stato d’animoGli stati d’animo sono sentimenti o emozioni di intensità bassa e durata relativamente lunga: in altri termini lo stato d’animo è un modo di essere temporaneo o permanente, una situazione, una condizione psicologica che noi stessi ci creiamo mediante specifiche azioni mentali e fisiche.
Le componenti che determinano uno stato d’animo sono due:
1.       Le rappresentazioni interiori: le imitazioni di modelli familiari, le situazioni del passato, le nostre credenze, i nostri atteggiamenti, valori ed esperienze condizionano le rappresentazioni interne che ci facciamo;
2.       L’uso della fisiologia: la tensione muscolare, ciò che mangiamo, il modo di respirare, hanno un’incidenza enorme sul nostro stato d’animo.
L’esperienza interna e quella fisiologica influiscono l’una sull’altra, quindi i cambiamenti di stati d’animo implicano cambiamenti di rappresentazioni interne e di fisiologia: di conseguenza, per controllare il nostro comportamento dobbiamo controllare e dirigere i nostri stati d’animo, per controllare questi ultimi dobbiamo controllare e dirigere le nostre rappresentazioni interne e la nostra fisiologia.
Alcuni stati d’animo quali amore, fiducia in se stessi, forza interiore, gioia, estasi generano la forza personale; altri stati d’animo quali confusione, depressione, paura, ansia, tristezza, frustrazione rendono deboli. Per questo il comportamento umano è il risultato dello stato d’animo in cui ci si trova.
[9]Il testo descrittivo - La descrizione o testo descrittivo mostra con le parole com’è fatta una persona, un animale, una cosa, un ambiente, descrivendone le caratteristiche e gli aspetti più significativi.
La descrizione può essere:
1.       Oggettiva o impersonale: essa è caratterizzata dal fatto che chi comunica (scrive o parla) vuole presentare fedelmente la realtà attraverso una serie di dati condivisibili da tutti cioè impersonalmente.Essa si ha quando sono descritti dati fisici, utilizzando le informazioni che ci vengono dai sensi: (udito, vista, olfatto, gusto, tatto, cinestesia ed equilibrio, sensazione di dolore) gli atteggiamentie le abitudini senza aggiungere impressioni, opinioni e sentimenti personali. Il linguaggioè ricco di aggettivi qualificativi e di termini specifici. Iverbisono generalmente usati al tempopresente e le frasisono brevi e semplici. Lo scopo è quello di fornire informazioni chiare, ordinatee corrette.
Es.: E’ una ragazza di vent’anni. E’ alta e magra. Ha la carnagione chiara e gli occhi azzurri. Indossa un maglione di lana bianca e un paio di jeans chiari. Ha con sé un cagnolino.
2.       Soggettiva o personale: essa è caratterizzata dal fatto che chi comunica (scrive o parla) ha l’intenzione di rappresentare la realtà, dando particolare rilievo ai sentimenti, alleopinioni, alleriflessioni,alleesperienze personali.Il linguaggioè ricco di aggettivi qualificativi, attraverso i quali sono espressi giudizi e valutazioni, di paragoni e metafore. I verbi sono per lo più usati al tempo passato e iperiodi sono lunghi e complessi. Lo scopo è quello di rappresentare la realtà come appare a chi scrive, di creare un’atmosfera particolare e di suscitareemozionie riflessioni.
Es.: E’ una ragazza giovane, splendida, bella come il sole. Ha un viso luminoso e sorridente. I suoi capelli sono lunghi e luminosi come la sete. I suoi occhi, azzurri come il cielo, infondono fiducia e simpatia. Veste in modo semplice e sportivo: comodi e pratici jeans e un caldo maglione di lana bianca. Passeggia con un simpatico e vivace cagnolino.
Dati da considerare per descrivere:
1.       una persona
·         chi è
·         come si chiama
·         aspetto fisico (la corporatura, la statura, la carnagione, il viso, gli occhi, il naso, la bocca, i capelli, la voce)
·         abbigliamento: il modo di vestire
·         il carattere: qualità e difetti, l’intelligenza, i sentimenti.
·         il temperamento: come si comporta solitamente, gli atteggiamenti, il modo di parlare.
·         i suoi interessi.
·         la condizione sociale: l’età, la famiglia, il tipo di lavoro, la ricchezza, la povertà.
·         quali sentimenti suscita.
2. un animale
  • che animale è
  • come si chiama
  • ambiente in cui vive
  • caratteristiche fisiche
  • da cosa è ricoperto il suo corpo
  • versi che produce
  • il comportamento
  • il rapporto che ha con te
  • quali sentimenti suscita
[10] Saturno: nome latino di Crono, figlio di Urano e Gea e fratello dei Ciclopi. Tolse al padre il dominio del mondo e divorò i suoi figli per paura che lo privassero del trono; solo Zeus riuscì a salvarsi e divenne così signore degli dei. Dopo la riconciliazione fra padre e figlio Saturno ottenne il regno dei morti.
[11] Titani: figli di Urano e Gea, combatterono contro Zeus, ma, dopo la loro sconfitta, furono buttati nel Tartaro.
[12] antiveggente: capace di prevedere il futuro.
[13] divinatore: é sinonimo di antiveggente ed indica dunque la capacità di scoprire gli avvenimenti futuri o quelli presenti ignoti.
[14] immane: enorme, di dimensioni smisurate.
[15] chiaroveggenza: capacità di veder chiare le cose, anche quelle future.
[16] risoluto: sicuro, deciso ad agire in un determinato modo.
[17] Nume Onnipossente: Giove. La parola "nume" indica una divinità della mitologia.
[18] montagna radiosa: l'Olimpo, sede degli dei.
[19] purpuree: di un color rosso come la porpora.
[20] fucine: propriamente indica il focolare su cui i fabbri arroventano il ferro per batterlo all'incudine; qui per estensione indica il luogo, l'officina dove Vulcano lavorava.
[21] monili: gioielli.
[22] etneo: dell'Etna.
[23] nettare: bevanda degli dei.
[24] succo di rossi papaveri: i semi di questo fiore contengono sostanze che favoriscono il sonno
[25] ferula: bastone che rappresentava un simbolo di autorità.
[26] cavo: vuoto all'interno.
[27] firmamento: volta del cielo.
[28] temerario: troppo ardito, persona che non riflette sull'effettiva consistenza di un pericolo.
[29] Caucaso: alto sistema montuoso dell'Asia, si estende dal Mar Nero al Caspio.
[30] Ciclopi: giganti con un solo occhio, secondo alcune tradizioni lavoravano nell'officina di Vulcano, secondo altre erano pastori.
[31] baratro: abisso.
[32] Ninfe: divinità minori che abitavano i boschi, le selve e i corsi d'acqua.
[33] riarse: completamente secche.
[34] roso: consumato, distrutto a poco a poco.
[35] abbacinati: accecati.
[36] Campi Elisi: i luoghi dove si pensava che fossero accolti i giusti dopo la morte.
[37] alita: soffia.