Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

martedì 3 maggio 2016

Leggende dell'antica Roma

Roma: tra storia e leggenda
L’antico Lazio fu abitato già verso la metà del II millennio a.C. da popoli appartenenti alla cosiddetta cultura appenninica: insediamenti umani con un livello di civiltà tipico dell’Età del bronzo.
In seguito, con il passaggio all’Età del ferro verso l’IX secolo a.C., a sud dell’area della civiltà villanoviana, sviluppatasi per lo più nell’Emilia, ci fu lo sviluppo di piccoli villaggi della cosiddetta cultura laziale.
Intorno all’VIII-VII secolo, i villaggi, abitati per lo più da pastori, si fusero in agglomerati più ampi, che avvertirono l’esigenza di difendersi con mura di pietra. In questo modo, attraverso un processo di raggruppamento di villaggi vicini molto simile al sinecismo in Grecia, si formarono i primi antichi nuclei urbani protolaziali, di cui la mitica Alba Longa e Roma sarebbero state due esempi.
Il sorgere di Roma si giustifica per la sua felice posizione geografica, al centro delle vie che congiungevano l’Etruria con la Campania e il mare Tirreno con l’Appennino; la vicinanza dell’isola Tiberina garantiva inoltre agli abitanti il controllo della via del sale attraverso la quale si trasportava il prezioso prodotto delle saline dalla foce del Tevere all’Appennino. Il primo nucleo fu costituito sul colle Palatino, uno dei sette tradizionali colli (Aventino, Capitolino, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale) su cui si sarebbe poi sviluppata la città. Questo colle presenta, sulla sommità, un pianoro abbastanza vasto da permettere a più comunità di insediarsi; inoltre la naturale difesa, data dalle sue pendici scoscese, permetteva una certa sicurezza agli stessi nuclei abitativi.
La fondazione di Roma avvenne nel 753 a.C. Dopo solo due secoli la città, dapprima piccolo nucleo di pastori, si era imposta con una serie ininterrotta di guerre di difesa e di conquista, acquisendo un ruolo di tutto rilievo, dapprima nel Lazio, poi nell’Italia centro-meridionale, in seguito nell’intera penisola italica. Questa rapida evoluzione e soprattutto il contatto che si stabilì tra Roma e l’ambiente della Magna Grecia determinò un fiorire di leggende che si svilupparono dal V secolo a.C. in ambiente greco; questo corpus leggendario fu poi ripreso e rivisitato da alcuni autori latini delle origini, ma solo nel I secolo a.C. la potente sintesi epica dell’Eneide di Virgilio e la monumentale storia di Roma elaborata da Livio diedero una sistemazione compiuta alle leggende sulle origini.
Queste leggende però, pur non fornendo testimonianze utili sulla realtà del primo insediamento romano, attestano comunque l’inserimento di Roma nell’area culturale del mondo greco: l’Eneide collega, infatti, le origini di Roma al racconto epico della guerra di Troia e quindi al ciclo omerico, attraverso il viaggio di Enea, che, profugo da Troia con il figlioletto Ascanio e il vecchio padre Anchise, giunge nel Lazio e sposa Lavinia, figlia del re Latino. Il suo diretto discendente, Ascanio (o Julo), dopo la sua morte, fonderà la città di Albalonga.

T1 Protasi
Dall’Eneide[1] di Virgilio[2]
Quell'io che già tra selve e tra pastori
di Titiro[3] sonai l'umil sampogna,
e che, de' boschi uscendo, a mano a mano
fei[4] pingui e cólti i campi, e pieni i vóti[5]
d'ogn'ingordo[6] colono[7], opra[8] che forse
agli agricoli[9] è grata; ora di Marte[10]
l'armi canto e 'l valor del grand'eroe[11]
che pria[12] da Troia, per destino[13], a i liti
d'Italia e di Lavinio[14] errando venne;
e quanto errò, quanto sofferse,
in quanti e di terra e di mar perigli[15] incorse,
come il traea[16] l'insuperabil forza del cielo,
e di Giunon l'ira tenace[17]; e con che dura
e sanguinosa guerra fondò la sua cittade[18],
e gli suoi dèi ripose in Lazio: onde cotanto
crebbe il nome de' Latini[19], il regno d'Alba[20],
e le mura e l'imperio[21] alto di Roma.

Comprensione del testo
1.      Svolgi la parafrasi dei versi precedenti
2.      In quante sequenze può essere diviso il brano? Dai il titolo a ciascuna sequenza, individuando poi di che sequenza si tratta e riassumi infine a parole tue le sequenze.
Analisi del testo
1.      Individua le parole chiave della seconda sequenza e spiega perché esse sono fondamentali per comprendere la differenza fra i protagonisti omerici e il protagonista virgiliano.
2.      Ricerca le tre protasi dell’iliade dell’Odissea e dell’Eneide e mettile a confronto argomentando le differenze.

L’opera di Livio però va oltre questo inizio leggendario: ci mostra, infatti, quanto avvenne nel tempo, cominciando dal primo nucleo della fondazione di Albalonga. Pur non essendo l’unico storico romano ad aver compreso nella sua opera il racconto delle origini, Tito Livio[22] è sicuramente il più autorevole. I brani seguenti sono tratti dai primi dieci libri della sua monumentale storia di Roma, uno dei più rilevanti storici romani ad aver affrontato il problema delle origini.
Nella sezione dedicata a Livio, sono riportati brani suddivisi in tre sottogruppi: le origini, le antiche tradizioni e il mos maiorum.

T 2 Le origini di Roma
dalla Storia di Roma di Tito Livio
·         Le origini di Roma si perdono nella leggenda. Il brano definisce con ampiezza di particolari la leggenda delle origini. Trascorse molte generazioni di re discendenti da Ascanio, figlio di Enea, il trono di Albalonga passò a due fratelli, Numitore e Amulio. Quest’ultimo usurpò il potere a Numitore, dopo avergli impedito di avere discendenti, uccidendo i figli maschi e costringendo la figlia Rea Silvia a farsi vestale, cioè sacerdotessa di Vesta, legata al vincolo della castità. Ma Rea Silvia partorì due gemelli, presunti figli di Marte, che Amulio ordinò di sopprimere, facendoli abbandonare in una cesta sulle rive del fiume Tevere in piena. La buona sorte volle però che la cesta resistesse all’acqua e che il defluire della piena consentisse ad una lupa di allattare i gemelli, poi allevati da un pastore, Fàustolo, e da sua moglie, Acca Laurentia. Divenuti adulti, essi reintegrarono Numitore sul trono di Albalonga, uccisero Amulio e fondarono una nuova città. Ma l’impudenza di Remo, che aveva osato superare il solco tracciato da Romolo come simbolo sacro della nuova città, stimolò l’ira di Romolo, che uccise il fratello in nome della grandezza e della forza della nuova città.
·         Il brano mette in relazione il mito di Romolo con quello di Enea, nobilitando così le origini di Roma. Romolo non fu dunque un capo di pastori o un avventuriero privo di scrupoli, ma un figlio di stirpe regale, nato da Rea Silvia, discendente di Numitore, legittimo sovrano di Albalonga, città la cui fondazione risaliva ai tempi nei quali Enea, approdato nel Lazio e vinto il popolo dei Rutili, sposò Lavinia, figlia del re Latino, imponendosi con la sua stirpe su quel territorio. In tal modo il ciclo delle leggende romane si collega a quello greco-troiano, e ne acquista importanza. Si narra, poi, che Enea discendesse da Venere: ecco un altro motivo per esaltare e nobilitare le origini di Roma. Sebbene Livio non fosse un sostenitore del Principato, scriveva questa sua opera in un periodo in cui Ottaviano, al termine di settant’anni di guerre civili, attuava una politica di rifondazione dei valori originari di Roma, si comprende il notevole impatto che queste narrazioni leggendarie dovevano avere sul pubblico dei lettori del tempo.
·         Romolo non solo si collega alla stirpe di Enea, ma è egli stesso figlio di un dio, e uno dei più importanti della Roma delle origini, Marte, che nell’area del Lazio non ebbe, almeno inizialmente, la prerogativa guerriera caratteristica del greco Ares. Il dio, inizialmente protettore dei raccolti e, solo per assimilazione con il modello greco, divinità della guerra, anticipa il destino di Romolo, che concilia in sé la prerogativa di fondatore di un civiltà connotata da elementi agricolo-pastorali, come il territorio laziale proponeva, e di organizzatore, anche attraverso conflitti, della sua prima grandezza. Il primo conflitto con Remo, infatti, attesta la volontà deliberata del personaggio di imporsi non solo per concretizzare una propria ambizione personale, quanto per obbedire al destino: già in quel periodo conscio dell’immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.
·         Livio inserisce nel mito della fondazione di Roma il riferimento ad una delle dodici fatiche di Ercole, il furto degli armenti di Gerione. I due miti hanno solo un sottile legame, sono accomunati esclusivamente dall’identico luogo geografico che fa da sfondo alle vicende. Ma, oltre questo debole collegamento, è importante sottolineare come Livio, in età imperiale, valutasse il problema delle origini con la mentalità di uno scrittore che già aveva assistito alla completa assimilazione tra i miti autoctoni e quelli di provenienza greca. Nella sua mentalità, quindi, questa associazione risultava naturalissima.

Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l’inizio della più grande potenza del mondo dopo quella degli dèi[23]. La Vestale[24], vittima di uno stupro[25], diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che tendesse a rendere meno turpe[26] la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio, dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re[27]: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d’acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due neonati venissero ugualmente sommersi dall’acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l’ordine del re espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora c’è il fico Ruminale[28] (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt’ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l’acqua bassa lasciò in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale – pare si chiamasse Fàustolo – la trovò intenta a leccare i due neonati. Fàustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse. C’è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, non affrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno[29].
Si dice che già allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale[30] e che il monte fosse chiamato Pallanzio (in seguito Palatino) da Pallanteo, città dell’Arcadia[31]. Là Evandro[32], il quale, originario di quella stirpe di Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse introdotto importandola dall’Arcadia l’usanza che dei giovani corressero nudi celebrando con giochi licenziosi[33] Pan Liceo, che i Romani in seguito chiameranno Inuo[34]. Mentre erano intenti a questo spettacolo – dato che la ricorrenza era ben nota – si dice che i banditi, per la rabbia di aver perso il bottino, organizzarono un’imboscata. Romolo si difese energicamente. Remo, invece, lo catturarono e lo consegnarono al re Amulio, accusandolo per giunta del furto. Soprattutto gli imputavano di aver compiuto delle incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto un gruppo di giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra. Per questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca. Già sin dall’inizio Fàustolo aveva supposto che i bambini allevati in casa sua fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati erano stati abbandonati per volere del re e anche che il periodo in cui li aveva presi con sé coincideva con quel fatto. Però non aveva voluto che la cosa si venisse a sapere quando ancora non era il momento giusto (a meno che non si fossero presentate l’occasione propizia o una necessità urgente). Fu quest’ultima ipotesi a verificarsi per prima: spinto dalla paura rivelò la cosa a Romolo. Per caso anche Numitore mentre teneva prigioniero Remo e aveva saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il carattere per niente servile[35], era stato toccato nell’intimo dal ricordo dei nipoti; e a forza di far domande arrivò a un punto tale che poco ci mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un doppio complotto ai danni del re[36]. Romolo lo assale, però non col suo gruppo di ragazzi – infatti non sarebbe stato all’altezza di un vero e proprio colpo di forza –, ma con altri pastori cui era stato ordinato di arrivare alla reggia in un momento prestabilito e secondo un altro percorso. Dalla casa di Numitore, invece, Remo accorre in aiuto con un’altra schiera di uomini che era riuscito a procurarsi. Così trucidano il re. Numitore, durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le armi. Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci dalla strage appena compiuta, convocata subito l’assemblea, rivelò i delitti commessi dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine dei nipoti, la loro nascita, il modo in cui erano stati allevati, il sistema con cui erano stati riconosciuti, e infine l’uccisione del tiranno, della quale dichiarò di assumersi la piena responsabilità[37]. Dopo che i due giovani, entrati con le loro truppe nel mezzo dell’assemblea, ebbero acclamato re il nonno, l’intera folla, con un grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e l’autorità. Così, affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e allevati. Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso[38]. A questo si erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano la speranza che Alba Longa e Lavinio[39] sarebbero state piccole nei confronti della città che stava per essere fondata. Su questi progetti si innestò poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere, e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio abbastanza tranquillo[40]. Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo[41], toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali[42], Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida[43]: “Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura”. In questo modo Romolo si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. In primo luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito albano, e secondo quello greco in onore di Ercole[44], così com’erano stati istituiti da Evandro. Stando alla leggenda proprio in questi luoghi Ercole uccise Gerione[45] e gli portò via gli splendidi buoi[46]. Perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a sé. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che spingendo l’armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all’indietro nella sua grotta. Al sorgere del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l’esterno ed escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l’armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse nella grotta fece girare Ercole. Caco cercò di impedirgli con la forza l’ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava[47]. In quel tempo governava la zona, più per prestigio personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell’arrivo in Italia della Sibilla[48] aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di profetessa. Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell’individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: “Salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito”. Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l’augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l’altare. Lì, rendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona.
[…].
Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio dell’immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.

Comprensione del testo
1. Dividi il testo letto in sequenze, attribuendo a ciascuna un titolo per mezzo di una breve frase nominale.
2. Scrivi un riassunto del brano, in circa quindici righe di foglio protocollo.
3. Scrivi una breve sintesi del brano in cinque righe.
4. Individua nel passo i riferimenti geografici e spiegali.
5. Rintraccia alcuni riferimenti significativi ai miti.
Analisi del testo
1.      Individua nel passo i riferimenti geografici e spiegali.
2.      Rintraccia alcuni riferimenti significativi ai miti.

Le antiche tradizioni
I due testi – Il ratto delle sabine e Orazi contro Curiazi – descrivono i primi importanti atti di vita della città: i matrimoni con popoli vicini e la conquista dell’egemonia sui territori circostanti. Anche in questi due brani risultano evidenti i segni premonitori di un futuro grandioso, sia attraverso l’abilità politica di Romolo, sia attraverso la forza e l’abnegazione dei soldati chiamati alla difesa della città.
Emergono eroi mitici, ma non si tratta, come per il mondo greco, di racconti di imprese a metà tra l’umano e il divino, bensì di narrazioni di imprese o di atti riferibili alla vita concreta di una città che espresse attraverso i suoi eroi la propria grandezza.

T 3 Il ratto delle Sabine
·         I primi abitanti di Roma, probabilmente provenienti dai colli Albani, erano dediti alla cremazione dei defunti, le cui ceneri erano sepolte in una zona più bassa rispetto al Palatino, dove poi si sarebbe sviluppato il Foro romano. Nell’VIII secolo a.C. ad un primo nucleo di crematori se ne unirono altri che, invece, li seppellivano – i cosiddetti inumatori – provenienti dalla vicina Sabina. L’incontro tra queste diverse comunità promosse non solo lo sviluppo di un agglomerato urbano sempre più solido, ma anche le prime forme di alleanze tra gruppi diversi, come attesta la probabile associazione al regno di Romolo del re sabino Tito Tazio. Alla versione degli storici si affianca quella della tradizione, a cui dà voce Tito Livio in un bellissimo brano. Un precedente tentativo di incrementare il numero delle donne a Roma tramite matrimoni con i popoli vicini era fallito: la tradizione attesta che i popoli interpellati non solo avevano rifiutato di concedere le loro donne ai Romani, ma li avevano pure tacciati di essere un gruppo poco affidabile di razziatori. Romolo risolve il problema, mettendo in luce ottime capacità politiche e organizzative, nonché forte deliberazione ed efficacia d’azione.
·         Livio intraprende una narrazione che ha caratteristiche di aderenza alla realtà dei fatti, ma si caratterizza anche per l’inserimento nel racconto di dati ed elementi che riflettono la psicologia dei personaggi. Ciò significa che la storia raccontata da Livio non è impersonale, ricostruita semplicemente sulle fonti, ma risulta quasi romanzata, nell’intento di offrire al lettore un ulteriore interesse per procedere nella lettura e per “rispecchiarsi” quasi nei fatti raccontati. La psicologia dei personaggi – singoli o collettivi – emerge molto bene soprattutto nei discorsi riportati direttamente dall’autore o ridotti a sommari. Il discorso di Romolo rivolto alle donne sabine è un capolavoro di arte persuasiva perché fa leva su sentimenti schietti e su sinceri propositi di comportamento di un gruppo: ciascuno si sarebbe sforzato, per quanto era possibile, oltre che di adempiere i doveri di marito, di acquietare la loro nostalgia per i genitori e per la patria. Anche la psicologia delle donne sabine viene messa in evidenza nel discorso che esse rivolgono agli eserciti in lotta e dal coraggio che dimostrano nel collocarsi impavide in mezzo ai proiettili volanti, tentando in ogni modo di separare gli odi. I tratti psicologici delle donne sabine corrispondono perfettamente all’ideale del mos maiorum tipico delle donne romane.
·         Il termine eziologia, dal greco, significa “causa, ragione di una parola, di un nome”. Si parla quindi di mito eziologico quando, attraverso un racconto fantastico, si chiarisce appunto il significato di un nome, legato a un fatto, un fenomeno, una località. Nel testo di Livio per ben due volte compare la spiegazione di un nome. Nel primo caso si tratta dell’espressione “A Talasso!” che Livio riferisce essere caratteristica della tradizionale cerimonia nuziale romana e che, a suo parere, deriva da un grido ripetuto durante il ratto per indicare la persona a cui era destinata la fanciulla più bella tra quelle rapite. Si trattava quindi, nella cerimonia nuziale, di una formula che doveva essere particolarmente gradita alla sposa, giudicata la più bella da chi si univa in matrimonio con lei. Un altro particolare curioso è la spiegazione del nome di Quiriti che accompagna da sempre quello di Romani: Livio accetta la tradizione secondo la quale il termine deriverebbe dalla città di Curi, i cui abitanti, venuti a Roma, si stanziarono sul Quirinale e onorarono il dio Quirino.

Fece quindi annunciare lo spettacolo[49] presso i popoli confinanti e fu fatto ogni sforzo per organizzarli nel modo più splendido possibile, sì da render quell’avvenimento di grande richiamo e carico di attese. Accorsero in molti, anche per la curiosità di vedere questa nuova città; in particolare giunsero le popolazioni più vicine, i Ceninesi, i Crustumini, gli Antemnati e poi, in massa, tutti i Sabini con mogli e figli. Cordialmente ospitati nelle case romane, ebbero agio di osservare la posizione della città, le sue mura, i quartieri ricchi di abitazioni e si stupirono che Roma fosse diventata così grande in un tempo tanto breve[50].
Quando arrivò l’ora dello spettacolo e tutti con gli occhi e con la mente erano assorbiti in quello, secondo il piano prestabilito scattò l’operazione e, al segnale convenuto, i giovani romani si lanciarono a rapire le ragazze. La maggior parte fu presa a casaccio, dal primo in cui si era imbattuta, ma alcune molto belle, destinate ai più potenti dei senatori, erano portate alle loro case da plebei appositamente incaricati.
Si racconta che una, decisamente più bella di tutte le altre, fu rapita dalla masnada[51] di Talassio: molti chiedevano a chi la portassero e a tutti, per evitare che le venisse usata violenza, veniva gridato “A Talassio!”. Per questo l’espressione “A Talassio!”[52] divenne il grido usato nelle cerimonie nuziali.
Dopo che i giochi furono sconvolti dalla paura, i genitori delle ragazze se ne andarono affranti, denunciando la violazione dell’ospitalità e invocando il dio per la cui festa erano giunti[53], tratti in inganno con lo spergiuro e il tradimento. E le ragazze rapite non nutrivano migliore speranza né minore indignazione.
Ma Romolo in persona andava in giro a spiegare che quel gesto era stato compiuto a causa della superbia dei loro padri che si erano rifiutati di stabilir legami di matrimonio con i vicini; affermava che esse sarebbero divenute mogli legittime e rese partecipi di tutti i beni, della cittadinanza e dei figli, di cui niente è più caro al genere umano[54]. Le esortava dunque ad addolcire l’ira e a concedere il cuore agli uomini ai quali la sorte aveva dato il loro corpo: aggiungeva infine che spesso da un’offesa nacque poi l’amore e che esse avrebbero avuto mariti migliori proprio perché ciascuno si sarebbe sforzato, per quanto era possibile, oltre che di adempiere i doveri di marito, di acquietare la loro nostalgia per i genitori e per la patria[55]. Ai discorsi di Romolo si aggiungevano le parole dolci dei mariti, che si giustificavano dicendo che il rapimento era stato fatto per desiderio d’amore, e questo è un argomento particolarmente efficace su una donna.
[I Sabini erano però decisi a vendicare l’offesa subita con una guerra. Per questo il loro re Tito Tazio organizzò un esercito per muovere contro i Romani. Ma le donne sabine si opposero alla violenza.]
Allora le donne sabine, dall’offesa delle quali aveva tratto origine la guerra, con i capelli sciolti[56] e la veste lacerata, vinta la timidezza per la gravità della situazione, ebbero il coraggio di passare in mezzo ai proiettili volanti e, irrompendo di lato fra i combattenti, di separare gli odi, scongiurando di qua i padri, di là i mariti di non bagnarsi empiamente del sangue di un suocero o di un genero, di non macchiare con l’assassinio di un parente il frutto dei loro ventri, nipoti per gli uni, figli per gli altri. “Se a dispiacervi è la parentela, se è il matrimonio, rivolgete su di noi la vostra ira: noi siamo causa della guerra, noi causa di ferite e di morte per i mariti e i padri. Meglio sarà per noi morire piuttosto che vivere senza uno di voi, vedove od orfane”[57].
Questo intervento commuove sia la massa sia i capi: cala d’un tratto un gran silenzio e quindi i capi si fanno avanti per stringere un patto; non solo fanno la pace, ma di due stati ne fanno uno solo: mettono in comune l’autorità regia e portano tutto a Roma[58]. Così, raddoppiata la città, affinché qualcosa fosse concesso anche ai Sabini, gli abitanti di Roma si chiamarono Quiriti, dal nome di Curi[59].

Orazi contro Curiazi
·         La potenza di Roma, accresciutasi nel tempo, infastidiva le città vicine. Nei primi tempi della monarchia romana un conflitto oppose Roma e Albalonga per stabilire quale delle due dovesse avere il predominio sul territorio vicino. Non si trattò, tuttavia, di una guerra aperta, ma di una particolare forma di duello tra le due città, decisa da Tullo Ostilio, allora re di Roma, e da Mezio Fufezio, il dittatore di Albalonga. In entrambe le città, infatti, c’erano, per una singolarissima coincidenza, tre gemelli della medesima età, gli Orazi dalla parte di Roma, i Curiazi da quella di Albalonga. A loro fu affidato il compito di sostenere il confronto, il cui esito sarebbe stato decisivo per le sorti egemoniche della città cui appartenevano. Esso si concluse con la vittoria degli Orazi, macchiata, tuttavia, da un delitto atroce, la cui gravità ebbe comunque l’attenuante dei grandi meriti del giovane Orazio che l’aveva commesso.
·         Il testo descrive un situazione di conflitto per l’egemonia – il termine ricorre più volte – in cui si vennero a trovare le città di Roma e di Albalonga durante il periodo monarchico di Roma. Una guerra aperta tra le due città avrebbe sicuramente portato ad un loro eccessivo indebolimento, situazione che poteva metterle a rischio soprattutto di fronte al mondo etrusco, sempre pronto ad approfittare di un’eccessiva debolezza delle città immediatamente a sud del suo dominio. La situazione è salvata dal caso: Per caso c’erano in entrambi gli eserciti tre gemelli del tutto simili fra loro per età e per forza. Ma la vera forza dei due popoli sta nell’essere accomunati nel sentimento di totale servizio nei confronti dello Stato. Il singolo non sembra contare per se stesso né nella sua dimensione privata, ma solo come suddito dello Stato. Ciò avviene sia per i Romani sia per gli Albani. Unanime è, infatti, il sentimento di accettazione del loro ruolo da parte dei sei giovani destinati a morire per la patria. Livio li descrive, nello stile felicemente sintetico della sua pagina, come consapevoli che gli dei, la patria, i genitori e i concittadini tutti, quelli rimasti in città e quelli in armi, tenevano in quel momento gli occhi fissi alle loro armi e alle loro braccia. Essi, quindi, sono strumenti nelle mani dei loro rispettivi Stati, cui viene affidato il compito importante di vincere ad ogni costo. Le virtù del mos maiorum si esprimono qui attraverso lo sprezzo del pericolo, il coraggio, fino al sacrificio di sé.
·         La narrazione di Livio è attenta a cogliere aspetti della psicologia dei personaggi, singoli e collettivi – in questo caso i giovani gemelli impegnati nella lotta e il popolo in armi che partecipa trepidante, ora esultante, ora deluso – articolando le varie tappe del confronto, fatto di forza fisica, di ferite, di sangue, di morte, ma anche di astuzia, di abili mosse, di pensiero. La vittoria romana è tanto più apprezzabile e trionfale quanto più sofferta e a un certo punto insperata: abbandonarono del tutto la speranza le legioni romane. Ma alla fine, il colpo di scena ne mette in crisi lo stesso valore. Come si può giustificare il feroce delitto compiuto da Orazio nei confronti della sorella straziata per la morte del fidanzato albano? Anche ai Romani del tempo il fatto apparve atroce, persino alla commissione senatoria preposta a giudicarlo e alla plebe, a cui l’eroe aveva fatto appello. Atroce, ma con forti attenuanti, in quanto l’eroe aveva compiuto a favore dello Stato. Emergono da questo epilogo alcune considerazioni: la virtus del cittadino romano si manifesta in una serie di comportamenti che egli deve tenere in ogni momento della sua vita, tra cui in primo piano la dedizione al bene comune, che porta a sacrificare qualsiasi privato sentimento.

Per caso c’erano in entrambi gli eserciti tre gemelli del tutto simili fra loro per età e per forza. Si sa con certezza che si chiamavano Orazi e Curiazi. Nessun’altra vicenda antica è più famosa di questa, però, nonostante la notorietà dell’episodio, permane l’incertezza circa i nomi: non si sa cioè a quale popolo appartenessero gli Orazi e a quale i Curiazi; le fonti portano testimonianza a favore di entrambe le ipotesi, però trovo che la maggioranza di esse chiama Orazi i Romani e a questo desidero attenermi[60].
I re chiedono ai gemelli di combattere ciascuno per la propria patria e di tener presente che l’egemonia sarebbe stata là dove ci fosse stata la vittoria. Nessuna obiezione[61]; si stabilisce l’ora e il luogo dello scontro. Prima di dare inizio al combattimento viene stretto fra Romani e Albani un patto, in base al quale il popolo a cui fossero appartenuti i vincitori avrebbe avuto il diritto di dominare l’altro, senza incontrare resistenza alcuna.
Concluso il patto, i tre gemelli, come era stato convenuto, prendono le armi. Fra le esortazioni dei rispettivi popoli che ricordavano che gli dei, la patria, i genitori e i concittadini tutti[62], quelli rimasti in città e quelli in armi, tenevano in quel momento gli occhi fissi alle loro armi e alle loro braccia, essi, animosi già per natura e infiammati dalle grida di incitamento, s’avanzano in mezzo ai due eserciti. I soldati si erano schierati davanti ai rispettivi accampamenti, senza timore per il presente, ma non senza ansia, poiché era in gioco l’egemonia, affidata al valore e alla fortuna di così pochi uomini. E dunque seguono tutti in piedi e con grande tensione quello spettacolo per loro affatto piacevole. Viene dato il segnale e con le armi in pugno, come due reparti schierati, i tre giovani si lanciano all’attacco con l’ardore di due eserciti. Né gli uni né gli altri si preoccupano del rischio personale: pensano all’egemonia e alla schiavitù del loro popolo, pensano che la sorte della patria sarà quella che proprio loro avranno saputo procurare[63]. Appena risuonarono le armi al primo scontro e corrusche[64] balenarono le spade, una grande angoscia strinse il cuore degli spettatori: le speranze erano pari per entrambi e quindi la tensione troncava la voce e mozzava il respiro[65].
Nel vivo della mischia, quando ormai l’attenzione non si appuntava più soltanto ai movimenti del corpo o all’incerto incrociarsi delle armi, ma anche alle ferite e al sangue, due Romani caddero l’uno sull’altro morti, mentre gli Albani erano tutti e tre soltanto feriti. A tale evento levò grida di giubilo l’esercito albano, mentre abbandonarono del tutto la speranza le legioni romane, rimanendo tuttavia in ansia e col fiato sospeso per la sorte di quel solo Orazio, che i tre Curiazi avevano circondato[66].
Egli era per avventura rimasto illeso e quindi, se pure non era in grado di far fronte da solo a tutti e tre insieme, era però imbattibile contro ciascuno singolarmente preso. E quindi, per affrontarli separatamente, si diede alla fuga[67], sicuro che lo avrebbero inseguito, per quanto lo avrebbe permesso a ciascuno il corpo indebolito per le ferite. Già aveva percorso un lungo tratto dal luogo del combattimento quando, voltandosi indietro, vede che gli inseguitori sono a gran distanza l’uno dall’altro e che il primo non è lontano. Si rivolge quindi contro di lui con gran violenza e mentre l’esercito albano grida ai Curiazi di portar aiuto al fratello, l’Orazio, ucciso il nemico, si prepara ad affrontare da vincitore il secondo duello. I Romani allora incitano il loro compagno con gran clamore, simile a quello dei tifosi che applaudono per una vittoria insperata; e quello si affretta a concludere lo scontro[68].
Prima dunque che il terzo – non era lontano – potesse raggiungerlo, uccide anche il secondo Curiazio. Ormai si erano riequilibrate le sorti poiché era rimasto un uomo per parte, sebbene in condizioni e con speranze ben diverse: l’uno si presentava al terzo combattimento pieno di baldanza per l’integrità fisica e la duplice vittoria, l’altro si offriva ai colpi del nemico vincente, trascinando il corpo sfinito per le ferite e stremato per la corsa, con la sconfitta già nel cuore a causa della precedente uccisione dei suoi fratelli. Non ci fu lotta. Il Romano esultante esclamò: “Due li ho offerti ai Mani[69] dei miei fratelli, il terzo lo offro alla causa che è alla base di questo combattimento, affinché i Romani esercitino il dominio sugli Albani”.
[Dopo il combattimento, Orazio ritorna trionfante in Roma con il suo “bottino” di guerra.]
Orazio procedeva in testa a tutti con le spoglie dei tre. Davanti alla porta Capena[70] gli si fece incontro la sorella, una fanciulla che era stata promessa in sposa a uno dei Curiazi: riconosciuto sulle spalle del fratello il manto del fidanzato che lei stessa aveva fatto, sciolse i capelli e piangendo chiamò per nome il suo promesso sposo. Il pianto della sorella di fronte alla sua vittoria e in mezzo a tante manifestazioni di gioia, eccitò lo sdegno del giovane impetuoso e gonfio d’orgoglio: afferrata dunque la spada, la trafisse dicendo: “Vattene dal tuo fidanzato, col tuo amore inopportuno, visto che hai dimenticato i fratelli uccisi e quello rimasto in vita, visto che hai dimenticato la patria. Muoia così qualunque donna romana piangerà un nemico”[71]. Il gesto apparve un delitto atroce sia ai Senatori sia alla plebe[72], ma, alla gravità del crimine, si contrapponevano i recenti grandi meriti del giovane.

Comprensione del testo
1. Rispondi alle seguenti domande.
a. Quale problema è nato tra la città di Roma e di Albalonga?
b.Come si pensa di risolverlo?
c. Come viene organizzato il confronto tra i due gruppi di giovani guerrieri?
d.Che cosa fanno nel frattempo i due eserciti in armi, quello di Roma e di Albalonga?
e. Qual è l’esito della prima fase del combattimento?
f. Quali strategie adotta Orazio, rimasto ormai solo?
g.Quale fatto inatteso avviene? Come lo giustifica Orazio?
Analisi del testo
2. La parte più interessante del racconto è, secondo alcuni critici, l’ultima, quella che descrive con estrema sintesi l’omicidio della sorella Orazia. Di che cosa è rea la fanciulla? Articola con ampiezza la tua risposta.
3. Dividi il testo in sequenze e osserva come Livio varia la prospettiva narrativa, mettendo in primo piano ora un personaggio, ora un altro (considera anche i personaggi collettivi, il popolo dell’uno e dell’altro schieramento). Preparati a sostenere un breve discorso su questo argomento.

Esempi di mos maiorum
Comprende due testi, riferibili alla fine della monarchia e ai primissimi anni della Repubblica. I testi hanno come tema comune l’esaltazione del mos maiorum, espressione con la quale si indicava il costume degli antenati, ossia quel sistema di tradizioni e di valori che era alla base della loro civiltà e del loro modo di intendere la vita, tutti riconducibili alla completa dedizione del cittadino romano allo Stato.
L’ossequio al mos maiorum significava per un romano essere consapevole di appartenere a Roma, sentirsi parte di un popolo che stabiliva solidi rapporti con il suo passato; e si sarebbe evoluto nel futuro, mantenendo tuttavia forti questi legami con il passato.

Orazio Coclite
·         Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo – ultimo re di Roma – questi, rifugiatosi presso Porsenna, lucumone di Chiusi, tentò di rientrare con l’esercito a Roma. Le forze dell’esercito etrusco erano soverchianti rispetto alle schiere romane, ma Roma seppe resistere grazie ad una strategia militare in cui prevalsero piccoli, eroici attacchi di disturbo all’esercito nemico a battaglie campali. In uno di questi scontri si distinse Orazio Coclite, che, con un eroico gesto, riuscì a evitare che gli Etruschi invadessero Roma passando per il ponte Sublicio, che collegava il Gianicolo con la sponda opposta del Tevere e quindi con il cuore stesso della città. Orazio Coclite fu dunque un eroe difensore della patria in un momento di sommo pericolo per la città, ma soprattutto fu capace di stimolare i soldati dell’esercito di Roma alla virtus, intesa come sprezzo del pericolo e massima dedizione per il bene dello Stato.

All’avvicinarsi dei nemici, dalla campagna tutti corrono verso la città. Tutt’intorno a Roma vengono collocate guarnigioni di soldati: alcuni punti parevano sicuri per la presenza di mura solide, altri per quella del Tevere che faceva da barriera. Mancò poco che il ponte Sublicio[73] offrisse ai membri una via d’entrata, se non fosse stato per Orazio Coclite: tale baluardo trovò in quell’ora la fortuna del popolo romano[74]!
Egli si trovava per caso nella guarnigione posta a difesa del ponte; accortosi che il Gianicolo era stato occupato con un assalto improvviso e che di là i nemici calavano di corsa, mentre il suo reparto in preda al panico abbandonava le armi e lo schieramento[75], cercò di trattenere i suoi compagni a uno a uno e di bloccare chi si dava alla fuga, chiamando a testimone il giuramento fatto agli dei e agli uomini[76]: gridava che vana sarebbe stata la loro fuga se abbandonavano il posto di combattimento; se fossero fuggiti lasciandosi il ponte alle spalle, ci sarebbero stati in breve più nemici sul Palatino e sul Campidoglio che sul Gianicolo. E quindi li esortava, li incitava a tagliare il ponte con il ferro, con il fuoco, con qualunque mezzo: lui avrebbe sostenuto l’assalto dei nemici, per quanto era possibile a un uomo solo. Corre quindi alla testa del ponte distinguendosi nello spettacolo offerto dalle schiene dei fuggitivi, poiché era l’unico a tenere le armi rivolte verso il nemico, pronte per il combattimento e con tale gesto di coraggio sovrumano riempì di stupore i nemici[77].
Il senso dell’onore trattenne tuttavia con lui altri due compagni, Spurio Larcio e Tito Erminio, nobili entrambi per stirpe e per imprese compiute. Con questi sostenne per un po’ la tempesta iniziale e la fase più aspra del combattimento. Poi, quando rimaneva da tagliare soltanto una piccola parte del ponte e veniva quindi richiamato indietro a gran voce, ordinò anche a quelli di mettersi in salvo. Volgendo intorno occhiate truci e minacciose sui nobili etruschi, ora li sfidava a uno a uno, ora li provocava tutti assieme, gridando che essi, schiavi di re superbi, venivano a schiacciare la libertà altrui, dimentichi della propria. Quelli rimasero a lungo immobili, guardandosi l’un l’altro in attesa di un attacco; infine un senso di vergogna riscosse la schiera e con un sol grido da ogni parte lanciarono frecce contro il nemico, un uomo solo[78]. Poiché queste rimasero infisse nello scudo ed egli con non minore energia rimaneva saldamente a guardia del ponte, i nemici già cercavano con un assalto di abbattere l’eroe, quando ad arrestarne l’avanzata giunsero insieme il fragore del ponte che crollava e le grida di gioia dei Romani che avevano concluso il lavoro. Allora Coclite disse: “Padre Tiberino[79], devotamente ti prego di accogliere con acque propizie queste armi e questo soldato”. Quindi, armato com’era, balzò nel Tevere e nonostante la pioggia di frecce che scendeva su di lui, arrivò sano e salvo a nuoto sino ai suoi, dopo aver osato tentare un’impresa destinata a serbare presso i posteri più fama che credibilità[80].

Comprensione del testo
1. Rispondi alle seguenti domande.
a. Quale guerra si sta svolgendo presso Roma? Siamo nel periodo monarchico o in quello repubblicano?
b.Quale sentimento provano i soldati romani di fronte al rapido avanzare dei nemici?
c. Con quali parole li stimola Orazio Coclite?
d.Quali strategie fa sue per riuscire a contenere il pericolo?
e. Come reagiscono i compagni d’armi?
f. I nemici vengono rappresentati come forti o come deboli e rinunciatari?
g.Come si conclude il breve episodio?
h. Di quale ponte si parla? Che cosa sai circa il suo nome?
Analisi del testo
2. Orazio Coclite viene definito un baluardo per lo Stato romano. Che cosa significa questo termine?
3. Che cosa vuole intendere l’autore, quando cita il giuramento fatto agli dei e agli uomini?
4. Nel testo spicca la personalità dell’eroe romano. Quali atteggiamenti lo definiscono? Quali pensieri? Quali azioni?

Ostinata pudicizia[81] di Lucrezia
·         Il punto di partenza è una scena di banchetto in un accampamento, in cui alcuni esponenti della nobiltà si incontrano e discutono della virtù delle loro mogli. Nasce il desiderio di gareggiare tra loro per definire quale delle mogli sia la più virtuosa. La proposta viene da Collatino, che ben conosce le virtù della sua sposa, Lucrezia, una donna riservata e modesta, seppur bellissima. E Lucrezia di fatto vince la prova, intenta a filare con le sue ancelle nell’atrio di casa, contrapposta nella narrazione di Livio alle nuore del re, che banchettavano. Ma proprio la pudicizia di Lucrezia stimola l’interesse di Sesto Tarquinio, che, pochi giorni dopo, si presenta a casa sua e, accolto come un ospite, le usa violenza, ricattandola vilmente. La reazione della donna è deliberata e senza revoche.
·         La memoria storica dei primordi di Roma non concede molto spazio alle donne, escluse da attività politiche e militari, viventi solo di luce riflessa, nel rapporto di subordinazione ai loro uomini. Livio, tuttavia, non le trascura, ma coglie nel loro comportamento qualche modello esemplare, sia nel bene sia nel male. Lucrezia rappresenta un riferimento positivo per il comportamento di tutte le donne romane, in particolare quelle costrette e subire violenza con l’inganno e la frode, senza alcuna complicità. Essa si contrappone a Orazia, la giovane piangente per la morte del marito, nell’episodio del confronto tra Orazi e Curiazi. Orazia non ha compreso il senso di essere donna romana, quindi di accompagnare con un complesso di virtù al femminile il sacrificio degli uomini in armi per il bene dello Stato. Ella ha anteposto all’amor di patria i propri sentimenti personali. Per questo il fratello l’ha punita. Al contrario, Lucrezia ha scelto di sacrificare la propria vita, consapevole che l’oltraggio che l’ha colpita non può essere cancellato se non con il suo stesso sangue. Pur non volendolo, ella è stata infedele, ma soprattutto Lucrezia ha compreso il forte legame che la collega alla res pubblica (lo Stato, inteso come patrimonio comune). Raccomanda infatti, prima di darsi eroicamente la morte, che il suo adulterio non resti impunito. Livio stesso narra che da questo fatto prese corpo la ribellione contro i Tarquini, che portò alla cacciata dell’ultimo re, proprio per impulso di Bruto e Collatino, i primi due consoli della Repubblica.
·         Livio organizza il racconto in tre grandi sequenze: la prima riguarda una sorta di antefatto, che rivela il carattere goliardico e spregiudicato di certa gioventù romana, in un periodo di pausa della guerra. La seconda rappresenta la fase culminante del racconto, in cui si verifica l’elemento imprevisto, che muove verso la tragedia. La terza è inizialmente una sequenza lenta, di tipo riflessivo, giocata sulla risposta al primo intervento di Collatino, rivolto alla moglie: Tutto bene? La donna spiega allora quanto è avvenuto e le sue irrevocabili intenzioni, fino all’epilogo tragico, rapidissimo. Livio è maestro del racconto, nell’inserimento, ove opportuno, del confronto (tra Lucrezia e le nuore del re); del discorso diretto, mai prolisso, ma essenziale; della riflessione; della rapida azione, sintetizzata nel sommario: Si pianta quindi nel cuore un coltello che teneva celato sotto la veste e accasciatasi sulla ferita giace morente.


Mentre l’esercito era fermo nell’accampamento […] giovani principi passavano talvolta il tempo riunendosi con gli amici a banchettare e a far baldoria.
Per caso, mentre se la spassavano nella tenda di Sesto Tarquinio, dove fra gli invitati c’era anche Collatino[82], figlio di Egerio, il discorso cadde sulle rispettive mogli e ciascuno esaltava in ogni modo la propria. Accesasi una gran discussione, Collatino disse che non c’era affatto bisogno di tante parole, in poche ore avrebbero potuto constatare loro stessi quanto la sua Lucrezia fosse superiore alle altre. “Siamo giovani nel pieno delle forze – disse –, perché non montiamo a cavallo e non andiamo a controllare di persona le qualità delle nostre mogli? Sarà per tutti la più evidente delle prove la scena che si presenterà all’arrivo inatteso del marito[83]”. Gli animi erano eccitati per il vino: “Su andiamo” dicono tutti e, spronati i cavalli, volano a Roma. Vi giunsero al primo calar della sera e quindi proseguirono per Collazia[84] dove trovarono Lucrezia che, a notte fonda, seduta nell’atrio, fra le ancelle al lavoro al lume di una lucerna, era intenta a filare la lana, non come le nuore del re, sorprese a sprecare il loro tempo in lussuosi banchetti con le compagne[85]! La vittoria in quella gara spettò a Lucrezia. Il marito e i Tarquini ebbero lieta accoglienza e Collatino, vincitore, invitò i principi a fermarsi per la cena. Durante il banchetto Sesto Tarquinio fu preso dall’insano desiderio di possedere Lucrezia con la forza, eccitato sia dalla sua bellezza sia dalla sua comprovata onestà. Per il momento, però, dopo quell’avventura notturna[86], ritornarono all’accampamento.
Pochi giorni dopo[87], Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, con un solo compagno andò a Collazia. Fu accolto con cortesia da Lucrezia e dai suoi familiari, che nulla sospettavano e dopo cena fu condotto nella camera degli ospiti: bruciante di passione, poi che gli parve che tutt’intorno fosse tranquillo e che tutti dormissero, con la spada in pugno si recò da Lucrezia che giaceva immersa nel sonno e premendo la mano sinistra sul suo petto le disse: “Taci, Lucrezia! sono Sesto Tarquinio, in mano ho la spada, morirai se ti sfuggirà un grido[88]!”. Mentre la donna destandosi terrorizzata non scorgeva possibilità alcuna di aiuto, ma solo una minaccia di morte incombente, Tarquinio le confessò il suo amore, pregò, alternò preghiere e minacce, cercò di tentare in ogni modo il suo animo[89]. Visto che era salda nel suo proposito e che non si lascia va piegare neppure dalla paura della morte, alla minaccia di morte aggiunse quella del disonore[90]: affermò che accanto al suo cadavere avrebbe messo uno schiavo nudo dopo averlo sgozzato, in modo che si dicesse che era stata uccisa sorpresa in un vergognoso adulterio. Con questo ricatto la libidine[91] ebbe il sopravvento contro quell’ostinata pudicizia, e risultò in apparenza vincitrice[92].
Partito che fu Tarquinio, pieno di baldanza per aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia, sconvolta da tanta vergogna, mandò un messaggero a Roma dal padre e quindi ad Ardea[93] dal marito, sollecitandoli a correre da lei, ciascuno con un amico fidato: era necessario che venissero con urgenza, era successo un fatto terribile. Spurio Lucrezio accorse con Publio Valerio figlio di Voleso e Collatino con Lucio Giunio Bruto[94] con cui per caso si trovava quando, in viaggio per Roma, era stato raggiunto dal messaggio della moglie. Trovarono Lucrezia afflitta nella sua stanza. All’arrivo dei suoi scoppiò in lacrime e al marito che le chiedeva: “Tutto bene?”, rispose “Per niente. Che cosa rimane infatti di bello a una donna quando ha perduto il suo onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo; però solo il mio corpo è stato violato, il cuore è innocente e la morte ne sarà testimonianza[95]. Ma datemi la vostra mano e giuratemi che l’adulterio non rimarrà impunito. È Sesto Tarquinio che, trasformatosi da ospite in nemico, la scorsa notte con la violenza e la minaccia della armi, ha colto qui un piacere funesto per me e, se siete uomini, anche per se stesso”. Uno dopo l’altro le danno la loro parola. Cercano poi di confortare il suo cuore afflitto, riversando sull’autore del delitto tutta la colpa, visto che lei fu costretta a subire: la mente può peccare, non il corpo; non c’è responsabilità dove non c’è stata scelta[96]. “Vedete voi che punizione merita – disse – io anche se mi assolvo dalla colpa, non mi sottraggo alla pena: nessuna donna vivrà in futuro nel disonore prendendo come esempio Lucrezia[97]”. Si pianta quindi nel cuore un coltello che teneva celato sotto la veste e accasciatasi sulla ferita giace morente. Alto levano un grido il marito e il padre.

T 8 La leggenda di Muzio Scevola e di Clelia
da Le storie[98] (II 12-13) di Livio[99]
L’assedio non era certo meno pressante, il frumento caro e scarso e Porsenna, insistendo con la sua tattica, nutriva speranze di espugnare Roma.
Intanto, Caio Muzio, giovane di nobile famiglia, non poteva sopportare che il suo popolo, mai assediato da potenze straniere durante il periodo di schiavitù monarchica, una volta libero dovesse ora essere schiacciato dentro le mura dagli Etruschi che, in campo militare, con Roma avevano conosciuto solo sconfitte. Determinato a vendicare l’indegna situazione in atto con un qualche gesto audace, sulle prime decise, senza consultare nessuno, di penetrare nell’accampamento nemico.
Ma in séguito, temendo che una missione priva dell’autorizzazione consolare e ignorata da tutti avrebbe potuto costargli l’arresto per diserzione se le sentinelle romane lo avessero sorpreso (accusa peraltro molto verisimile dati i tempi e il luogo), comparì di fronte al senato e disse: “Senatori, vorrei attraversare il Tevere e penetrare, se possibile, nell’accampamento nemico, ma non per fare razzia e ripagare il vandalismo con la stessa moneta. No, con l’aiuto degli dèi ho in mente qualcosa di più grande.”
I senatori approvano e Muzio parte con una spada nascosta sotto la veste.
Arrivato all’accampamento etrusco, si mescola nel fitto della folla di fronte al palco del re. Casualmente era giorno di paga per i soldati e c’era uno scrivano, seduto accanto al re e vestito pressappoco come lui, al quale si rivolgevano quasi tutti i soldati e che era estremamente affaccendato. Siccome Muzio non voleva chiedere quale dei due fosse Porsenna (perché ignorando una cosa del genere si sarebbe smascherato), si affidò alla sorte e sgozzò lo scrivano al posto del re. Poi si dileguò, facendosi largo con la spada insanguinata in mezzo alla folla in preda al panico.
Appena però la gente cominciò a gridare all’impazzata, arrivarono da ogni parte le guardie reali e, dopo averlo catturato, lo portarono di fronte al palco del re. E lì, pur trattandosi di un situazione rischiosissima e continuando più a incutere paura che ad averne, disse: “Sono romano e il mio nome è Caio Muzio. Volevo uccidere un nemico da nemico, e morire non mi fa più paura di uccidere. Il coraggio nell’agire e nel soffrire è cosa da Romani. E io non sono il solo ad avere questi sentimenti nei tuoi confronti: dopo di me è lunga la lista dei nomi di quelli che vorrebbero avere questo onore. Perciò, da oggi in poi, se ci tieni alla vita, prepàrati a difenderla a ogni ora del giorno e abìtuati all’idea di un nemico armato fin nel vestibolo della reggia. Questa è la guerra che la gioventù romana ti dichiara: niente scontri, niente battaglie, non temere. Sarà soltanto una cosa tra te e uno di noi.”
Poiché il re, insieme furibondo e terrorizzato dal pericolo corso, minacciava di ordinare che lo mandassero al rogo se non si sbrigava a chiarire tutta quella serie di oscure minacce nei suoi confronti, Muzio esclamò: “Attento! Questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande gloria!”
E così dicendo infila la mano destra in un braciere acceso per un sacrificio e la lascia bruciare come se fosse stato privo di sensazioni.
Il re allora, sbalordito dall’episodio senza precedenti, dopo essersi alzato di scatto dal suo scanno e aver fatto allontanare il giovane dall’altare, disse: “Vattene, sei libero: sei riuscito a infierire contro la tua persona più di quanto tu non abbia fatto con la mia. Onorerei il tuo coraggio se fosse al servizio del mio paese. Dato che le cose non stanno così, ti risparmio la corte marziale e ti lascio libero senza che ti si torca un capello.”
Allora Muzio, quasi per ricambiarne la generosità, disse: “Visto che stimi il coraggio, ti dirò quel che non mi hai strappato con la minaccia: abbiamo giurato in trecento, il meglio della gioventù romana, di attentare alla tua vita in questo modo. Io sono stato sorteggiato per primo. Gli altri, qualunque sia la sorte di quelli che li hanno preceduti, faranno lo stesso, ciascuno quando sarà il suo turno, fino al giorno in cui il destino non ti esporrà ai nostri colpi.”
Il rilascio di Muzio, poi soprannominato Scevola per la perdita della mano destra, fu seguito dall’invio di ambasciatori a Roma da parte di Porsenna.
Il primo pericolo corso, ed evitato solo per un errore del sicario, e l’idea di dover affrontare la stessa situazione un numero di volte pari a quello dei futuri aggressori, lo avevano scosso al punto da arrivare a offrire spontaneamente la pace ai Romani. Tra le clausole della proposta c’era quella concernente la restaurazione dei Tarquini sul trono: pur sapendo che sarebbe stata un buco nell’acqua, Porsenna la avanzò, più perché non se la sentiva di dire di no ai Tarquini piuttosto che per ignoranza del sicuro rifiuto da parte romana. Ottenne invece la restituzione ai Veienti del loro territorio. Quanto ai Romani, dovevano consegnare degli ostaggi, se volevano che venisse ritirata la guarnigione armata dal Gianicolo.
Conclusa la pace a queste condizioni, Porsenna ritirò le sue truppe dal Gianicolo e abbandonò il territorio romano. Per ricompensare il coraggio dimostrato, i senatori fecero dono a Caio Muzio di un terreno al di là del Tevere che in séguito prese il nome di Prati Muzi.
Questi onori resi alle virtù virili spinsero anche le donne ad atti di patriottismo. Così, una ragazza di nome Clelia, cui era toccato di trovarsi nel numero degli ostaggi, siccome l’accampamento etrusco era situato casualmente vicino alla riva del Tevere, riuscì a sfuggire alle sentinelle, e, con al séguito un gruppo di coetanee, attraversò a nuoto il fiume sotto una pioggia di frecce, e le ricondusse sane e salve ai parenti in città.
Appena il re lo venne a sapere, montò su tutte le furie e in un primo tempo mandò degli ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione dell’ostaggio Clelia, senza preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze. Poi però, passato dalla collera all’ammirazione, disse che un’impresa del genere superava quelle dei Cocliti e dei Muzi e che il rifiuto di restituire l’ostaggio sarebbe stato considerato una violazione del trattato. Se invece gliel’avessero consegnata lui l’avrebbe restituita ai suoi senza farle alcun male. Entrambe le parti mantennero la parola: i Romani riconsegnarono il pegno di pace, come previsto dal trattato, e il re etrusco non solo protesse la ragazza, ma ne onorò il coraggio con questa forma di riconoscimento: le avrebbe donato parte degli ostaggi e lei stessa poteva scegliere quali portarsi con sé.
Quando li ebbe tutti davanti, pare che abbia preferito gli adolescenti, sia perché la scelta era più in sintonia con la sua età, sia perché avrebbe probabilmente avuto l’approvazione degli ostaggi stessi, in quanto la cosa migliore era togliere al nemico chi si trovava nell’età maggiormente esposta a possibili rischi. Una volta ristabilita la pace, i Romani immortalarono quell’atto di coraggio nuovo in una donna con un onore anch’esso nuovo: in cima alla Via Sacra le fu dedicata una statua equestre che rappresentava una ragazza in groppa a un cavallo.

ESERCIZI
1. riassumi il brano in diciotto periodi, ciasc


[1] Enea, uno dei personaggi secondari dell'Iliade, è in quest'opera, un uomo destinato ad un glorioso avvenire.
Fuggito dalla città di Troia, oramai rasa al suolo, approda sulle coste dell'Africa, dove l'accoglie la regina del posto, Didone che, dopo aver ascoltato ad un banchetto la sua dura e difficile storia, si innamora perdutamente di Enea.
Egli però, dopo essere stato richiamato da Zeus (perché doveva portare a termine la missione affidatagli), è costretto a ripartire, e Didone, per la tristezza, si uccide con la stessa spada regalatele dal suo grande amore. Sbarca in Sicilia, dove l'eroe celebra i funerari dei suoi cari, e subito dopo, a Cuma, consultando la Sibilla, decide di scendere con lei negli inferi, dove Anchise gli preannuncia il grandioso destino che avrebbe avuto a Roma.
Arrivato, si accorge che è proprio quella la terra a lui destinata, e stringe un patto con il re Latino, chiedendogli la mano di sua figlia Lavinia. Questo sarà l'inizio di un grande conflitto tra Romani e Troiani. Verso il Tevere Enea trova un aiuto in Evandro, che gli mostra il luogo dove sarebbe dovuta sorgere Roma, offrendogli come guida suo figlio Pallante. Gli dei, alla fine, decidono di lasciare tutto in mano al fatum (il destino); la guerra si conclude infatti con la vittoria di Enea.
[2] Publio Virgilio Marone - Nacque nel 70 a.C. a Mantova da piccoli proprietari terrieri. Presto si trasferì a Milano e da lì a Roma, dove completò la sua formazione retorica e conobbe importanti politici e letterati.
Virgilio si volse presto alla filosofia e, trasferitosi a Napoli, frequentò la scuola epicurea.
Nel 41 a. C. il poeta fu coinvolto nell'esproprio delle terre voluto da Ottaviano dopo la battaglia di Filippi che però riuscì poi a recuperare.
Tra il 42 e il 39 a.C. scrisse le Bucoliche. 
Nel 39 a. C. entrò a far parte del circolo di Mecenate e, su suo invito, compose le Georgiche.
Dal 29 a. C. fino alla morte scrisse l'Eneide, grandioso poema epico in cui Augusto e Roma trovano piena celebrazione.
[3] Titiro è uno dei pastori delle Bucoliche di Virgilio
[4] Fei sta per feci, resi
[5] Voti. preghiere
[6] Ingordo: avido, bramoso
[7] Colono: contadino, agricoltore
[8] Opra sta per opera per sincope della e. Naturalmente qui è chiaro il riferimento alle Georgiche
[9] Agricoli: sost. Contadini latinismo
[10] Marte simile ad Ares greco, dio della guerra
[11] Eroe: si tratta di Enea, figura della mitologia greca e romana, figlio del mortale Anchise (cugino del re di Troia Priamo), e di Afrodite, dea della bellezza. Principe dei Dardani, partecipò alla guerra di Troia dalla parte di Priamo e dei Troiani, durante la quale si distinse molto presto in battaglia. Guerriero valorosissimo, ebbe tuttavia un ruolo secondario nell'Iliade.
Enea è il protagonista assoluto dell'Eneide di Virgilio: le vicende successive alla sua fuga da Troia, caratterizzate da lunghe peregrinazioni e da numerose perdite, favorite dall'ira di Giunone, si concluderanno con il suo approdo nel Lazio e col suo matrimonio con la principessa Lavinia, figlia del re Latino.
La figura di Enea, archetipo dell'uomo obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà, è stata ripresa da numerosi autori antichi, è un eroe destinato dal Fato alla fondazione di Roma.
[12] Pria: prima.
[13] Per volontà del Fato
[14] L'antica Lavinium non coincide con l'attuale Lavinio. Lavinium, il luogo dove, secondo la leggenda, Enea giunse insieme al figlio Ascanio, si trova presso la foce del fosso di Pratica di Mare, circa 20 km più a nord lungo la costa.
[15] Perigli: pericoli
[16] Traea: traeva per effetto della sincope della v
[17] E di Giunon… tenace: si racconta che Giunone fosse nemica giurata dei Troiani per tre motivi: il torto subito da Paride perché aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei; il rapimento di Ganimede da parte di Giove, che ne fece il suo amante e il coppiere degli dèi; la profezia che si racconta nell'Eneide, secondo la quale la sua città prediletta, cioè Cartagine, sarebbe distrutta dai discendenti di Troia e quindi i Romani.
[18] Cittade sta per città per effetto dell’aggiunta di una sillaba finale, detta epentesi
[19] I Latini erano un antico popolo italico di origini indoeuropee, storicamente stanziato, a partire dal II millennio a.C., lungo la costa tirrenica della Penisola italica, nella regione che da loro prese il nome di Latium. Anche se politicamente frazionati, i Latini condividevano lingua (il latino) e cultura.
[20] Il regno d’Alba: La zona di Alba Longa in origine sarebbe stata abitata dai Siculi, poi scacciati da queste terre dagli Aborigeni, che vi avrebbero vissuto come tali, fino all'arrivo dei Troiani. Dall'unione dei due popoli sarebbero derivati i Latini.
La leggenda narra che la città di Alba Longa fu fondata da Ascanio, o Iulo, figlio di Enea, trenta anni dopo la fondazione di Lavinium. Livio racconta che trascorsero circa trent'anni dalla fondazione di Laurentum a quella di Alba Longa; Cronologicamente l'avvenimento si collocherebbe intorno alla metà del XII secolo a.C., qualche tempo dopo la distruzione di Troia nel 1184 a.C.
Da Ascanio sarebbe quindi discesa una dinastia di Re albani o Latini, di cui conosciamo soli i nomi, fino ad arrivare a Numitore ed Amulio, figli del re Proca.
A quel tempo i domini di Albalonga si estendevano fino al Tevere. Il legittimo erede di Proca era Numitore, ma questi fu scacciato dal fratello Amulio che si impadronì del trono. Una profezia predisse che Amulio sarebbe stato deposto da un discendente di Numitore. Per questa ragione Amulio costrinse Rea Silvia, unica figlia di Numitore, a diventare vestale, cosa che comportava automaticamente fare voto di castità: in questo modo Numitore non avrebbe più avuto successori legittimi.
Secondo la leggenda tuttavia Rea Silvia rimase incinta del dio Marte e successivamente partorì i gemelli Romolo e Remo. Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi, ma questi furono invece abbandonati nel fiume Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa. Divenuti grandi e conosciuta la propria origine scacciarono Amulio dal trono, restituendolo al nonno Numitore e da questi ottennero poi il permesso di fondare una nuova città, Roma.
Con il crescere della potenza di Roma, sotto il re Tullo Ostilio (intorno dunque alla metà del VII secolo a.C.), le due città vennero a contrasto e la guerra fu decisa, per idea del re di Alba Longa Mezio Fufezio, da una disfida fra tre fratelli romani, gli Orazi contro tre fratelli di Alba Longa, i Curiazi, vinta dai campioni romani.
In seguito alla battaglia di Fidene, durante la quale Mezio Fufezio aveva tentato di tradire l'esercito romano, di cui era alleato, la città di Alba Longa venne distrutta dai Romani né fu mai più ricostruita. I suoi abitanti furono trasferiti a Roma e si insediarono sul Celio, andando ad ingrandire così la stessa Roma.
[21] Imperio: potere
[22] Tito Livio nacque a Padova nel 59 a.C. e morì nel 17 d.C., sotto il principato di Tiberio.
La sua opera più importante è stata una produzione storica monumentale, Ab urbe condita Libri CXLII (“142 Libri dalla fondazione della città”), che, come dice il titolo, muove dalla fondazione di Roma, per giungere fino al principato di Augusto. Molta parte della sua opera è ormai perduta. Ora possiamo leggere soltanto i primi dieci libri (prima decade) e quelli compresi tra il 21 e il 45.
Livio compì i primi studi nella città di Padova, successivamente si trasferì a Roma, all’età di 24 anni, negli ultimissimi anni della Repubblica. Qui, pur essendo di tradizioni repubblicane e filo-senatorie, tanto che lo stesso imperatore lo definiva “pompeiano”, fu in buoni rapporti con Ottaviano Augusto. L’opera storica che Livio veniva elaborando, con scrupolosa attenzione per lo più agli Annali dei Pontefici Massimi e ad altre fonti letterarie, era in armonia con il programma di Augusto di ripresa e rivalutazione del mos maiorum, attraverso la celebrazione delle origini di Roma e dei suoi eroi.
Lo stile, spesso conciso, risente delle sue origini a nord della penisola, tanto che per lui i critici hanno parlato di patavinitas (padovanità), intendendo non solo un certo modo tutto provinciale di esprimere giudizi, ma anche una sua inconfondibile particolarità stilistica.
Per Livio il valore di un’opera storiografica non è certo quello di presentare una costruzione rigorosa di un periodo storico, che si avvale soprattutto di fonti primarie, documentali o monumentali. Il suo lavoro si fonda soprattutto su opere di letterati precedenti, quindi su fonti secondarie. Egli crede fermamente che la storia sia magistra vitae, cioè che debba guidare l’uomo attraverso esempi autorevoli, ritenuti validi nell’ambito di una certa concezione della vita: per lui quella della Roma delle origini e dei primi tempi della Repubblica, dominata da un concetto forte di Stato, che orienta le scelte del civis – il cittadino – verso il bene comune. Egli lamenta infatti che nel suo periodo gli animi, rilassati nei costumi, si siano allontanati dalle tradizioni originarie e siano ormai orientati verso una inarrestabile decadenza morale.
[23] Lo storico, in prima persona, esprime un suo giudizio sulla nascita e sulla grandezza di Roma, inserita in un disegno del destino.
[24] La Vestale: è Rea Silvia, figlia del re Numitore, spodestato da Amulio, sacerdotessa di Vesta.
[25] stupro: violenza sessuale.
[26] turpe: vergognosa.
[27] re: Amulio.
[28] fico Ruminale: albero di fico selvatico presso il Tevere, dove Romolo e Remo furono allattati dalla lupa.
[29] Livio riprende le antiche leggende, nate dalla tradizione orale, trattandole tuttavia con un certo spirito critico.
[30] Lupercale: festa in onore del dio Fauno, protettore delle greggi dai lupi.
[31] In questo caso, la leggenda collega già Roma al mondo greco, attraverso il riferimento all’Arcadia, regione del Peloponneso.
[32] Evandro: alleato di Enea nella sua guerra contro Turno, re dei Rutuli.
[33] licenziosi: volgari.
[34] Inuo: era uno degli epiteti del dio Fauno, protettore di armenti e greggi.
[35]il carattere per niente servile: le fattezze per nulla da pastori.
[36] re: Amulio, l’usurpatore.
[37] Ritmo velocissimo nel finale del complotto.
[38] Emergono i motivi che spingono Romolo e Remo a fondare una nuova città: l’uno di natura emotiva e l’altro di natura politica.
[39] Alba Longa e Lavinio: due piccoli centri protolaziali, il primo corrispondente all’attuale Castelgandolfo, il secondo a Pratica di Mare.
[40] Osservazione critica dello storico, che commenta i fatti, valutandoli dal punto di vista morale.
[41] il rispetto per la primogenitura... elettivo: non si poteva stabilire chi dei due fosse il primogenito.
[42] segni augurali: si tratta di elementi connessi con l’arte divinatoria, cioè la pratica di ricavare informazioni su eventi presenti e futuri con varie modalità, quale ad esempio l’aspetto delle viscere di animali offerti in sacrificio agli dei.
[43] Livio riporta due versioni riferibili allo stesso esito, l’eliminazione di Remo.
[44] Ercole: trasposizione del mito greco di Éracle.
[45] Gerione: gigante mitologico, possessore di bellissimi buoi.
[46] Inserimento del mito di Ercole- Éracle nella leggenda delle origini.
[47] clava: arma primordiale, tipica del mitico Ercole.
[48] Sibilla: la Sibilla cumana era la più nota profetessa di ambiente italico nel mondo antico.
[49] lo spettacolo: un precedente tentativo di incrementare il numero delle donne del gruppo era fallito e i Romani erano stati offesi dal trattamento riservato loro dai popoli vicini. Ora, invece, Romolo tenta in un altro modo di popolare di donne la sua città.
[50] La narrazione di Livio dà anche un certo spazio ai sentimenti.
[51] masnada: gruppo.
[52] “A Talassio!”: Livio cerca di spiegare attraverso il ricorso ad un’antica tradizione il motivo per cui nella celebrazione del matrimonio dei Romani si usi questa esclamazione.
[53] il dio per la cui festa erano giunti: si tratta di un antico dio romano, Conso, poi fuso con l’assimilazione degli dei greci con Nettuno, detto equestre perché avrebbe “inventato” il cavallo.
[54] Evidente richiamo al mos maiorum, ripreso dalla politica di Ottaviano Augusto.
[55] Il discorso di Romolo – qui reso attraverso un sommario – mette in luce doti di grande diplomazia politica e di sensibilità.
[56] con i capelli sciolti: era un indizio di grave dolore. Le donne, normalmente, raccoglievano i capelli che portavano lunghi. Solo in caso di lutto o comunque di disgrazia li scioglievano.
[57] Livio attribuisce alle donne sabine comportamenti perfettamente consoni alla mentalità romana, con un evidente processo di assimilazione culturale.
[58] mettono in comune... Roma: dalla pace nacque una diarchia di breve durata, cioè un’associazione tra Romolo e Tito Tazio, culminata poi con l’eliminazione violenta del secondo da parte di Romolo.
[59] Curi: città della Sabina, i cui abitanti, trasferitisi a Roma, si stanziarono prevalentemente sul colle Quirinale, dediti al culto del dio Quirino.
[60] Scrupolo di Livio di fronte alle fonti, incerte, delle origini.
[61] Nell’ottica dell’assoluta obbedienza allo Stato, tipica del mos maiorum.
[62] Emerge il valore della pietas, nei confronti degli dei, dei genitori, della patria, cui si aggiunge il senso di appartenenza del cittadino allo Stato.
[63] All’ardore giovanile si unisce il senso di responsabilità per la difficile prova.
[64] corrusche: scintillanti, fiammeggianti.
[65] Livio è un attento interprete della psicologia, individuale e di massa.
[66] È il momento culminante dello scontro, che sembra già deciso.
[67] Il fratello Orazio sopravvissuto gioca d’astuzia.
[68] Livio allude alle competizioni agonistiche, molto diffuse nel suo periodo.
[69] Mani: spiriti dei morti
[70] porta Capena: situata all’incontro dei colli Palatino, Aventino, Celio.
[71] Umanissimo comportamento della sorella prontamente pagato con la vita, in nome di una particolare concezione del rapporto tra Stato e individuo
[72] alla plebe: secondo le fonti, Tullo Ostilio non si assunse la responsabilità di giudicare questo atto, che fu rimesso alla decisione di una commissione di magistrati. Dopo la condanna emessa da questi ultimi, Orazio pare che si sia rivolto al popolo – la plebe citata – che lo assolse, considerando che egli aveva agito in nome dei valori supremi della patria.
[73] ponte Sublicio: il ponte, realizzato sotto il regno di Anco Marcio, collegava il Gianicolo con la riva opposta del Tevere, e quindi con il cuore stesso della città di Roma, il cui più antico nucleo abitativo sorgeva attorno ai colli Palatino e Campidoglio.
[74] Commento moralistico dell’autore.
[75] L’eroismo di Orazio Coclite emerge nei confronti dello sgomento delle schiere romane, impaurite dall’assalto nemico.
[76] Riguarda la difesa della patria.
[77] Emerge la fisionomia e l’unicità dell’eroe.
[78] Uno contro tutti, a sottolineare il valore del romano.
[79] Padre Tiberino: il fiume Tevere viene visto come un dio protettore di quanti non temono di dare la loro vita per Roma.
[80] Livio è critico nei confronti dell’impresa da lui stessa narrata, che ha dell’incredibile.
[81] Ostinata pudicizia: è la traduzione letterale di obstinata pudicitia, come definisce lo stesso Livio il comportamento deliberato della donna di fronte alla violenza che sta per subire.
[82] Collatino: dopo la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, sarà il primo console della Repubblica romana, insieme con Bruto.
[83] Il racconto viene qui teatralizzato con l’inserzione di un discorso, che ovviamente non trova riscontro nelle fonti, ma è rielaborazione di Livio.
[84] Collazia: è la città sabina da cui prende il nome Collatino.
[85] Contrapposizione netta fra il modello di Lucrezia e quello delle nuore del re.
[86] Livio considera una bravata giovanile quel “viaggio” allo scopo di accertare la virtus delle mogli.
[87] Tecnica dell’ellissi.
[88] Efficacissimo discorso “inventato”
[89] Ritmo concitato, con la successione di verbi al passato remoto
[90] Giudizio morale dello storico, che commenta i fatti.
[91] la libidine: il piacere, il desiderio di possedere la donna.
[92] Con rapida ed efficace sintesi Livio allude all’atto di violenza.
[93] Ardea: città dei colli Albani, antica capitale dei Rutuli.
[94] Lucio Giunio Bruto: amico e poi collega console, subito dopo la fine del periodo monarchico.
[95] Estrema deliberazione della donna virtuosa, che ha già maturato la propria decisione, senza possibilità di revoca.
[96] Giudizio unanime, che discolpa del tutto Lucrezia.
[97] La parola-chiave del finale del passo è esempio: quella di Lucrezia è un punto fermo di comportamento femminile.
[98] Le storie - Gli Ab Urbe Condita libri CXLII, di solito tradotta in italiano come Storie, già dal titolo dà l’idea della grandezza dei propositi di Livio.
Livio utilizzò uno stile che alternava la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per annunciare l’elezione di un nuovo console. Livio sostenne che la mancanza di dati e fonti certe rese il suo compito assai difficile, ma molti storici moderni ritengono che in quell’epoca non esistessero numerose cronache o documenti, in questo caso Livio presenta sia la versione mitica, sia una versione molto più pratica, ma lasciando alla discrezione del lettore la decisione su quale sia la più verosimile.
Livio scrisse gran parte della sua opera durante la sovranità di Augusto, ma la sua opera è stata spesso identificata con un attaccamento ai valori repubblicani ed il desiderio di una restaurazione della Repubblica ma non vi sono certezze riguardo ai suoi convincimenti politici. Certamente Livio fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal principatus, ma è probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera contrapposizione repubblica/impero. D’altro canto, Augusto non fu affatto disturbato dagli scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell’educazione di suo nipote Claudio.
Iniziata nel 27 a.C., Ab Urbe Condita si componeva di 142 libri divisi in gruppi di 10 libri, di cui ci sono pervenuti solamente 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV. Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti.
I libri che si sono conservati descrivono la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino alla seconda guerra punica la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia, di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.
Livio si mostra critico nei confronti dei costumi decadenti ed esalta i valori che hanno fatto la Roma eterna. Ma il suo talento non va ricercato nell’attendibilità scientifica del lavoro quanto nel suo valore letterario.
Nella Storia di Roma (libro 9, sezioni 17-19) di Livio si trova la prima ucronia conosciuta, quando lo storico immagina le sorti del mondo, se Alessandro il Grande fosse partito per la conquista dell’occidente anziché dell’oriente.
Tito Livio adotta lo stile semplice e legato alla lingua classica.
[99] Livio – Lo storico latino Tito Livio, autore di una monumentale storia di Roma, nacque da una famiglia agiata si trasferì a Roma a 24 anni. Livio mantenne sempre una certa patavinitas (padovanità), ossia un’impronta della città natale nella lingua e nello stile, tuttavia, si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo tempo.
Quando Augusto divenne princeps, riuscì ad entrare in amicizia con questi, che, lo chiamava pompeiano per il suo filorepubblicanesimo; questo fatto non nocque comunque alla loro amicizia. Si dedicò quindi alla redazione dell’Ab Urbe Condita per celebrare Roma e il suo imperatore. Fu anche incaricato dell’educazione del futuro imperatore Claudio.

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