Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

domenica 22 settembre 2013

Il Purgatorio: lectura dantis di Massimo Capuozzo

Il Purgatorio
Per correr miglior acque alza le vele           
omai la navicella[1] del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì[2] resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Caliopè[3] alquanto surga,

seguitando[4] il mio canto con quel suono
di cui le Piche[5] misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo[6], puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

Lo bel pianeto[7] che d’amar conforta
faceva tutto rider l’oriente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo[8], e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima[9] gente.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito[10],
poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io[11] da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde il Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista[12],
che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi[13] de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ‘l vedea come ‘l sol fosse davante.

«Chi siete voi che contro al cieco fiume[14]
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’el, movendo quelle oneste piume[15].

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato[16] in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte[17]?».

Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé[18] le gambe e ‘l ciglio.

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
donna[19] scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera[20],
esser non puote il mio[21] che a te si nieghi.

Questi non vide mai l’ultima sera[22];
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era[23].

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare[24]; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balia

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà[25] va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu[26] ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta[27] ch’al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,
 ché questi vive, e Minòs me non lega;
ma son del cerchio[28] ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni[29];
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni[30]».

«Marzia piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là[31]», diss’elli allora,
«che quante grazie volse[32] da me, fei.

Or che di là dal mal fiume[33] dimora,
più muover non mi può, per quella legge[34]
che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti muove e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe[35]:
bastisi[36] ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco[37] schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l’occhio sorpriso[38]
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei[39] di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo[40],
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ‘l molle limo;

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse[41], vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda[42].

Poscia non sia di qua vostra reddita[43];
lo sol vi mosterrà[44], che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita[45]».

Così sparì; e io su mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi[46]».

L’alba[47] vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza[48], poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ‘l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose:
quel color[49] che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo[50], che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Sorge il sole e appare in lontananza la navi­cella dell’angelo nocchiero che trasporta le anime pe­nitenti dopo averle raccolte alla foce del Tevere. Le ani­me si affollano stupite intorno a Dante vivo. Tra queste Dante riconosce Casella, l’amico musico, che gli canta Amar che ne la mente mi ragiona. Tutti sono rapiti dalla dol­cezza del canto. Catone li sollecita a correre al monte per purificarsi.
Dante e Virgilio giungono ai piedi del ripido pendio del monte e scorgono le anime degli scomunicati co­strette a trascorrere nell’Antipurgatorio trenta volte il tempo della scomunica. Dante parla allora con il re Manfredi.

Manfredi
E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque[51]».
 
Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un[52] de’ cigli un colpo avea diviso.
 
Quand’io mi fui[53] umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.
 
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi[54],
nepote di Costanza[55] imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
 
vadi a mia bella figlia[56], genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.
 
Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte[57] mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
 
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
 
Se ‘l pastor di Cosenza[58], che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio[59] ben letta questa faccia,
 
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
 
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno[60], quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.
 
 Per lor maladizion[61] sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
 
Vero è che[62] quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
 
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
 
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
 
ché qui[63] per quei di là molto s’avanza».
 
Faticosamente Dante e Virgilio salgono al primo bal­zo. Virgilio spiega a Dante il corso del sole nell’emisfero australe. Poco dopo Dante incontra Belacqua, tra le anime dei ne­gligenti, che in terra tardarono a pentirsi e per questo de­vono attendere nell’Antipurgatorio tanto, quanto il tem­po della loro vita.
Un’altra schiera di anime s’affolla intorno ai due poeti: sono i morti di morte violenta. Qualcuna pre­ga Dante, poiché egli è vivo, di portarne notizia sulla ter­ra. Dante si dichiara pronto a fare ciò. Ha poi un colloquio con Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei, che narrano la loro triste sorte.
 
Buonconte da Montefeltro e Pia dei Tolomei
Poi disse un altro[64]: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pietate aiuta il mio!
 
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna[65] o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
 
E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti traviò[66] sì fuor di Campaldino,
 che non si seppe mai tua sepultura?».
 
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino[67]
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino
 
Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
 
Quivi perdei la vista e la parola
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
 
Io dirò vero e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno[68]
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
 
Tu te ne porti di costui l’etterno[69]
per una lagrimetta che ‘l mi toglie;
ma io farò de l’altro[70] altro governo!".
 
Ben sai[71] come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.
 
 Giunse[72] quel mal voler che pur mal chiede
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento
per la virtù che sua natura diede.
 
Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno[73] al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento[74],
 
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra[75] non sofferse;
 
come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real[76] tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
 
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto[77]; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce[78]
 
ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».
 
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via»,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
 
«ricorditi di me, che son la Pia[79]:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi[80] colui che ‘nnanellata pria
 
disposando m’avea con la sua gemma».
 
Le anime continuano a far ressa intorno a Dante e a chiedere suffragi. Dante promette e Virgilio spiega l’effica­cia della preghiera. 
Un’anima è in disparte, si tratta del poeta mantovano Sordello.
 
Sordello e l’invettiva all’Italia
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
 
Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
 
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
 
ma di nostro paese e de la vita
ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava
«Mantua...», e l’ombra, tutta in sé romita[81],
 
surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello[82]
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
 
Ahi serva Italia, di dolore ostello[83],
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna[84] di province, ma bordello!
 
Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin[85] suo quivi festa;
 
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei[86] ch’un muro e una fossa serra.
 
Cerca, misera, intorno da le prode[87]
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
 
Che val[88] perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz’esso fora la vergogna meno.
 
Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare[89] in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
 
guarda come esta fiera[90] è fatta fella[91]
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella[92].
 
O Alberto tedesco[93] ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
 
giusto giudicio[94] da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!
 
Ch’avete[95] tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.
 
Dopo aver saputo da Virgilio le ragioni del viag­gio, Sordello guida i due poeti in una valletta fiorita che ospita i principi negligenti. Indica Rodolfo d’Asburgo, Ottocaro II di Boemia, Filippo II di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona, Carlo I d’Angiò, Enrico III d’Inghilterra, Guglielmo VII marchese di Monferrato.
Al tramonto le anime pregano e attendono l’arrivo di due angeli custodi contro la tentazione. 
Con Sordello Dante e Virgilio scendono nella valletta e Dante riconosce l’amico Nino Visconti, giudice in Sardegna. S’avvici­na Corrado Malaspina. Dante tesse un elogio della famiglia Malaspina e Corrado gli profetizza che presto avrà prova della veridicità di tale opinione. 

Nella valletta dei principi
Era già l’ora[96] che volge il disio                        
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
 
e che lo novo peregrin[97] d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia[98] il giorno pianger che si more;
 
quand’io incominciai a render vano[99]
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
 
Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l’oriente,
come dicesse a Dio: "D’altro non calme[100]".
 
"Te lucis ante[101]" sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
 
e l’altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote[102].

[…]

E Sordello anco: «Or avvalliamo[103] omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazioso fia lor vedervi assai».
 
Solo tre passi[104] credo ch’i’ scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me[105], come conoscer mi volesse.
 
Temp’era già che l’aere s’annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei
non dichiarisse[106] ciò che pria serrava.
 
Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
giudice Nin[107] gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ‘ rei!
 
Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: «Quant’è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?».
 
«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi[108]
venni stamane, e sono in prima vita[109],
ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
 
E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.
 
L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
che sedea lì, gridando:«Sù, Currado[110]!
vieni a veder che Dio[111] per grazia volse».
 
Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado[112]
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché[113], che non lì è guado,
 
quando sarai di là[114] da le larghe onde,
dì a Giovanna[115] mia che per me chiami
là dove a li ‘nnocenti si risponde.
 
Non credo che la sua madre[116] più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
 
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.
 
Non le farà sì bella sepultura
la vipera[117] che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura».
 
Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo[118]
che misuratamente in core avvampa.

[…]
 
L’ombra[119] che s’era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu[120] da me guardare sciolta.
 
«Se la lucerna[121] che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’è mestiere infino al sommo smalto»,
 
cominciò ella, «se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
 
Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».
 
«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
 
La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;
 
e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia[122]
del pregio de la borsa e de la spada.
 
Uso e natura sì la privilegia,
che, perché[123] il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia».
 
Ed elli: «Or va[124]; che ‘l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ‘l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
 
che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,
 
se corso di giudicio non s’arresta».


Dante, Virgilio, Sordello, Nino e Corrado, si addor­mentano.
All’alba Dante sogna di essere rapito da un’aquila sino alla sfera del fuoco.
Al risveglio non è più nella val­letta e gli è accanto solo Virgilio, che spiega il significato del sogno: santa Lucia ha condotto Dante fino alla porta del Purgatorio, qui l’angelo portiere incide sulla fronte di Dante sette P, che egli laverà risalendo la montagna.
Dante e Virgilio salgono nella prima cornice, dove espiano il peccato le anime dei superbi. Curvi sotto pe­santissimi macigni guardano scolpiti a terra esempi di umiltà: l’Annunciazione alla Vergine, la traslazione del­l’Arca Santa, l’imperatore Traiano che ascolta il pian­to d’una vedova.
I superbi intonano il Pater Noster. Si avvici­nano Omberto Aldobrandeschi, il miniatore Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani. Con i loro racconti invi­tano Dante a riflettere sulla vanità della gloria umana.

O vana gloria delle umane posse
Oh vana gloria de l’umane posse!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta[125] da l’etati grosse!
 
Credette Cimabue[126] ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:
 
così ha tolto l’uno a l’altro Guido[127]
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
 
Non è il mondan romore[128] altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
 
Che voce[129] avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e ‘l "dindi"[130],
 
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
 
Colui che del cammin sì poco piglia[131]
dinanzi a me, Toscana sonò tutta[132];
e ora a pena in Siena[133] sen pispiglia,
 
ond’era sire quando fu distrutta[134]
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.
 
La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei[135] la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».
 
Lasciata la schiera di anime, Dante osserva sul pavimento e sulla parete i bassorilievi con gli esempi di superbia: Lucifero, Briareo, i Giganti, Nembrot, Niobe, Saul, Aracne, Roboamo, Erifile, Sennacherib, Ciro, Oloferne e la città di Troia. L’angelo dell’umiltà cancella una P dalla fronte di Dante e i due poeti salgono per una ri­pida scala.
Nella seconda cornice sono le anime degli invidiosi, che vestiti d’un saio e con gli occhi cuciti dal fil di ferro ascoltano voci aeree che narrano esempi di carità e invidia punita. Dante incontra la senese Sapia, a tal punto rosa dell’invidia d’aver desiderato la sconfitta dei suoi concittadini.
Un’altra anima, Guido del Duca, si rivolge a Dante e gli presenta Rinieri da Calboli. Guido e Dante de­plorano la corruzione morale degli abitanti delle loro ter­re, la Val d’Arno e la Romagna, dove sono scomparsi i valori d’un tempo.
Dante e Virgilio sono illuminati dalla luce dell’ange­lo della misericordia che li invita a salire e cancella dal­la fronte del poeta un’altra P. 
Mentre salgono alla terza cornice a Dante appaiono visioni di mansuetudine.
Nella terza cornice, dove sono gli iracon­di, i due poeti procedono attraverso un fitto fumo che punge gli occhi. Tra le anime espianti che intonano l’Agnus Dei, una dichiara di essere Marco Lombardo. Spie­ga la teoria del libero arbitrio e a Dante, che è tormentato dal desiderio di conoscere la causa della corruzione del mondo, risponde che questa va ricercata nella cattiva con­dotta di papi e imperatori.

Ed è giunta la spada col pasturale
Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo,
due soli[136] aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
 
L’un l’altro ha spento; ed è giunta[137] la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
 
però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga[138],
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.
 
In sul paese[139] ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo[140] avesse briga;
 
or può[141] sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
[…]
Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango e sé brutta e la soma[142]».

Usciti dal fumo Dante e Virgilio vedono esempi d’ira punita. L’angelo della mansuetudine cancella un’al­tra P.
Mentre salgono alla quarta cornice Virgilio spiega l’or­dinamento morale del Purgatorio. 
Nella quarta cornice sono gli accidiosi, co­stretti a correre. Due di essi gridano esempi di solleci­tudine, mentre l’abate di San Zeno indica la via verso la quinta cornice.
Uditi esempi di accidia punita Dante si addormenta e sogna. Sogna una donna brutta e deforme che al suo sguardo diventa una bellissima sirena. Virgilio le strap­pa le vesti e dal ventre emana un fetido odore che sve­glia Dante.
L’angelo della sollecitudine cancella la quarta P.
Mentre salgono, Virgilio spiega che la sirena del sogno sim­boleggia la cupidigia dei beni materiali che si espia nel­le tre cornici rimanenti (avarizia, gola, lussuria).
Nella quinta cornice sono le anime degli avari e prodighi, boc­coni per terra con piedi e mani legati.
Dante parla con pa­pa Adriano V.
Un’anima grida esempi di povertà e libera­lità. È Ugo Capeto, che nel colloquio con Dante biasima gli ultimi discendenti dei Capetingi, da Carlo di Valois a Fi­lippo il Bello, che peccheranno per brama di ricchezze.
Un terremoto scuote la montagna.
Le anime intonano il Gloria.
Uno spirito spiega che il terremoto avvie­ne ogni qual volta un’anima si sente monda e pronta a salire al Paradiso. Così egli si sente per aver scontata la colpa. Dichiara di essere il poeta Stazio vissuto, a Ro­ma sotto l’imperatore Tito, e si rammarica di non esse­re vissuto al tempo di Virgilio, che considera un maestro.
Dante, al quale l’angelo della giustizia cancella un’altra P, segue Virgilio e Stazio, che spiega di essere rima­sto nella V cornice a causa del peccato di prodigalità. Dice inoltre che la lettura della IV Egloga di Virgilio lo ha avvicinato al Cristianesimo. Chiede poi a Virgilio notizie di grandi poeti latini e viene a sapere che si trovano nel Limbo.
I poeti giungono alla VI cornice. Da uno stra­no albero risuonano esempi di temperanza.
Sotto l’albero carico di frutti e vicino a una sorgente d’acqua si affollano i golosi, magri, affamati e assetati. Tra loro Dante riconosce l’amico Forese Dona­ti, che esalta la moglie Nella e biasima la corruzione del­le donne fiorentine.

Il dolce stil novo
Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
"Donne ch’avete[143] intelletto d’amore"».
 
E io a lui: «I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto[144], e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando[145]».
 
«O frate, issa[146] vegg’io», diss’elli, «il nodo[147]
che ‘l Notaro[148] e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
 
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator[149] sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
 
e qual[150] più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.
 
Gli spiriti penitenti sono divisi in due schiere opposte, sodomiti e lussuriosi, che, quando s’in­contrano, s’abbracciano e baciano gridando esempi di lussuria punita. Tra i sodomiti Dante incontra Guido Guinizelli, al quale manifesta affetto. Guinizelli gli indi­ca Arnaldo Daniello, definendolo il miglior poeta in lin­gua romanza. Arnaldo si avvicina a Dante e in provenzale gli chiede di pregare per lui.
L’angelo della castità invita i poeti a pe­netrare nel fuoco e cancella l’ultima P. 
I poeti giungo­no così alla scala. È sera, si fermano e si addormenta­no. 
All’alba Dante sogna una donna giovane e bella che rac­coglie fiori e dice di essere Lia. 
Al risveglio Virgilio gli dice che egli è ormai pronto a salire. 
Giunti alla sommità della scala Virgilio comunica a Dante che il suo compito è finito. Dante è ormai padrone di se stesso e deve attendere l’arrivo di Beatrice.
Dante si addentra nella divina foresta del­l’Eden. Giunge presso il Lete e qui scorge una bella don­na che coglie fiori, Matelda. 
Ella spiega a Dante la presenza del vento e dell’acqua. Il vento è dovuto al movimento dei cieli, l’acqua scaturisce per volere divino da una sor­gente perenne e forma il Lete, che cancella il ricordo del peccato, e l’Eunoé, che fa ricordare il bene compiuto.
Procedono lungo il Lete e dopo un’im­provvisa luce appare una mistica processione. Sette can­delabri d’oro lasciano dietro di sé scie luminose. Que­ste avvolgono ventiquattro seniori vestiti di bianco. Se­guono quattro animali simili a quelli visti dal profeta Ezechiele e tra questi un carro trionfale trainato da un grifone. Accanto alla ruota destra avanzano tre donne, accanto alla sinistra quattro. Sette personaggi seguono il carro. La processione si arresta davanti a Dante.
Mentre i seniori cantano Veni sponsa de Li­bano, appare Beatrice e scompare Virgilio. Dante piange e Bea­trice lo rimprovera aspramente. Gli angeli manifestano compassione per lui.
Beatrice invita Dante a confessare la ragione del traviamento ed egli ammette di aver seguito dopo la morte di lei falsi allettamenti. Guardandola, così bella e luminosa, Dante si pente e per l’emozione sviene. 
Matelda lo immerge nel Lete, lo costringe a bere poi lo condu­ce davanti a Beatrice.
La processione torna verso oriente. 
Dante, Matelda e Stazio la seguono, finché tutti si fermano presso l’albero spoglio di Adamo al quale il grifone le­ga il carro. Immediatamente l’albero rinverdisce, men­tre tutti intonano un inno. 
Dante cade addormentato. 
Al ri­sveglio vede Beatrice seduta presso l’albero circonda­ta da sette donne con i sette candelabri. Il grifone e il resto della processione salgono al cielo. Un’aquila piomba sul carro e una volpe si avventa sul fondo di es­so. Beatrice la scaccia. 
La terra si apre sotto le ruote del carro e ne esce un drago che toglie una parte del fondo del carro, che si ricopre delle penne dell’aquila. Il car­ro si trasforma in un mostro con sette teste e dieci cor­na. Su di esso un gigante flagella una meretrice, scioglie il carro e lo trascina nella selva.
Beatrice profetizza a Dante l’arrivo di un personaggio che ucciderà la meretrice e il gigante e esor­ta Dante a riferire ciò che ha visto agli uomini. Poi invita il poeta a bere l’acqua dell’Eunoé.
Ora egli è puro e di­sposto a salire a le stelle.


[13] Li raggi: la luce delle quattro stelle, dette “sante” perché illuminano il cammino dell'anima purgante, così come “sante” sono le Muse, invocate al v. 8, perché assistano guidate da Calliope la rinascente poesia; quelle stesse Muse che saranno, poi, più compiutamente, “sacrosante Vergini”.
[14]  cieco fiume: presumibilmente, il “ ruscelletto “ che scende al centro della Terra e le cui rive i poeti hanno percorso contro corrente (“contro”).
[15] oneste piume: la dignitosa e grande barba.
[24] campare: scampare, salvare.
[28] del cerchio: il Limbo, ove si trova anche Marzia, la casta moglie di Catone. E in nome di Marzia, Virgilio prega il custode del Purgatorio di concedergli il permesso di procedere.
[52] ma l'un: ma un colpo d'arma da taglio aveva spaccato uno dei sopraccigli.
[64] un altro: è Buonconte da Montefeltro, figlio del conte Guido. Nel 1289, fu con i ghibellini di Arezzo contro i Fiorentini e partecipò alla battaglia di Campaldino, (nella quale combatté anche Dante), perdendo la vita sul campo. II suo corpo non fu più ritrovato.
[65] Giovanna: è la moglie di Buonconte.
[66] ti traviò: ti trascinò così lontano da Campaldino.
[67] Casentino: il torrente Archiano, che scorre nel Casentino, nasce dall'Appennino sopra l'Eremo (“l'Ermo”) di Camaldoli e perde il nome (“'l vocabol suo diventa vano”), quando sfocia nell'Arno.
[68] quel d'inferno: un episodio analogo è già stato visto nell'Inferno (cfr. c. XXVII, 113).
[70] de l'altro: del corpo farò ben altro scempio.
[71] Ben sai: ben sai come si condensa nell'aria quell'umidità che si riconverte in acqua non appena sale in una zona fredda.
[72] Giunse: quella maligna volontà, che soltanto male chiede con la sua mente, unì (“giunse”) e agitò il vapore acqueo (“fummo”) e il vento.
[73] Pratomagno: tra Pratomagno (monte tra il Valdarno casentinese e il Valdarno superiore) e la Giogana (“ gran giogo “) si stende la piana di Campaldino.
[74] intento: denso di vapori.
[75] ciò che la terra: quanto la terra non assorbì.
[76] lo fiume real: erano detti reali i fiumi che sfociavano in mare. Qui si tratta dell'Arno.
[77] l'Archian rubesto: è il soggetto della frase.
[78] la croce: le braccia atteggiate in croce.
[79] la Pia: è la senese Pia de' Tolomei, moglie di Nello d'Inghirano dei Pannocchieschi, da lui uccisa in circostanze misteriose nel castello della Pietra, in Maremma. Sembra che Nello intendesse liberarsi di lei per passare a nuove nozze con Margherita Aldobrandeschi.
[80] salsi: dall'arcaico sallosi (forma sincopata): lo sa colui che prima, sposandomi, mi aveva inanellato con la sua gemma.
[81] romita: raccolta.
[82] Sordello: è Sordello da Goito (città del Mantovano), celebre poeta e trovatore alla provenzale del secolo XIII. Da giovane fu a Verona, ove cantò Cunizza da Romano, moglie del signore della città, Riccardo di San Bonifacio; visse poi in Francia, in Spagna, in Provenza, presso il conte Raimondo Berlinghieri IV e alla corte di Carlo I d'Angiò. Famosi il suo compianto in morte di ser Blacatz, cavaliere provenzale, e il poemetto Ensenhamen d'onor.
[83] ostello: albergo.
[84] non donna: non signora di province. Si allude alle leggi di Giustiniano, secondo le quali l'Italia non era “provincia, sed domina provinciarum”.
[85] cittadin: concittadino.
[87] intorno da le prode: lungo le spiagge.
[88] Che val: a che giova che Giustiniano riordinasse il Corpus delle leggi (“il freno”) se nessuno le fa rispettare (“se la sella è vota”).
[89] Cesare: si allude al detto del Vangelo “Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio” (Matteo, XXII, 21).
[90] fiera: è l'immagine dell'Italia paragonata al cavallo (cfr. v. 88), che prosegue.
[91] Fella: ribelle.
[92] predella: è la briglia, nella parte vicina al morso, che serve per condurre a mano il cavallo. Il rimprovero è rivolto agli ecclesiastici (“gente che dovresti esser devota”), e in particolare al papa, Bonifacio VIII; in più Dante sembra volerli accusare di insipienza e d'incapacità, in quanto non sanno cavalcare la fiera, ma la conducono a mano con la predella.
[93] O Alberto tedesco: è Alberto I d'Austria, imperatore dal 1298, morto nel 1308.
[94] giusto giudicio: una meritata punizione ricada dal cielo sulla tua famiglia e sia inconsueta ed evidente, sì che il tuo successore ne rimanga impressionato. La sciagura profetizzata sarà la morte del primogenito Rodolfo; il successore é Arrigo VII, in cui Dante riponeva ogni speranza di veder restaurato l'impero.
[95] Ch'avete: poiché tu e tuo padre Rodolfo d'Asburgo avete tollerato, presi (“distretti”) dalla cupidigia di consolidare i domini d'oltralpe (“di costà”) che il giardino dell'Impero, cioè l'Italia, sia lasciato in rovinoso abbandono. Infatti, dalla morte di Federico II (1250) alla discesa di Arrigo VII (1310), in
Italia l'Impero si può considerare vacante.
[103] avvalliamo: discendiamo nella valletta.
[104] Solo tre passi: il tre ha valore generico; si ricordi, ad ogni modo, che il punto dove Dante si trova non è molto elevato e che la valle in quel punto è poco profonda.
[105] pur me: proprio me, come se mi volesse riconoscere.
[106] non dichiarisse: non lasciasse scorgere chiaramente.
[107] giudice Nin: è Nino o Ugolino Visconti, pisano, nipote del conte Ugolino della Gherardesca; fu giudice di Gallura, in Sardegna, e capo della lega guelfa contro i ghibellini di Pisa. Morì nel 1296. “Nessun'altra, forse, delle figure del poema, ha avuto da Dante un tal fondo, dove luci ed ombre, immagini ed atteggiamenti dispongano a maggior delicatezza e intimità d'affetti il cuore di chi legge” (Del Lungo).
[139] In sul paese: la Lombardia, che nel Medioevo comprendeva quasi tutta l'Italia settentrionale, con la Marca Trevigiana e l'Emilia.
[140] prima che Federigo: prima che Federico II venisse a contesa con i papi e i Guelfi.
[141] or può: “Ora chiunque si vergognasse di ragionar coi buoni o di avvicinarli, può passare per quelle contrade, sicuro di non trovarne nessuno” (Momigliano).
[142] la soma: è il potere temporale di cui si è gravata in seguito ad usurpazione.
[144] noto: imprimo nell'animo.
[145] vo significando: esprimo.
[146] issa: ora, cfr. Inf. c. XXIII, 7).
[147] il nodo: l'impedimento
[148] 'l Notaro: Iacopo da Lentini, poeta provenzaleggiante, esponente della scuola siciliana, detto per antonomasia il Notaio, morto verso il 1250; Guittone d'Arezzo (1230 ca.-1294), rimatore fra quelli detti “di transizione”, fu esponente della scuola dottrinale in Toscana.
[149] al dittator: ad Amore (cfr. vv. 53-57).
[150] e qual: e chiunque si pone a riguardare al di là (“oltre”) di quel che abbiamo detto, non vede più la differenza tra l'uno e l'altro stile.

Nessun commento:

Posta un commento