Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

giovedì 11 settembre 2014

Storia V

1 L'età del realismo - Il periodo 1861-1900, visto nel suo insieme, presenta caratteri nettamente differenti da quelli del periodo risorgimentale. Mentre durante il Risorgimento la preminenza di congiure, moti e guerre creava un clima eroico, offrendo possibilità di spicco ad alcuni protagonisti, nei quali si incarnavano i grandi ideali che erano sottesi al movimento stesso, nell'epoca di cui ora ci occupiamo predominano i problemi della realtà quotidiana: dell'amministrazione, dell'economia, delle tensioni sociali che sommuovono le masse che stanno per venire in primo piano.
Un simile clima di abbandono dei grandi disegni assoluti ed astratti e di aderenza alla realtà concreta si riscontra anche nel campo culturale. Alla filosofia spiritualistica dell'età precedente si sostituisce il positivismo, un movimento filosofico sorto in Francia ad opera di Augusto Comte (1798-1857). Esso, caratterizzato da una sconfinata fiducia nelle scienze, voleva essere soprattutto un metodo e, più precisamente, l'applicazione del metodo delle scienze sperimentali al mondo umano. Ne favorì il sorgere l'incremento preso dalle scienze della natura (fisica, chimica, biologia) tanto sul piano teorico, quanto in quello delle applicazioni tecniche che avevano rivoluzionato il mondo della produzione e della vita quotidiana. In Italia, già Cattaneo aveva condiviso la mentalità positivistica. Essa però si diffuse da noi solo nell'ultimo ventennio del secolo, ad opera soprattutto del filosofo Ardigò.
Questa mentalità realistica, tesa ai fatti, ebbe la sua espressione in letteratura soprattutto nella corrente del verismo; ma partecipano in qualche modo dello spirito del realismo anche altri autori e correnti.

2 La rivoluzione industriale e la questione sociale in Europa - Con il decollo dell'industria nell'ultimo ventennio del secolo si verificò, anche in Italia, quella rivoluzione industriale che già aveva trasformato la vita dell'Inghilterra e della Francia e che ora vogliamo presentare nei suoi aspetti più clamorosi. La rivoluzione industriale ebbe nei vari paesi dove prese piede, profonde e gravi ripercussioni sociali. La manodopera necessaria all'industria fu reclutata soprattutto nelle campagne dove a causa dell'incremento demografico e dei progressi dell'agricoltura c'era sovrabbondanza di braccia. Si verificò così un'imponente migrazione di contadini immiseriti verso i nuovi centri industriali e verso le città, che furono circondate da una cintura di squallidi e sterminati quartieri periferici. A mano a mano che prendevano coscienza della loro mutata condizione e abbandonavano il vecchio modo di vita e le consuetudini patriarcali, questi lavoratori si trasformarono in una nuova classe sociale, cui fu dato il nome di proletariato.
Ciò che induceva migliaia di uomini a lasciare le campagne e a entrare nelle fabbriche era soprattutto la prospettiva di un guadagno regolarmente distribuito nel corso dell'anno e la speranza quindi di maggiore tranquillità economica. Ma queste enormi masse non potevano tutte essere assorbite dall'industria, soprattutto nei periodi di crisi. L'eccesso di manodopera, che faceva incombere sui lavoratori la continua minaccia della disoccupazione, permetteva ai padroni delle fabbriche di costringere i propri operai a lavorare per salari da fame e con orari lunghissimi (fino a 14-16 ore giornaliere). Lo sfruttamento non risparmiava neppure le donne e i fanciulli, che erano anzi ricercati perché i loro compensi, fissati dall'uso, erano molto inferiori a quelli degli adulti ed era consueto lo spettacolo di bambini di sette otto anni impiegati in lavori estenuanti e pericolosi nelle officine e nelle miniere. Le condizioni del proletariato erano aggravate ancora dalla mancanza di norme assistenziali e dalla durezza delle leggi che proibivano le associazioni tra i lavoratori e toglievano così loro la possibilità di unirsi e lottare in difesa dei propri interessi.
Fin dai primi decenni dell'Ottocento, tuttavia, fremiti di ribellione cominciarono a scuotere queste masse sottoposte a condizioni disumane di vita e di lavoro, e la questione sociale si impose in tutta la sua gravità all'attenzione degli uomini di Stato, degli economisti e di tutti coloro cui stavano a cuore le sorti dell'umanità.
a)      La rivoluzione industriale - Si tratta di un fenomeno di importanza eccezionale, che ebbe il suo avvio in Inghilterra verso la metà del secolo XVIII, quando il progresso scientifico permise l'applicazione di nuovi ritrovati tecnici al mondo del lavoro e della produzione. Nasceva l'industria nel senso moderno della parola. Tutto ciò avvenne in concomitanza con un altro importante fenomeno: l'aumento della popolazione, favorito dagli sviluppi della medicina. «La rivoluzione industriale si è realizzata nell'Europa occidentale - scrive Pierre George - con carbone, ferro, uomini». Ferro per la costruzione delle nuove macchine in sostituzione di quelle di legno; carbone quale fonte principale di energia, in sostituzione delle precedenti (forza animale, acqua, vento) e che venne applicata nella macchina a vapore; uomini richiesti in gran numero per la produzione industriale su larga scala. Circa mezzo secolo più tardi, la rivoluzione industriale si estese agli altri Paesi d'Europa e le nuove scoperte scientifiche, con le conseguenti innovazioni tecnologiche, diedero al processo un ritmo sempre più veloce, portando, in tempi a noi più vicini, a trasformazioni quali l'uomo non aveva vedute nei precedenti seimila anni di storia.
b)      Nuove forme di comunicazione e trasporti - Si devono alla rivoluzione industrale le nuove forme di comunicazione (telegrafo, 1836; telefono, 1871) e di trasporto (ferrovie e navi a vapore) che non solo accorciarono le distanze, ma portarono alla costituzione, al di là dei mercati nazionali, di un unico mercato mondiale.
c)      Nasce la fabbrica - Le conseguenze della rivoluzione industriale non riguardarono soltanto la creazione di nuove macchine e di nuovi processi produttivi, ma si fecero sentire anche all'interno della società, trasformandola. Sparivano le antiche forme di produzione (la bottega, il laboratorio artigiano) e ne nascevano altre (la fabbrica). All'artigiano si sostituiva l'operaio, anzi, masse di operai: uomini che avevano lasciato la campagna, ove una agricoltura più razionale richiedeva meno braccia, e si erano addensati attorno alle vecchie città o ai nuovi centri sorti in vicinanza delle miniere.
d)     Nasce il proletariato industriale - Si formava così il proletariato industriale moderno, contemporaneamente al costituirsi e all'affermarsi - con l'accentramento di imponenti mezzi di produzione nelle mani di poche famiglie - del grande capitale.
e)      Conflitto tra capitale e lavoro - Nella storia dello sviluppo economico, al processo della rivoluzione industriale si accompagna il sorgere, l'affermarsi e il precisarsi della questione sociale, cioè del conflitto fra capitale e lavoro. Nascono le varie forme di socialismo, cioè i tentativi di dare una risposta, non solo teorica, alle necessità del proletariato. Infatti, mentre la borghesia, grazie agli sviluppi dell'industria e del commercio, si rafforzava al punto di diventare la classe dominante, detentrice del potere politico, le condizioni delle classi lavoratrici continuavano ad essere miserevoli, peggiori, in molti casi, di quelle del proletariato agrario. Di qui le violente reazioni, i moti di rivolta, e l'invenzione di nuovi mezzi di lotta, quale lo sciopero.
f)       Il socialismo scientifico di Marx - L'interpretazione di questi fenomeni, e le proposte di soluzione, diedero luogo alle varie dottrine socialiste, che vanno dalle forme di socialismo utopistico (Saint-Simon, Proudhon, Babeuf, Owen, Blanqui) al socialismo scientifico di Marx ed Engels, il socialismo degli strumenti di produzione. Il primo si limita a proporre forme di società in cui i beni vengono equamente distribuiti, senza preoccuparsi del processo che consente il passaggio dalla società attuale a quella vagheggiata; il socialismo scientifico, invece, ricerca nella storia la legge di trasformazione della società che porterà alla fine della società capitalistica e al trionfo del proletariato e instaurerà una società basata sulla comunione degli strumenti di produzione. Con l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, si sarà abolita anche la possibilità dello sfruttamento dell'uomo da parte di un altro uomo. La dottrina marxista, chiarendo le leggi che reggono il processo storico inteso come lotta di classe, favorì la presa di coscienza del proletariato e gli diede fiducia nel successo della sua lotta. Il testo in cui Marx ed Engels esposero i capisaldi del loro pensiero fu il Manifesto dei comunisti, pubblicato nel 1848.
g)      Il progresso tecnico e l'industria cambiano il mondo - Negli ultimi cinquant'anni dell'Ottocento la tecnica fece progressi che sembrarono miracolosi; le tappe di tale sviluppo tecnico coincisero con una serie di fondamentali invenzioni, tra le quali il telegrafo, il telefono (Meucci e Bell), la dinamo (Pacinotti), il fonografo e la lampadina elettrica (Edison). Negli ultimi anni del secolo Marconi fece i primi esperimenti di telegrafia senza fili e i fratelli Lumière inventarono il cinematografo. Apparvero per la prima volta in questo periodo mezzi di trasporto che ci sono oggi familiari, come la bicicletta e l'automobile. Tra le nuove materie prime si affermò l'alluminio, mentre nell'edilizia cominciò ad imporsi l'uso del cemento armato. Tutte queste innovazioni rivoluzionarono le abitudini quotidiane dell'uomo e l'ambiente in cui si svolgeva la sua vita. Alle meraviglie della tecnica si accompagnò un gigantesco sviluppo industriale, ancor più imponente di quello, già apparso notevolissimo, del periodo precedente. Si calcola che negli ultimi trent'anni dcll'Ottocento la produzione industriale nel mondo si sia quadruplicata. Ai paesi che già avevano una tradizione industriale, Gran Bretagna, Belgio, Francia, Germania, si affiancarono, fuori dell'Europa, gli Stati Uniti che in questi anni iniziarono il loro travolgente progresso economico, e il Giappone che, uscito dal sistema feudale che l'aveva tenuto nel più totale isolamento, cominciò a seguire l'esempio dei paesi europei. Allo sviluppo tecnico e alla nascita di nuovi bisogni, corrispose il sorgere di nuove industrie. A fianco di quella tessile, siderurgica, meccanica, nacquero la grande industria chimica e l'industria elettrica, di fondamentale importanza quest'ultima per lo svolgimento di ogni altra attività. Anche la produzione agricola aumentò sensibilmente grazie all'introduzione di macchine per la lavorazione della terra e ai concimi chimici, mentre la navigazione a vapore e l'invenzione del frigorifero che permettevano trasporti più rapidi e la conservazione delle carni, favorirono l'importazione in Europa delle derrate alimentari anche dall'Argentina e dal Canada. Sul mare i bastimenti a vapore, sulla terra i treni aumentarono la loro velocità e collegarono ormai stabilmente tutte le città europee. Mentre i nuovi sistemi di produzione industriale della carta ne diminuivano enormemente il costo, la stampa fece grandi progressi permettendo una larghissima diffusione dei giornali, delle riviste, dei libri. Intanto, le idee e le notizie trasmesse per telegrafo passavano da un paese all'altro con estrema rapidità, dando l'impressione che il mondo fosse divenuto improvvisamente più piccolo. Il volto dei grandi paesi cambiò rapidamente: in vari Stati europei e nell'America settentrionale l'attività industriale cominciò a prevalere ormai su quella agricola e mentre il reddito per abitante nel mondo raddoppiava, anche la popolazione continuava ad aumentare.
h)      Capitalismo ed economia mondiale - La nuova tecnica favorì la formazione di grossi complessi, in grado di impiegare ingenti e costosi macchinari, mentre le piccole industrie con pochi operai e a carattere quasi artigianale che erano state le protagoniste del precedente sviluppo industriale, persero via via d'importanza. Insieme alle grandi industrie sorsero le grandi banche per finanziare le nuove imprese: nasceva allora quello che fu detto « il grande capitale ». I banchieri e i capi delle industrie sembravano essersi sostituiti all'aristocrazia di un tempo e, oltre che nella vita economica, essi acquistarono peso e importanza anche in quella politica, esercitando la propria influenza sui capi militari perché venissero potenziati gli eserciti promuovendo lo sviluppo dell'industria delle armi. E' il momento dei magnati dell'industria: la grande industria, basata sulle macchine, divenne la forza di propulsione di tutta la civiltà occidentale in quanto la sua produzione, in continuo aumento, richiedeva un'espansione continua, cioè spingeva a ricercare sempre nuovi mercati dove acquistare a basso costo le materie prime, e vendere macchine e manufatti.Da questa vorticosa ricerca, alimentata dalla produzione industriale, nasce una visione ormai mondiale dell'economia e dei rapporti commerciali.
i)        Colonialismo e imperialismo - Ebbe così origine una vera e propria gara tra le potenze europee per assicurarsi il controllo dei territori extraeuropei o con l'occupazione militare o con forme di protettorato. Fu così che, nel corso dell'Ottocento, anche grazie ai nuovi mezzi tecnici e alle nuove armi (l'invenzione della mitragliatrice è di questi anni) si arrivò a conquistare, con relativamente pochi uomini, enormi territori popolati da genti primitive. L'immenso continente africano, fino allora praticamente sconosciuto, fu totalmente spartito tra le nazioni europee, anche in Asia e in Australia la penetrazione e la colonizzazione dei bianchi assunse grandi proporzioni, toccando anche l'impero cinese e le isole del Pacifico. Il nuovo colonialismo si differenziava dal vecchio, non solo per le sue finalità più spiccatamente economiche (ricerca di mercati e di materie prime, investimento di capitali), ma anche perché ad esso andava congiunto l'imperialismo, cioè la volontà di affermare la propria supremazia sulle altre nazioni, se necessario anche con le armi. Non tutte le nazioni europee seguirono una uguale politica coloniale: tra i dominatori più duri furono i Portoghesi in Angola, e gli Olandesi in Indonesia. Fra i più saggi amministratori e portatori di civiltà furono gli Inglesi che ai loro governatori affiancarono spesso alcuni degli esponenti più preparati delle popolazioni locali. Vi fu chi cercò in questo periodo di dare al colonialismo una giustificazione morale, considerando compito dell'uomo bianco civilizzare i popoli barbari e convertirli al cristianesimo. Ma queste giustificazioni nascondevano soprattutto il disprezzo dell'uomo bianco per le altre razze. La realtà del colonialismo fu l'assoggettamento del più debole ad opera del più forte, lo sfruttamento sistematico delle risorse materiali e umane, la distruzione di tradizioni e forme di vita diverse dalle europee. Tuttavia, proprio in questi aspetti negativi si può cercare la funzione storica del colonialismo che, risvegliando brutalmente popolazioni primitive o immerse in un sonno secolare, le mise a contatto con le scoperte della scienza e della tecnica occidentale e suscitò in loro un desiderio di progresso e di indipendenza, destinato a sfociare nei movimenti di liberazione della nostra epoca.
j)        Conseguenze sociali del capitalismo industriale - Il rapido progresso economico, dovuto alla meccanizzazione dell'industria, finì per modificare le stesse strutture della società e creò nuove e più complesse gerarchie richieste da una vita economica più ricca e articolata. Tutta la società fu presa nel nuovo ingranaggio produttivo. Quella borghesia che aveva portato alle rivoluzioni americana e francese e che aveva guidato i moti liberali della prima metà dell'Ottocento lasciò il posto a una nuova potente borghesia proprietaria e amministratrice del capitale e dei mezzi di produzione che tendeva a seguire princìpi conservatori. Il distacco tra la borghesia più potente e la classe operaia più povera si approfondì e tra di esse si formarono categorie privilegiate, funzionari, impiegati (media e piccola borghesia) e aristocrazie operaie. La concentrazione di masse operaie nelle grandi fabbriche e nelle città industriali favorì in ogni paese la nascita di movimenti operai. Fin dall'inizio il problema dell'organizzazione si pose ai lavoratori come esigenza fondamentale; non vi furono più rivolte improvvise e sanguinose, promosse da pochi idealisti agitatori. Quando le forze sociali presero definitivamente coscienza di sé, cominciarono a formarsi le organizzazioni sindacali, le quali, prima o dopo, vennero in tutti i paesi riconosciute dai governi, anche se il loro potere effettivo era ancora scarso. Il problema sociale divenne così un elemento determinante della politica dei governanti. Sempre più frequenti furono gli interventi statali in ogni settore della vita pubblica, soprattutto nella costruzione di ospedali e nei provvedimenti per l'igiene pubblica.
k)      L'atteggiamento della Chiesa di fronte alla questione sociale - Mentre il movimento socialista prendeva consistenza, anche la Chiesa esprimeva il suo giudizio sui problemi sociali. Il nuovo papa Leone XIII, succeduto nel 1878 a Pio IX, in una famosa enciclica Rerum Novarum, indicò i principi cui avrebbe dovuto ispirarsi il movimento sociale cattolico. Il pontefice, mentre condannava socialismo e anarchismo, affermava tuttavia l'esigenza di riparare ai «mali sociali» eliminando la miseria e garantendo a tutti gli uomini l'indispensabile per vivere. Il papa si rendeva conto che la tradizionale concezione cristiana della carità era insufficiente a superare le difficoltà dei tempi nuovi e insisteva sul principio della «giusta mercede»: il datore di lavoro doveva impegnarsi a dare ai suoi dipendenti un compenso corrispondente alla quantità e qualità del lavoro eseguito. Fu dato così impulso alla fondazione delle prime organizzazioni sindacali cattoliche che cercarono di contrastare il passo all'avanzata del socialismo. Contro le dottrine che volevano l'abolizione della proprietà, il pontefice riconfermava la «indiscutibilità» di tale diritto, ma precisava che esso non poteva essere esercitato dall'uomo in contrasto con gli interessi di altri uomini. Leone XIII ribadiva la condanna della lotta di classe da parte della Chiesa e, giudicando impossibile l'eliminazione delle classi, proclamava l'esigenza dell'armonia tra gli appartenenti ai vari strati sociali perché tutti potessero concorrere insieme al conseguimento del bene comune.

3 La politica delle grandi potenze - Mentre sulla scena europea il prepotente ingresso della nazione tedesca, unificata ad opera della Prussia in un Reich d'impronta militaristica avviato verso una rapida industrializzazione, costringe al ridimensionamento le mire egemoniche degli imperi francese e austro-ungarico, sul continente americano gli Stati Uniti, dopo aver portato a compimento il processo di unificazione territoriale e aver superato la difficile crisi della guerra di Secessione, sull'onda di un impetuoso sviluppo economico si affermano sulla scena internazionale come potenza di primo piano. Il disgregarsi dell'impero ottomano e il conseguente risvegliarsi dell'espansionismo russo segnano l'inizio della questione balcanica, mentre le grandi nazioni europee, in un contesto di crescente militarismo, giungono alla spartizione dell'Africa e dell'Asia, punti nodali in cui si scontrano gli opposti imperialismi coloniali.
a) Stati Uniti da potenza continentale a potenza mondiale - Fu chiaro, fin dal secolo XIX, che gli Stati Uniti non si presentavano come un'area arretrata e bisognosa di passare attraverso varie fasi evolutive prima di arrivare al capolinea della complessa civiltà europea, ma costituivano una via originale e autoctona allo sviluppo economico e sociale. La vertiginosa rapidità di tale sviluppo e la particolare situazione politica, contrassegnata da un marcato individualismo e, nel contempo, da una democrazia di massa e da una notevolissima stabilità istituzionale (paragonabile solo a quella della Gran Bretagna), fecero anzi supporre agli osservatori più attenti che gli Stati Uniti si ponevano, rispetto all'Europa, non come il passato, ma come l'avvenire. L'esistenza di una frontiera mobile a Ovest e di un immenso territorio vergine da conquistare, aperto allo spirito d'avventura di pionieri e di coloni, ha costituito uno straordinario fattore della storia del XIX secolo. Verso la metà del secolo, infatti, gli stati aderenti all'Unione erano ormai più di trenta e occupavano un territorio sconfinato che andava dall'oceano Atlantico alla zona dei Grandi Laghi e scendeva lungo la valle del Mississippi sino a raggiungere da una parte il golfo del Messico, dall'altra l'oceano Pacifico. L'indipendenza del Texas e la guerra con il Messico poi (1846-48) avevano infatti trasformato in territorio statunitense anche il Sud-ovest. Conseguenza principale di questo fenomeno fu che lo sviluppo dell'agricoltura dell'Ovest e del Sud poté procedere di pari passo, senza eccessivi squilibri, con l’impetuoso sviluppo dell'industria del Nord-est. La produzione rurale riusciva infatti a sopperire con la quantità delle terre disponibili all'arretratezza delle tecniche impiegate dai coloni.
Sul piano economico e sociale, tuttavia, gli Stati Uniti erano divisi in tre zone nettamente distinte:
-          il Nord del dinamismo imprenditoriale e del lavoro operaio,
-          il Sud delle grandi piantagioni e del lavoro schiavo,
-          l'Ovest degli agricoltori e degli allevatori.
Il conflitto non si fece attendere, anche se fu provvisoriamente arginato con il compromesso del Missouri del 1820 che stabilì al parallelo 36°30' la linea di demarcazione tra stati non schiavisti e stati schiavisti. Le due economie non erano incompatibili, ma certo non armonizzabili in quanto il Sud tendeva a favorire una più larga autonomia degli stati, una mentalità aristocratica ed ereditaria, un rigido fissismo sociale e razziale, mentre il Nord esigeva un più marcato unionismo, una mentalità liberale e tendenzialmente egalitaria, un'ampia mobilità sociale. In un primo tempo, a causa della comune propensione per il liberoscambismo, l'Ovest fu più vicino al Sud, che allora assicurava il 75% della produzione mondiale del cotone, merce destinata a essere convogliata in quantità imponenti sulle piazze della Gran Bretagna e dell'Europa.
Quando però gli Stati Uniti guadagnarono la California e le coste del Pacifico, l'Ovest, che rappresentava lo spirito della frontiera mobile e lo slancio dell'imprenditorialità rurale diffusa, scoprì che la propria economia era fisiologicamente legata a quella del Nord, cui poteva offrire, in uno scambio gigantesco, derrate alimentari contro prodotti industriali, esempio, questo, di un'integrazione assai rara nella storia dei rapporti tra agricoltura e industria. Con l'arrivo del nordista Lincoln alla presidenza, nel 1860, il conflitto prima latente precipitò e si verificò la secessione degli stati confederati del Sud. Quel che seguì, a partire dal 1861, fu una guerra civile assai sanguinosa che vide, per la prima volta, il pieno impiego a scopi bellici dei mezzi della grande industria e in particolar modo delle ferrovie, abidite al trasporto delle truppe e delle armi pesanti. Dopo una prima fase favorevole agli eserciti confederati il Nord, forte di un potenziale economico superiore, prese il sopravvento e nel 1865 uscì vittorioso: il paese, con l'abolizione della schiavitù e con l'emancipazione dei neri, poté essere strutturalmente unificato. Si era in un certo senso conclusa la seconda tappa della rivoluzione americana.
La ricostruzione, condotta nel Sud in un clima sociale certo difficile, stimolò nondimeno un grande slancio industriale e produttivo. Alla fine del secolo, gli Stati Uniti potevano vantarsi, a buon diritto, di essere entrati nel novero delle grandi potenze. Si rivelarono, tra l'altro, un colossale crogiolo di fusione, meeting pot etnico e razziale, in grado di assorbire una massiccia immigrazione di forza-lavoro dall'Europa (e successivamente dall'Asia), dando ai nuovi arrivati sbocchi lavorativi e opportunità di vita. Dopo l'arrivo di Inglesi, Irlandesi e Tedeschi, nella seconda metà dell'Ottocento e all'inizio del secolo successivo fu la volta delle popolazioni dell'impero asburgico, degli Scandinavi, degli Italiani, degli Ebrei, dei Polacchi, dei Russi e, sulle coste del Pacifico, degli Asiatici. Si può del resto calcolare che una ventina di milioni di persone raggiunsero gli Stati Uniti tra il 1870 e il 1920. Le stesse crisi cicliche del capitalismo industriale europeo trovarono negli Stati Uniti, che pure da tali crisi non furono indenni, una straordinaria valvola di sfogo per l'espulsione dei lavoratori dal processo produttivo e uno strumento di compensazione per il disagio sociale che ne derivava.
b) L'America latina tra nazionalismo e subalternità - Nell'America centro-meridionale, una volta conseguita l'indipendenza, non fu invece possibile marciare verso l'unificazione. Ci fu anzi un'ulteriore disgregazione. Fallito il Congresso panamericano di Panama (1826), la Grande Colombia, fondata da Bolivar, si scisse addirittura in tre stati, le repubbliche del Venezuela, della Nuova Grenada (poi Colombia) e dell'Ecuador. La stessa Federazione centro-americana si frantumò quasi subito in una serie di piccole repubbliche: Guatemala, Salvador, Honduras, Nicaragua, Costarica. Nei decenni successivi, e in particolar modo nella seconda metà del secolo, vi furono guerre che coinvolsero Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay da una parte (la popolazione del Paraguay si ridusse del 70 per cento) e Cile, Perù e Bolivia dall'altra.
L'ideale del panamericanismo, da tutti proclamato, non trovava rispondenza nei fatti. Sul piano economico pesarono molto l'arretratezza dei rapporti sociali e le difficoltà di superare le arcaiche relazioni semifeudali che legavano i contadini ai proprietari terrieri. A causa delle insufficienze delle classi dirigenti latino-americane, al diretto dominio coloniale spagnolo subentrarono la pressione finanziario-commerciale della Gran Bretagna e poi il rapporto di subalternità nei confronti degli Stati Uniti.
Le stesse difficoltà riscontrate nell'efficiente controllo del territorio nazionale (talora ancora inesplorato e spesso poco popolato) provocarono spinte centrifughe, rivolte interne e vari conflitti che finirono con il consacrare i militari come oligarchia politica e con il legittimarne il potere. I militari giustificavano del resto la loro egemonia con un nazionalismo elementare e privo, per ovvie ragioni, di autentiche radici nazionali.
Nonostante l'introduzione di costituzioni moderne una lunga serie di colpi di stato e una permanente fragilità dei non frequenti governi civili caratterizzarono la storia dell'America latina. Venne tuttavia abolita ovunque la schiavitù e si attenuarono, almeno in parte, le discriminazioni razziali. Alla fine del secolo, con la guerra ispano-americana del 1898, la Spagna dovette abbandonare anche Cuba e Puerto Rico, ultimi lembi di dominio coloniale che ancora possedeva al di là dell'Atlantico.
L'influenza degli Stati Uniti aumentò vieppiù, soprattutto nell'America centrale e caraibica. L'avventura messicana di Napoleone III, che aveva cercato di inserirsi con Spagnoli e Inglesi nelle lotte interne messicane tra liberali e clericali, era del resto terminata nel 1867 con la fucilazione di Massimiliano d'Austria, cui i Francesi avevano offerto la corona di imperatore nel Messico. E gli Stati Uniti, che pure avevano guadagnato una enorme quantità di terre combattendo contro i Messicani, ora ne avevano protetto non disinteressatamente l'indipendenza di fronte alle ingerenze europee. La dottrina di Monroe era diventata operante. La guerra ispano-americana ne fu la definitiva affermazione.
c) Persistenze e contraddizioni degli Antichi Regimi in Europa - La seconda Restaurazione impostasi in Europa dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848 aveva dimostrato che, malgrado gli inevitabili compromessi con quanto di ineludibilmente liberale vi era nelle istituzioni del mondo moderno, gli Antichi Regimi, vale a dire gli Stati che avevano stretto la Santa Alleanza e i loro satelliti, godevano ancora di una discreta salute.
Solo la Gran Bretagna sembrava avere risolutamente e irreversibilmente consolidato il sistema parlamentare, pur non avendo ancora introdotto il suffragio universale, tanto che nel periodo 1848- 1866, grazie alla presenza dei liberali alla direzione del governo, essa godette di una lunga stagione di stabilità politica e di una prosperità economica turbata solo dalle cesure ormai ricorrenti nel ciclo economico e dagli effetti negativi sull'industria del cotone della guerra civile americana.
La Francia neobonapartista, a sua volta, aveva istituzioni che si discostavano dal principio di legittimità (seppellito nel 1830), ma la natura illiberale del Secondo Impero avvicinava quest'ultimo al clima pesantemente conservatore delle monarchie dell'Europa centrale e orientale. Napoleone III, tuttavia, per legittimare il ruolo storico della dinastia che aveva restaurato, promosse una politica estera attivistica che mirava a mettere in crisi gli equilibri del Congresso di Vienna.
L'occasione venne fornita ancora una volta dalla questione d'Oriente. La Russia, ritenendo giunto il momento di riprendere la marcia verso i mari caldi, prese a pretesto una disputa sulla tutela dei luoghi santi e nel 1853 entrò in guerra con l'impero ottomano L'anno successivo a sostegno dei Turchi intervennero Francesi e Inglesi mentre gli Austriaci si mantennero in posizione di prudente attesa. La guerra di Crimea, cui partecipò anche l'esercito sardo, si concluse nel 1856 con la pace di Parigi e con una moderata sconfitta della Russia. Quest'ultima, garante arcigna dell'ordine europeo e al tempo stesso demolitrice di questo stesso ordine sul fianco sud-orientale del continente, fu però bloccata nelle sue aspirazioni e iniziative. La Francia fu invece incoraggiata nelle sue ambizioni.
La guerra franco-sabauda contro l'Austria, fu vista da Parigi, come il secondo atto (dopo la Crimea) di questa vicenda che, una volta sbaragliata la pressione delle opposizioni democratiche e popolari, mirava a scardinare, per l'azione stessa dei governi, il sempre più precario equilibrio del 1815.
Se il 1856 aveva dunque arrestato provvisoriamente la Russia, il 1860 sabaudo e italiano fece arretrare l'Austria. Ma non fu la Francia, nonostante le intenzioni del nuovo Bonaparte, ad approfittarne.
d) L'unità tedesca - L'Unione doganale tra gli stati della Confederazione tedesca (Zollverein), promossa nel 1834 dalla Prussia, aveva favorito lo sviluppo economico di tutta l'area della Confederazione. I risultati più spettacolari si ebbero però a partire dagli anni 50 del secolo, quando l'effetto trainante dei settori siderurgico e meccanico cominciò a ridurre in modo vistoso il divario che divideva l'economia tedesca da quella della Francia e anche da quella della Gran Bretagna. L'industria siderurgica, in particolare crebbe ad un tasso medio del 10% annuo lungo tutto il ventennio 1850-70.
Una crescita così imponente necessitava di notevoli risorse da destinare agli investimenti, di imprese di grandi dimensioni e di una stretta simbiosi con il sistema finanziario, oltre che di una committenza pubblica attenta all'impiego dei prodotti dell'industria pesante. D'altra parte, per colmare il divario con la Gran Bretagna, non si poteva certo partire, come era avvenuto agli albori della rivoluzione industriale, dal settore tessile, a basso tenore di investimenti iniziali: occorreva iniziare subito dai settori più avanzati e più moderni dell'industria.
Mancava ancora lo stato unitario e qui entrò nuovamente in gioco il grande scenario della politica internazionale. Nel 1861, quando Guglielmo I salì sul trono di Prussia, la Russia era parzialmente paralizzata dalla pace di Parigi e l'Austria era indebolita dall'unità italiana. Nel 1862 Bismarck fu nominato cancelliere di uno stato in cui, grazie anche al sistema elettorale, l'aristocrazia terriera degli junker aveva il sopravvento.
Il modello cesaristico, suggerito da Napoleone III, in questo caso poté funzionare e il processo fu estremamente rapido. Era cioè chiaro che si poteva erodere quel che restava dell'ordine del 1815 molto meglio da posizioni conservatrici che da posizioni rivoluzionarie. E così proprio Bismarck fece ciò che il 1848 non aveva fatto, ma lo fece realizzando solo il programma unitario e nazionale del '48, e non quello democratico e repubblicano. Sul piano sociale, riuscì anche a ottenere la complicità del movimento operaio di Ferdinand Lassalle, arrivando a concedere addirittura il suffragio universale, peraltro difficilmente utilizzabile dalle forze popolari con un sistema elettorale come quello tedesco.
La guerra dei Ducati contro la Danimarca (1864), pur condotta insieme all'Austria, acuì in realtà il contrasto con l'impero asburgico, al cui indebolimento erano interessate anche la Francia e la Russia, rivale dell'Austria nella questione d'Oriente. Posta del conflitto di interessi tra impero asburgico e Prussia era l'egemonia sui Tedeschi.
Nel 1866 la guerra austro-prussiana con la battaglia di Sadowa sancì il trionfo della Prussia. L'Austria, sul piano territoriale, perse solo il Veneto a vantaggio dell'Italia, alleata dei Prussiani e in realtà sconfitta sul campo dagli asburgici, ma sul piano politico-diplomatico perse per sempre ogni influenza nell'Europa centro-settentrionale. Le restava l'Europa centro-meridionale e quindi si profilava nel suo avvenire l'accentuarsi della rivalità con la Russia.
Il sistema del 1815 si avviava ormai al suo definitivo sfacelo. Nel 1867, mentre sorgeva la Confederazione tedesca nel Nord, avveniva la metamorfosi dell'impero d'Austria in impero austro-ungarico, entità politica plurinazionale e non tedesca. L'ultimo ostacolo sulla strada di Bismarck era ora la Francia, che aveva sottovalutato la Prussia, pensando anzi di utilizzarla in funzione antiaustriaca. La guerra franco-prussiana del 1870 portò alla vittoria della Prussia, alla proclamazione dell'impero tedesco (Kaiserreich) e all'umiliazione della Francia, che perse con Napoleone III, oltre al sogno dell'egemonia sul continente, anche l'Alsazia e la Lorena che il Congresso di Vienna non aveva osato sottrarre alla Francia sconfitta di Napoleone. La Francia era nuovamente diventata repubblica, ma non nascondeva peraltro i propositi di rivincita contro il Reich tedesco: nonostante l'abilità diplomatica di Bismarck, erano poste le premesse per altri conflitti in Europa.
e) Imperi dell'Est e questione balcanica - La Russia, che con le riforme di Alessandro II aveva proceduto nel 1861 all'emancipazione dei servi e nel 1863 aveva represso un'altra insurrezione polacca, nel 1871, crollato in Francia il Secondo Impero, poté rientrare nel grande gioco internazionale pur restando estremamente arretrata rispetto alle altre potenze europee. La lezione della Crimea le era servita. La liberazione dei servi, infatti, era indispensabile per avviare un pur difficile processo di industrializzazione e, come stavano dimostrando il Nord degli Stati Uniti e la Prussia, senza un potenziale industriale era impensabile attuare una politica di guerra o comunque di espansione.
La questione d'Oriente si trasformò negli anni 70 in questione balcanica e rinfocolò gli appetiti delle grandi e meno grandi potenze. Tutto si veniva complicava. Dalla Croazia austro-ungarica alla Grecia, impegnata a liberare i suoi territori ancora rimasti sotto la sovranità ottomana, le tensioni si moltiplicavano. L'insurrezione antiturca in Bosnia ed Erzegovina fu infine all'origine della guerra russo-turca del 1877-78. Gli Inglesi, come già in occasione dell'indipendenza greca, si proclamarono solennemente vicini ai cristiani oppressi dei Balcani, salvo poi ritrarsi quando si accorsero che l'arretramento turco favoriva l'avanzata russa. Con la pace di Santo Stefano, nel 1878, la Russia sembrò quasi poter espellere i Turchi dall'Europa. L'Austria e la stessa Inghilterra si incaricarono di ridimensionare la portata della vittoria russa: Bismarck, al Congresso di Berlino, si offrì come mediatore e regalò altri quarant'anni di esistenza all'impero ottomano.
Ora la Serbia, il Montenegro e la Romania erano in tutto e per tutto indipendenti dalla Sublime Porta. Si costituì altresì la Bulgaria. L'Austria, infine, si vide attribuire l'amministrazione della Bosnia. Nessuno, evidentemente, era soddisfatto. Si capì, soprattutto, che la successione dell'impero ottomano non spettava solo alla Russia e all'Austria, ma anche al turbolento calderone delle nazionalità balcaniche, mosse da reciproche diffidenze e manovrate dalla diverse potenze, fatto, questo, dimostrato dalla presenza di dinastie straniere nella maggior parte dei nuovi stati.
Il Risorgimento balcanico fu quindi ingarbugliato dalle interferenze del dissidio austro-russo, della rivalità economica.
La situazione precipitò nel 1908, quando l’Austria decise l’annessione della Bosnia, suscitando risentimenti in Serbia e in Montenegro, deteriorando definitivamente i rapporti con la Russia ed incrinando i legami interni alla Triplice Alleanza italo-austro-tedesca.
L’impero ottomano, nonostante il tentativo di modernizzazione attuato con la rivoluzione dei Giovani Turchi, ne fece subito le spese. Si susseguirono, infatti, tra il 1912 e il 1913, ben due guerre balcaniche. Si costituì l’Albania e la Turchia vide sparire quasi tutti i suoi possedimenti europei, ma i belligeranti balcanici si dilaniarono tra loro per spartirsi le spoglie dell’impero turco in territorio europeo. La Serbia ingrandendosi verso sud, coltivava l’ambizione di trasformarsi nel Piemonte dei Balcani. Si mosse contro la Bulgaria, ma favorì Greci e Romeni. Si aggravò allora il contrasto con l’Austria in merito alle terre irredente e popolate dagli Slavi del sud. Questo contrasto era alimentato dalla diplomazia russa.
La prima guerra mondiale era alle porte.

4 I problemi del nuovo Regno d’Italia: Difficoltà e questioni aperte - La rapidità con cui si era costituito il Regno d'Italia non poteva non essere accompagnata da alcuni gravi problemi:
-          l'unificazione di regioni che per secoli avevano avuto storie diverse ed erano tra loro molto lontane per livelli di sviluppo economico e sociale, per legislazione, forme di amministrazione, sistemi monetari e di misure, per costumi e mentalità;
-          la scomparsa delle corti locali e di barriere doganali, che inizialmente danneggiò artigiani e commercianti, che avevano trovato, nelle prime, una fonte di commesse e, nelle seconde, una protezione contro la concorrenza di economie più sviluppate;
-          le spese della guerra e l'assunzione da parte dell'erario del Regno dei debiti pubblici degli Stati soppressi, avevano portato ad un eccezionale disavanzo di bilancio;
-          l'incompiutezza dell'unità politica (il Veneto era ancora sotto la dominazione austriaca e il Lazio con Roma costituiva quanto era sopravvissuto dello Stato Pontificio) era causa di tensioni internazionali: con l'Austria per il Veneto; con Napoleone III, che si era fatto difensore del Pontefice, per Roma;
-          il problema di Roma, in particolare, acuiva la tensione con la Chiesa cattolica, che aveva condannato il processo con cui si era costituito il nuovo Stato nazionale, sia per le idee liberali che l'avevano ispirato, sia per il grave danno che ne era derivato agli interessi mondani della Chiesa stessa;
-          vi era uno stato di generale arretratezza del Paese nel confronto delle più avanzate nazioni europee, ad eccezione di alcune regioni che, negli ultimi cento anni, avevano goduto di governi amministrativamente più illuminati (Piemonte, Lombardia e Toscana). Tale arretratezza si manifestava in carenze igieniche, alta mortalità infantile, malattie endemiche (malaria e pellagra), frequenti epidemie (colera), assenza di infrastrutture adeguate (strade, ferrovie, opere pubbliche, scuole) e in un'altissima percentuale di analfabetismo (il 75% sul piano nazionale, con punte del 95% nei Sud).
a) La scelta dell'amministrazione centralizzata - Per superare le differenze regionali e conseguire, dopo quella politica, l'unità effettiva del Paese, si scelse la strada di un'amministrazione centralizzata (sul modello francese). Lo Stato fu suddiviso in province affidate al governo di prefetti di nomina regia, direttamente dipendenti dall'esecutivo (dal ministro degli Interni), così come di nomina regia furono i sindaci, mentre elettivi furono i consigli comunali. Si temette che una soluzione decentrata, sul modello inglese (sostenuta in linea di massima da uomini di provenienza mazziniana e radicale), favorendo le autonomie locali, avrebbe ostacolato il superamento delle diversità regionali. In armonia con la scelta centralizzata, fu estesa a tutto lo Stato la legislazione civile e penale del Regno di Sardegna (che non sempre era la più avanzata; ad esempio, non lo era nei confronti di quella toscana).
Si accentuò così la «piemontizzazione» del nuovo Regno. Vi contribuì anche la istituzione di una burocrazia statale, in cui prevalsero, per parecchio tempo, elementi piemontesi.
b) L'inasprimento del prelievo fiscale - Per fronteggiare le difficoltà finanziarie, oltre al ricorso al debito pubblico, che con i tassi passivi aggravò il disavanzo dei bilanci futuri, si accentuò la pressione fiscale con tasse che colpirono soprattutto i meno abbienti.
Questa politica destò tanto più malcontento perché, in molti casi, i governi degli Stati scomparsi non imponevano quasi tasse: era l'aspetto positivo di un malgoverno che ignorava qualsiasi impegno sociale.
L'introduzione della coscrizione obbligatoria, là dove prima non esisteva, concorse, con l'incremento della pressione fiscale, ad accrescere il malcontento.
c) Il problema del Sud - Se non è corretto ridurre le difficoltà dell'unificazione del Paese a quelle che derivarono dal dislivello tra Nord e Sud, è certo però che le condizioni del Meridione, che erano tra le più misere, la resero più difficile. Si trattava di uno squilibrio gravissimo, prima ancora civile che economico. La scelta a favore dell'accentramento operata dalla classe dirigente finì col subordinare il Sud al Nord, stabilendo obiettivamente (al di là delle intenzioni dei responsabili) un rapporto paese sviluppato - paese sottosviluppato che impedì il decollo del Sud, dando vita alla questione meridionale che, mai risolta, ancor oggi in forme diverse condiziona la vita politica ed economica nazionale. Il fenomeno fu aggravato dall'indifferenza dei protagonisti del Risorgimento (tranne poche eccezioni) per la questione sociale, che per le masse contadine si riassumeva nella richiesta: «La terra a chi la lavora». La spedizione garibaldina prima, l'unificazione politica poi, non avevano risposto alle speranze che in questo senso esse avevano fatte sorgere: da qui la delusione, la mancanza di attaccamento al nuovo Stato e talora perfino l'avversione e la ribellione.
d) Il brigantaggio nel Sud - Nel Sud questo stato d'animo favorì, in presenza di altre componenti, il sorgere, il diffondersi e il consolidarsi in forma endemica del brigantaggio. Sostenuto dai Borbone, che non avevano abbandonato la speranza di un ritorno, il fenomeno del brigantaggio fu fomentato dalla presenza di sbandati dell'ex esercito napoletano e di renitenti alla leva, ma trovò il suo terreno propizio nel consenso delle masse contadine. Nel brigante esse vedevano chi vendicava i soprusi dello Stato, che imponeva le tasse e la coscrizione obbligatoria e che, liquidando i grandi beni demaniali dei Borbone e degli enti ecclesiastici, le aveva private del beneficio dei diritti di pascolo e di legnatico. Nel brigante, inoltre, il popolo ammirava chi vendicava gli altri soprusi che esse, le masse contadine, subivano da parte della borghesia paesana, che quei beni demaniali aveva acquistato, accrescendo il proprio domino economico e politico. La lealtà verso il sovrano spodestato e verso la Chiesa, che il nuovo Stato aveva umiliata e offesa, forniva la giustificazione ideale alla resistenza, che per anni (1861-1865) costituì una vera e propria guerra interna. Per debellarla il governo ricorse all'impiego dell'esercito, oltre che della polizia e della guardia nazionale. Le perdite furono gravi da entrambe le parti: superarono quelle delle due guerre di indipendenza.
e) L'esclusione delle masse dallo Stato - Il brigantaggio nel Sud fu l'espressione drammatica ed esasperata di un atteggiamento più vasto, che riguardò tutto il paese. E non tanto perché anche in altre regioni scoppiarono delle sommosse contadine contro i gravami fiscali e per una maggior giustizia sociale, ma perché esso espresse l'avversione delle masse contadine verso il nuovo Stato, che sentivano non solo estraneo, ma ostile. Il processo di unificazione e di indipendenza era stato portato avanti da élites cittadine che, preoccupate della questione politica e istituzionale, non avevano dato peso alla questione sociale. Per le masse contadine il problema della giustizia era più pressante di quello della libertà; e questa, senza quella, era un bene insignificante, quando addirittura non appariva un modo nuovo per perpetuare vecchi soprusi. L'esclusione delle masse dallo Stato, nei primi anni del Regno trovava la sua sanzione in un sistema elettorale che limitava il diritto di voto ai soli possidenti, che rappresentavano il 2% dei venticinque milioni di Italiani. Il diffuso analfabetismo, l'ignoranza della lingua italiana (la quasi totalità della popolazione parlava e intendeva solo il proprio dialetto) acuivano il distacco fra Stato e società, accentuando il carattere di estraneità delle istituzioni. Furono, questi, limiti e difetti di partenza che peseranno a lungo sulla storia nazionale, ritardando la realizzazione di una effettiva democrazia.

5 La Destra storica – Gli uomini che dovettero affrontare i problemi del nuovo Stato furono quelli che costituirono la cosiddetta Destra storica. Erano i moderati, gli eredi di Cavour. Di fronte a loro, all'opposizione, stavano i democratici, che costituivano la Sinistra.
Questa distinzione fra Destra e Sinistra non corrisponde a quella che intercorre tra i due generici schieramenti che oggi indichiamo con questi termini. La ristrettezza del corpo elettorale faceva sì che tanto la Destra quanto la Sinistra fossero espressione dei ceti dominanti. Deputati rappresentativi delle classi popolari si avranno soltanto dopo la costituzione del partito socialista e l'allargamento del suffragio.
La classe politica che diresse l’Italia negli anni dopo l’unità fu quella formatasi negli anni del Risogimento.
La Destra era formata dagli eredi del liberalismo moderato di Cavour, e fu detta storica per l’importanza della sua azione. Tra i suoi esponenti vi furono: Bettino Ricasoli, Marco Minghetti, Urbano Rattazzi, Alfonso La Marmora, Quintino Sella. Era legata al mondo dei proprietari terrieri settentrionali e aperta agli interessi del mondo finanziario, con connotati culturali di tipo aristocratico-borghese.
La Sinistra era invece formata da uomini legati alle cospirazioni mazziniane ed al volontariato garibaldino. Tra i suoi esponenti vi furono: Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giovanni Nicotera. Erano legati ai ceti commerciali e industriali; richiedevano azioni più energiche per risolvere i problemi di Roma e Venezia e appoggiavano le iniziative di Garibaldi.
Tra Destra e Sinistra c’erano molte affinità, tra cui la prossimità delle rispettive basi elettorali e l’assenza di profonde divisioni ideali.
Tuttavia i due gruppi politici si distinguevano: tra gli uomini della Destra prevaleva una rigida concezione dello Stato, accompagnata da scarsa sensibilità per i problemi della società; più aperti alle istanze della società e al rinnovamento erano, invece, quelli della Sinistra.
Della Destra si disse che costituiva una «consorteria»; e ciò è esatto, se si intende sottolineare che essa rappresentava interessi limitati, in particolare quelli della grande proprietà fondiaria.
Fu però la Destra ad avere la maggioranza in parlamento e al governo fino al 1876.
a)      La politica interna – A partire dal 1861 per la classe dirigente l’obiettivo principale era la salvaguardia dell’unità conseguita.
Le basi dello stato unitario furono poste tra il 1861 e il 1865 dalla Destra.
Intanto la legge elettorale. Il sistema elettorale durante la formazione del Regno era stato quello dei plebisciti a suffragio universale, che divenne un suffragio a base censitaria; queste restrizioni elettorali furono mantenute perché si riteneva che la partecipazione politica poteva allargarsi solo dopo la diffusione dell’istruzione e del benessere. I candidati alle elezioni non erano esponenti di partiti organizzati, ma notabili locali.
La classe dirigente liberale scelse un ordinamento dello stato di tipo accentrato, soprattutto per evitare che autonomie troppo ampie e non controllate dall’alto potessero favorire le forze dominanti nelle singole località, certamente non disponibili a promuovere il progresso.
Nel marzo 1865 furono proclamate delle leggi che estesero a tutto il Regno l’ordinamento amministrativo piemontese e che lasciarono un’autonomia molto ridotta agli enti locali. Il sindaco era nominato dal re, mentre fu posto un prefetto per controllare gli atti delle amministrazioni comunali per l’unificazione amministrativa. Ci fu anche l’unificazione dei codici e l’unificazione delle tariffe doganali e della moneta. Questa unificazione fu detta piemontesizzazione, cioè adozione delle norme piemontesi. Contro ciò operavano i gruppi clericali e reazionari, d’intesa con Pio IX e con i Borbone.
b)      La politica economica - L'altra preoccupazione degli uomini della Destra fu il risanamento delle finanze, che essi identificarono con il ripianamento del disavanzo del bilancio.
Per quanto riguarda la politica finanziaria lo Stato italiano nacque con un bilancio in deficit; la politica della Destra si orientò quindi verso il contenimento della spesa pubblica e l’aumento delle entrate con l’aggravio delle imposte; fu anche reintrodotta la tassa sul macinato (introdotta nel 1868: una forma di imposta progressiva a rovescio, perché colpiva tanto più quanto più misere erano le condizioni di vita e le conseguenti abitudini alimentari) avversata dai ceti popolari.
La spesa pubblica (costruzioni ferroviarie ed armamenti) privilegiò le regioni del centro nord mentre il Meridione ebbe pochi benefici. Queste popolazioni, non abituate a una forte pressione fiscale si ribellarono; inoltre l’eliminazione delle dogane interne privò molte imprese meridionali della protezione in passato offerta dal regime doganale borbonico. A tutto ciò si aggiunsero l’obbligo di leva e le incomprensioni tra le popolazioni meridionali e il nuovo apparato di funzionari statali piemontesi. Di questo malcontento approfittarono gli agenti pontifici e borbonici; nacque il fenomeno del brigantaggio, formato da bande che si opponevano alle forze governative. Lo Stato italiano, per eliminare il fenomeno, emanò nel 1863 la Legge Pica e inviò nel sud reparti militari.
Il ricorso all'accentramento amministrativo, all'opera dei prefetti e agli interventi repressivi della polizia per il mantenimento dell'ordine interno diede all'azione politica della Destra un carattere autoritario.
c)      La politica estera - In politica estera, la Destra fu attenta a sfruttare gli appigli offerti dalla situazione internazionale, adeguando le aspirazioni alle reali possibilità, e riuscì così a risolvere i problemi del Veneto e di Roma, evitando i gravi rischi che tali questioni ancora aperte implicavano.
d)     La terza guerra di indipendenza – L'annessione del Veneto fu ottenuta con la terza guerra di indipendenza nel 1866. Nel 1866 l’Italia entrò in guerra con la Prussia contro l’Austria. Dal punto di vista militare la guerra però non andò bene, tuttavia gli austriaci furono sconfitti dai prussiani a Sadowa. La folgorante vittoria della Prussia (alleata dell'Italia) sull'Austria compensò la deludente prova delle nostre forze armate (Custoza e Lissa).
Il 3 ottobre 1866 con la pace di Vienna tra Italia ed Austria Mantova e il Veneto furono ceduti a Napoleone III e poi all’Italia. Grazie alla III Guerra d’Indipendenza all’unificazione mancavano ora solo le terre del Trentino e della Venezia Giulia, ed inoltre lo stato italiano era ufficialmente riconosciuto dall’Austria e dalla diplomazia europea.
e)      La presa di Roma - L’annessione di Roma al Regno d’Italia era necessaria per spostare la capitale a Roma, per limitare le iniziative insurrezionali di Garibaldi e perché si riteneva che Torino non potesse rimanere a lungo la capitale del Regno, anche per far tacere le accuse di piemontesizzazione.
Occupare Roma però non era semplice perché Napoleone III difendeva Pio IX.
Un altro problema era quello che riguardava la futura configurazione dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa, la quale aveva ostacolato l’unificazione italiana. I rapporti tra la Chiesa e lo Stato peggiorarono ancora quando i governi italiani, per esigenze finanziarie, vararono nel 1866-1867 un pacchetto di leggi che espropriarono e misero in vendita i beni appartenenti agli ordini ed alle corporazioni religiose.
Per risolvere la questione romana il presidente del consiglio Ricasoli nel 1861 si rivolse al pontefice chiedendo alla Chiesa di rinunciare al potere temporale.
Con il governo seguente di Rattazzi Garibaldi diede il via ad un’azione, che però fu bloccata dall’esercito regio sull’Aspromonte nel 1863.
Nel 1864 il governo di Minghetti stipulò con Napoleone III la Convenzione di settembre, in base alla quale la Francia si impegnava a ritirare il suo presidio militare da Roma, mentre l’Italia si impegnava a non attaccare lo Stato pontificio.
Il pontefice, deluso per questo accordo, emana l’enciclica Quanta cura, contro il liberalismo.
Nel 1865 la capitale italiana fu trasferita da Torino a Firenze.
Nel 1867 Garibaldi riprese l’iniziativa, ma anche questa volta, a Mentana, fu fermato dai soldati francesi in difesa del papa.
Nel 1870 le truppe francesi furono allontanate da Roma a causa della guerra con la Prussia, nella quale Napoleone III fu sconfitto a Sedan. Le truppe piemontesi comandate da Cadorna ne approfittano e penetrano nello Stato pontificio. Il 20 settembre ci fu la breccia di Porta Pia: i soldati occupano Roma tranne il Vaticano. I plebisciti seguenti sancirono l’annessione del Lazio.
Per risolvere il rapporto con il papa il parlamento italiano votò nel 1871 la legge delle guarentigie. Pio IX non accettò però la legge e riconfermò l’opposizione all’avvenuta unificazione italiana, come era emerso dal Concilio Ecumenico Vaticano I.
L'annessione di Roma poneva fine al millenario potere temporale del Papa. Era la fatale conclusione del processo di unificazione.
Fu esecrata dai cattolici (e in primo luogo dal Pontefice, che aveva scomunicato i membri del governo e quanti avevano preso parte attiva a quel sacrilegio, e che si chiuse in Vaticano, appellandosi all'opinione pubblica internazionale e proclamandosi prigioniero). Da altri fu considerata un evento non solo necessariamente connesso alla costituzione dello Stato nazionale, ma anche un bene per la Chiesa stessa e per il Pontefice, che erano così liberati dal peso di preoccupazioni e interessi mondani, che li distraevano dalla loro missione spirituale.
Ne derivò un grave dissidio fra gli Italiani, rafforzando tra le masse l'atteggiamento di distacco e di ostilità nei confronti dello Stato. La quasi totalità dei cattolici, anche di ceti elevati, si astenne dalla vita pubblica, obbedendo alla proibizione del Pontefice (il «non expedit») di parteciparvi sia come eletti, che come elettori tenne la borghesia cattolica lontana dal processo di costruzione dello Stato, alimentò nelle classi popolari l’estraneità alle istituzioni.
Soltanto più tardi il timore per l'avanzata delle forze socialiste indurrà il Pontefice a mutare atteggiamento. L'ostilità della Chiesa allo Stato laico e liberale favorì per reazione vivaci manifestazioni di acuto anticlericalismo, soprattutto fra i radicali.
Per risolvere il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa il Parlamento approvò la legge delle guarentigie, che prevedeva - prendendo come base il principio cavouriano di «libera Chiesa in libero Stato» - un insieme di «garanzie», che consentirono di fatto al Pontefice il libero esercizio del suo potere spirituale. Nonostante ciò lo Stato italiano continuò nel suo progetto, dimostrando la propria adesione al liberalismo per quanto riguarda la separazione tra Stato e Chiesa.
f)       La caduta della Destra – La ristrettezza della base del suo potere, l'impopolarità che le veniva dalla sua severità amministrativa e, infine, contrasti interni portarono alla sua caduta nel 1876. Le successe la Sinistra. Prima di cedere il potere, la Destra era riuscita comunque a portare a soluzione i problemi politici che angustiavano il nuovo Stato e che si riassumevano in quello del compimento dell'unità territoriale.

6 La Sinistra al governo – A differenza della Destra, che si presentava come un gruppo omogeneo, la Sinistra era più variegata. La componevano ex mazziniani, combattenti garibaldini, ma anche uomini nuovi: professionisti (in prevalenza avvocati), piccoli borghesi, uomini legati non alla proprietà fondiaria, ma alle attività commerciali e industriali, che venivano sviluppandosi. E ciò li faceva più aperti alle nuove istanze della società, anche se non a quelle delle classi popolari.
a) Il trasformismo - In assenza di una maggioranza coerente, si instaurò, già con il primo ministero Depretis, una pratica di compromesso tra i vari gruppi di tendenze politiche diverse, anche opposte, che fu detta trasformismo. Essa ebbe nefaste conseguenze: ritardò il programma di riforme con cui la Sinistra si era presentata agli elettori; deteriorò l'istituto parlamentare per la mancanza di una chiara dialettica tra maggioranza e opposizione; favorì il clientelismo parlamentare e abbassò il livello morale della vita politica.
Praticamente scomparsi i confini tra Destra e Sinistra, al di là di quest'ultima si venne costituendo, tra il 1878 e il 1882, un nuovo gruppo, che si ispirava a princìpi decisamente più democratici: l'estrema sinistra o semplicemente l'estrema, di cui facevano parte i rappresentanti del partito radicale di nuova formazione, i repubblicani e, successivamente, i socialisti.
b) Agostino Depretis  -  Era un esponente moderato della Sinistra storica della quale divenne il capo nel 1873 alla morte di Urbano Rattazzi. Nel 1876 guidò il primo governo della storia d'Italia formato da soli politici di Sinistra. Tale esecutivo varò la riforma scolastica istituendo l'istruzione obbligatoria, laica e gratuita per i bambini dai 6 ai 9 anni.
Benché filofrancese, per rompere l'isolamento dell'Italia, nel 1882 accettò la Triplice alleanza con Austria e Germania, per la quale ottenne una formula marcatamente difensiva. Lo stesso anno portò a termine la riforma elettorale che fece salire gli aventi diritto al voto dal 2 al 7% della popolazione.
Fu il fautore del trasformismo, un progetto che prevedeva il coinvolgimento di tutti i deputati che volessero appoggiare un governo progressista a prescindere dagli schieramenti politici tradizionali, che Depretis considerava superati. Fu appoggiato in questo progetto dal capo della Destra storica Marco Minghetti.
I governi "trasformisti" così costituiti eliminarono definitivamente la tassa sul macinato, introdussero le tariffe doganali favorendo l'industria (soprattutto settentrionale) e vararono l'espansionismo italiano in Africa.
Il trasformismo, tuttavia, ridusse il potere di controllo del parlamento e favorì eccessi nelle spese statali.
c) L'imperialismo - La politica protezionistica fu giustificata, oltre che con argomentazioni economiche (necessità di favorire l'industrializzazione del Paese), con motivazioni politiche: necessità di disporre di una grande industria nazionale, per garantirsi gli strumenti per una politica di grande potenza e di espansione coloniale.
Effettivamente, il protezionismo voleva proporsi come la base di una politica imperialistica, che era venuta precisandosi nell'ultimo ventennio degli anni Ottanta e che trovava i suoi punti di appoggio nelle grandi industrie che vivevano delle commesse dello Stato (in particolare, le acciaierie e i grandi cantieri) e nella monarchia.
d) La Triplice Alleanza - Il disegno di una politica imperialistica comportava di poter far conto su alleanze che la rendessero possibile. Per uscire dall'isolamento, testimoniato sia dal congresso di Berlino del 1878, sia dall'occupazione francese della Tunisia nel 1881, l'Italia costituì la Triplice Alleanza con la Germania e l'Austria nel 1882, anche se ciò contrastava con le sue aspirazioni alla liberazione delle terre irredente: Trentino e Venezia Giulia.
d) Le riforme della Sinistra - Il programma presentato dalla Sinistra agli elettori (discorso di Depretis a Stradella, 1875) si riassumeva in tre punti: istruzione elementare gratuita e obbligatoria; abolizione della tassa sul macinato; ampliamento dell'elettorato.
La legge Coppino del 1877 rese obbligatorio e gratuito il primo biennio della scuola elementare; ma la sua effettiva applicazione fu ritardata e spesso vanificata dalla mancanza di aule e di insegnanti e dalla miseria delle classi meno abbienti, che non potevano rinunciare al lavoro dei minori.
L'abolizione della tassa sul macinato seguì nel 1880, ma il vantaggio per le classi più povere fu annullato dall'istituzione di dazi comunali sulla farina e i generi alimentari. Meno fittizia fu la riforma elettorale, che, abbassando il livello di età e di censo, ampliò effettivamente il corpo elettorale da 600.000 a 2.000.000 di elettori. Poiché la legge limitava il diritto di voto ai cittadini maschi in possesso dell'istruzione elementare, la stragrande maggioranza continuava ad essere esclusa.
e) Francesco Crispi - Fu quattro volte presidente del Consiglio: dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Nel primo periodo fu anche ministro degli Esteri e ministro dell’Interno, nel secondo anche ministro dell’Interno. Fu il primo meridionale a diventare presidente del Consiglio.
In politica estera coltivò l’amicizia con la Germania, guidata dal cancelliere Otto von Bismarck e che apparteneva con l’Italia alla triplice alleanza. Avversò quasi sempre la Francia, contro la quale rinforzò l’esercito e la marina.
I suoi governi si distinsero per importanti riforme sociali (come il codice Zanardelli che abolì la pena di morte e introdusse il diritto di sciopero) ma anche per la guerra agli anarchici e ai socialisti, i cui moti dei Fasci siciliani furono repressi con la legge marziale. In campo economico il suo quarto governo migliorò le condizioni del Paese.
Crispi sostenne tuttavia una dispendiosa politica coloniale che, dopo alcuni successi in Africa orientale, portò alla disfatta di Adua del 1896 e alla fine della sua carriera politica.
Il suo avversario politico principale fu Giovanni Giolitti che lo sostituì alla guida del Paese.
f) La politica coloniale  - Un altro aspetto della politica imperialistica fu l'avvio di una politica coloniale che si indirizzò verso l'Africa. Nonostante alcuni insuccessi e alcune cocenti sconfitte, furono costituite, soprattutto per volontà di Crispi, due colonie: quella di Eritrea (1885-1896) e quella di Somalia (1889-1905). La loro conquista non risolse il problema della esuberanza della popolazione, che continuò ad emigrare; né giovò al prestigio del Paese come nuova grande potenza per la dimostrazione di incapacità organizzativa e di comando, cui alcuni episodi dettero luogo.

7 L'economia postunitaria - Il nuovo Regno d’Italia si trovava in condizioni economiche difficili. Il deficit dello Stato era grandissimo perché non solo il Piemonte si era fortemente indebitato per fare la guerra del 1859, ma dopo l’unificazione lo Stato italiano dovette assumere come propri i debiti di quegli Stati che aveva assorbito. Né si potevano ridurre le spese, perché bisognava creare strade e scuole, fare bonifiche e canali d’irrigazione, costruire la rete ferroviaria e quella stradale.
Per riportare il bilancio in pareggio, cioè per fare in modo che spese e ricavi si pareggiassero, furono imposte pesanti tasse. La più odiata dal popolo fu la tassa sul macinato: si doveva pagare allo Stato una tassa per ogni chilo di frumento portato a macinare ai mulini. Questa tassa rendeva più cari il pane e la pasta e quindi cadeva tutta sulle spalle del popolo perché il pane e la pasta erano gli unici cibi quotidiani della povera gente.
a) L'agricoltura - Nonostante l'avvio dell'industrializzazione, cui si assistette in questo periodo, l'Italia restava pur sempre un paese eminentemente agricolo. Nel 1861, gli addetti al settore agricolo erano il 61,79% della popolazione attiva, mentre quelli delle manifatture e dell'artigianato arrivavano solo al 25,09 % (gli altri lavoravano nel terziario). Alla fine dell'800, i primi erano ancora il 59,79, e i secondi il 22% (erano aumentati gli addetti al terziario).
La tipologia delle strutture agricole si era modificata molto poco rispetto al periodo preunitario e si poteva ridurre, pur nelle diversità regionali, a queste tre forme: grandi e medie aziende capitalizzate o in corso di capitalizzazione condotte con personale salariato, nella pianura padana piemontese e lombarda; poderi coltivati direttamente da piccoli proprietari o a mezzadria nelle zone prealpine e nell'Italia centrale; latifondi nel Lazio, nell'Italia meridionale, nelle isole.
Le condizioni dei contadini erano ancora molto tristi, anche nelle aziende più ricche della pianura lombarda, come risulta dall'inchiesta di Stefano Jacini.
b) Il decollo industriale - L'ultimo ventennio del secolo vide il decollo industriale del nostro Paese. Le industrie laniere del Piemonte, del Veneto, della Toscana e quelle cotoniere della Lombardia crebbero di numero e si rafforzarono. Ad esse si affiancarono l'industria siderurgica e quella meccanica, quella estrattiva e quella idroelettrica.
Si trattava sia di grandi complessi, sia di piccole e medie industrie, la cui nascita, accompagnata da una rapida crescita del commercio, modificò gradualmente la struttura della società italiana.
Il ceto dei grandi imprenditori industriali e dei banchieri acquistò un'influenza determinante sul governo. Ciò spiega perché la Sinistra, andata al potere con un programma economico di tipo liberoscambista, adottò nel 1887 una politica protezionistica per difendere dalla concorrenza straniera le grandi industrie metalmeccaniche dell'Italia centrosettentrionale, gli zuccherifici della Val Padana e la produzione cerealicola dei grandi proprietari del Mezzogiorno, che si erano alleati agli industriali.

8 I problemi della società – le varie regioni erano in condizioni di notevole miseria ed abbandono. La miseria delle plebi era pressochè generale; l’analfabetismo superava l’ottanta per cento; scarsissime erano le strade; mancavano quasi del tutto le ferrovie; l’economia era arretrata; l’industria non esisteva o quasi. S’impose così all’attenzione degli statisti quella “questione meridionale” che per decenni ha costituito uno dei maggiori problemi politici nazionali e che non ancora è stata del tutto risolta.
a) L'emigrazione - L'emigrazione aveva cominciato a costituire un fenomeno massiccio negli ultimi venticinque anni del secolo. Le condizioni degli emigranti erano difficili e spesso addirittura miserevoli, senza alcuna tutela da parte dello Stato. Le regioni meridionali tennero i primi posti nel flusso migratorio, insieme ad altre zone depresse del Paese, specie il Veneto, zone dove era assai grande lo squilibrio fra la popolazione e le risorse.
b) La questione sociale - In Italia non si verificò una rapida ed estesa trasformazione dell'economia da rurale ad industriale, come avvenne ad esempio in Inghilterra.
Anche dopo il «decollo industriale», l'economia italiana continuò ad essere un'economia prevalentemente rurale; e bisognerà arrivare al secondo dopoguerra per assistere a un'effettiva trasformazione industriale del paese.
Così stando le cose, si deve sottoscrivere l'affermazione di Pasquale Villari del 1862: «La quistione sociale che minaccia oggi tutti i paesi civili, piglia forme diverse nei popoli diversi. In Italia essa è principalmente una quistione agraria».
Tale questione nasceva - e meglio si precisò nei decenni successivi - dall'organizzarsi del bracciantato agricolo tanto nel Sud, dove tale organizzazione culminò, nell'ultimo decennio del secolo, nei Fasci siciliani, quanto nella pianura padana, sotto l'impulso della propaganda anarchica e socialista prima, poi sotto la guida del Partito dei Lavoratori italiani (successivamente Partito socialista).
c) I moti - La tensione fu aggravata da ricorrenti crisi e dall'aumento del costo dei generi di prima necessità e in particolare del pane, aumento che metteva a repentaglio anche la pura e semplice sussistenza dei lavoratori. Essa trovò poi il suo sbocco più clamoroso nell'ultimo decennio del secolo, punteggiato da una serie di agitazioni e disordini. Quelli del '98 a Milano assunsero, agli occhi dei benpensanti, l'aspetto di una vera e propria sommossa, che metteva a repentaglio l'integrità dello Stato.
Il governo, di fronte alle situazioni di disordine, scelse la strada della reazione, prima con Di Rudinì, poi con Pelloux. Il tentativo di limitare le libertà costituzionali fallì per la violenta resistenza dell'estrema Sinistra. Le elezioni anticipate, in cui il governo cercò una soluzione, costituirono invece un successo delle sinistre e avviarono un processo di maggiore attenzione verso le esigenze sociali, processo che non fu interrotto neppure dall'assassinio del re Umberto I, ad opera di un anarchico il 29 luglio 1900.

9 I primi anni del Novecento: l'età giolittiana e la prima guerra mondiale
Il crollo dei piccoli Stati del XIX secolo determinò nel secolo successivo l'ascesa di grandi potenze. La rivoluzione industriale aveva aperto grandi strade per la conquista e il dominio dei territori d'Oltremare a quei paesi avviati allo sviluppo capitalistico. Così l'Europa colonizzò il mondo, ma le forti tensioni fra i vari stati e la contesa dei territori d'Oltremare portarono alla Grande Guerra.
La Gran Bretagna possedeva territori molto vasti per cui era difficile evitare rivendicazioni di autonomia; la Francia aveva ingrandito i suoi domini grazie ad ingenti investimenti, ma senza ottenere nulla in cambio; Germania e Italia erano alla ricerca di un territorio da colonizzare quando il mondo era già stato suddiviso; Austria-Ungheria, Russia e Turchia si indebolivano sempre di più fino alla rovina.
In questo contesto la società fu costretta ad adattarsi continuamente ai problemi del nuovo secolo: i movimenti operai cominciarono a rivendicare con più fermezza i propri diritti; marxisti ed anarchici facevano sorgere timori tra le istituzioni più antiquate; invece le donne, grazie alle suffragiste, cominciarono a lottare per un riconoscimento politico.
Questa rivoluzione fu notevole nel mondo artistico. Una delle personalità più importanti in questo campo fu Pablo Picasso. Nuove correnti artistiche furono: futurimo, cubismo, espressionismo e astrattismo. In letteratura furono note le opere di Proust e di Henry James.
Scienza e tecnica furono due protagoniste del secolo, con grandi personalità come Albert Einstein.
In questi anni, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Russia ed USA diedero inizio ad una politica colonialistica sia per espandersi economicamente, sia per avere una maggior forza negli affari internazionali.
Grazie alla potenza industriale e ai nuovi mercati conquistati, gli USA divennero uno dei paesi più potenti del mondo. D'altro canto le nazioni europee, sempre più ambiziose, formulavano piani che però finivano sempre con lo scontrarsi gli uni contro gli altri.
L’indebolimento dell'impero Austro-Ungarico e dell’impero Ottomano favorirono il dominio tedesco, che organizzò un esercito sempre più potente nel centro Europa.
Anche l'Italia, nonostante la sua precaria economia, partecipò alla corsa coloniale, e con la guerra di Libia fu reso più precario l'equilibrio politico internazionale. Inghilterra e Francia erano impegnate a proteggere i loro Imperi dalla Germania. La Russia cercava di mettere in piedi il suo Impero senza tener conto della crisi della sua società. Fu in questo periodo di debolezza russa e di distrazione occidentale che il Giappone impose la sua forza politica, industriale e militare, entrando in competizione con gli Imperi europei e costruendo un proprio spazio asiatico.
Nel frattempo, in seguito alle razzie colonialistiche, la Cina andava via via dissolvendosi. Era noto infatti che, fin dalla fine del 1800, le grandi potenze europee avevano avviato l'espansionismo coloniale che portò alla loro evoluzione economica e diplomatica. Le motivazioni del cristianesimo, che erano state alla base dell'occupazione delle nuove terre per la diffusione della fede cristiana e della civiltà dei bianchi, si sostituirono agli interessi commerciali e politici. Così, l'occupazione delle colonie incrementò il flusso migratorio proveniente dagli stati europei.
Robert Salisbury, primo ministro britannico, affermò: «Possiamo suddividere le nazioni del mondo in due gruppi: quelle vive e quelle moribonde». Le nazioni vive erano quelle che godevano della forza derivante dallo sviluppo industriale come Francia, Germania, USA e Gran Bretagna; quelle moribonde erano da identificarsi in Turchia e Cina perché in via di disintegrazione politica e geografica. Proprio per questo motivo erano state sovrastate dalle potenze europee.

10 L'età giolittiana - Giovanni Giolitti (1842 –  1928) dopo aver lavorato per vent’anni al ministero delle Finanze entra in Parlamento nel 1882 come deputato per il comune di Dronero. L'anno seguente Giolitti entra nel Governo Crispi come Ministro del Tesoro, divenendo Primo Ministro nel 1892. Costretto a dimettersi per via dello scandalo della Banca Romana, fece il suo ritornò al governo come Ministro degli Interni, dopo l’assassinio di Umberto I. Fu in seguito eletto Capo del Governo nei primi anni del ‘900. Nella storia politica dell'Italia unita, la sua permanenza a capo del governo fu una delle più lunghe.
L'impronta di Giovanni Giolitti nella politica italiana fu talmente importante che questo periodo è passato passò alla storia come “Età Giolittiana”.
Sebbene la sua azione di governo sia stata oggetto di critica da parte di alcuni suoi contemporanei, come per esempio Gaetano Salvemini, Giolitti fu uno dei politici liberali più efficacemente impegnati nell'estensione della base democratica del giovane Stato unitario, e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento.
Furono gli anni delle concentrazioni industriali, delle formazioni delle masse popolari socialiste e cattoliche, dell’attività coloniale italiana in Eritrea, Libia e Dodecaneso, delle rivolte per il pane e della nascita del Partito Fascista.
Il suo programma politico si fondava sullo stimolo e la protezione industriale, la protezione e la difesa del Bilancio del Regno, l’eliminazione del monopolio da parte dei privati e sull’opposizione alle forze finanziare estere.
Giolitti patrocinò l’avventura coloniale in Libia nel 1912, anche se non si dimostrò d’accordo con l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra Mondiale. Fu per questo motivo che rassegnò le proprie dimissioni il 20 marzo 1914.
Contemporaneamente, introdusse il suffragio universale maschile, fece salire il numero di elettori a quota 8.000.000, estendendo il voto anche agli elettori analfabeti di età superiore ai 30 anni.
Fece ogni tentativo per venire a patti con Mussolini. Nel 1921, gli propose un governo di conciliazione, ma senza successo. Dal 1924 si tenne all'opposizione di Benito Mussolini.
a) Giolitti e il liberismo riformista - Negli ultimi anni del secolo, sotto la pressione delle masse popolari che andavano organizzandosi, la politica repressiva non poté più essere portata avanti e si ebbe una svolta verso una politica più liberale. Ciò fu dovuto soprattutto a Giolitti, la cui figura dominò la scena politica italiana sino allo scoppio della guerra.
Il principio direttivo dell'azione giolittiana fu di smussare le tensioni sociali con la concessione di riforme, che andavano incontro alle esigenze più pressanti delle masse. Il risultato fu l'emarginazione dell'ala estremista del socialismo a favore dei socialisti riformisti, i quali accettarono, pur ponendosi all'opposizione, le istituzioni dello Stato e le regole democratiche.
b) Lo stato neutrale nelle lotte fra capitale e lavoro - Un aspetto del liberismo riformista del Giolitti fu il rifiuto di affidare allo Stato il compito di difesa del capitale contro i lavoratori. Secondo Giolitti, lo Stato doveva assumere un atteggiamento di neutralità nei conflitti sociali, limitando la sua azione alla tutela dell'ordine pubblico. Era, di fatto, un riconoscimento del diritto di sciopero dei lavoratori. Questa politica favorì lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori e, contrariamente alle preoccupazioni dei capitalisti più retrivi, favorì lo sviluppo dell'industria.
c) Lo sviluppo industriale - Nel periodo giolittiano, l'economia del Paese, e in particolare l'industria, ebbe un grande incremento, che si può riassumere in queste cifre: il reddito nazionale aumentò del 50 per cento dal 1895 al 1915; l'industria, che nel 1895 contribuiva alla produzione totale nella misura del 19 per cento, nel 1914 era passata al 25 per cento.
Le industrie che maggiormente si svilupparono furono la tessile (i lanifici di Biella, Schio e Prato e i cotonifici lombardi e napoletani) e la meccanica (fabbriche d'auto Fiat e Itala).
In questo periodo si può collocare la seconda fase della rivoluzione industriale dell'Italia, con il nascere e lo svilupparsi delle industrie idroelettriche e termoelettriche. L'elettricità, prevalentemente ricavata dalle nostre risorse idriche, si sostituiva, in parte, al carbone, che doveva invece essere importato.
Giolitti, sostenendo lo sviluppo industriale che porterà alla trasformazione della vecchia struttura dell'economia italiana basata sulla terra in una struttura basata sull'industria, pensava di favorire l'avanzamento civile del Paese.
Uno degli strumenti, ai quali Giolitti ricorse per industrializzare il Paese, fu lo sviluppo dei mezzi di comunicazione (ferrovie e strade), sviluppo che fu raggiunto grazie a forti investimenti pubblici.
Al termine dell'età giolittiana, la struttura economica del Paese era tale che poté sostenere lo sforzo richiesto dalla guerra, che a sua volta, tra tanti e tragici effetti negativi, determinò un ulteriore sviluppo industriale.
d) Il pareggio del bilancio - La floridezza economica consentì a Giolitti - nonostante le spese per i grandi lavori pubblici - di mantenere il pareggio del bilancio già raggiunto al tempo di Crispi, ed anzi di migliorare ancora la situazione finanziaria dello Stato. La lira italiana acquistò tale prestigio da fare aggio sull'oro, cioè da essere preferita alla moneta aurea sul mercato internazionale.
e) Le riforme - L'avanzata civile del Paese si tradusse in un miglioramento della condizione del proletariato grazie anche alla legislazione sociale promossa da Giolitti a favore dei lavoratori infortunati o invalidi o anziani, a protezione del lavoro delle donne e dei fanciulli, del diritto al riposo settimanale e di altre provvidenze assistenziali. In questo quadro, per le sue ripercussioni sociali, si inserisce l'estensione dell'obbligo elementare (obbligo che peraltro fu spesso ampiamente evaso per le difficili condizioni economiche, soprattutto dei contadini e di molti comuni che non erano in grado di approntare aule e attrezzature).
f) L'estensione del diritto di voto -  Nel 1912 fu approvata una legge che estendeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi, dopo il 21° anno di età, e dopo il 30° per gli analfabeti. Gli elettori passarono così da tre milioni e mezzo a circa otto milioni. Le donne restavano sempre escluse dal diritto di voto.
Anche se questo diritto non modificò immediatamente la situazione delle classi più povere, fu tuttavia uno strumento importante per la loro progressiva presa di coscienza.
g) L'avanzata delle classi popolari - La politica giolittiana avvantaggiò le organizzazioni politiche delle masse popolari: il Partito Socialista e il Partito Popolare: un partito cattolico, questo secondo, costituitosi a seguito del ritiro, da parte della Santa Sede, del divieto ai cattolici di partecipare alla vita dello Stato italiano, il già ricordato « non expedit». Nacque anche, a tutela dei lavoratori e a promozione dei loro diritti, la Confederazione generale del lavoro, cui seguì ben presto la Confederazione dell'industria.
h) La guerra di Libia - Per quanto contrario ad avventure militari, Giolitti ritenne di non poter rimandare oltre l'occupazione della Tripolitania e della Cirenaica (la «quarta sponda»), nel timore che altre nazioni europee se ne impossessassero. Ne seguì una guerra alla Turchia, dalla quale quelle regioni dipendevano, guerra che si concluse rapidamente con la loro conquista e la costituzione in colonia della Libia (22 settembre-5 novembre 1911). In realtà, rimasero focolai di resistenza, che protrassero le operazioni militari per molti anni.
i) Gli aspetti negativi della politica giolittiana - Non mancarono tuttavia, nella politica di Giolitti, aspetti negativi. Egli infatti fece proprio il «trasformismo» inaugurato dal Depretis, impedendo così il costituirsi di una corretta dialettica parlamentare, cioè il formarsi di una effettiva opposizione; continuarono di conseguenza clientelismi e favoritismi.
L'elemento più negativo fu, però, aver favorito lo sviluppo dell'industria del Nord a scapito del Sud, aggravando il divario già esistente fra le due parti del Paese.
Il fenomeno dell'emigrazione, specie nel Sud, acquistò dimensioni notevolissime, impoverendo ancor più regioni già depresse ed esponendole al pericolo della demagogia e della corruzione elettorale, cui Giolitti ricorse in larga misura.
l) L'età delle masse - Nel periodo giolittiano si assiste, in Italia, alla prima comparsa di un fenomeno di carattere europeo: il ridimensionamento delle élite, cioè delle minoranze quali uniche protagoniste della storia, e la progressiva partecipazione ad essa delle masse. D'ora in avanti, e sempre più (e la prima guerra mondiale concorrerà ad accelerare questo fenomeno) avranno peso nella vita degli Stati le masse organizzate in partiti e sindacati.
m) L'irrompere dell'irrazionale nella cultura - Al di sotto della liscia superficie dell'età giolittiana, cui corrispose, sul piano europeo, quella che fu definita «la belle époque», quasi a significare che la civiltà era entrata in una fase di progresso inarrestabile e di pace sicura, in realtà si agitavano tensioni sociali e internazionali, che irromperanno alla luce con la guerra mondiale e la rivoluzione russa.
Queste inquietudini sotterranee vengono colte dagli artisti e si esprimono nelle varie forme di quel vasto movimento che va sotto il nome di decadentismo, il cui carattere dominante è il rifiuto della ragione.

11 La prima guerra mondiale (1914 -1918)
La prima guerra mondiale fu un conflitto che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. Chiamata inizialmente dai contemporanei guerra europea, con il coinvolgimento successivo delle colonie dell'Impero britannico e di altri paesi extraeuropei tra cui gli Stati Uniti d'America e l'Impero giapponese, prese il nome di "guerra mondiale" o anche "grande guerra": fu infatti il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla seconda guerra mondiale.
Il conflitto ebbe inizio il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, e si concluse oltre quattro anni dopo, l'11 novembre 1918. A causa del gioco di alleanze formatesi negli ultimi decenni dell'Ottocento, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero ottomano) e la Bulgaria (questa dal 1915) e dall'altra le potenze Alleate rappresentate principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e Italia (questa dal 1915). Oltre 70 milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia; si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.
La guerra si concluse definitivamente l'11 novembre 1918 quando la Germania, ultimo degli Imperi centrali a deporre le armi, firmò l'armistizio imposto dagli Alleati. I maggiori imperi esistenti al mondo - tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo - si estinsero, generando diversi stati nazionali che ridisegnarono completamente la geografia politica dell'Europa.
a) L'immane massacro - La «belle époque» si concludeva con l'immane massacro della «grande guerra», come fu chiamato il conflitto mondiale 1914-18. Un massacro che i ritrovati delle scienze e della tecnica, dalle quali ci si era atteso un indefinito progresso nella pace, resero di proporzioni mai prima immaginate: otto milioni di morti, vaste e ricche regioni ridotte a deserti di rovine.
b) Le ragioni del conflitto - Le ragioni più importanti che favorirono lo scoppio della guerra si possono così riassumere:
-          il timore per la crescente potenza politica, militare ed economica della Germania, che non tralasciava occasione per ostentare provocatoriamente la sua forza e le sue mire di supremazia;
-          gli irredentismi che contrapponevano la Francia alla Germania (per l'Alsazia e la Lorena che la prima rivendicava) e l'Italia all'Austria (per Trento e Trieste);
-          le rivalità tra i popoli balcanici che portavano, tra l'altro, ad una contrapposizione dell'Austria alla Russia (che, facendosi patrona dei popoli slavi, voleva contrastare il predominio e l'espansione dell'Austria nella penisola).
c) Il peso dell'irrazionalismo - L'ondata di irrazionalismo che aveva caratterizzato la cultura europea di fine secolo e che esaltava l'aspetto istintuale, la volontà di potenza, l'uso della forza e anche della violenza come espressioni positive di vitalità, indebolì le resistenze di coloro che, per evitare gli indicibili sacrifici di una guerra, sostenevano il ricorso alla trattativa e al compromesso.
d) Un conflitto mondiale - Poiché gli interessi delle grandi potenze implicate si estendevano, tramite gli imperi coloniali, agli altri continenti, ed il Giappone prima (1914) e gli Stati Uniti poi (1917) parteciparono direttamente alle operazioni, il conflitto ebbe estensione mondiale, anche se i campi di battaglia decisivi furono quelli europei. Fu la prima guerra a coinvolgere tutto il pianeta.
e) Una guerra totale - Anche se le guerre napoleoniche avevano messo in luce l'importanza, ai fini della vittoria, di riuscire a mobilitare le risorse del paese, solo con la guerra 1914-18 la supremazia finale dipese sia dallo sforzo produttivo che l'economia, e in particolare l'industria, seppe esprimere in ciascun Stato, sia dall'energia morale della popolazione civile, che doveva sostenere questo impegno globale.
f) Una guerra di posizione - I tedeschi pensavano di concludere le operazioni belliche nel giro di poche settimane, battendo prima la Francia e rivolgendosi poi contro la Russia. Fallito il loro piano, alla guerra di movimento subentrò quella di posizione, tanto sul fronte occidentale che su quello orientale: così pure su quello italiano, dopo che anche l'Italia entrò in guerra.
Per quattro anni, milioni di soldati si fronteggiarono dalle opposte trincee e le sanguinose offensive (che duravano settimane e mesi, e costavano la vita di decine e a volte di centinaia di migliaia di soldati) portavano soltanto ad irrisori spostamenti delle linee.
g) Le nuove armi - Oltre che dallo sviluppo delle artiglierie, che acquistarono una portata e una potenza mai viste, la guerra 1914-18 fu caratterizzata dall'introduzione di alcune grosse novità nei mezzi bellici, che modificarono radicalmente le tecniche di combattimento: le mitragliatrici, i carri armati, i lanciafiamme, i gas venefici e l'aviazione (utilizzata quasi esclusivamente per la ricognizione).
Sui mari, più che le mastodontiche corazzate, assunsero importanza i sottomarini, la nuova arma con la quale i Tedeschi riuscirono a mettere in crisi i trasporti, di cui gli alleati avevano necessità per i loro rifornimenti di truppe, di materiali e di viveri.
h) Gli opposti schieramenti - Due furono i gruppi di potenze che si fronteggiarono. Da una parte il blocco degli Imperi Centrali: Germania, Austria, Turchia e Bulgaria; dall'altra le potenze dell'intesa (o, genericamente, gli Alleati: Francia, Russia, Serbia, Belgio, Inghilterra, Giappone, Italia, Romania e Stati Uniti.
Gli Stati del primo gruppo erano avvantaggiati dal fatto che la contiguità dei loro territori facilitava le manovre per linee interne e i rapidi spostamenti di truppe, armamenti e materiali da un fronte all'altro; quelli del secondo gruppo erano favoriti dal fatto di poter comunicare con i non belligeranti, per cui sentirono meno degli Imperi Centrali la penuria di generi alimentari e di materie prime indispensabili per la condotta della guerra. Fu questa la ragione che portò alla sconfitta finale degli Imperi Centrali
i) La neutralità dell'Italia: interventisti e neutralisti - Dopo l'attentato di Sarajevo Austria-Ungheria e Germania decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'Italia, in considerazione del fatto che il trattato di alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco dell'Austria-Ungheria alla Serbia, compensi territoriali per l'Italia. Il 24 luglio Antonino di San Giuliano, ministro degli esteri italiano, prese visione dei particolari dell'ultimatum e protestò con l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che se fosse scoppiata la guerra austro-serba sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna; la decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata la mattina del 3. L'Italia, quindi, appigliandosi al mancato rispetto da parte dell'Austria di alcune clausole del trattato della Triplice Alleanza, dichiarò inizialmente la sua neutralità. La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime, sebbene il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna facesse nascere i primi dubbi sulla invincibilità tedesca.
Ma nel Paese si formarono ben presto due correnti: quella degli interventisti e quella dei neutralisti.
I gruppi interventisti minoritari paventavano la sminuita statura politica, incombente sull'Italia, se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se a prevalere fossero stati gli Imperi centrali si sarebbero vendicati della nazione vista come traditrice di un'alleanza trentennale. Tra i primi, che sostenevano l'intervento a fianco dell'Intesa, si distinsero: gli irredentisti, che miravano all'annessione di Trento e di Trieste; gli industriali, favorevoli al conflitto perché vi vedevano una fonte di profitti grazie alle commesse militari; i nazionalisti che volevano inserire l'Italia tra le grandi potenze.
Neutralisti erano invece, con alcune eccezioni, i socialisti, che consideravano la guerra espressione degli interessi dei capitalisti. Erano neutralisti anche i cattolici, che, contrari al conflitto per motivi religiosi, guardavano inoltre con preoccupazione ad una eventuale sconfitta dell'Austria cattolica. Per motivi diversi era neutralista Giolitti, il quale riteneva che, astenendosi dalla guerra, l'Italia avrebbe potuto ottenere dall'Austria, grazie a trattative diplomatiche, notevoli concessioni.
Alla fine, prevalsero le forze interventiste e l'Italia, il 24 maggio 1915, entrò in guerra a fianco degli Alleati contro gli Imperi Centrali: alla fine del 1914 il ministro degli esteri Sidney Sonnino avviò contatti con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese. Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice alleanza, fu avviata la mobilitazione e il 24 maggio fu dichiarata guerra all'Austria-Ungheria ma non alla Germania, con cui Antonio Salandra sperava, futilmente, di non guastare del tutto i rapporti.
Il piano strategico dell'esercito italiano, sotto il comando del generale e capo di stato maggiore Luigi Cadorna, prevedeva un atteggiamento difensivo nel settore occidentale, dove l'impervio Trentino costituiva un saliente incuneato nell'Italia settentrionale, e un'offensiva a est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso il cuore dell'Austria-Ungheria. Dopo aver occupato il territorio di frontiera, il 23 giugno gli italiani lanciarono il loro primo assalto alle postazioni fortificate austro-ungariche, attestate lungo il corso del fiume Isonzo: l'azione andò avanti fino al 7 luglio, ma a dispetto della superiorità numerica gli italiani non conquistarono che poco terreno al prezzo di molti caduti. Lo schema si ripeté identico a metà luglio, e poi ancora in ottobre e novembre: ogni volta gli assalti frontali degli italiani cozzarono sanguinosamente contro le trincee austro-ungariche attestate sul bordo dell'altopiano del Carso, che sbarrava agli attaccanti la via per Gorizia e Trieste.
Sul fronte italo-austriaco, il conflitto si presentò subito estremamente lento, combattuto nelle trincee scavate nelle montagne del Friuli da soldati reclutati tra le fasce più povere della popolazione.
Nel 1917 l’offensiva austriaca divenne sempre più pressante, finché l’esercito italiano subì la famosa sconfitta di Caporetto, il 24 ottobre del 1917, con gravi ripercussioni anche sulla vita economica e sociale del Paese. Ebbero infatti inizio una serie di scioperi e di manifestazioni, tali da costringere il governo a fare grandi promesse ai soldati, al fine di risollevarne il morale, evitando defezioni ed ammutinamenti.
Il 1918 fu l’anno decisivo del conflitto: sul fronte italo-austriaco, l’esercito italiano, guidato dal un nuovo generale Armando Diaz, riuscì a conquistare Trento e Trieste, stipulando un armistizio con l’Austria e giungendo finalmente alla pace.
l) La rivoluzione russa e l'intervento americano - Al di là delle operazioni belliche - per le quali si rimanda alla cronologia - una considerazione particolare meritano due eventi, per le rilevantissime conseguenze che ebbero nella successiva storia mondiale: la rivoluzione russa e l'intervento americano, che si verificarono entrambi nell'aprile del 1917.
Con la rivoluzione russa - che ebbe come immediata conseguenza il ritiro della Russia dal conflitto - si costituì nell'Est dell'Europa un forte stato socialista, l'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste (U.R.S.S.), che diede vigore ai movimenti socialisti in Europa e nel mondo, e caratterizzò, con la sua presenza, tutta la storia successiva fino ai giorni nostri.
L'intervento degli Stati Uniti d'America (USA) fu determinato da varie cause:
-          dalla solidarietà con gli ideali democratici delle potenze dell'Intesa;
-          dalla preoccupazione di salvaguardare i capitali investiti dalle industrie americane con la cessione a credito ai belligeranti Alleati di armi e materie prime;
-          dai danni e dalle reazioni emotive suscitate nell'opinione pubblica americana dalla guerra sottomarina, che i tedeschi avevano spinto alle estreme conseguenze affondando anche le navi delle potenze neutrali;
-          dalla convinzione che, soltanto prendendo parte diretta alla guerra, gli USA avrebbero potuto partecipare alle decisioni per l'assetto politico postbellico. Ed era una convinzione esatta: la presenza degli USA alla conferenza della pace non solo fu di estremo rilievo, ma contribuì decisamente a portarli a quella posizione di preminenza, che doveva precisarsi con la seconda guerra mondiale.
m) Carattere dei trattati di pace - I trattati di pace, che furono imposti senza essere discussi dalle potenze dell'Intesa alle nazioni vinte, ebbero un carattere punitivo, particolarmente quello con la Germania, e ne misero in ginocchio l'economia.
Tutto ciò, insieme ad una serie di altri problemi politici irrisolti, rese la pace fragile e di breve vita: poco più di vent'anni dopo (settembre 1939), essa fu travolta da un nuovo, più esteso e distruttivo conflitto mondiale.
n) Il significato della guerra per l'Italia - Per l'Italia la guerra 1915-18 fu, in un certo senso, l'ultima delle guerre d'indipendenza, perché portò al compimento dell'unità politica, con l'annessione del Trentino e della Venezia Giulia.
Ma ben più complesso è il suo significato, se guardiamo alle grandi trasformazioni che essa indusse nella società italiana:
-          l'economia di guerra stimolò lo sviluppo dell'industria ad un ritmo prima imprevedibile;
-          ciò comportò una vasta mobilitazione delle masse operaie e non solo degli uomini, ma anche delle donne, con fondamentali trasformazioni politiche, sociali e di costume;
-          l'incontro, avvenuto nelle trincee, delle masse prevalentemente contadine (provenienti da regioni tra loro tanto lontane non solo geograficamente, ma per cultura, tradizione e costumi) favorì l'unificazione sociale del Paese e diede ai lavoratori coscienza della loro consistenza, e della loro forza. Su questa presa di coscienza potrà far conto, nell'immediato dopoguerra, il Partito Socialista per la sua rapida avanzata.
Queste profonde trasformazioni sociali sono alla base delle inquietudini e dei rivolgimenti che caratterizzeranno gli anni immediatamente successivi alla pace.

12 Tra le due guerre: l’etè dei totalitarismi – Nel campo dell'analisi storiografica e politica il ter­mine totalitarismo cominciò a essere applicato al­la fine degli anni venti del Novecento, in Inghilterra, tanto al regime fascista quanto a quello comuni­sta che si era imposto in Russia con la rivoluzione del 1917. Ma questo accostamento incontrò forti resistenze fra gli storici di sinistra che vedevano il modello totalitario compiuta­mente attuato soltanto nei sistemi politici guidati da Mussolini e da Hitler.
Nel 1934 lo storico delle dottrine politiche George H. Sabine ripropose la definizione di regimi totalitari per tutti quelli in cui vi fosse l'assoluto predominio di un partito unico.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale la categoria del totalitarismo entrò completamente nel linguaggio della storiografia politica per descrivere le dittature monopartitiche fasciste e comuniste, o alcune di esse.
Hannah Arendt (1906-75), filosofa tedesca, costretta ad abban­donare la Germania dopo la salita al potere del Nazi­smo, a cui dedicò un ampio saggio pubblicato nel 1951 (Origins of Totalitarianism;. In quest'opera, che si compone di tre parti (l'Antisemitismo, l'Imperia­lismo, il Totalitarismo), l'autrice spiega che i movimenti totalitari trovano le condizioni del loro sviluppo nella moderna società di massa e ba­sano la propria forza su settori di essa solitamente refrattari all'attività politica ed estranei ai partiti e alle organizzazioni tradizionali. Per questa ragione quei movimenti non si trovano nella necessità di spostare consensi verso le proprie posizioni sottraendoli ad altre mediante le forme consuete del confronto politico, della confutazione e della per­suasione: alle masse a cui si rivolgono, digiune di conoscenze politiche ed estranee ad ogni impegno in questioni di interesse pubblico, esse offrono un'i­deologia, ovvero un sistema articolato di credenze, con cui identificarsi fanaticamente. Il partito uni­co, strumento indispensabile per l'esercizio del potere totalitario, controlla ogni aspetto della vita so­ciale mediante una polizia segreta onnipresente che si impone attraverso il terrore.
Terrore e ideo­logia sono dunque, secondo Arendt, i requisiti fon­damentali del totalitarismo e questo trova espres­sione in un capo carismatico che incarna il potere stesso e al quale tutti gli apparati dello Stato fanno riferimento. Egli è il depositario dell'ideologia che da lui soltanto può essere interpretata e corretta ed è lui infine che individua chi debba essere additato come nemico potenziale o oggettivo contro cui at­tivare la macchina del terrore e la polizia segreta.
L'altra teoria classica del totalitarismo fu for­mulata da Carl J. Friedrich e Zbigniew K. Brzezinski, due studiosi statunitensi in un'opera pubblicata nel 1956 (Totalitarian Dictatorship and Autocracy) nella quale sono indicati sei ele­menti caratteristici di questo tipo di regime:
1. un'ideologia che abbraccia tutti gli aspetti della vita degli individui e che è proiettata verso uno stadio finale e perfetto della società;
2. un partito unico di massa, guidato da un solo capo, che riunisca una minoranza (10% circa della popolazione) strutturata in forma rigida­mente gerarchica e raccolta intorno a un forte nucleo di militanti determinati e fanatici e cie­camente consacrati all'ideologia e pronti a con­tribuire in ogni modo al suo trionfo;
3. un sistema di terrore realizzato attraverso il controllo del partito e della polizia segreta ed esercitato sia verso i provati nemici del regi­me, sia verso intere classi della popolazione;
4. il monopolio del partito e del governo, di tutti i mezzi di comunicazione di massa;
5. il monopolio dell'uso effettivo di tutti gli stru­menti di lotta armata;
6. il controllo centralizzato e la guida dell'intera economia attraverso il coordinamento burocra­tico di entità corporative.
Vi sono molte analogie fra il modello descritto dalla Arendt e quello formulato da Friedrich e Brzezin­ski, ed entrambi concordano nel definire il totalita­rismo una forma di dominio politico del tutto nuo­va e senza precedenti nel passato e nell'identificare in esso, come aspetti centrali, l'ideologia, il terrore poliziesco, il partito unico di massa. Ma compaiono anche evidenti differenze, prima di tutto perché, a differenza di Friedrich e Brzezinski che si limitano a descrivere il fenomeno e non lo collegano a un progetto politico con cui esso sia intimamente e necessariamente intrecciato, secondo la Arendt il to­talitarismo si propone sempre un fine strategico che consiste nella trasformazione della natura umana; inoltre, la filosofa tedesca trapiantata negli Usa giudicava che fossero espressioni compiute del totalitarismo soltanto la Germania di Hitler e la Russia di Stalin, mentre gli altri due studiosi inseri­vano fra quelli totalitari anche gli altri regimi comu­nisti e il fascismo italiano.
Se il totalitarismo rappre­senta uno sviluppo possibile della società moderna in senso speculare, e quindi opposto, alla democra­zia liberale, è lecito domandarsi che cosa stia all'o­rigine di queste differenti alternative. Una risposta che ha suscitato consensi, ma anche radicali divergenze, è quella formulata da Jacob Talmon nel suo saggio sulle Origini della democrazia totalitaria.
Talmon indivi­dua le cause della separazione fra democrazia libe­rale e democrazia totalitaria nella comparsa di una concezione messianica della politica, in base al­la quale si ritiene possibile la costruzione di una so­cietà perfetta. Un orientamento di questo genere compare nell'opera del filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau (1712-78) e ha trovato applica­zione nel corso della Rivoluzione francese da parte di dirigenti giacobini come Maximilien Robespierre (1758-94) di cui Talmon analizza a lungo il pensiero. La conclusione che lo studioso ricava è che, mentre «l'orientamento liberale so­stiene che la politica procede per tentativi ed erro­ri, e considera i sistemi politici espedienti pragma­tici escogitati dall'ingegno e dalla libertà dell'uo­mo», il pensiero democratico totalitario si basa in­vece «sull'asserzione di una sola e assoluta verità politica. Esso può essere definito messianismo po­litico in quanto postula un insieme di cose preordi­nato, armonioso e perfetto, verso il quale gli uomi­ni sono irresistibilmente spinti e al quale devono necessariamente giungere, e riconosce infine un solo piano di esistenza, la politica».

13. Il fascismo – L'interpretazione crociana del Fascismo era quella della malattia morale. Questa interpretazione ha avuto tra i suoi maggiori propugnatori storici in gran parte di origine tedesca e italiana. In Italia Benedetto Croce che espose la sua tesi, riguardo a questa interpretazione, prima in un articolo del New York Times del novembre 1943, in seguito nel discorso del 28 gennaio 1944 a Bari al primo congresso dei Comitati di liberazione, e infine in un'intervista del marzo 1947. Per Croce il Fascismo era visto come una parentesi tra lo stato monarchico liberale e lo stato repubblicano democratico, intesi come uno Stato successore dell'altro. Tale parentesi era dovuta a una malattia morale che avrebbe corrotto la società e la politica con il Fascismo.
Sul fascismo e sulla sua interpretazione in stretta relazione al marxismo, il filosofo cattolico Augusto Del Noce ha dedicato gran parte dei suoi studi e delle sue opere. Del Noce intende mostrare la continuità, dalla rivoluzione francese in poi, che è posta fra l'hegelismo, il marxismo e il fascismo come tre momenti dell'unico processo di secolarizzazione. Il filosofo inizia quindi dall'analisi della figura storica di Mussolini e della sua formazione culturale, notando il suo giovanile anticlericalismo, il suo spontaneo confluire nel socialismo, e il seguente superamento di quest'ultimo per l'evoluzione fascista del suo pensiero. È in particolare sul concetto di «rivoluzione» fascista che Del Noce pone l'accento, essendo questo un concetto base anche del marxismo, una forma di azione tanto vaga e generale da poter attrarre a sé ogni sorta di ceto sociale (anche il proletariato) e di frangia ideologica. Questo permette l'affiancamento ideale dell'attualismo di Giovanni Gentile (ideologo del regime) al modernismo teologico, fiorente a quel tempo e condannato come eresia dalla Chiesa cattolica.
L'interpretazione di tradizione marxista, considera il fascismo come un prodotto della società capitalista e della reazione della grande borghesia contro il proletariato attraverso la mobilitazione di masse piccolo-borghesi e sottoproletarie (il regime reazionario di massa descritto dai comunisti italiani in clandestinità). Nel 1925 Gramsci scrive: "Noi abbiamo una spiegazione di classe del fenomeno fascista", un'interpretazione che De Felice definisce come "fascismo reazione di classe estrema del capitalismo per difendere se stesso".
L'interpretazione democratico-radicale di Gaetano Salvemini, di Piero Gobetti, del movimento Giustizia e Libertà e poi del Partito d'Azione, considera il fascismo come un prodotto logico, inevitabile, degli antichi mali d'Italia. Per Carlo Rosselli il fascismo aveva fatto emergere i vizi congeniti degli italiani.
L'interpretazione che Renzo De Felice dà del fascismo si articola su tre temi fondamentali: l'origine socialista del pensiero di Mussolini e la differenza fra il fascismo e le dittature di destra contemporanee, la distinzione fra il fascismo movimento e il fascismo regime, la realizzazione di un consenso popolare determinante a garantire stabilità e successo al regime fascista. De Felice ha avuto il merito di scardinare l'univocità della storiografia sul fascismo, fino agli anni '70, legata soltanto alla interpretazione marxista del fenomeno fascista come reazione dei ceti dominanti all'irrompere delle masse in politica grazie al socialismo. I suoi studi sono stati proseguiti dalla cosiddetta scuola defeliciana.
a) La crisi della democrazia in Europa - Il dopoguerra fu caratterizzato dalla crisi della democrazia, crisi che venne manifestandosi e accentuandosi col procedere degli anni. La conclusione fu il costituirsi di stati autoritari, prima in Italia (fascismo), poi in Germania (nazismo), infine in Spagna (franchismo). Anche in U.R.S.S. il regime dei Soviet, che aveva caratterizzato i primi anni della rivoluzione, trapassa nella gestione totalitaria e dittatoriale di Stalin.
Di questi movimenti ci limiteremo qui ad illustrare i due che più da vicino toccarono la vita del nostro Paese: il fascismo e il nazismo.
b) Crisi sociale dell'Italia dopo la prima guerra mondiale - Nonostante l'esito vittorioso, la prima guerra mondiale lasciò l'Italia in una situazione di gravi disordini connessi con gli avvenimenti sociali e politici verificatisi durante il conflitto.
Da paese prevalentemente agricolo, l'Italia si avviava a diventare, almeno nel Nord un paese altamente industrializzato. Le masse rurali e il proletariato urbano, esclusi dall'effettiva partecipazione alla gestione dello Stato, premevano per modificare tale situazione e migliorare le loro condizioni economiche, sociali e politiche. Esse trovavano coordinamento e guida nel partito socialista, mentre il successo della rivoluzione bolscevica, che in Russia aveva portato il proletariato al potere, serviva da stimolo alla loro azione.
L'avanzata delle classi proletarie era avversata, oltre che dal grande capitale, dalla media e piccola borghesia, che si vedeva minacciata nel suo prestigio sociale. Per gran parte delle masse cattoliche, inoltre, data la componente antireligiosa implicita nell'ideologia marxista, l'avanzata del socialismo costituiva una minaccia per la cristianità.
A queste ragioni di turbamento si aggiungeva l'insoddisfazione di molti giovani reduci, appartenenti agli strati piccolo e medio borghesi, che, durante il conflitto, si erano trovati in posti di comando e di prestigio e ora mal si adattavano a rientrare nella vita normale.
c) I Fasci di combattimento e l'ascesa di Mussolini - Questa complessa situazione, aggravata dall'incerto atteggiamento del partito socialista che intimoriva gli avversari col suo massimalismo, facendo balenare lo spauracchio di una rivoluzione, che non aveva né la capacità né la reale volontà di attuare, favorì lo svilupparsi di movimenti di destra, fra i quali primeggiò quello dei «Fasci di combattimento», fondato da Benito Mussolini il 23 marzo 1919. Esso si affermò grazie all'uso della violenza da parte delle sue squadre armate, che ben presto furono sostenute dagli agrari e, successivamente, dagli industriali e dalla tacita connivenza delle autorità.
Il fallimento della occupazione operaia delle fabbriche rafforzò ulteriormente le destre che riscossero un successo elettorale nel '21. Fu questo l'inizio dell'ascesa ufficiale del fascismo, che si affermò poi con la Marcia su Roma (28-10-1922) e la designazione di Mussolini a capo del governo.
Dopo un breve periodo di collaborazione con esponenti di altri partiti, Mussolini, abolite le libertà costituzionali (3-1-1925), instaurò un regime totalitario.
Repubblicano e anticlericale alle sue origini, il fascismo si alleò poi con la monarchia e cercò l'appoggio della Chiesa, presentandosi come il suo salvatore contro il «comunismo ateo»
Per dare un contenuto sociale alla sua «rivoluzione», elaborò la teoria dello Stato corporativo che, sotto l'etichetta di conciliare gli interessi antitetici del capitale e del lavoro, nell'interesse supremo dello Stato, di fatto trasformò lo Stato nel tutore dell'interesse del capitale. L'unico carattere che il fascismo costantemente conservò fu l'esasperato nazionalismo, che ben presto si manifestò come presuntuoso imperialismo.
d) La crisi del fascismo e il suo crollo - La conquista dell'Etiopia (1936) e la proclamazione dell'Impero segnano il culmine del successo fascista e del consenso che il fascismo era riuscito ad ottenere fra il popolo. L'inizio della sua parabola discendente e della frattura con la società italiana si può individuare nel momento in cui Mussolini decise di avvicinarsi alla Germania (1937), per ovviare a quell'isolamento in cui l'Italia si era trovata a seguito della guerra etiopica condannata dagli altri Paesi membri della Società delle Nazioni.
In particolare, gli nocquero le conseguenze di tale avvicinamento: la partecipazione, con reparti di volontari, alla guerra civile di Spagna in appoggio a Franco e a fianco dei «camerati» tedeschi; la promulgazione, ad imitazione di quanto Hitler aveva fatto in Germania di una legislazione antisemita (leggi razziali).
La partecipazione alla seconda guerra mondiale, in qualità di alleato della Germania, e i gravi insuccessi militari determinarono la caduta di Mussolini e il crollo del fascismo (25 luglio 1943).
e) La repubblica sociale di Salò - La liberazione di Mussolini (che era stato relegato sul Gran Sasso) ad opera dei tedeschi portò a una effimera rinascita del regime fascista, che, per l'occasione, richiamandosi alle sue origini repubblicane, proclamò la Repubblica Sociale Italiana, detta Repubblica di Salò dal paese sul lago di Garda dove il governo aveva sede. La sconfitta tedesca in Italia e il successo delle azioni partigiane ne segnarono la fine.
f) Come giudicare il fenomeno fascista - Il fascismo, secondo alcuni, fu soltanto una malattia passeggera nello sviluppo liberale dell'Italia contemporanea. E' questa la tesi sostenuta, ad esempio, dal filosofo Benedetto Croce. Per altri, rappresentò invece la manifestazione estrema e caratteristica di una permanente tendenza antidemocratica della nostra storia nazionale, che ha tenuto costantemente le masse al di fuori della vita politica.
Spetterà alla Resistenza colmare, almeno in parte, questo divorzio fra Stato e popolo, e di creare così le premesse per una costituzione che prevede la partecipazione attiva delle masse democratiche alla cosa pubblica.

14 Il nazismo – Il 10 luglio 1921, in una Germania ridotta alla miseria dal disastro bellico, Adolf Hitler, un anonimo ed oscuro reduce di guerra di origini austriache,  era eletto capo indiscusso di una piccola formazione di destra, dal nome Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi. Dopo anni di militanza quel piccolo manipolo di visionari avrebbe raggiunto, sotto il segno della svastica, antico simbolo indo-europeo, il dominio sull’Europa, con il fine di costituire un grande Reich millenario, volto a sottomettere il mondo intero.
I principi enunciati da Hitler nel Mein Kampf, riassumibili nel principio della superiorità della razza ariana eletta, destinata ad imporre la propria egemonia, trovarono tragica e sistematica attuazione nello sterminio di 6 milioni di ebrei,  nei massacri, nei rastrellamenti, nell’incubo cui dovettero soggiacere decine di migliaia di persone dal gennaio 1933, anno dell’ascesa al potere del nazional-socialismo, fino al maggio del 1945, quando, in una Berlino ridotta ad un mucchio di rovine, la bandiera rossa sovietica fu issata sul pennone del Reichstag. Fu così la fine di quell’oscuro e malefico impero, di una perversa ideologia che il suo fuhrer voleva millenaria e che invece non sopravvisse alla straripante superiorità alleata; ad una ad una le armate tedesche che avevano occupato l'Europa e apparivano invincibili, furono travolte e sconfitte, fino alla capitolazione, che pose termine alla spirale di violenza, ma non riuscì a rimuovere e a cancellare il ricordo di una tragedia costata 50 milioni di morti e destinata a rimanere indelebile, nella memoria collettiva.
a) Crisi politica ed economica della Repubblica di Weimar - In Germania, dopo la fuga del Kaiser Guglielmo II, fu proclamata la repubblica (9 novembre 1918), guidata da un governo provvisorio di indirizzo socialdemocratico.
La situazione interna era però molto delicata: nel gennaio 1919 a Berlino scoppiò una rivoluzione, capeggiata dal Partito comunista fondato da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg e finalizzata ad abbattere il vecchio apparato dello Stato e il sistema capitalistico, che fu repressa nel sangue.
L’11 agosto 1919 l’Assemblea costituente proclamò la repubblica di Weimar, dotata di una nuova Costituzione che trasformava lo Stato unitario in repubblica federale. Gli ambienti di destra osteggiarono la nuova repubblica, organizzando atti terroristici e tentando un colpo di Stato il putsh di Kapp nel 1920. La situazione fu aggravata dal disastro economico, della disoccupazione e da un’inflazione galoppante, che resero impossibile pagare i risarcimenti previsti dal trattato di pace alle potenze europee. A garanzia del pagamento, la Francia occupò il bacino minerario della Ruhr nel 1923.
La Repubblica di Weimar ebbe vita difficile, per i tentativi comunisti di instaurare una repubblica dei Soviet e le tendenze nazionalistiche e militariste delle destre. Delle difficoltà economiche e del malcontento per le dure condizioni della pace approfittò Hitler che, nel 1920, fondò il Partito nazionalista dei lavoratori tedeschi, più noto come partito nazista. In politica estera, esso puntava alla revisione del sistema instaurato dal trattato di pace e alla creazione di un grande Reich (= impero) pantedesco e, in politica interna, mirava ad instaurare un governo autoritario. Per instaurare in Germania un regime autoritario Hitler e i suoi seguaci tentarono un colpo di Stato, fallito, contro il governo bavarese, il cosiddetto putsh di Monaco del 1923.
In politica internazionale negli anni Venti prevalse uno spirito di distensione con il patto Locarno del 1925 e ciò rese possibile un piano di aiuti americani all’economia tedesca (piano Dawes). La Germania fu ammessa nel 1926 alla Società delle Nazioni  e nel 1929 furono ridotti e rateizzati i risarcimenti di guerra tedeschi e fu imposto alle truppe franco-belghe di abbandonare la Renania.
b) Le cause del successo di Hitler - Fallito il suo primo colpo di stato nel 1923 (putsch di Monaco; Hitler incarcerato scrisse il Mein Kampf = La mia battaglia, in cui espose le sue teorie). La crisi economica del 1929 pose fine allo spirito di Locarno e rafforzò in Germania le tendenze di estrema destra. I nazionalsocialisti nelle elezioni del 1930 divennero il secondo partito del Paese. Due anni dopo Hitler fu però battuto alle elezioni presidenziali dal maresciallo Hindenburg. La mancanza di un governo stabile portò a due successive elezioni (luglio e novembre 1932) e alle fine Hinderburg affidò il cancellierato a Hitler (30 gennaio 1933). Hitler incontrò un successo nelle elezioni del 1930, grazie alle attività terroristiche delle squadre armate del partito (SA e SS) e all'aumentato malcontento popolare per i crescenti disagi seguiti alla grave crisi mondiale del '30 che ebbe anche in Germania dure ripercussioni, soprattutto nel campo della occupazione. Non furono estranei al suo successo gli strumenti della propaganda elettorale, gli slogan, i simboli, i riti fortemente suggestivi che accompagnavano le manifestazioni naziste. Tutto ciò, peraltro, non sarebbe stato sufficiente all'affermazione hitleriana, se militaristi, agrari, industriali e piccoli borghesi non avessero visto, nel movimento nazista, la risposta più soddisfacente ai loro sentimenti nazionalistici e al diffuso timore verso i comunisti.
Il nazismo trovò entusiastici finanziatori nei magnati dell'industria tedesca; e le azioni delle squadre armate del partito conobbero la tolleranza delle autorità, che erano invece pronte a colpire le violazioni della legge compiute dai comunisti.
I nazisti, sempre più forti, provocarono alcuni gravi incidenti per screditare i partiti dell’estrema sinistra (incendio del Reichstag, 27 febbraio 1933). Usarono la violenza per eliminare gli oppositori del regime e indussero le classi medie ad aderire in massa al nazionalsocialismo, praticando la politica del terrore e limitando le libertà politiche e civili (decreto straordinario, 28 febbraio).
Nel corso delle nuove elezioni (5 marzo 1933) i nazionalsocialisti ottennero la maggioranza insieme ai conservatori. Hitler a quel punto si assicurò pieni poteri per quattro anni (legge-delega, 23 marzo 1933). Furono sciolti i partiti politici, mentre fu dichiarato partito unico quello nazista (14 luglio 1933); venne istituita una nuova polizia segreta (Gestapo), con il compito di reprimere ogni forma di opposizione. Alla morte di Hindenburg (agosto 1934) Hitler ottenne il potere assoluto (cancellierato e presidenza) del neo costituito Terzo Reich.
Il consolidamento della dittatura nazista poté contare anche sull’azione di propaganda e sull’inquadramento, soprattutto dei giovani, nelle organizzazioni del Partito nazista.
La principale ragione del consenso del popolo tedesco al programma hitleriano deve essere cercata nei buoni risultati fortemente in campo economico, grazie a una politica fortemente autarchica, sostenuta dalla presenza imprenditoriale dello Stato nel campo dei lavori pubblici, delle infrastrutture, dell’industria pesante.
L’ideologia politica del nazismo si basava su due elementi fondamentali: quello della assoluta superiorità della razza ariana, identificata con il popolo tedesco, e quello della ineguaglianza, ritenuta legge fondamentale della natura e come tale motivo determinante della sottomissione delle masse ai capi e delle razze inferiori a quelle superiori. Da questa premesse discendeva anche l’antisemitismo nazista: il popolo ebraico era considerato come l’origine di tutti i mali del mondo, da cui discendevano il liberalismo, la democrazia, il marxismo. Inoltre riteneva che le comunità ebraiche fossero troppo potenti economicamente e perciò non integrabili nel progetto totalitario del nazismo. In base a queste convinzioni iniziò una vera e propria persecuzione, che divenne sistematica con le leggi di Norimberga (settembre 1935), in base alle quali gli Ebrei furono privati della cittadinanza tedesca, fu loro vietato contrarre matrimoni con altri cittadini tedeschi e furono obbligati a rendersi riconoscibili esibendo sugli abiti la stella gialla di David.
La politica estera nazista fu estremamente aggressiva nei confronti dei Paesi naturalmente tedeschi (come l’Austria e il territorio dei Sudeti in Cecoslovacchia), la cui acquisizione costituiva la prima tappa di un’ulteriore espansione che avrebbe portato i Tedeschi ad avere un’unica grande patria germanica (pangermanesimo), in cui sottomettere altri popoli considerati inferiori per sfruttarne le risorse economiche.
L’Europa sottovalutò il pericolo nazista per diverse ragioni: da una parte Hitler realizzò il programma con meditata lentezza; inoltre la Germania non era l’unico Paese in cui esisteva una dittatura; infine l’autocomunismo di Hitler suscitava molte simpatie in campo internazionale.
c) Caratteristiche del fenomeno nazista - Il nazismo si distinse dal fascismo italiano, cui si ispirava, non solo per l'inclusione del mito della razza pura ariana, al quale si accompagnava un violento antisemitismo, ma anche per una concezione complessivamente più fanatica e disumana. L'insediamento del nazismo nel cuore dell'Europa e le mire espansionistiche della politica hitleriana dovevano travolgere nella guerra il nostro continente e il mondo intero.
d) Il crollo del nazismo - L'insuccesso finale cui Hitler andò incontro nella guerra da lui scatenata portò alla fine del nazismo e alla morte tragica e scenografica del suo capo.

15 Il comunismo - Subito dopo la Rivoluzione d'ottobre in Russia scoppiò una guerra civile tra l'esercito sovietico, la cosiddetta Armata Rossa, organizzato e comandato da Lev Trockij, e i vari eserciti che si rifacevano al potere zarista, le Armate Bianche. La Russia dei Bolscevichi perse i suoi territori ucraini, polacchi, baltici e finnici con la firma del trattato di Brest-Litovsk, con il quale usciva dalla prima guerra mondiale e poneva fine alle ostilità con gli Imperi centrali. Le potenze alleate dell'Intesa lanciarono senza successo un intervento militare a sostegno delle forze anticomuniste. Nel frattempo sia i Bolscevichi che l'Armata Bianca effettuarono campagne di deportazioni, arresti di massa ed esecuzioni contro i propri avversari, denominate rispettivamente Terrore rosso e Terrore bianco. Entro la fine della guerra civile l'economia russa e le sue infrastrutture furono pesantemente danneggiate. Milioni di persone divennero rifugiati bianchi e si stima che la carestia russa del 1921-1923 causò fino a un massimo di 5 milioni di vittime.
a) Lo Stato sovietico e la NEP - Le condizioni in cui la guerra mondiale aveva lasciato l'ex Impero russo erano davvero disastrose; crisi economica e speranza controrivoluzionaria. Furono gli anni in cui si combatté il comunismo di guerra, quando furono presi drastici provvedimenti. Al paese mancava tutto, e vi era la necessità di una fiducia decisiva nel regime, anche se la socializzazione dell'economia non arrivò mai.
Per venire incontro alle esigenze alimentari delle popolazioni furono requisiti tutti i prodotti agricoli, e nel marzo del 1921 i marinai di Kronstand insorsero al grido i soviet ma senza i bolscevichi.
Questa rivolta, che testimoniava una tendenza democratica del popolo, fu sedata con il sangue. Lenin però capì che bisognava instaurare un forte cambiamento, visto che le armate bianche erano definitivamente sconfitte. Lenin era cosciente del fatto che la rivoluzione che si era affermata in Russia non era propriamente in linea con il marxismo, ma faceva riferimento all'interpretazione dei socialisti.
I socialisti vedevano nel capitalismo l'occasione senza la quale non sarebbe potute essere instaurato il comunismo. Mentre Marx sosteneva che al rivoluzione sarebbe potuta venire anche da civiltà primitive. Lenin si riavvicinò così al marxismo più puro ed affermò che l'affermazione dello Stato comunista sarebbe potuta avvenire senza il passaggio dell'urbanizzazione, puntando su concessioni ai contadini.
Nacque così la NEP (Nuova Politica Economica), con la quale non si propose nessun obiettivo rivoluzionario. Per sette anni la politica economica bolscevica ebbe un carattere misto. Lo stato continuava a controllare lo sviluppo economico, ma venivano concesse ad agricoltori e piccole industrie agevolazioni fiscali, creando un’economia di mercato affianco a quella statale. Insieme a questi provvedimenti si inserirono importanti manovre di alfabetizzazione, favorendo la letteratura locale. Fu istituita un’organizzazione sanitaria ed assistenziale e fu riconosciuto il diritto all'autodecisione delle varie nazionalità, portando alla creazione nel 1922 nell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Fu riportata la moralizzazione che nei tempi addietro aveva preso un ritmo incalzante con divorzi eccessivi, allontanamento dei vincoli matrimoniali, delinquenza, aborto ecc.
La chiesa greco-ortodossa fu duramente colpita perché il regime sovietico proclamò l'ateismo. Nel 1921 venne proibita l'istruzione religiosa e nel 1926 fu condannato il clero ai lavori forzati. Nelle scuole veniva ufficialmente impartito l'ateismo e durante il regime si assistette alla scomparsa di numerosi vescovi e preti e alla distruzione di chiese e conventi. Partendo dalla definizione marxista della religione come oppio dei popoli, i bolscevichi, portarono avanti una decisa lotta contro la Chiesa.
La politica della NEP ebbe poi importanti ripercussioni in ambito internazionale. Ora non aveva più senso parlare di rivoluzione permanente perché la NEP aveva concesso un piccola libertà all'iniziativa capitalistica e si faceva largo l'idea di un comunismo di un solo paese, riallacciando i rapporti internazionali, promuovendo il sentimento di difesa dell'URSS.
In politica estera, con la partecipazione alla conferenza di Ginevra nel 1922 e di Losanna nel 1923, si ridiscusse della pace con la Turchia, e la Russia rientrò nella scena mondiale. Artefice di questa svolta importantissima fu Cicerin, ministro degli Esteri sovietico, che incontrò a Rapallo il ministro degli Esteri Rathenau, creando un amicizia russo-tedesca che favoriva gli scambi commerciali.
b) L'unione Sovietica staliniana – Lenin non riuscì a vedere la fine della NEP. Morì dopo appena due anni dalla sua attuazione per un arteriosclerosi precoce. La sua compagna non avrebbe voluto che si fosse costruito un mausoleo per conservarvi il corpo dell'uomo imbalsamato. Il posto occupato da Lenin fu preso da Stalin, un georgiano, abile uomo politico ed organizzatore, nemico di Trotzkij.
Stalin riteneva che i compiti del partito erano cambiati. La costruzione dello Stato comunista richiedeva uomini in grado di controllare la macchinosa macchina statale.
Trotzkij non negava gli obiettivi della rivoluzione bolscevica, ma riteneva che questi potessero realizzarsi mantenendo certa libertà di opinioni, e per questo nel 1929 fu cacciato dal partito e costretto all'esilio.
Eliminata la sua più irruenta opposizione Stalin poté dedicarsi maggiormente al suo programma, che con la dichiarazione del 4 febbraio 1931 diede la massima accelerazione dell'industrializzazione, iniziando i piani quinquennali. Stalin ritenne che coloro alla cui spesa si sarebbero attuati i piani quinquennali sarebbero stati i kulaki, i contadini più agiati.
Incitò i contadini più poveri a muoversi contro questi che furono, imprigionati, deportati e fucilati. Così fu permessa l'attuazione dell'industrializzazione sfrenata di Stalin.
Né Marx né Engels avevano mai teorizzato che la rivoluzione sarebbe dovuta avvenire con esportazioni e uccisioni. La Russia diveniva così un paese prevalentemente industriale, ma pagando un carissimo prezzo. Gli oppositori di questa politica furono fatti fuori e mentre l'Occidente si dibatteva per superare la crisi del 29, l'URSS, percorrendo la strada di un economia pianificata, portava la produzione industriale a livelli paurosi, ma con metodi dittatoriali. Si creò una generale atmosfera repressiva che investì tutti i settori della vita. Dal dispotismo industriale si passò ad un dispotismo puro e semplice.
Nacquero le purghe staliniane, con le quali con una serie di processi vennero condannati a morte tutti coloro che erano contrari al regime. Gli imputati con intimidazione e pressioni psicologiche finivano per confessare reati mai commessi.
Nel XX congresso del partito comunista a distanza da 3 anni dalla morte di Stalin Krusciov poté dichiarare gli errori commessi dal regime stalinista. Il problema sta nel capire se la politica stalinista è una deviazione del progetto di Marx e Lenin, o se è stato portata implicitamente dal leninismo. La rivoluzione di Lenin era stata in sostanza una rivoluzione di masse, e sull'obiettivo della costruzione di una nuova società, Lenin si vide indeciso, perché da forme radicali passò alla forme più democratiche della NEP. Lenin aveva operato in circostanze particolari; la pessima economia zarista, prevalentemente agricola, non aveva nulla del progresso industriale. Lenin partendo dal dato storico della rivoluzione contro lo zarismo, aveva conferito a questa rivoluzione elementare e imponente, una direzione rivoluzionaria con la guida del bolscevismo. Stalin non mutò nulla di questo. Accelerò soltanto i tempi dell'industrializzazione, eliminò ogni meccanismo di mercato e si servì del terrore e delle purghe, delle repressioni di masse contadine per imporre dall'alto un industrializzazione massiccia. Con il modello staliniano, la partecipazione degli operai fu pressoché annullata, lo Stato perse ogni autonomia rispetto al partito e l'attività sindacale consistette sempre più nella mobilitazione degli operai per realizzare i ritmi e gli obiettivi del piano imposto dall'alto.

16. La seconda guerra mondiale (1939-1945) – Tutte le guerre sono inutili massacri dagli albori della storia e non sono servite mai a nulla. La seconda guerra mondiale fu quella che vide l’impiego di mezzi veramente moderni come aerei, navi, missili, armi complesse ecc ecc
Ma non fu assolutamente una guerra ideologica, bensì fu una guerra per fini territoriali e di risorse. La guerra scoppiò dichiarata da Francia e Gran Bretagna contro la Germania perché questa si volle espandere troppo fuori dai suoi confini. Ideologicamente Francia e GB erano stati borghesi e Hitler era dittatore di uno Stato borghese. 
Nel 1941 con l’Operazione Barbarossa la Germania non andò in URSS perche c'era Stalin, ma per espandersi ad est e conquistare le grandi ricchezze del sottosuolo russo (ci sarebbe andato anche se ci fossero stati gli Zar).
Quindi non fu nemmeno una guerra per la difesa dei martiri dei lager, perche purtroppo nessuno li aiutò. È vero che nel 1945 i superstiti ebbero salva la vita, ma è altrettanto vero che se i nazisti non fossero usciti dai confini nessuno avrebbe mosso un dito per salvare ebrei ed altri prigionieri.
Quindi la seconda guerra mondiale, come la grande guerra e molte altre del passato fu una guerra tra potenze per avere o limitare una grande espansione territoriale.
a) La politica espansionistica di Hitler - La seconda guerra mondiale fu lo sbocco fatale della politica espansionistica di Hitler, nei cui confronti le potenze occidentali, in particolare Inghilterra e Francia, tennero, per più anni, un comportamento incerto, caratterizzato da un sostanziale cedimento.
Esse non potevano condividere la dottrina nazista e temevano fortemente il riarmo materiale e morale della Germania. Tuttavia, in Hitler, come pure in Mussolini, esse vedevano un fanatico e deciso «alleato» contro il comunismo sovietico e un forte di fensore dei «valori dell'Occidente».
Da tale situazione contraddittoria derivarono i cedimenti di fronte agli atti della politica aggressiva di Hitler: la rimilitarizzazione della Renania nel 1936, l'intervento nella guerra spagnola a favore di Franco (1936-39), l'occupazione e l'annessione dell'Austria nel marzo 1938, l'annessione dei Sudeti nel settembre 1938, l'occupazione della Cecoslovacchia nel 1939.
b) Stalin si accorda con Hitler - Tale atteggiamento della Francia e dell'Inghilterra e il timore di più precisi accordi con la Germania a suo danno, spinsero poi Stalin a stringere un patto di non aggressione con Hitler, che, ormai sicuro sul fronte orientale, decise di attaccare la Polonia il 1° settembre 1939.
Le potenze occidentali non potevano accettare questo ulteriore atto dell'imperialismo hitleriano senza esporsi al rischio di dover soccombere.
Scoppiò così la guerra, che insanguinò l'Europa per quasi sei anni da settembre 1939 a maggio 1945, distruggendo milioni di vite umane, annientando l'economia europea e lasciando dietro di sé intere città e regioni distrutte.
c) La guerra totale - Il primo conflitto mondiale era già stato una guerra totale, in quanto aveva implicato lo sforzo e l'impegno non solo degli eserciti, ma di tutte le energie materiali e spirituali delle nazioni in guerra.
Tuttavia, anche se le popolazioni avevano dovuto sopportare condizioni di vita a volte durissime, quasi solo le truppe furono esposte ai rischi dei combattimenti.
La seconda guerra, invece, è stata totale in un senso ancora più vasto. I bombardamenti su vasta scala colpirono città inermi, centri produttivi, linee di comunicazione, colonne di profughi; e la caratteristica di guerra di movimento che il conflitto assunse, coinvolgendo nelle operazioni militari quasi tutto il continente, espose i civili a rischi diretti non dissimili da quelli dei combattenti.
Aggravò la spietatezza di questa guerra la politica razziale nazista, che sfociò nella deportazione e nello sterminio in massa degli ebrei nei campi di concentramento. Un numero enorme di prigionieri dei paesi invasi furono trasferiti in Germania. E infine le iniziative di resistenza, che si organizzarono nei paesi occupati, gravarono sulla popolazione civile che subì le conseguenze di imboscate, rastrellamenti e rappresaglie.
d) L'Italia dalla neutralità all'intervento - Quando l'invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche diede inizio al conflitto, l'Italia proclamò la sua neutralità, anche se aveva stretto, solo pochi mesi prima, un'alleanza militare con la Germania, il cosiddetto «patto d'acciaio», che impegnava le due potenze a prestarsi reciproco aiuto in caso di guerra.
La neutralità italiana era dovuta all'impreparazione dell'esercito e alle insufficienti risorse industriali. La sua giustificazione, nei confronti dell'alleato tedesco, stava invece nel fatto che le due potenze si erano accordate segretamente nel non provocare guerre prima di tre anni, patto che Hitler non aveva rispettato.
Quando però Mussolini vide Hitler spazzar via, apparentemente senza difficoltà, la Polonia, occupare la Norvegia, invadere la Danimarca, l'Olanda e il Belgio, e quindi superare la modernissima linea difensiva francese, la Maginot, e invadere la Francia convinto che l'Inghilterra si sarebbe piegata e il conflitto si sarebbe concluso rapidamente, per non restare escluso dalle trattative di pace, dichiarò guerra alla Francia e all' Inghilterra.
e) Il disastro finale - Ma le previsioni di Mussolini si rivelarono ben presto sbagliate. L'Inghilterra resitette, prima sola, poi sostenuta dagli Stati Uniti d'America intervenuti direttamente nel conflitto. Le strepitose vittorie di Hitler, che lo portarono ad occupare quasi tutta l'Europa penetrando fin nel cuore della Russia, non lo salvarono dal disastro finale.

17 La Resistenza - Il 25 aprile è festa nazionale: si celebra la Liberazione dai nazisti che erano stati nostri alleati (Patto d'Acciaio, Asse Roma-Berlino) e non occupavano il territorio italiano contro la volontà del nostro governo. I nostri soldati combattevano al fianco delle truppe hitleriane contro gli Alleati (Usa, Gran Bretagna, Francia, Urss): in Francia, nei Balcani, in Russia e in Nord Africa.
Dopo l'8 settembre 1943 l'alleato germanico divenne improvvisamente nemico, ma solo per il Regno del Sud: la Repubblica Sociale rimase fedele al Terzo Reich fino alla fine dei suoi giorni.
L'Italia liberata non fu mai considerata, durante il conflitto, una potenza alleata, ma solo un paese cobelligerante, quindi privo di uguaglianza giuridica con gli Alleati.
È vero che uno Stato ha necessariamente bisogno di miti sui quali legittimare e fondare la propria esistenza.  Per la Repubblica Italiana la Resistenza è  mito fondativo, costituente, e come tale storicamente falso.
L'eroica lotta partigiana non fu mai una guerra di popolo. Essa coinvolse direttamente solo un'esigua minoranza della popolazione (la stragrande maggioranza degli italiani rimase impassibile e indifferente). La sconfitta della Wehrmacht in Italia ed il crollo consequenziale della Repubblica di Salò furono determinate esclusivamente dalla straordinaria potenza militare dell'esercito americano, molto diffidente, per ragioni ideologiche, nei confronti del movimento di liberazione italiano.
a) Dall'armistizio alla Resistenza - L'8 settembre del 1943, l'armistizio tra l'Italia e gli Alleati segnò lo sfacelo dell'esercito italiano abbandonato dal re, da Badoglio, in quel momento capo del governo, e dal Comando supremo. Costoro, fuggendo da Roma, si rifugiarono a Brindisi senza lasciare precisi ordini che coordinassero le operazioni militari contro le forze tedesche in Italia.
Tuttavia, mentre i Tedeschi acceleravano l'occupazione della penisola, iniziata dopo il 25 luglio, e deportavano in Germania, in vagoni piombati, i soldati italiani fatti prigionieri nelle caserme, si manifestavano i primi atti di resistenza armata da parte di militari che intendevano manifestare concretamente i loro sentimenti contrari al fascismo e alla guerra da esso voluta.
Ai militari resistenti si affiancarono, a volte, i borghesi, come ad esempio negli scontri di Porta San Paolo a Roma. Rilievo particolare ebbe, per il suo carattere di rivolta di popolo, l'insurrezione antitedesca di Napoli (le «quattro giornate di Napoli»).
Furono questi i primi atti della Resistenza, il vasto movimento di insurrezione popolare che costituì un fenomeno di eccezionale portata nella storia d'Italia, pari al Risorgimento, anche se ben diverso nelle sue modalità e finalità.
b) I protagonisti della ResistenzaÈ difficile stendere la storia di un movimento che si frantumò in molteplici azioni e vicende spesso fra loro indipendenti. Nel prospetto che segue ne sono indicate le fasi e gli episodi salienti. Qui è più interessante ricordare che l'azione politica della Resistenza trovò i suoi organi direttivi nei Comitati di liberazione nazionale (CLN) costituitisi in tutta la penisola dopo l'8 settembre, nei quali erano rappresentati i partiti comunista, socialista, democristiano, liberale, il partito d'azione e il partito democratico del lavoro; e, sul piano militare, nel Corpo Volontari della Libertà, formazione militare, il cui comando - dopo l'accordo intercorso tra gli Alleati, il governo italiano insediatosi a Roma liberata e il CLN Alta Italia - fu assunto dal generale Raffaele Cadorna, mentre vicecomandanti furono Ferruccio Parri del Partito d'azione e il comunista Luigi Longo.
L'attività militare della Resistenza era compito di formazioni partigiane (bande) riunite in brigate, le quali o si ispiravano ai programmi dei ricostituiti partiti politici, come le brigate Garibaldi (partito comunista), le brigate Giustizia e Libertà (partito d'azione), le brigate Matteotti (partito socialista); oppure erano autonome, cioè non si richiamavano ad alcuna precisa ideologia politica e si ponevano come unico compito la liberazione del paese da tedeschi e fascisti.
Le bande partigiane agivano in montagna e nelle zone rurali, mentre, nelle città, si organizzarono i Gruppi di azione patriottica (GAP), impegnati in azioni di guerriglia urbana. Si affiancavano a volte le Squadre di azione patriottica (SAP) che controllavano politicamente le fabbriche e inoltre compivano sabotaggi nelle campagne.
Al costituirsi di queste forze di resistenza e di lotta fu di spinta, nell'Italia centrale e settentrionale, la rinascita del Partito fascista, e, dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, la costituzione della Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò. Le formazioni resistenti ebbero allora per nemici non solo gli occupanti tedeschi, ma anche i fascisti loro alleati. Il conflitto, di conseguenza, si allargò e si esasperò.
Le azioni della Resistenza furono influenzate dalle operazioni condotte, sul fronte italiano, dagli Alleati che risalivano la penisola. Con essi la Resistenza stabilì rapporti di cooperazione, che spesso risultarono difficili a causa della diffidenza degli Alleati stessi nei confronti di un movimento che, rifiutandosi di essere puramente militare, manifestava apertamente i suoi scopi e le sue simpatie politiche.
Elemento fondamentale e caratterizzante della Resistenza fu il comportamento della popolazione civile, soprattutto della popolazione rurale e montana, che solidarizzò coi partigiani e li sostenne nonostante i sacrifici e i rischi che tale solidarietà comportava.
Altro elemento che entra a far parte del quadro resistenziale è la solidarietà attiva della popolazione nei confronti dei perseguitati razziali, con l'accettazione dei rischi che tale solidarietà comportava: un atteggiamento determinato in egual misura da naturale pietà e da una più riflessa volontà di ribellione contro la spietata ingiustizia nazifascista.
c) La Resistenza europea - La resistenza antinazista non fu un fenomeno esclusivamente italiano. In tutti gli stati europei occupati sorse un movimento di opposizione ai nazisti, movimento che andò via via ampliandosi col crescere dell'oppressione, delle mortificazioni e dei sacrifici, dell'odio verso lo straniero occupante e i connazionali che con lui collaboravano, e col rafforzarsi della speranza della loro sconfitta finale.
In Cecoslovacchia, in Polonia, in Francia, in Belgio, in Olanda, in Grecia, in Norvegia uomini e donne crearono sui loro territori una rete per sostenere l'azione dei reparti armati, che impegnavano i tedeschi all'interno costringendoli a distogliere truppe dai fronti di guerra, che interrompevano con attentati ai convogli i rifornimenti, che disturbavano e inceppavano le comunicazioni.
Sosteneva i partigiani e la popolazione che li aiutava oltre al tradizionale patriottismo, l'opposizione cosciente ad una ideologia che negava tutta la tradizione culturale europea ed i valori che essa era venuta precisando, primi tra tutti la libertà ed il rifiuto della violenza come strumento di governo e quale base dei rapporti internazionali.
La Resistenza trasformò per i tedeschi l'Europa conquistata in un vasto e infido territorio da presidiare, tenne viva, anche nei momenti più bui della guerra, quando le armate naziste sembravano inarrestabili, la fiducia nella vittoria finale, creò legami di solidarietà che aiutarono gli uomini a vincere l'isolamento in cui l'occupazione li relegava, portò a dibattere sugli errori passati che avevano generato la triste situazione presente e a delineare i tratti della nuova società futura.
d) La Resistenza nella letteratura e nell'arte - La misura dell'intensità con cui l'esperienza resistenziale fu vissuta dal popolo italiano è testimoniata dalla fioritura letteraria e artistica che ad essa si collegò.
Negli anni successivi alla Resistenza, romanzi, liriche, film, opere di pittura e di scultura, trassero da essa ispirazione e ne rievocarono e ne testimoniarono, di volta in volta, i momenti drammatici, dolorosi ed eroici.
Di ispirazione resistenziale è uno dei più importanti filoni della corrente artistica che va sotto il nome di neorealismo.

18 Il difficile equilibrio del dopoguerra: dalla guerra fredda alla coesistenza – Alla fase più acuta della “guerra fredda” fra USA e URSS segue un periodo, cosiddetto di “coesistenza pacifica”, nel quale i rapporti fra i due blocchi politico - militari si distendono. Ciò non significa la fine del bipolarismo, ma un cambiamento di prospettiva e uno spostamento della “coesistenza” in tutte le aree del mondo in cui c’è stato un processo di decolonizzazione. Questo spostamento comporta nuove responsabilità economiche, politiche e militari per entrambe le parti. Inoltre, entra in causa una nuova realtà: quella della bomba atomica, posseduta da entrambi gli schieramenti, con rischio di una possibile guerra nucleare.
In Unione sovietica, alla metà degli anni Cinquanta, a Stalin subentra Kruscev, che nel XX Congresso del PCUS denuncia i crimini e le stragi del dittatore. Nei Paesi satelliti il malcontento sfocia in rivolte: la più grave si verifica in Ungheria (1956) ed è soffocata dall'intervento dei carri armati sovietici.
Il rapporto fra USA e URSS, dopo le prime aperture ("il disgelo"), peggiora quando Cuba, trasformatasi in paese socialista dopo una rivoluzione inizialmente democratica, guidata da Fidel Castro e "Che" Guevara, decide, negli anni sessanta, di ospitare basi missilistiche sovietiche. In seguito a ciò, il presidente americano Kennedy  attua il blocco navale dell’isola. La decisione di Kruscev di ritirare i missili attenua infine la tensione. Il periodo della distensione continua fino al punto da dare inizio ad un nuovo equilibrio: l’equilibrio detto del terrore.
Con la presidenza di Eisenhower l’economia americana, che aveva avuto una crisi dopo la Guerra Mondiale, aveva ripreso a crescere a pieno ritmo. Con la presidenza Kennedy, negli anni Sessanta, si ha negli USA una politica di equilibrio fra tendenza alla coesistenza pacifica e all’espansione statunitense nelle zone contese dal sistema socialista. Dopo l’assassinio di Kennedy, il cui mandante è rimasto ignoto, questo tipo di politica viene ripresa dal suo successore Johnson, che favorisce l’integrazione razziale dei neri americani (vittima della battaglia è il leader non - violento degli afroamericani, Martin Luther King, assassinato a tradimento).
Gli anni Sessanta si chiudono però segnando una crisi, causata soprattutto dalla guerra del Vietnam.
In Russia, nel decennio, Kruscev attua anche una riforma nel sistema economico, che prevede un minore controllo dello Stato sulla società, con l’obiettivo di vincere la competizione economica con gli USA.  Sono gli anni in cui, anche per incoraggiamento di papa Giovanni XXIII, la competizione fra USA e URSS si sposta dal terreno militare a quello economico e alla gara per le conquista spaziali (nel 1969 si verifica lo storico sbarco americano sulla Luna). Tutto ciò però è reso vano dalla salita al potere di Breznev che riporta la politica russa al passato, ovvero ai tempi di Stalin.
I comunisti cinesi, nel frattempo, avviano una modernizzazione del Paese con una riforma agraria e lo sviluppo industriale. Leader di questa modernizzazione è Mao Tse-Tung che, nel tentativo di realizzare un ulteriore progresso e di battere gli avversari nel Partito comunista, con la “rivoluzione culturale” provoca profondi danni nella vita economica del Paese. Dopo un decennio di alleanza tra Cina e URSS, i rapporti fra le due nazioni si allentano fino a rompersi: si verificano anche scontri armati sui confini. Ciò è dovuto alle differenti idee sull’interpretazione del marxismo. A partire dagli anni Settanta, la Cina inizia ad avere rapporti con l’Occidente, in funzione anti-sovietica.
Grazie agli accordi di Yalta del 1945, l’URSS ha il controllo di una fascia di territorio che le permette di avere influenza politica su molti Paesi dell’Europa orientale. Ciò, però, non riesce ad evitare differenze economiche tra i vari Stati del blocco sovietico; alcuni Paesi, come la Cecoslovacchia e Germania, hanno un apparato industriale sviluppato mentre, al contrario, i Paesi slavi non ne sono provvisti. Dalla fine della guerra, l’URSS impone la formazione di regimi comunisti a partito unico, anche con colpi di stato. Con l’istituzione del Consiglio di mutua assistenza economica , il COMECON, fondato sulla convertibilità del rublo, l’URSS cerca di contrastare la forza economica del blocco occidentale. Le superpotenza comunista istituisce inoltre l'alleanza militare del Patto di Varsavia e cerca di tenere testa agli USA orientando la produzione verso l’industria militare; ciò crea però un grande squilibrio tecnologico nei confronti degli occidentali e una penuria di beni di consumo.
Negli anni Cinquanta, scoppiano moti insurrezionali nei Paesi del blocco sovietico in seguito alla destalinizzazione intrapresa da Kruscev: le rivolte vengono però represse dall’esercito sovietico ( in modo particolarmente sanguinoso quella ungherese del 1956). Il disgelo verso l’Occidente conosce un altro arresto nel Sessantotto, in seguito alla guerra del Vietnam, che verrà però infine vinta dai vietcong di Ho  Chi Minh, sostenuti dal Nord comunista e dalla Cina, nonostante il massiccio intervento (centinaia di migliaia di uomini) dell'esercito americano.
Nel frattempo, sempre negli anni sessanta, si verifica la repressione, ad opera dei carri armati sovietici, di un tentativo di riforma all’interno del regime cecoslovacco, mirante a costruire un “socialismo dal volto umano” durante la “primavera di Praga”, guidata dal socialista riformista Dubcek. In tale occasione, per la prima volta, i Comunisti italiani condannano l’invasione sovietica, prendendo decisamente le distanze dall'URSS e ponendosi alla testa del cosiddetto "eurocomunismo" che vuole realizzare il programma comunista all'interno del sistema democratico.
a)L'immediato dopoguerra (1945-48) - La guerra lasciava l'Italia in condizioni disastrose: città distrutte, fabbriche rase al suolo, o inutilizzabili, vie di comunicazione - strade, ferrovie, ponti - sconvolte dai bombardamenti, la flotta mercantile decimata, la svalutazione che aveva polverizzato i redditi, la speculazione che dominava i mercati. I compiti più urgenti erano dunque la ricostruzione materiale e il rinnovamento politico del Paese che si era liberato dal fascismo.
La Resistenza aveva creato il clima morale favorevole per la realizzazione di questi fini; e la volontà di creare una società più giusta si traduceva in una larga e appassionata partecipazione delle masse alla vita del Paese, nella loro fiducia ormai radicata di essere le protagoniste di questa trasformazione.
Il momento culminante di questa fase fu la formazione del governo presieduto da Ferruccio Parri, il capo della Resistenza, cui parteciparono tutti i partiti che avevano fatto parte del Comitato di liberazione nazionale o C.L.N. (giugno-dicembre 1945). Si trattò di un breve momento: la caduta del governo Parri segnò l'inizio della crisi della linea di unità nazionale e, nel contempo, dell'impegno per le grandi riforme strutturali della società italiana.
b) La proclamazione della Repubblica - Il più vistoso risultato della tendenza al rinnovamento fu la proclamazione della Repubblica (2 agosto '46), cui si pervenne mediante un referendum popolare (per la prima volta votarono anche le donne). Aveva così fine la monarchia dei Savoia, il cui ultimo re, Umberto II, si ritirava in esilio.
c) La promulgazione della nuova costituzione - La caduta del fascismo imponeva un nuovo assetto costituzionale, che riflettesse l'autentica fisionomia del paese, nel quale si erano manifestate nuove spinte politiche, sociali ed economiche.
Inoltre la nuova costituzione doveva essere non più concessa dall'alto, come lo Statuto albertino, ma doveva essere elaborata da organi eletti dal popolo.
Doveva inoltre offrire garanzie contro la minaccia di regimi totalitari, ed essere perciò rigida (e non già flessibile come lo Statuto albertino), non modificabile cioè se non attraverso una legge costituzionale, per l'approvazione della quale era richiesta una particolare procedura.
Per elaborare la nuova Costituzione, contemporaneamente al referendum istituzionale (monarchia o repubblica) venne eletta l'Assemblea Costituente. Essa si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946; nominò capo provvisorio dello Stato il senatore Enrico De Nicola che avrebbe esercitato le sue funzioni sino a che fosse stato possibile nominare un presidente della repubblica secondo le norme che la Costituzione avrebbe formulato. Affidò a una commissione interna di 75 membri il compito di preparare un progetto di costituzione, che tutta l'Assemblea discusse in sedute plenarie e approvò infine nella seduta del 22 dicembre 1947.
La nuova Costituzione repubblicana entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
d) La ricostruzione - Tra il '45 e il '50, posto un freno all'inflazione grazie anche agli aiuti americani, in particolare tramite il cosiddetto Piano Marshall, iniziò, sotto i governi di De Gasperi, leader del partito democristiano, una febbrile opera di ricostruzione. La riattivazione delle vie di comunicazione e dei servizi e la ricostruzione edilizia consentirono la ripresa economica, che renderà possibile, qualche anno più tardi, il cosiddetto «miracolo economico».
Sempre in questo periodo, per favorire l'agricoltura, particolarmente nel Sud, venne realizzata una parziale riforma agraria, mentre l'istituzione di una Cassa del Mezzogiorno doveva fornire le basi finanziarie per gli altri interventi a favore del Meridione.
e) Il miracolo economico - Fra il '50 e il '61 si ebbe, più che una espansione, un vero e proprio salto qualitativo dell'economia italiana.
Basti pensare che il reddito pro capite in Italia si è triplicato tra il 1861 e il 1961, ma che più della metà dell'incremento si è verificato negli anni 1951-1961.
Questo «miracolo economico» fu innanzitutto favorito dalla larga disponibilità di manodopera che, abbassando i costi di produzione, rese concorrenziali i prodotti italiani sui mercati esteri che avevano larga possibilità di assorbimento.
La ricchezza che si costituì creò anche un vivace mercato interno e si elevarono le condizioni di vita delle masse lavoratrici. La società italiana cambiò aspetto, allineandosi con quelle dei grandi paesi industriali europei. La motorizzazione sulle strade e l'ingresso degli elettrodomestici e dei mezzi di telecomunicazione (telefono, radio, televisione) nelle case costituirono due degli aspetti più vistosi di questo cambiamento.
Le nuove esigenze di vita che si verificarono furono di stimolo alle masse lavoratrici per richiedere e conseguire retribuzioni sempre più adeguate. I sindacati furono i grandi organizzatori delle lotte rivendicative di questi anni e finirono con l'acquisire un peso politico notevole, perché, andando al di là delle pure rivendicazioni salariali, si preoccuparono di tutti gli aspetti della condizione operaia nella fabbrica e fuori.
Per far fronte alle nuove esigenze dell'industria fu riorganizzato l'IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) e fu costituito l'ENI (Ente nazionale idrocarburi).
Con la riorganizzazione dell'IRI si volle creare uno strumento per la ricostruzione di aziende che lo Stato aveva assunto in proprio, totalmente o parzialmente, ai fini di attuare una strategia dell'occupazione rispondente ai bisogni del Paese; con la costituzione dell'ENI si intese mettere a disposizione dello Stato un organismo che operasse ai fini nazionali nell'importantissimo campo della ricerca e dello sfruttamento dei pozzi petroliferi.
f)L'emigrazione interna - La disponibilità di manodopera per l'industria derivò anche da un flusso migratorio verificatosi dalle regioni più povere, specie del Sud, a quelle maggiormente industrializzate e ricche di opportunità di lavoro. Fu un largo muoversi di masse (si spostarono circa 15 milioni di abitanti) secondo queste linee: dal Sud al Nord, dalla montagna alla pianura, dalla campagna alla città. Una delle conseguenze fu l'enorme espansione dei centri urbani, in particolare di quelli situati nel cosiddetto triangolo industriale che ha per vertici Milano, Torino, Genova.
L'altra faccia di questo fenomeno fu l'abbandono della campagna, conseguenza anche del fatto che il problema della razionalizzazione dell'agricoltura non fu adeguatamente affrontato.
g)L'emigrazione esterna - Nonostante l'espansione dell'economia italiana non si crearono posti di lavoro sufficienti; molti lavoratori furono costretti ad emigrare all'estero. Contrariamente all'emigrazione prebellica, i Paesi verso i quali questo flusso (circa cinque milioni) prevalentemente si diresse furono quelli europei: Svizzera e Germania in particolare. L'alto tenore di vita di questi Paesi riservava agli italiani i posti di lavoro meno qualificati, disdegnati dai locali.
h)L'Italia e la Comunità europea - Il commercio con l'estero che contribuì al «miracolo economico», fu favorito dalla maggior liberalizzazione degli scambi commerciali fra le varie nazioni, cui tenne dietro prima la costituzione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (C.E.C.A., 1951), successivamente l'ingresso dell'Italia nel Mercato comune (M.E.C., 1957). Era l'avvio all'auspicata unione europea che, tra l'altro, si proponeva di trasformare il nostro continente in una grande potenza che si ponesse come terza forza tra i due blocchi che si erano costituiti a seguito della «guerra fredda»: quello statunitense e quello sovietico. Questa idea fu sostenuta da uomini come De Gasperi per l'Italia, Schuman per la Francia, Adenauer per la Germania, Spaak per il Belgio.
Sul piano dell'unificazione europea, però, non si andò al di là della creazione di alcuni istituti di scarsa efficacia, come il Consiglio d'Europa (1949), e al di là del progetto di un esercito comune europeo, la Comunità europea di difesa (CED, 1952) che, anche a seguito della mancata ratifica francese, non poté essere attuato.
i)La guerra fredda - Alla fine della seconda guerra mondiale le reciproche diffidenze degli Alleati e i loro contrasti per le proprie zone d'influenza portarono ad una tensione carica di minacce, la cosiddetta «guerra fredda».
Si erano costituiti due schieramenti antagonistici che avrebbero successivamente formato due blocchi: quello del Patto Atlantico (1949), nel quale erano raccolti, attorno agli USA, i Paesi dell'Europa occidentale, e che ebbe la sua organizzazione militare nella NATO; e il blocco del Patto di Varsavia (1955) cui aderivano, attorno all'URSS, i Paesi dell'est europeo. Solo il possesso delle armi atomiche da parte di entrambi i blocchi impedì lo scoppio di un'altra guerra di grandi proporzioni, mantenendo un precario equilibrio detto «l'equilibrio del terrore», perché solo il terrore di un'immediata ritorsione sconsigliava gli avversari dall'intraprendere qualunque azione offensiva.
Ciò non impedì, però, lo scoppio di guerre locali in cui le due grandi potenze, USA e URSS, non si scontrarono direttamente, ma fecero, per così dire, la guerra per interposta persona: la guerra di Corea (1950), in cui gli Americani sostennero la Corea del Sud, filoccidentale, contro la Corea del Nord, comunista, sostenuta a sua volta dai Sovietici, e che costò 2 milioni di caduti complessivamente fra i due stati.
In Europa la situazione di Berlino, e il muro costruito nel 1961 dai Tedeschi orientali che divideva la città in due parti (da una parte le tre zone amministrate da Americani, Inglesi, Francesi; dall'altra la zona amministrata dai Sovietici) rimase il simbolo tangibile di questo contrasto.
l) Conseguenze della guerra fredda sulla politica italiana - Il più evidente riflesso della guerra fredda in Italia fu la già ricordata rottura dell'unità nazionale che portò all'esclusione dal governo dei partiti della sinistra (P.S.I. e P.C.I.) esclusione avvenuta col quarto governo De Gasperi (maggio 1947).
È una situazione che caratterizzerà il panorama politico italiano per molti anni, sino alla costituzione del primo governo di centrosinistra, quando il P.S.I. rientrerà nel governo (1963).
Conseguenza della nuova linea politica fu l'incondizionata adesione dell'Italia al Patto Atlantico e alla sua politica, e l'abbandono della tesi neutralistica, che era stata predominante nei governi del C.L.N. e di unità nazionale.
Nel periodo '48-'62, che si definisce del centrismo, la politica italiana fu dominata senza contrasti dalla Democrazia cristiana, che aveva conseguito la maggioranza assoluta nelle elezioni del '48. Essa, nella formazione dei governi che si successero, si alleò con liberali, repubblicani e socialdemocratici (Quadripartito). Il partito socialdemocratico era nato dalla scissione avvenuta all'interno del Partito Socialista (gennaio '47), in connessione con il clima della guerra fredda e con la decisione di allineare l'Italia alla politica americana.
La politica del Quadripartito risentì molto dell'influenza delle grandi forze economiche, per cui, anche se vennero avviate, non senza gravi compromessi, alcune riforme, in realtà risultò favorita la ristrutturazione del settore industriale, mentre rimasero insoluti molti problemi di politica sociale.
m) Il disgelo - La morte di Stalin (5 marzo 1953) avviò un processo di distensione fra i due blocchi, il cosiddetto «disgelo». Kruscev, successo a Stalin, al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico (1956) denunciò il culto della personalità e i metodi terroristici usati dal suo predecessore, e nello stesso tempo si dichiarò favorevole a una politica di distensione. Essa fu resa possibile anche dalla linea politica scelta dal presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, e dal nuovo spirito di dialogo con tutti i Paesi del mondo, non esclusi i Paesi comunisti, introdotto nella Chiesa cattolica da papa Giovanni XXIII.
n) Conseguenze del disgelo in Italia: il centrosinistra - Alla fine del '62 il Quadripartito non rispondeva più alle mutate esigenze economiche, politiche e sociali del Paese. I tempi erano maturi per una nuova soluzione di governo: il centrosinistra, l'incontro cioè tra le masse cattoliche e quelle socialiste, rappresentate rispettivamente dalla D.C. e dal P.S.I.. Il clima internazionale di distensione favorì questa svolta che fu facilitata anche dalla rottura del Patto d'unità d'azione fra socialisti e comunisti.
Il centrosinistra, ai cui governi parteciparono anche il P.S.D.I. e il P.R.I., fece risorgere le speranze che finalmente sarebbero state varate le riforme di struttura indispensabili al rinnovamento della società italiana. E la partenza fu buona: si procedette alla nazionalizzazione dell'industria elettrica e alla riforma della scuola media. Però ben presto le frizioni esistenti all'interno dei partiti che costituivano il centrosinistra portarono ad un immobilismo, che contribuì ad esasperare le tensioni sociali; le quali, del resto, trovarono la loro base nella maggior forza contrattuale acquisita dalle classi lavoratrici, cui non corrispondeva l'attesa evoluzione democratica e sociale delle istituzioni.
o)La riforma scolastica - Una delle scelte che ebbe e avrà in futuro la maggior incidenza sulla elevazione civile della società italiana fu l'estensione del limite dell'obbligo scolastico al quattordicesimo anno d'età, con la conseguente istituzione della cosiddetta Scuola media. In tal modo non solo tutta la nuova popolazione (e non più soltanto una esigua minoranza di essa) fruiva di tre anni in più di istruzione e di educazione, ma aveva modo di avvicinare una forma più articolata di sapere. Le indicazioni programmatiche della scuola ne sottolineavano il valore prevalentemente formativo alla vita civile. Negli anni successivi, l'istituzione della scuola media portò ad una rapida espansione anche delle Scuole medie superiori. Il problema annoso della partecipazione delle masse alla vita pubblica - partecipazione che richiede un minimo di preparazione culturale - veniva avviato alla soluzione.



12 I problemi del Terzo Mondo: i Paesi in via di sviluppo
Significato politico e sociale del termine - Negli ultimi decenni, e specie in collegamento col processo di decolonizzazione, ha acquistato fisionomia e spazio quello che è stato chiamato il Terzo Mondo, l'insieme cioè di quei Paesi che hanno conquistato di recente l'indipendenza e che si sono inseriti come terza forza fra i blocchi orientale e occidentale.
Ma poiché, in linea di massima, questi Paesi si trovano in una condizione di sottosviluppo, la denominazione di Terzo Mondo ha finito per comprendere tutti quei Paesi, anche di non recente indipendenza, le cui economie non hanno raggiunto i traguardi di quelle altamente industrializzate: cioè i Paesi dell'Africa, di buona parte dell'America Latina, e dell'Asia, dove peraltro la Cina costituisce un fenomeno a sé, in quanto, da paese sottosviluppato, ha trovato una propria strada per riscattarsi e per affermarsi anche economicamente oltre che politicamente.

La colonizzazione - Dal secolo XVI al XIX alcuni stati europei - e tra questi in particolare la Spagna, il Portogallo, l'Inghilterra, la Francia - crearono grandi imperi coloniali nelle Americhe, in Asia, in Africa. Fu la massima affermazione della civiltà bianca che, rafforzata dai mezzi tecnologici forniti da una scienza altamente progredita e in continuo avanzamento, riuscì ad imporsi a popoli meno sviluppati assoggettandoli a fini di sfruttamento economico. Il fenomeno comportò da una parte la possibilità per l'Europa di attingere alle enormi ricchezze di materie prime e di mano d'opera locale a bassissimo costo, possibilità che le consentì una enorme capitalizzazione che divenne base per ulteriori sviluppi; dall'altra la diffusione delle conoscenze e delle tecnologie avanzate presso le popolazioni sottomesse.
Ma furono molto gravi anche i risvolti negativi: in primo luogo la scomparsa di varie civiltà che, pur diverse da quella europea, possedevano fisionomia e valori propri, e inoltre un generale sfruttamento a favore dei popoli colonialistici.

La decolonizzazione - L'espansione coloniale toccò il suo culmine nel secolo XIX, anche se, sul finire del secolo precedente, la rivolta delle colonie inglesi dell'America settentrionale aveva preannunciato il processo inverso, di decolonizzazione, con il costituirsi di un nuovo stato indipendente, gli Stati Uniti d'America.
Il moto di decolonizzazione fu fortemente accelerato dalla situazione che venne a crearsi durante la seconda guerra mondiale. Inghilterra, Francia e Olanda, per far fronte alle esigenze della guerra, ebbero bisogno di ricorrere all'aiuto delle loro colonie, le quali fornirono mezzi e soldati: in tal modo le popolazioni di questi Paesi coloniali acquistarono coscienza delle proprie capacità e della propria importanza politica ed economica e, subito dopo il secondo conflitto mondiale, diedero vita a movimenti di insurrezione e di guerriglia allo scopo di ottenere l'indipendenza.
La diffusa accettazione dei princìpi proclamati da Churchill e da Roosevelt nella Carta atlantica (1941), fra cui quello del diritto dei popoli a scegliersi liberamente il proprio sistema di governo; la «guerra fredda» fra Stati Uniti e URSS, che offrì ai popoli che lottavano per la loro indipendenza la possibilità di ottenere appoggi dall'una o dall'altra potenza; il costruirsi di una solidarietà fra i paesi del cosiddetto Terzo Mondo (quei paesi che ricercavano cioè una terza via fra l'URSS e gli Stati Uniti) ai quali diedero appoggio gli Stati arabi indipendenti, favorirono la conquista dell'indipendenza da parte di quasi tutte le colonie.
L'indipendenza, in genere, fu conquistata in modo meno drammatico e traumatico là dove la potenza coloniale aveva precedentemente instaurato la tradizione di far partecipare gli indigeni all'amministrazione della colonia (ad esempio in India e in Tunisia), in tali casi non vi furono gravi manifestazioni contro i colonizzatori e, a indipendenza conquistata, vennero generalmente mantenuti buoni rapporti con la ex madre patria. Dove invece il paese colonizzatore si era preoccupato quasi esclusivamente di sfruttare la ricchezza della colonia (come nel Congo belga e nelle colonie portoghesi: Guinea, Angola, Mozambico), o là dove l'indipendenza era stata lungamente e tenacemente ostacolata e negata (come in Algeria e in Indocina), la conquista dell'indipendenza costò anni sanguinosi di guerra e di guerriglia.

Il neocolonialismo - La scomparsa quasi totale delle colonie non significò la scomparsa dell'imperialismo, cioè dello sfruttamento di alcuni paesi ad opera di altri più potenti: è venuta meno la dominazione territoriale, ma rimane, in forme nuove e complesse quella economica, cioè lo sfruttamento delle ricchezze da parte delle grandi compagnie industriali e dei grandi monopoli.
Si tratta del neocolonialismo che, come il nome suggerisce, non è altro che una forma aggiornata del colonialismo tradizionale. Esso si esercita non solo nei paesi di nuova indipendenza, in Asia e in Africa, ma anche in paesi che già da tempo hanno conquistato tale indipendenza: un caso macroscopico è costituito dagli Stati dell'America Latina, soggetti alla colonizzazione economica statunitense. Né sfuggono a tale assoggettamento - che in tali casi assume forme meno vistose ma non per questo meno efficienti - anche paesi europei di avanzato sviluppo.
E' molto importante sottolineare che, in tutti questi casi, la dipendenza economica si risolve spesso in dipendenza politica.
I governi dei paesi «neocolonizzati» sono liberi solo apparentemente; in realtà sono soggetti al controllo della potenza straniera che, dominando l'economia nazionale, condiziona a suo vantaggio il loro orientamento e la loro politica.
A volte la dipendenza di fatto di uno stato da una potenza straniera è legata all'importanza che questo stato assume, dal punto di vista militare, per la strategia di tale potenza; la quale ottiene, con trattati solo apparentemente paritari, basi per missili, sottomarini, aerei, navi di superficie.
Accuse di imperialismo neocolonialista sono state rivolte agli Stati Uniti e all'URSS che mantengono basi militari su territori di altre Nazioni in virtù di accordi stipulati. Ma anche altri stati, magari a loro volta condizionati dalle potenze maggiori, esercitano un indubbio sfruttamento su paesi economicamente più deboli.

La trasformazione rivoluzionaria della Cina - Un discorso particolare richiede la Cina che, pur non costituendo una colonia, era di fatto egemonizzata dalle potenze occidentali, e si trovava in una condizione di sottosviluppo. La liberò dalla sudditanza e l'avviò a diventare una delle maggiori potenze mondiali la rivoluzione, che, sviluppatasi all'insegna degli ideali della rivoluzione russa del '17, portò alla costituzione di uno stato comunista di più di seicento milioni di abitanti.
Esso fu il frutto di una lunga lotta, in cui le masse contadine, sotto la guida di Mao Tse Tung, si trovarono ad affrontare in momenti diversi sia le forze conservatrici guidate dal generale Chiang Kai Shek, sia i Giapponesi che avevano aggredito la Cina. La repubblica popolare cinese fu proclamata il 1° ottobre 1949. Nel processo di trasformazione della società, e in particolare in quello di industrializzazione dell'economia, la Cina trovò dapprima l'appoggio dell'Unione Sovietica. Nel 1962 si venne però ad una clamorosa rottura fra i due Paesi, rottura che dura ancor oggi. La Cina, dopo un periodo di isolamento, cercò di avvicinarsi agli Stati Uniti.
Dopo la morte di Mao (1976) si è manifestata in Cina una chiara tendenza a ripudiare certe forme considerate estremistiche e a modificare alcune scelte economiche a favore di altre più vicine al modello occidentale.

La fame - La fame, uno dei tre flagelli da cui la Bibbia invocava che l'uomo fosse liberato («O Signore, liberaci dalla peste, dalla fame, dalla guerra»), resiste ancora oggi invitta nel mondo e colpisce, secondo le statistiche, circa due terzi dell'umanità.
Accanto alla fame clamorosa e violenta delle grandi carestie, che ancora si verificano, soprattutto nei Paesi dell'Africa e dell'Asia, a seguito di alluvioni, di siccità prolungate, di terremoti, esiste una fame cronica, quella della sottoalimentazione, che usura gli organismi, determina la mortalità precoce, crea l'ambiente propizio al diffondersi di malattie epidemiche.
In tutto il mondo, anche nei Paesi più sviluppati, esistono sacche di miseria nelle quali la fame è ancora presente; ma essa, come fenomeno generale, è tipica dei Paesi del sottosviluppo. Basti pensare che si calcolano a 18 milioni i soli bambini morti per denutrizione nel mondo nel 1980.

Fame e sovrappopolazione - Uno degli elementi che, nei Paesi sottosviluppati, aggravano il problema della fame è quello della sovrappopolazione. In essi la connessione tra i due fenomeni appare in tutta la sua evidenza, perché l'aumento della popolazione è inversamente proporzionale alle risorse alimentari ed economiche. Se la sovrappopolazione non è la causa esclusiva della fame endemica - vi concorrono infatti altri fattori, e, fra i primi, la cattiva distribuzione della ricchezza - ne è però una componente fondamentale.
La popolazione attuale del mondo raggiunge, secondo i dati statistici, circa i 4 miliardi e mezzo di individui; gli studiosi prevedono che essa raggiungerà, per la fine del millennio, almeno i 7 miliardi; i quali diventeranno 50 entro un secolo. E l'aumento verrà soprattutto dai Paesi sottosviluppati.
Si tratta di un incremento demografico impressionante, per il quale non è affatto certo che saranno sufficienti le risorse del nostro pianeta. Infatti è ben vero che esso, accanto a zone densamente popolate, presenta ancora zone a scarsa densità di popolazione; ma si tratta, per lo più di territori di basso o bassissimo rendimento, o che richiederebbero, per diventare mediocremente produttivi, uno spropositato impiego di capitali.
E' stato osservato che soltanto il 10 per cento della superficie della terra è veramente coltivabile; ad esso si può aggiungere un altro 10 per cento che potrebbe al massimo dare mediocri raccolti, ma solo dopo aver speso ingenti capitali. Concorre, inoltre, ad aggravare il problema, il graduale ridursi di alcune fonti energetiche, ad esempio del petrolio e del carbone, e di alcuni minerali.
La ragione di questa esplosione demografica, tipica del nostro tempo, va ricercata, innanzi tutto, nei progressi della medicina e della chimica: i vaccini hanno bloccato le grandi epidemie e le «pesti» che periodicamente decimavano l'umanità; mentre medicine, cure mediche e migliori condizioni igieniche hanno ridotto, soprattutto nei Paesi del benessere, ma in qualche modo anche negli altri, la mortalità infantile, e hanno prolungato la media della vita umana.
L'urto delle crescenti moltitudini è così grave che un problema all'ordine del giorno è diventato quello del controllo delle nascite. Governi di alcuni paesi ad altissima densità di abitanti e di limitato territorio come il Giappone, o gravati da un alto tasso di miseria come l'India, o impegnati a vincere la battaglia contro il bisogno come la Cina, si sono fatti promotori di campagne per la regolamentazione delle nascite.

Gli aiuti internazionali al Terzo Mondo - Una delle cause delle difficoltà dei Paesi del Terzo mondo e, nel contempo, una conseguenza della loro arretratezza economica e sociale, è il basso o bassissimo livello di industrializzazione che li caratterizza, sia pure in forme diverse. Ne deriva una condizione di grave arretratezza dell'agricoltura, che costituisce per quasi tutti l'attività economica di gran lunga prevalente quando non esclusiva.
D'altra parte, lo sviluppo industriale e la trasformazione dell'agricoltura dipendono dalla possibilità di ingenti investimenti, che i modestissimi redditi nazionali di quei Paesi non possono consentire. Se a ciò si aggiunge la mancanza di conoscenze tecniche e di personale specializzato a tutti i livelli e in tutti i settori, risulta chiaro che lo sviluppo del Terzo Mondo dipende dall'aiuto dei Paesi industrializzati, tanto da quelli dell'area capitalista come da quelli dell'area socialista.
Del resto, i Paesi in via si sviluppo costituiscono un complemento dell'economia dei Paesi sviluppati, perché assorbono l'eccedenza di tecnici e di attrezzature di questi ultimi, e offrono disponibilità di materie prime; il che - oltre al disegno di legare a sé Paesi di importanza strategica - spiega la concorrenza tra le potenze ad economia capitalistica (gli USA in primo piano) e quelle ad economia socialista (l'URSS principalmente, ma anche, dal 1953, la Cina) nell'offrire aiuto in capitali e in consulenza tecnica ai Paesi del Terzo Mondo.
Le forme di aiuto sono molteplici. Oltre agli accordi bilaterali stretti direttamente tra due Paesi (quello che dà e quello che riceve gli aiuti), che costituiscono la quota più elevata degli aiuti, sono da ricordare quelli multilaterali, che sono effettuati dai vari organismi della Organizzazione delle Nazioni Unite (tra cui principalmente l'UNESCO = Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, le scienze, la cultura, e la FAO = Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura) tramite la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRD), i cui fondi sono alimentati dai Paesi membri dell'ONU. Questi aiuti, a diversità di quelli bilaterali, sfuggono al non infondato sospetto di essere strumenti di forme sottili di neocolonialismo, e per questo sono considerati più favorevolmente dalle dirigenze più gelose dell'indipendenza dei loro paesi.



13 Il mondo contemporaneo: quadro politico internazionale, quadro politico italiano

1 Il quadro politico internazionale
Il quadro internazionale - Per mettere a fuoco la situazione politica dell'Italia attuale non si può prescindere dalle sue connessioni con la situazione internazionale. Esiste oggi, come non mai nei secoli precedenti, una solidarietà di destino fra le nazioni, che ne condiziona le scelte

Il bipolarismo USA-URSS - La scena politica continua ad essere dominata dal bipolarismo USA-URSS che sinora non è stato intaccato, come sembrava lecito aspettarsi a un certo momento, dal sorgere di un terzo protagonista che via via poteva essere individuato nella Repubblica Cinese, o in un'Europa politicamente unita e compatta, o nel mondo arabo che stringeva in pugno l'arma del petrolio. Tutti questi tentativi di affermazione di una terza potenza tra le due antagoniste, per ragioni diverse, non hanno avuto successo

I punti caldi del globo - Fra le due superpotenze i rapporti sono quelli di una coesistenza difficile, che alterna, a momenti di cauta e vigile distensione, fasi di crisi in connessione con eventi bellici (guerre locali) che si verificano nei punti più caldi del globo:
·         nella penisola indocinese, ove, conclusasi la guerra del Vietnam, ne è scoppiata una tra Vietnam e Cambogia;
·         in Medio Oriente, uno dei settori ove esistono più ragioni di tensione: l'endemico conflitto arabo-israeliano, l'insoluta questione palestinese, la rivoluzione islamica di Komeini in Iran (genn. '79), il conflitto tra Iran e Iraq (sett. '80), l'occupazione dell'Afganistan da parte di truppe sovietiche a sostegno di un governo comunista filosovietico non accetto alla popolazione (dic. '79);
·         nel Sud Africa, ove uno scontro razziale fra bianchi e popolazioni di colore, che ha il suo epicentro nella Rodesia, ma coinvolge nazioni vicine come lo Zambia e il Mozambico, crea rischi di internazionalizzazione del conflitto per la presenza di volontari stranieri in appoggio ai guerriglieri di colore;
·         nel Corno d'Africa, ove la guerriglia dei Somali contro gli Eritrei dà appiglio a tensioni internazionali;
·         in Polonia, ove l'imposizione di un governo militare (dic. '81) ha soppresso le libertà sindacali e di stampa conquistate dal sindacato libero Solidarnosc;
·         nel Centro America ove la situazione interna del Salvador crea motivi di tensione internazionale.

Le trattative per la riduzione degli armamenti - Alle fasi alterne della distensione sono da riallacciare le fasi pure alterne del processo verso un accordo sulla riduzione degli armamenti, e in particolare sulla limitazione delle armi nucleari. I documenti più importanti relativi agli accordi sono quelli noti come S.A.L.T. 1 (1969), S.A.L.T. 2 (1972) e Start (giugno 1982).

La difesa dei diritti dell'uomo - Nonostante questo immobilismo globale si possono ravvisare segni di movimento in direzione positiva. Uno di questi è senz'altro, oltre agli accordi S.A.L.T. e Start sopra ricordati, la Carta di Helsinki (1975), con la quale le nazioni firmatarie (e tra esse vi sono quelle del blocco occidentale e quelle del blocco socialista), si impegnano a rispettare i diritti dell'uomo. Anche se in più occasioni da entrambe le parti non sono mancate violazioni della Carta stessa, è pur sempre significativa affermazione di principio e l'esistenza di un punto di riferimento in proposito.

Segni di distensione fra i due blocchi - Un altro segno è costituito dai mutamenti nei rapporti fra i due blocchi; mutamenti che possiamo sommariamente indicare:
·         nella Ostpolitik ( = politica verso l'Est) inaugurata dal cancelliere socialdemocratico tedesco Willy Brandt e portata avanti dai successivi governi socialdemocratici con l'intento di riavvicinare le due Germanie e il conseguente intensificarsi degli scambi commerciali della Germania con l'U.R.S.S. e con altri paesi dell'Est;
·         nella permeabilizzazione dei paesi del blocco orientale alle influenze occidentali. Le conseguenze più vistose si sono avute in Iugoslavia, ma sono rintracciabili anche in Romania, Ungheria e Polonia (sino all'instaurazione del governo militare del  13-12-1981);
·         nel venire meno di alcune prevenzioni occidentali nei confronti dei paesi comunisti e dell'U.R.S.S., sì che anche quando la distensione si inceppa, non rinasce più lo spirito di crociata antisovietico che aveva caratterizzato la guerra fredda;
·         nella scelta dell'Eurocomunismo da parte di alcuni grandi partiti comunisti dell'occidente che ha portato a considerare come possibile la partecipazione dei comunisti ai governi occidentali.


2 Il quadro politico italiano
NATO e C.E.E. come punti fissi di riferimento - Il quadro politico internazionale che abbiamo sommariamente delineato condiziona anche la politica estera dell'Italia che, legata fin dall'immediato dopoguerra alla politica americana, ha continuato a considerare come punti fissi l'appartenenza del nostro paese all'Alleanza Atlantica (NATO) e alla Comunità Economica Europea (C.E.E.). Per questo l'Italia risente immediatamente e direttamente delle decisioni prese in quelle due sedi. Di conseguenza grandi ripercussioni hanno avuto nel nostro Paese le decisioni americane di istallare nuovi missili a testata nucleare nel nostro territorio, come di mantenervi, più generalmente, basi militari. E la sua economia, particolarmente l'agricoltura, è condizionata dalle decisioni del Mercato Comune (M.E.C.).

Svalutazione e disoccupazione - La crisi economica di estensione mondiale, che si è aggravata dopo la crisi energetica del '73, ha creato in Italia difficoltà crescenti che si possono riassumere in due fenomeni: la svalutazione e l'aumento della disoccupazione.
Quanto alla prima (che consiste nella perdita del valore d'acquisto della moneta, cioè in una diminuzione effettiva dei salari nominali, e che perciò ha colpito tutti, ma particolarmente i lavoratori dipendenti e i pensionati) basti pensare che fra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80 è stata di circa il 20% l'anno.
Quanto alla disoccupazione, il ridursi della competitività della produzione italiana sui mercati stranieri per la mancata ristrutturazione e il mancato aggiornamento di alcuni processi produttivi, per l'aumento del costo del lavoro e l'eccessiva conflittualità all'interno delle aziende, ha messo in crisi molte di esse, tra cui alcune a capitale statale (del gruppo I.R.I.), portando a una diminuzione dei posti di lavoro di fronte a una cresciuta disponibilità di lavoratori. L'intervento diretto dello Stato con sovvenzioni o quello indiretto tramite la Cassa Integrazione ha contribuito ad aggravare il dissesto della finanza pubblica, su cui contemporaneamente pesava in senso negativo un crescente deficit della bilancia commerciale (anche a causa dell'aumentato costo del petrolio).

«Tenuta» delle piccole e medie aziende, ed «economia sommersa» - La resistenza dell'economia italiana, nonostante le gravi negatività sopra dette, resistenza che stupisce spesso anche i commentatori stranieri, è legata in parte alla tenuta delle piccole e medie industrie, condotte con criteri più economici e più elastiche nell'adeguarsi alle variazioni del mercato. E' vero che talvolta queste aziende si avvantaggiano di un lavoro non ufficiale che ha fatto coniare l'espressione di economia sommersa per indicare l'insieme delle attività che non risultano nelle statistiche; economia sommersa in parte legata all'esistenza di lavoro nero, cioè di un lavoro non dichiarato ufficialmente e per ciò anche non protetto sindacalmente e assistenzialmente.

Il terrorismo - L'altro grave fenomeno, questa volta di natura politica, che ha caratterizzato l'ultimo decennio della vita italiana è il terrorismo che ha avuto il suo momento politicamente più preoccupante nel sequestro e nell'uccisione dell'onorevole Moro, leader della Democrazia Cristiana (1978).
In realtà il terrorismo non è un fenomeno esclusivamente italiano. Basti pensare che, nel 1981, nel giro di pochi mesi, si sono verificati gli attentati a Reagan, a papa Giovanni Paolo II ad opera di un terrorista turco, ad Indira Gandhi, al presidente egiziano Sadat (che decedette); mentre altri vennero tempestivamente sventati (a Giscard d'Estaing, a Lech Walesa, al premier messicano Portillo).
In Italia, dopo anni di tragedie e di lutti che hanno colpito rappresentanti della magistratura, del giornalismo, del sindacato, delle forze dell'ordine e della vita politica, una svolta si è verificata a partire dalla liberazione di un generale americano che era stato sequestrato dalle Brigate Rosse (gennaio 1982). Da allora il terrorismo sembra abbia iniziato la sua fase discendente.
Al terrorismo si intreccia in modo inestricabile l'attività della malavita organizzata (rapine, sequestri, traffico di droga, racket cioè taglieggiamento di piccoli e grandi operatori economici), che trova i suoi centri nella mafia, nella camorra e nella 'ndrangheta calabrese.

Le conquiste democratiche della Repubblica - Il quadro fosco che abbiamo tracciato non deve però far perdere di vista i grandi progressi che il Paese ha fatto sulla strada di una effettiva democrazia. Basti ricordare che, pur con le disfunzioni che non si vogliono negare, la Repubblica italiana ha portato
·         l'istruzione obbligatoria e gratuita per tutti i cittadini a otto anni di studio;
·         ha aperto l'ingresso alle Università a masse di studenti;
·         ha messo in atto un sistema sanitario capillare al servizio di tutti i cittadini e non solo di alcune categorie;
·         ha creato istituzioni decentrate come le Regioni per accrescere negli amministratori la sensibilità ai problemi locali;
·         analogamente i grandi comuni hanno decentrato i loro poteri a strutture amministrative periferiche.
·         Senza dire delle grandi conquiste sociali: lo Statuto dei lavoratori, il nuovo diritto di famiglia, la parità dei sessi sul lavoro, ecc.
Tale avanzamento è stato reso possibile dal fenomeno che efficacemente è stato chiamato l'ingresso delle masse sulla scena dello Stato. Sono state le masse organizzate che hanno spinto partiti e governanti ad adeguarsi alle esigenze della società.






14 La società italiana oggi: La trasformazione della società italiana; Progresso tecnologico, lavoro, fonti energetiche; La degradazione dell'ambiente; La questione meridionale.  

1 La trasformazione della società italiana
La trasformazione della società - Nell'ultimo quindicennio il processo di trasformazione della società italiana avviato con la ripresa postbellica ha subito una forte accelerazione. Fermenti già in atto nei decenni precedenti, cui altri importanti se ne sono aggiunti più recentemente, hanno trovato in nuove condizioni di vita e nella stessa trasformazione dell'economia, fattori favorevoli al loro prepotente sviluppo. Ne è venuta una trasformazione radicale del costume, della mentalità, con un'innegabile elevazione del tenore di vita e con la tendenza ad una omogeneizzazione del Paese sui livelli più elevati. Anche se ciò non ha soppresso il divario esistente tra le regioni, e particolarmente fra il Nord e il Sud, e quello tra le classi sociali, indubbiamente negli ultimi vent'anni (1961-1981) esso è andato riducendosi più che non nei cento anni precedenti.

I fattori della trasformazione - Molteplici sono le cause a cui va attribuita questa profonda trasformazione del Paese: lo sviluppo dell'industrializzazione e la connessa emigrazione interna, la trasformazione dell'attività rurale e la corrispondente riduzione della popolazione agricola, e la sostanziale trasformazione della figura tradizionale del contadino sono certo tra gli elementi più vistosi che hanno favorito questo processo.
Ma ve ne sono stati altri; e tra questi sono da mettere al primo posto l'influenza di una scuola dell'obbligo della durata di otto anni estesa su tutto il territorio nazionale, e la funzione culturale omogeneizzante della televisione, pure diffusasi gradualmente su tutto il Paese. Né va trascurata la funzione svolta dai più intelligenti fra i rotocalchi, particolarmente dai rotocalchi dedicati alla donna. Il risultato del confluire di tali di verse concause è stato il fenomeno che potremmo con una parola definire come l'urbanizzazione della società italiana; non tanto nel senso che è cresciuta la popolazione abitante nei centri urbani, ma nel senso che i modelli di vita urbana, e la connessa mentalità, hanno permeato di sé anche gli abitanti dei centri rurali. Nel contempo le differenze tra le classi, così vistose nel passato anche nell'immagine esterna, si sono ridotte fin quasi a scomparire: modo di vestire, alimentazione, abitazioni, igiene personale e domestica, mezzi di locomozione, si sono sostanzialmente avvicinati, se si escludono i circoscritti casi estremi sia nel privilegio che nell'emarginazione.
Uno degli aspetti della omogeneizzazione delle regioni e delle classi è la diffusione della lingua italiana, che soltanto in questi anni diventa per la prima volta la lingua nazionale, capita e parlata, sia pure in forme spesso improprie, da tutta la popolazione italiana di media e di giovane età.
Non ci si può e non ci si deve nascondere che la trasformazione cui ci riferiamo presenta risvolti negativi: la perdita di certe tradizioni legate alla cultura contadina e al più immediato contatto con la natura, il deteriorarsi dell'ambiente ad opera delle diverse forme di inquinamento, l'accentuarsi dell'aspetto competitivo della vita con le connesse ansie e tensioni, la passività della recezione televisiva, la non corretta impostazione di buona parte della scuola media (già il nome lo denuncia) considerata da molti insegnanti e famiglie non già lo strumento della formazione civile per tutti i ragazzi, ma una preparazione specializzata ad una scuola superiore.

I giovani e le donne - Nella trasformazione sociale una spinta notevole è venuta, soprattutto dopo la contestazione studentesca del '68 e le lotte operaie del '69, dai giovani e dalle donne, e dalle organizzazioni da essi create. La loro azione, anche se prevalentemente aveva di mira obiettivi specifici (rispettivamente la riforma della scuola e la parificazione dei sessi), di fatto si concretava in una critica a tutta quanta la società di cui si denunciava lo sviluppo distorto e l'immobilismo nei confronti di alcuni problemi cruciali. Era la critica al «sistema», che richiedeva, sia pure in forma spesso massimalistica e perciò astratta, cambiamenti radicali. Il movimento femminile ha conseguito risultati tangibili che si sono concretati nel nuovo diritto di famiglia; la contestazione giovanile non è invece riuscita a ottenere le riforme della scuola giustamente richieste; però il «movimento» ha inciso profondamente sul costume italiano: sui rapporti fra padri e figli, fra insegnanti e allievi, fra coetanei.
Tra le maggiori difficoltà che oggi i giovani si trovano ad affrontare, soprattutto in conseguenza della Grande Crisi vi è la disoccupazione intesa come difficoltà di trovare un primo impiego e, in comune con gli altri lavoratori, la minaccia permanente della perdita del posto a seguito delle difficoltà delle aziende.
Inoltre, il processo disordinato di inurbamento che ha caratterizzato gli ultimi venti anni ha creato, prevalentemente ma non solo nei grandi centri, una penuria di alloggi di cui risentono soprattutto i giovani che intendono crearsi una nuova famiglia.

Il terrorismo e la droga - L'insoddisfazione dei giovani per la mancata trasformazione del sistema si è manifestata, oltre che nella via legittima offerta dalla democrazia (partecipazione alle scelte politiche attraverso i partiti e le elezioni), anche attraverso due scelte distorte e distruttive: quella della droga e quella del terrorismo. La prima, che porta all'autodistruzione, è una fuga da una società che non si vuole accettare e per la cui trasformazione non si ha la forza di impegnarsi; il secondo, che si concreta con la distruzione di vite altrui, è il tentativo aberrante di trasformare la società con la violenza di nuclei isolati dal contesto nazionale e in particolare dalle masse lavoratrici.


2 Progresso tecnologico, lavoro, fonti energetiche
Trasformazione e miglioramento della vita - Il carattere più vistoso della nostra società è la radicale trasformazione che hanno subito i processi di produzione, i mezzi di trasporto e di comunicazione e gli aspetti della vita quotidiana in virtù della diffusione della macchina. Non vi è campo nel quale la nostra vita non sia diversa da quella non solo di cento anni fa, ma di neppure un paio di generazioni or sono.
Solo nel nostro tempo sono diventati di uso comune, almeno nelle società altamente industrializzate come la nostra, ritrovati quali l'automobile, l'aeroplano; e sono entrati nelle case di tutti il telefono, la radio, il televisore, gli elettrodomestici. Nel contempo la medicina, grazie al progresso della scienza e della tecnica, ha migliorato le condizioni igieniche, è riuscita a sconfiggere alcune malattie, ed è riuscita, assieme ad una migliore condizione alimentare anche delle masse, ad allungare la durata della vita.
La diffusione della macchina nei suoi vari aspetti ha certamente mutato in meglio la nostra esistenza, ha ridotto la fatica nel lavoro, ha aumentato la produzione dei beni di consumo rendendoli più accessibili a tutti, ha facilitato le comunicazioni, mettendo per tutti il mondo a portata di mano.

La scienza contro l'uomo - Non mancano però ragioni per mettere in dubbio l'assoluta positività del progresso tecnologico. E' un problema evidente anche nella routine della vita quotidiana, se si considerano i danni che lo sviluppo tecnologico ha prodotto e produce nella nostra società. La meccanizzazione, prevaricando, ha creato un distacco dell'uomo dalla natura, dai suoi ritmi, quando non ha portato alla violazione della natura stessa menomando e distruggendo le sue risorse elementari: l'acqua e l'aria avvelenate dall'inquinamento, la degradazione della coltre terrestre, il verde distrutto dallo sfruttamento irrazionale del suolo o dalla speculazione edilizia. Sono fatti che hanno messo in crisi la fiducia ottimistica e indiscriminata nel progresso scientifico, tanto più se se ne considerano le applicazioni fatte nel campo della distruzione bellica.

E' impossibile rifiutare il progresso scientifico - Se è vero che il modo con cui è stata utilizzata la scienza giustifica un giudizio critico sul progresso tecnologico, è altrettanto vero che l'atteggiamento da assumere in proposito non può essere il rifiuto della scienza o il sogno di un impossibile ritorno a mai esistite «età dell'oro». Deve piuttosto essere ricercata una diversa applicazione della scienza; ci si deve domandare come hanno potuto verificarsi tante applicazioni antisociali di essa.

La nuova fabbrica - Uno degli aspetti più noti del progresso tecnologico è la trasformazione dell'economia. Per quanto riguarda l'Italia, il mutamento avvenuto dopo la seconda guerra mondiale ha portato l'industria e il terziario (l'insieme dei servizi necessari per la produzione) ad occupare il primo posto nel mondo del lavoro.
Quanto all'industria, anche in Italia essa è entrata, nelle sue manifestazioni più avanzate, in quella che si può chiamare la terza fase della rivoluzione industriale, caratterizzata dall'automazione: resa possibile, quest'ultima, dall'avanzamento dell'elettronica e dalla miniaturizzazione, cioè dalla possibilità di ridurre circuiti e apparati elettronici a un ingombro minimo. E' nata così la nuova fabbrica.
Nelle fabbriche più moderne, quelle automatizzate, l'operaio ha addirittura lasciato la tuta blu e si è trasformato in un tecnico dal camice bianco; la fatica muscolare è pressoché scomparsa lasciando il posto a movimenti precisi, non faticosi, anche se psicologicamente stressanti.

La condizione operaia - Ma se spesso è mutato e migliorato l'ambiente di lavoro, non sono mutati i gravi risvolti negativi che ad esso si accompagnano. La condizione degli operai è non di rado carica di tensioni e di frustrazioni: la ricerca dell'occupazione in primo luogo, che diventa spasmodicamente difficile in tempi di crisi, la minaccia ricorrente della disoccupazione, l'insoddisfazione per un lavoro spesso sentito come estraneo e alienante, i ritmi talora stressanti della produzione con negative conseguenze psicofisiche.
L'impulso più efficace al miglioramento della condizione operaia è venuto dai sindacati, che, ritrovata l'unità d'azione, hanno esteso il loro interesse dalle questioni puramente salariali a quelle che riguardano la vita in fabbrica e fuori di essa: sicurezza e igiene sul lavoro, servizi di mensa, servizi assistenziali, la casa, i mezzi di trasporto, l'istruzione, l'aggiornamento, il tempo libero.

Lo statuto dei lavoratori - Le lotte operaie del 1968-69, culminate nell'«autunno caldo» del '69, portarono nel '70 a forti aumenti salariali, e, nel campo della regolamentazione del lavoro, sfociarono nell'approvazione dello Statuto dei lavoratori che «costituiva nuove e importanti garanzie a difesa e protezione del lavoratore, modificando in senso democratico un rapporto di lavoro, fino allora condizionato da una legislazione di ispirazione padronale» (Mammarella).

La disoccupazione - La disoccupazione è un fenomeno tipico della maggior parte dei paesi sottosviluppati, dove, per ovvie ragioni, mancano iniziative economiche sufficienti per assorbire il lavoro della parte attiva della popolazione. Ma essa rappresenta anche uno dei più gravi problemi delle società ad alto sviluppo industriale, specie di quelle a economia capitalistica.
In Italia i primi accenni di crisi che portarono a un aumento preoccupante della disoccupazione, si profilarono nel 1963, subito dopo gli anni del boom economico. La ripresa successiva fece pensare che la crisi fosse superata. In realtà essa continuava strisciante e si manifestò in forma più vistosa nel '73.
Le difficoltà dell'economia italiana venivano in quell'anno aggravate da un fatto che investiva l'economia mondiale: la crisi petrolifera. Da allora la situazione è andata sempre peggiorando, ed uno dei riflessi più preoccupanti, oltre all'inflazione, ne è stata la disoccupazione che ha toccato punte altissime.

L'emigrazione interna ed esterna - A seguito della crisi nazionale e internazionale l'emigrazione, sia quella all'interno prevalentemente dal Sud al Nord, sia quella esterna, in particolare verso paesi in forte espansione economica (Germania, Svizzera) ha subito un'inversione di tendenza. Non solo sono cessati i grandi flussi di inurbamento nelle città del Nord in particolare, ma si è registrata una diminuzione nella popolazione di alcune grandi città (ad esempio Milano e Roma). Molti lavoratori infatti sono tornati ai paesi d'origine.
Anche nell'emigrazione esterna si è avuto un calo progressivo via via che la crisi mondiale ha inciso anche nelle nazioni più industrialmente sviluppate: dal '73 in avanti, ad esempio, si è avuto, forse per la prima volta nella storia d'Italia, un'eccedenza dei rimpatri sugli espatri.

Fonti di energia - Il progresso tecnologico si collega strettamente alla disponibilità delle fonti di energia. Quelle di cui si è avvalso prevalentemente l'uomo dalla rivoluzione industriale fino a circa 50 anni fa sono state il carbone (che costituiva il 90 per cento energetico mondiale fino all'inizio del secolo) e l'energia idrica (corsi d'acqua, cascate) che, verso la metà dell'Ottocento, con l'invenzione della turbina, si riuscì a trasformare in energia elettrica.
Queste fonti di energia sono ormai state sostituite in gran parte dal petrolio e dai suoi derivati (nafta, benzina, gasolio, per citare solo i più importanti); la stessa elettricità viene oggi ottenuta dal petrolio più spesso che non dall'acqua.
I maggiori giacimenti petroliferi mondiali si trovano negli Stati Uniti (che producono il 25% del petrolio mondiale, non sufficiente tuttavia al fabbisogno nazionale); seguono, in ordine di importanza, il Kuwait, l'Arabia Saudita, l'Iraq, l'U.R.S.S., il Messico, il Venezuela, la Persia, la Libia, il Canada, l'Algeria, l'Indonesia, la Nigeria. In Italia, dopo la scoperta di idrocarburi nella valle Padana, si sono trovati giacimenti petroliferi in Sicilia e in Abruzzo. La loro produzione copre solo una piccola percentuale del fabbisogno.
La nuova politica petrolifera dei paesi produttori - Alcuni paesi produttori di petrolio appartengono all'area altamente industrializzata, ma molti di essi fanno parte invece del Terzo Mondo. I loro pozzi petroliferi, assegnati in concessione a compagnie europee e americane e dotate di forti capitali per l'estrazione e il raffinamento del prodotto, sono stati per lungo tempo sfruttati con scarsa contropartita locale.
A partire dagli anni Sessanta peraltro, nel nuovo clima creato dalla decolonizzazione che ha dato a molti paesi del Terzo Mondo l'autonomia politica e ha favorito in tutti la coscienza dei propri diritti, i paesi africani e asiatici hanno instaurato una nuova politica petrolifera che consente loro grossi introiti di capitali.

Le nuove fonti di energia - La crisi del '73 comunque ha dimostrato quale pericolo costituisca, per i paesi industrializzati, la dipendenza quasi totale da un solo prodotto. Questa preoccupazione si è aggiunta a un'altra preesistente, cioè al timore di un esaurimento, in tempi non molto lontani, dei pozzi di petrolio. Si calcola la possibilità di una forte riduzione del prodotto già intorno al 2000.
Per queste ragioni, mentre si continuano a cercare nuovi giacimenti petroliferi anche a livello sottomarino, si sono accentuate le ricerche di nuove fonti di energia. Si tenta, ad esempio, una nuova utilizzazione del carbone, con processi di liquefazione che consentono di trasformare la polvere di carbone in combustibili sintetici liquidi, e con processi di gassificazione che convertono il carbone polverizzato in gas greggio. Ma l'interesse è volto soprattutto verso l'energia nucleare, che si pensa diventerà l'energia del futuro; e non si esclude uno sfruttamento dell'energia solare.




3 La degradazione dell'ambiente
Inquinamento e degradazione dell'ambiente - Da parecchi anni ormai nelle società ad alto sviluppo industriale si sono levate voci di allarme contro le gravi deturpazioni portate all'ambiente in cui viviamo e contro l'inquinamento che minaccia la nostra salute fisica e il nostro equilibrio psichico.
Sotto la spinta di speculazioni economiche e di interessi privati le città si sono sviluppate in modo abnorme e caotico, nell'ignoranza e nel disprezzo delle fondamentali esigenze della vita umana.
Il verde è stato ingoiato dal cemento dei nuovi edifici, i quartieri periferici di recente costruzione, almeno nelle maggiori città italiane, sono sorti senza le adeguate strutture sociali e non offrono, a chi vi abita, possibilità di lavoro o di svago collettivo; vi mancano spazi sufficienti e attrezzature per i giuochi dei bambini e per lo sport dei giovani.
Parallelamente allo sviluppo caotico dei centri abitati, e spesso in connessione con esso, si è verificata la degradazione dell'ambiente naturale. Troppi edifici sono sorti senza alcun rispetto per le caratteristiche e le bellezze del paesaggio.
L'inquinamento industriale dei fiumi, dei laghi e dei mari ha distrutto gran parte delle risorse idriche. Sono scomparsi i boschi e l'aria è inquinata.

La riconquista del verde - Questi fenomeni hanno ormai risvegliato la preoccupazione della parte più responsabile dell'opinione pubblica. Gli anni Settanta hanno visto un maggior impegno da parte delle amministrazioni pubbliche - Regioni e Comuni - nel senso di porre un freno, attraverso azioni legislative e forme di difesa e di recupero, alla degradazione dell'ambiente. In particolare nelle città la riconquista del verde, non in termini decorativi ma funzionali, cioè di spazi attrezzati per la vita di tutti, è stato un preciso obiettivo di alcune amministrazioni.
In questo quadro di recupero del verde e di ricostituzione e rispetto dell'ambiente naturale si inserisce l'istituzione dei Parchi nazionali (i più importanti: del Gran Paradiso, dello Stelvio, degli Abruzzi e della Calabria). Questa azione è stata stimolata da un'opinione pubblica organizzata da movimenti ecologici a livello nazionale e internazionale. I più noti sono il W.W.F. (World Wildlife Found = Fondo mondiale per la natura) sul piano mondiale e Italia nostra su quello nazionale.


4 La questione meridionale
L'altra Italia - Nel 1961, quando si celebrò il centenario dell'unità italiana, furono molte le voci che si levarono ad ammonire che sostanzialmente l'unità non era ancora realizzata, che esistevano ancora due, o forse più, Italie.
La prima grande frattura, la più vistosa, era la frattura fra Nord e Sud, quella che costituiva la ormai annosa e non ancora risolta questione meridionale, con i suoi problemi di miseria, di disoccupazione, di analfabetismo, di mafia, di emigrazione. Ma in questo senso il Sud, in Italia, non è una determinazione soltanto geografica: sacche di miseria, condizioni di avvilimento, disperata mancanza di opportunità ad elevarsi, si trovano anche nell'industrializzato ed evoluto Nord, nelle cinture periferiche di alcune grandi città o in zone di campagne avare o immiserite da strutture economico-sociali parassitarie.

La questione meridionale: significato e storia - La questione meridionale, cioè l'insieme di problemi che nascono dallo squilibrio tra lo sviluppo del Mezzogiorno e le regioni dell'Italia centro-settentrionale, non è una questione che riguardi soltanto il Sud, ma è questione nazionale, e di primaria importanza.
L'esistenza di tale squilibrio, che si ripercuote negativamente sull'intera nazione, ha radici antiche e recenti, nella storia di tutto il Paese, e può essere eliminata solo con una trasformazione radicale di tutta la società italiana.
Al momento della formazione dello Stato italiano, il Sud (i territori dell'ex regno delle Due Sicilie e alcune regioni dello Stato pontificio) era in condizioni di arretratezza nei confronti del resto del Paese.
Per non aver affrontato la riforma agraria, che avrebbe potuto risolvere i problemi delle masse contadine, l'unificazione non modificò la situazione meridionale. Essa anzi peggiorò nei decenni successivi per varie ragioni, e soprattutto a causa della politica protezionistica adottata per difendere, con barriere doganali, la nascente industria settentrionale.
Né fece fare un passo avanti nella soluzione dello squilibrio la politica di leggi speciali a favore del Mezzogiorno, che venne inaugurata all'inizio del nuovo secolo. Si trattava, in sostanza, di un incremento di opere pubbliche con assegnazioni speciali di fondi, oppure di sgravi fiscali intesi a favorire la piccola proprietà agraria e ad attirare l'industria nel Sud. L'unico risultato fu un avvio industriale circoscritto all'area di Napoli, che non intaccò minimamente il problema delle campagne, che rimaneva il problema di fondo.
Il fascismo non mutò la situazione meridionale; la stessa impresa africana, che doveva dare terre ai contadini italiani, e in particolare a quelli del Sud, ebbe più il senso di un'evasione, e impegnò altrove forze e capitali che avrebbero potuto migliorare le con divisioni del Paese

I problemi del Sud, oggi - Nel secondo dopoguerra furono presi provvedimenti a favore dell'Italia meridionale: la riforma agraria, la costituzione della Cassa del Mezzogiorno, la costruzione di grossi complessi industriali in determinate zone (Pomigliano, Taranto, Gela, Metaponto). Però, di fatto, lo scompenso tra le due Italie è aumentato, perché il divario col Nord è cresciuto. Permangono in tutta la loro gravità i problemi della disoccupazione e della sottoccupazione, della conseguente emigrazione, del lavoro minorile, dell'arretratezza agricola, del basso livello di scolarità, della mafia.
Il permanere di questi problemi è legato a forme errate di sviluppo e al sopravvivere di privilegi, alla mancanza cioè di una organizzazione sociale che, riducendo da una parte le possibilità di sfruttamento, offra a tutti condizioni di vita migliori.

La mafia - La mafia nacque ed ebbe il suo centro nella zona interna delle province di Palermo, Trapani e Agrigento, zona di latifondi retti con strutture ancora feudali e caratterizzati dalla ricchezza del nobile proprietario (o del «gabellotto», spesso un ex fattore, che affittava o comprava il feudo padronale) in contrasto con l'estrema miseria dei braccianti o dei piccoli conduttori, ai quali veniva subaffittato il latifondo e che erano costretti a sottoscrivere contratti economicamente durissimi.
La mafia rappresentò, fin dall'inizio, la difesa del potere padronale contro le rivendicazioni dei dipendenti, una difesa che si esercitava, non di rado, anche in forme di feroce violenza.
Dal feudo, dalla campagna, la mafia allargò via via la sua influenza nei centri cittadini, dove controllava e taglieggiava i vari settori della vita economica (mafia dei mercati, dei macelli, dei porti, ecc.); mentre andava sempre più rafforzandosi e dilatando la sua possibilità di manovra attraverso la corruzione del mondo politico e amministrativo. A questo si aggiunga la rete di omertà intorno ai suoi crimini, creata dall'interesse e soprattutto dal terrore, che rendeva quasi impossibile raccogliere prove concrete anche contro mafiosi macchiati di innumerevoli delitti.
Nel secondo dopoguerra la mafia assunse una nuova fisionomia. I servizi segreti americani, nell'imminenza dello sbarco in Sicilia, si accordarono - tramite le cosche mafiose trasmigrate in America - coi mafiosi siciliani, perché facilitassero l'avanzata americana nell'isola. A risultato ottenuto, molti mafiosi furono collocati in posti di responsabilità dalle stesse autorità alleate; e soprattutto si rinsaldarono i vincoli tra mafia e gangsterismo d'oltreoceano, col risultato di dilatare enormemente l'area di attività mafiosa e di importare in Sicilia i metodi della delinquenza americana: i nuovi campi di attività furono trovati nel contrabbando di sigarette e della droga. La Sicilia divenne una testa di ponte per il traffico della droga dal Medio Oriente ai porti della Francia, e, di lì, in America.
Oltre alla mafia vera e propria, che è originaria della Sicilia e la cui attività si è diffusa ormai su tutto il territorio nazionale, esistono altre analoghe forme di malavita organizzata con remote tradizioni storiche: la camorra napoletana e la 'ndrangheta calabrese.
Negli ultimi anni, grazie anche all'impegno della Commissione parlamentare antimafia e delle forze dell'ordine, qualcosa si è mosso su questo fronte: alcune barriere di omertà vengono, sia pure ancora insufficientemente, cedendo, e le autorità ufficiali prendono posizioni più decise.


15. La minaccia nucleare
La paura della guerra - Fra gli aspetti caratteristici del nostro tempo vi è il sempre presente timore dello scoppio di un nuovo conflitto. E non tanto in relazione alle guerre locali che, come abbiamo visto, hanno punteggiato questi quasi quarant'anni di inquieta pace, quanto per la diffusa preoccupazione che incute la corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, da parte delle due superpotenze.

Nuove armi nucleari - Nella corsa agli armamenti una posizione di primo piano ha infatti tenuto la costruzione di ordigni nucleari sempre più perfezionati; il che significa innanzi tutto, anche se non solamente, di sempre maggior potenza distruttiva.
Dalla bomba di Hiroshima, la cui potenza era pari a circa 20 kiloton, cioè 20.000 tonnellate di tritolo, si è giunti a bombe H termonucleari di 100 megaton, pari cioè a 100.000 kiloton (un megaton = 1000 kiloton), cioè 100 milioni di tonnellate di tritolo. Per dirla in altre parole, mentre la bomba di Hiroshima era pari ad una salva di 4 milioni di cannoni di 7Smm., una bomba termonucleare è pari ad una salva di un miliardo di cannoni dello stesso calibro. Senza parlare di novità sconvolgenti come la bomba al neutrone (bomba N) la cui caratteristica è di uccidere gli organismi viventi senza distruggere gli edifici, e di essere «pulita» cioè di non creare fall-out atomico (cioè il persistere di radiazioni atomiche che rendano inabitabile l'area investita dallo scoppio).

La bomba atomica e l'equilibrio del terrore - Le catastrofiche capacità distruttive delle bombe nucleari hanno sconvolto non solo la strategia militare, ma la stessa politica. L'equilibrio del terrore, come è stato definito, ha sconsigliato, ed auguriamoci che abbia a sconsigliarlo per il futuro, lo scontro diretto tra le grandi potenze, e ha impedito che le guerre periferiche assumessero dimensione mondiale.
La consapevolezza del rischio mortale a cui nessuno può pensare di sfuggire ha spinto alla ricerca di accordi per la limitazione degli armamenti. La più importante delle trattative in proposito è nota col nome di S.A.L.T. (Strategic Arms Limitation Talks = Negoziati per la limitazione degli armamenti strategici), ed ha avuto inizio fra U.S.A. e U.R.S.S. nel novembre 1969. Il primo ciclo dei negoziati, noto come S.A.L.T. 1, si è concluso nel maggio '72. I negoziati S.A.L.T. 2, iniziati nel novembre '72, si sono conclusi con accordi, scaduti per mancanza di ratifica da parte del Senato americano. Nel giugno '82 si sono riprese le trattative, denominate S.T.A.R.T. che si propongono un obiettivo più ampio del S.A.L.T. 2, perché non riguardano solo i depositi atomici ma l'armamento atomico in generale.

Una nuova minaccia: le atomiche di teatro - Sul finire degli anni Settanta, la minaccia nucleare per i Paesi europei, e quindi per l'Italia, ha assunto un aspetto nuovo e preoccupante. Già con la bomba N, e più ancora con l'installazione in Europa di missili tattici a testata nucleare ad opera sia dell'U.R.S.S. (i missili SS 20), sia degli USA (i missili Pershing e Cruise, chiamati armi di teatro) per controbilanciare quelli sovietici, si è prospettata la possibilità di una «guerra nucleare limitata», cioè il cui campo d'azione sia ridotto alla sola Europa. In altre parole, questo nuovo tipo di armi nucleari sembra abbia reso «pensabile» quella guerra nucleare che, come dicevamo, era considerata «impensabile» quando si poteva far conto soltanto sulle bombe strategiche ad alto potenziale, il cui uso implicava la distruzione di entrambi i contendenti.

Il movimento per la pace - Questa prospettiva, che prevede il sacrificio dell'Europa in un deprecato scontro U.S.A.- U.R.S.S., ha dato forza al movimento per la pace in tutti i paesi europei occidentali. Ne fanno parte persone di ogni provenienza ed età; però la gran massa è costituita dai giovani.

La guerra è un male necessario? - L'Europa è stata coinvolta nel nostro secolo da due spaventosi conflitti che si sono estesi a tutto il mondo con un bilancio di morti, distruzioni e sofferenze inenarrabili. Oltre a queste due guerre mondiali, altre più limitate, in questo stesso periodo, hanno aggiunto e continuano ad aggiungere ulteriori lutti. E questo nonostante che una ideologia e predicazione pacifista avesse indotto a sperare che gli Stati, per regolare le loro questioni, potessero evitare il ricorso alla violenza rivolgendosi invece all'arbitrato di organismi superiori (in successione di tempo la Società delle Nazioni, il Tribunale dell'Aia, l'Organizzazione delle Nazioni Unite).
Il sostanziale fallimento di queste speranze, insieme a quella della «guerra per por fine alle guerre», speranza che faceva parte del bagaglio ideologico sia del primo che del secondo conflitto mondiale, ha favorito il radicarsi di una diffusa convinzione che la guerra sia ineluttabile, e ineluttabile sia il suo periodico comparire.

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