Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

giovedì 5 gennaio 2017

Classe I - Storia - Modulo I unità 4-6

IV unità
L’età arcaica (VIII-VI secolo a.C.)
La Mesopotamia – Il grande impero assiro costruito da Tiglat-Pileser I iniziò a sgretolarsi a causa di:
·         sovrani deboli ed incapaci,
·         logoranti guerre con la vicina Armenia
·         continue invasioni da parte dei nomadi aramaici.
Il declino del regno assiro durò quasi due secoli fino al periodo neoassiro: dal IX secolo a.C., con Assurnasirpal II (883-859 a.C.), infatti, ci fu una decisa affermazione politica e militare sui popoli vicini e con Assurbanipal (668-629 a.C.) l’impero assiro conobbe il suo culmine, quando annesse il regno di Babilonia, Israele, la Fenicia la Siria e l’Egitto.
Alla morte di Assurbanipal, l’impero fu preda della potenza meda che, coalizzata con i Babilonesi, pochi anni dopo, conquistò Assur nel 614 e Ninive nel 612.
Alla caduta di Ninive nel 612, il generale caldeo Nabopolassar creò l’impero neobabilonese, Babilonia si liberò dal giogo assiro e divenne la capitale del nascente Impero neobabilonese (612-539).
Il re più importante di questo periodo fu Nabucodonosor II (604-562) che giunse fino al Mediterraneo, portando l’Impero babilonese al più alto grado di potenza e di grandezza. Nabucodonosor distrusse il regno ebraico di Giuda, deportando gli Ebrei a Babilonia. Volle anche la ricostruzione e l’abbellimento di Babilonia che divenne la città più splendida d’oriente.
Dopo Nabucodonosor incominciò la decadenza dell’Impero babilonese a causa di lotte dinastiche e della minacciosa vicinanza dei Persiani. Nel 539 Ciro, re dei Persiani, dopo aver sottomesso la Media e la Lidia, espugnò Babilonia e depose l’ultimo re Nabonide, abbattendo per sempre l’Impero babilonese.

I Medi I Medi furono tributari degli Assiri dal IX al VII secolo. Ogni anno dovevano consegnare loro i migliori cavalli che possedevano. In seguito fondarono un Impero con capitale Ecbatana. Solo nel 612 a.C. riuscirono ad avere ragione dei loro oppressori. Il re Ciassare (633-584 a.C.), con l'aiuto dei Babilonesi, dopo un lungo assedio durato 3 anni, riuscì a conquistare Ninive. L'Impero dei Medi raggiunse la sua massima espansione comprendendo Assiria, Mesopotamia settentrionale e Cappadocia. Ciassare stipulò anche un trattato di amicizia con la Lidia e assoggettò i Persiani.
Il figlio Astiage (585-550 a.C.) non riuscì a conservare ciò che il padre aveva costruito. Il disaccordo con i suoi stessi sudditi portò a una crisi interna di cui seppe approfittare il persiano Ciro che con l'aiuto di alcuni ufficiali sconfisse Astiage in battaglia e si proclamò re dei Medi e dei Persiani.

I Persiani – La Persia, regione storica del Medio Oriente, corrisponde all'odierna repubblica dell'Iran.
L'ascesa del popolo persiano fu guidata da Ciro il Grande (590-529), della dinastia degli Achemenidi. Succeduto al padre Cambise, sconfisse i Medi (553-550), conquistò quindi la Lidia (546 a.C.) facendone prigioniero il re Creso, le città greche dell'Asia Minore e Babilonia nel 539. Tra il 546 e il 540 sottomise le province a oriente della Persia sino al fiume Iassarte. Morì nel 529 a.C. combattendo contro gli Sciti Massàgeti. Nella Bibbia è ricordato per aver liberato gli Ebrei prigionieri a Babilonia e aver consentito loro di tornare in patria. Fu famoso per la sua tolleranza religiosa, la clemenza verso i vinti, la sollecitudine per i sudditi. La sua figura di sovrano ideale fu tratteggiata da Senofonte nella Ciropedia.
Il figlio Cambise assoggettò l'Egitto nel 525 riducendolo a provincia dell'Impero. Il successore Dario I si scontrò con gli Sciti e i Greci; occupò la Tracia e la Macedonia. Fu duramente sconfitto dai Greci nella battaglia di Maratona nel 490.
Nei secoli V e IV la Persia si inserì stabilmente nelle dinamiche politiche e diplomatiche degli Stati greci, tentando di instaurare invano una egemonia sul mondo ellenico.
Sull'Impero persiano governava il Re dei re. Egli aveva un potere assoluto di istituzione divina. Ogni suddito, compresi i più alti funzionari, gli doveva obbedienza assoluta.
L'Impero era diviso in satrapie, distretti territoriali retti da governatori di nomina regia, i satrapi. L'esercito era molto potente ed efficiente: alle truppe di guarnigione di ogni città si affiancavano i diecimila immortali, così chiamati perché appena uno di essi veniva a mancare era prontamente sostituito così che il loro numero restava invariato.
La religione persiana fu istituita dal profeta Zarathustra nel VI secolo tuttora praticata da circa 100.000 fedeli, la maggior parte dei quali in Indio (Parsi). Responsabile del culto è la casta sacerdotale dei magi. Dio, Ahura Mazda, è considerato nel suo aspetto personale come Dio della luce, in continua lotta con Arimane il dio delle tenebre e del male. L'uomo è considerato libero di scegliere fra il bene o il male. Gli imperatori persiani erano vicari in terra di Ahura Mazda, incaricati della missione di far trionfare il bene mediante un Impero universale.

La decadenza dell’Egitto - Dopo il regno di Ramses III era cominciato un lungo periodo di decadenza, durante il quale l’Egitto si divise più volte in diversi regni.
Seguirono secoli di vera e propria decadenza:
·         nel 670 il re assiro Assaraddon invase il paese e conquistò Menfi.
·         nel 666 il re assiro Assurbanipal, dopo che gli Egiziani avevano riconquistato Menfi, riprese la guerra, si spinse fino a Tebe e la saccheggiò.
Ma anche questa conquista assira durò poco: Psammetico, aveva ereditato dal padre Neco il principato di Sais sul delta del Nilo, ma ottenne dal Re d’Assiria il comando su tutto l’Egitto dopo che gli Assiri avevano fiaccato la potenza egiziana e nel 667 avevano occupato la capitale Tebe.
Psammetico, pur continuando ad essere alleato fedele dell’Assiria, verso il 650 prese il titolo di Faraone e si considerò vero sovrano. Psammetico I continuò a tenere la sua reggia a Sais, sicché inizia il periodo di storia dell’Egitto detto appunto saitico dal nome della capitale Sais.
Il periodo saitico fu caratterizzato da un’intensa attività economica: i commerci furono sorretti con la costruzione di una buona flotta ed il paese, sempre chiuso all’influenza straniera, si aprì ai forestieri, che largamente vi affluirono come soldati mercenari e funzionari. Il Faraone condusse anche guerre contro gli Etiopi che tentavano di spingere i loro confini verso settentrione, ma poco sappiamo di queste imprese.
Questa floridezza ebbe però una durata relativamente breve (663-525): Cambise infatti minacciava ai confini lo stesso Faraone Psammetico III fu catturato e tenuto prigioniero per qualche mese a Menfi, quindi fu costretto ad avvelenarsi. L’Egitto assoggettato fu ridotto a provincia dell’impero persiano[1].

I due regni di Israele - Il regno d’Israele, maledetto dai profeti, ebbe una storia caratterizzata da molte discordie interne: non ci fu mai una dinastia che riuscisse ad affermarsi a lungo, ma solo per poche generazioni, poi con un colpo di stato o per altre vicende il potere passava ad una casa diversa. Il regno di Israele terminò sotto il re Sargon II nel 722 che conquistò la Samaria contro il re Osea e deportò gran parte del popolo in Assiria.
Dopo la fine del regno d’Israele gli unici Ebrei superstiti furono quelli del regno di Giuda.
Il Regno di Giuda durò un secolo in più (586), cadde sotto la conquista babilonese del re Nabucodonosor e gran parte della popolazione fu deportata in Babilonia (cattività Babilonese). Durante i combattimenti tra Babilonesi ed Ebrei, Gerusalemme fu distrutta. La cattività babilonese durò cinquanta anni, fino a quando Ciro, re di Persia, conquistò la Babilonia e permise agli Ebrei con un editto di ritornare in Palestina.
Gli Ebrei ricostruirono Gerusalemme e il tempio, ma passarono prima sotto il dominio della Macedonia, dell’Egitto, della Siria e infine dell’impero romano.

La Grecia arcaica - Quando finirono i movimenti migratori nella regione dell’Egeo, la Grecia continentale, le isole e le coste dell’Asia Minore erano occupate da popolazioni che, sebbene divise in unità territoriali politicamente indipendenti, riconoscevano di avere una comune identità culturale, basata sulla lingua, sulla religione e sulle comuni tradizioni; esse adottarono anche la denominazione di Elleni.
L’età arcaica, sebbene caratterizzata dall’assenza di invasioni dall’esterno e di conflitti con i popoli confinanti, fu tuttavia un periodo travagliato da forti tensioni sociali: i fenomeni più importanti furono
·         la nascita delle póleis (stato - città),
·         il passaggio dalla monarchia ai regimi aristocratici,
·         l’insorgere di tirannidi[2] o di regimi democratici
·         la colonizzazione.

La nascita della pólis greca – Le poleis si formarono nel corso dell’VIII secolo, come effetto del progressivo allentarsi dei legami aristocratici che nell’epoca precedente avevano avuto il sopravvento su quelli politici. Alcune poleis si svilupparono da antiche città micenee, altre invece furono fondate ex novo o in zone fertili o vicine al mare, che avessero però anche facilità di comunicazione con l’interno; tuttavia, indipendentemente dalla loro origine, gli stati-città caratterizzarono la storia greca per quattro secoli e furono al tempo stesso centro politico, economico e militare.
Ogni polis era organizzata autonomamente, secondo le proprie leggi e le proprie tradizioni.
Le poleis erano piccole comunità autarchiche[3], rette da governi autonomi; una sorta di piccoli staterelli indipendenti l'uno dall'altro. Il carattere autonomo della città greca deriverebbe dalla conformazione geografica del territorio greco, che impediva facili scambi tra le varie realtà urbane poiché prevalentemente montuoso. Spesso, le varie poleis erano in lotta tra loro per l'egemonia del territorio greco.
Ciascuna pólis era costituita:
·         dal centro urbano, cinto da mura, e dall'acropoli, cioè la città alta, la parte più fortificata dell’abitato, dove i cittadini potevano rifugiarsi in caso di pericolo e dove vi era il tempio della divinità protettrice della città centro della vita politica e culturale della città stato;
·         dall'agorá dove si tenevano il mercato e le assemblee del popolo e dove ci si dedicava di solito ad attività commerciali, dalle abitazioni e dalle botteghe degli artigiani;
·         dal territorio circostante, la cosiddetta chora (χώρα) la parte fuori delle mura, era il luogo dove i contadini coltivavano i campi e si dedicavano all'agricoltura o al pascolo.
Le strade principali, che univano l'agorà, i santuari, le porte della città, avevano un aspetto monumentale ed erano lastricate con grande cura. Per il resto, la rete stradale era fatta di stradine piccole, che consentivano a stento il transito dei pedoni e degli animali da soma. Questo perché le attività economiche e quelle residenziali erano concentrate in aree specifiche. Questo assetto urbanistico riduceva il traffico dei quartieri residenziali.
Oltre all'unità territoriale le poleis erano caratterizzate da un'unità sociale ed una strettamente politica: si trattava, infatti, di un gruppo di cittadini che si dotava di leggi che si impegnava a rispettare. I cittadini, dunque, non erano più sudditi come nelle società antecedenti, ma esercitavano il proprio potere eleggendo i rappresentanti (magistrature).
Le póleis avevano una dimensione limitata, ma erano politicamente indipendenti e autonome: ciascuna, infatti, aveva culti, leggi e feste sue. Proprio la limitata estensione del territorio che spesso non forniva sufficienti risorse agli abitanti spinse le città a cercare di espandersi a discapito dei centri vicini, che talora persero la loro autonomia a vantaggio della città più forte attraverso il meccanismo del sinecismo[4].
Frequenti erano però le anfizionìe o leghe sacre, alleanze di più póleis, solitamente limitrofe, che si riunivano intorno ad un santuario molto venerato: i membri di ciascuna Anfizionia erano tenuti a cooperare nell'amministrazione e nella difesa del santuario, e ad inviare periodicamente ciascuno due delegati in occasione del sinedrio anfizionico, l'organo collegiale preposto al controllo della confederazione. In un primo momento le anfizionìe si occupavano solo di finanziare il santuario e di organizzare le feste religiose, in seguito cominciarono a risolvere le questioni sorte fra le póleis e, trasformandosi in federazioni di contenuto sempre più politico, potevano decidere anche una guerra sacra contro qualche città della lega che non rispettava i patti. Leghe Anfizioniche erano quelle che sorgevano intorno ai santuari di Zeus a Dodona e Olimpia, o al santuario di Poseidone a capo Micale, in Ionia. L'Anfizionia più importante fu, però indubbiamente quella Delfico-Pilaica, che associava i culti di Apollo, a Delfi, e di Demetra, alle Termopili. L’anfizionìa più importante fu quella che aveva sede a Delfi.
Sebbene le poleis greche avessero ciascuna una propria autonomia ed una vasta gamma di forme politiche (oligarchia[5], timocrazia[6], democrazia[7], tirannide), esse furono comunque caratterizzate da un comune sviluppo politico e solo Sparta costituì un’anomalia rispetto alla situazione generale, bisogna anche ricordare che essa non ebbe mai eguali né nel mondo antico né in quello moderno. Alle originarie monarchie che dominavano le poleis nella fase del loro consolidamento, tra l’800 e il 650, si sostituirono governi aristocratici formati da oligarchie, che detenevano, oltre al controllo delle terre, anche quello politico.
La maggior parte della popolazione, composta da piccoli proprietari terrieri, artigiani, contadini, mercanti, aveva scarso peso politico; importanti erano invece le aggregazioni tribali che talora prendevano forma più ampia, assumendo così il nome di fratrie[8].

La colonizzazione greca - Un altro fenomeno di importanza rilevante fu la seconda colonizzazione, che interessò vaste zone del Mediterraneo dall’VIII al VI secolo a.C. e alla cui origine vi furono fattori determinanti:
·         la caduta dell'Impero assiro, nel VII secolo, e la rinascita dell'antica Babilonia facilitarono gli scambi commerciali e quelli culturali, favorendo una ripresa generale dell'area medio-orientale.
·         il bisogno di terre coltivabili (scaturito dall’incremento demografico),
·         la connaturata povertà del suolo greco e l’affermarsi del latifondo a discapito della piccola proprietà,
·         il desiderio di esportare le merci in sovrabbondanza e la ricerca di materie prime.
Ma anche le lotte all’interno delle città tra le opposte fazioni per la conquista del potere facevano sì che gli esponenti delle fazioni sconfitte o scegliessero o fossero costretti ad andare in esilio.
Questa seconda espansione coloniale si diresse sia verso Occidente (Magna Grecia, Sicilia, Francia) sia verso Oriente (penisola calcidica e costa della Tracia). I coloni greci non incontrarono resistenza nelle zone in cui si insediarono e la convivenza con gli indigeni fu solitamente pacifica.
La città fondata, pur mantenendo un legame particolare con la metropolis (madrepatria, città colonizzatrice) conservandone il dialetto, i costumi e le tradizioni, era politicamente indipendente.
La colonizzazione fu importante sia perché diffuse la cultura greca nel Mediterraneo sia perché accelerò lo sviluppo economico e politico della Grecia.
L’espansione del mondo greco provocò l’afflusso di molte ricchezze che contribuirono alla nascita di una classe media economicamente indipendente, ben presto in lotta con gli aristocratici. L’economia greca divenne mercantile e manifatturiera, grazie anche alla diffusione della moneta, introdotta per la prima volta dagli Ioni dell’Asia Minore nel VII secolo. I Greci investivano il denaro per creare nuova ricchezza. I centri più produttivi erano situati nelle colonie dell’Asia Minore, le città si ampliarono e si sviluppò l’arte nautica.
Le classi sociali emergenti tolsero ben presto però il monopolio della difesa militare della polis agli aristocratici, introducendo l’arruolamento dei cittadini: il nuovo esercito, la falange, poggiava sulla fanteria e sulla sua forza d’urto, anziché sul vecchio duello cavalleresco. Era ormai inevitabile che il ceto emerso da questi cambiamenti ambisse a ricoprire ruoli più importanti nella gestione della polis.
L’esistenza di una borghesia ricca accanto all’aristocrazia non aveva eliminato il problema di una classe di poveri sfruttati, ma anzi, sfruttando proprio questo malcontento, la borghesia si alleò con il popolo per insidiare i privilegi della nobiltà. Il valore su cui si basava il nuovo ceto sociale era il denaro (censo) e proprio su questo esso voleva fondare un’organizzazione comunitaria (timocrazia).
Il primo passo in questa direzione fu costituito da un’intensa attività legislativa, che non riuscì però ad eliminare le profonde disuguaglianze sociali. Ben presto la crisi fra latifondisti e piccoli proprietari da una parte e borghesia e popolo dall’altra riesplose, rendendo necessario l’intervento di principi assoluti (tiranni).
Certo è che questa fase storica contribuì a rafforzare le istituzioni statali, tanto che rappresentò il ponte verso la successiva fase democratica di molte poleis.

Il passaggio dalla monarchia ai regimi aristocraticiDall'VIII secolo la crisi della monarchia condusse alla formazione della polis aristocratica, dominata da proprietari terrieri, in costante competizione per la supremazia.
In età arcaica le esigenze delle poleis aumentarono considerevolmente. L’economia aveva sperimentato una crescita grazie alla colonizzazione ed all’apertura della Grecia verso il Mediterraneo da cui le condizioni di vita avevano ricevuto un netto miglioramento. L’agricoltura è sempre più spesso affiancata da fiorenti attività commerciali ed artigianali, che permettevano di arricchirsi e guadagnare.
Questo ampliamento di interessi e di orizzonti definisce l’aumentare dei bisogni e delle necessità amministrative di uno stato, cui il re non può più far fronte: avviene una progressiva presa di potere del consiglio degli anziani rispetto all’autorità del re. Se precedentemente il re aveva avuto in mano il consiglio e l’assemblea popolare ed aveva esercitato il proprio potere su entrambi, adesso la sua figura è talmente sminuita da essere condannata all’estinzione.
Ciò avvenne perché il re non possedeva molti più beni degli aristocratici e ciò contribuiva ad aumentare l’importanza del consiglio rispetto all’autorità del monarca, contro la quale egli non poteva far pesare neppure il suo predomino economico. Inoltre, mancarono quelle situazioni da cui un re poteva ricavare un potere fuori del comune, come le guerre ed i pericoli esterni.
L’età arcaica fu un periodo relativamente pacifico, in cui nelle singole comunità si sviluppò un grande senso della libertà, soprattutto nelle coscienze dei grandi proprietari terrieri. Giocarono molto anche le migliorate condizioni economiche generali: adesso molti più cittadini erano in condizione di collaborare alla vita della comunità. I membri del consiglio, i magistrati, affiancarono in misura sempre maggiore, fino a sostituire, il re.
In questo periodo si verifica una rivoluzione del vecchio modo di combattere affidandosi principalmente alla cavalleria ed ai carri da guerra. Queste erano attrezzature che solo i nobili potevano permettersi, ed era quindi inevitabile che il loro ruolo di primo piano fra le fila dell’esercito si riflettesse anche all’interno della vita politica degli stati. Il più diffuso benessere dell’età arcaica, permise a molta più gente di procurarsi l’equipaggiamento da fante. Da qui nasce la classica figura dell’oplita ellenico, inquadrato nella formazione a falange[9].
Queste nuove situazioni convergevano tutte a vantaggio delle masse popolari che continuavano a crescere per importanza e per condizioni economiche. Si inaugurò un periodo di vaste riforme, nel tentativo di adattare la politica degli Stati alla nuova situazione sociale.
Nacquero nuovi modelli organizzativi, in cui la figura del re era definitivamente sostituita da alcuni uomini aristocratici che ricoprivano delle cariche annuali e che erano eletti dal popolo. Questo evento risultò di capitale importanza nel percorso che portò alla democrazia, non solo perché la figura del monarca ereditario era stata portata all’estinzione, ma anche perché la creazione della magistratura annuale comportò un notevole allargamento della classe dirigente: nelle comunità che si sono appena liberate dal regime monarchico, ci si vuole premunire affinché non si verifichino più le condizioni per un eventuale ritorno delle precedenti condizioni. Così si decide di evitare le rielezioni dei vari arconti per più anni consecutivi, così come che i membri di una sola famiglia si guadagnino tutte le posizioni di potere.

L’insorgere di tirannidi o di regimi democratici - Tra il VII e il VI secolo si verificò una fase di forti tensioni sociali che opposero l’aristocrazia fondiaria al popolo, il démos, che, grazie allo sviluppo delle attività artigianali e commerciali, si arricchiva sempre di più e aspirava ad un maggiore peso politico.
L’aristocrazia fondiaria si era indebolita:
·         per il carattere competitivo dell'etica aristocratica,
·         per lo sviluppo dei commerci e della colonizzazione,
·         perché alla cavalleria subentrò, come nerbo dell'esercito, la fanteria oplitica.
Le conseguenze socio-economiche della colonizzazione greca furono notevoli: l'espansione e l'incremento degli scambi commerciali e delle attività artigianali ed industriali e l'introduzione della moneta favorirono la formazione di una nuova classe di commercianti ed industriali, che progressivamente mise in crisi il predominio dell'aristocrazia.
Il mutato assetto sociale ebbe delle ripercussioni politiche, poiché il ceto medio, presa coscienza della propria forza e della propria importanza, cominciò ad avanzare richieste per una parificazione giuridica con l’antica aristocrazia.
Tra il VII e il VI secolo, Questi continui contrasti sociali, aumentati dal malcontento delle classi meno abbienti, portarono all’avvento di due nuove e diverse figure politiche: da un lato i legislatori, con la codificazione scritta delle leggi, e dall'altro al sorgere della tirannide.
A figure di legislatori dapprima nelle colonie poi nella metropolis (Licurgo a Sparta, Zaleuco a Locri, Dracone ad Atene), si affiancarono uomini ambiziosi, (Gelone a Siracusa, Policrate a Samo), che, facendo leva sul malcontento popolare con colpi di stato si impadronirono del potere degli aristocratici, in moltissime città greche.
Alcune città, come Corinto, Tebe, Sparta ed Atene, salirono alla ribalta della scena politica greca, espandendo la propria influenza sulle città vicine. Ad eccezione di Sparta, una polis estremamente conservatrice che rimase per lungo tempo legata alla costituzione di Licurgo e non conobbe rivolgimenti sociali e fenomeni di emigrazione, le altre poleis greche sperimentarono il governo dei tiranni.
A Corinto la famiglia dei Bacchiadi, che governava la città, fu rovesciata da Cipselo nel 657 circa, il quale assunse il titolo di tiranno trasmettendolo al figlio Periandro.
Ad Atene Pisistrato stabilì un governo tirannico che resse la città con fasi alterne per circa trent'anni (561-528 circa), trasmettendo il potere al figlio Ippia.
L'elemento che accomuna tutti i tiranni di prima generazione consiste nella loro appartenenza all'esercito e mostra l'importanza dell'apparato militare nella crisi dell'aristocrazia e nell'ascesa dei tiranni.
Alla fine del VI secolo, dopo il rovesciamento della tirannide di Ippia nel 510, Clistene realizzò una profonda riforma della costituzione ateniese che segnò la nascita della democrazia ad Atene e nel mondo nel 507.
L’età dei tiranni fu un momento di grande sviluppo culturale: anche se il potere fu conquistato illegalmente, i tiranni Periandro di Corinto, Gelone di Siracusa o Policrate di Samo furono buoni governanti, che garantirono il rispetto di certe regole e in cui molti poveri poterono migliorare la loro situazione economica: i tiranni, infatti, erano nemici dell’aristocrazia e, in molti casi, alleati del popolo, pur perseguendo un interesse privato.

La fioritura della cultura greca – Dagli inizi dell'VIII secolo, la ripresa economica e la reintroduzione della scrittura mediante l'alfabeto fenicio favorirono l'inizio della grande stagione culturale greca.
Al rafforzamento economico e politico si affiancò una notevole fioritura della cultura greca, anche grazie alla reintroduzione della scrittura agli inizi dell’VIII secolo: si fissarono per iscritto i poemi di Omero; nella Ionia[10] nacque il pensiero filosofico[11].
Nel contesto della cultura greca il significato del termine filosofia oscilla tra due poli estremi:
·         da un lato esso indica la cultura in generale e l’educazione;
·         dall’altro indica una determinata disciplina scientifica che ha per oggetto i princìpi primi, le strutture generali dell’essere e dio.
I fattori che hanno stimolato la nascita della filosofia in una serie di elementi tipici della società greca di quell’epoca sono:
·         la posizione geografica di ponte fra Europa e Asia;
·         lo spirito amante del bello e del sapere;
·         una religione che non pone ostacoli allo sviluppo della riflessione, ma anzi la favorisce;
·         una struttura politica che garantisce un certo margine di libertà ai cittadini;
·         un commercio in costante sviluppo e che richiedeva lo sviluppo di una riflessione che potesse essergli utile;
·         un primo tentativo di spiegare i fenomeni secondo una visione naturalistica presente nei miti di Omero e di Esiodo.
Nel VI secolo la contrapposizione fra mito e logos, dove il primo è sostenuto dalla tradizione, mentre il secondo da operazioni logiche della mente, costrinse il primo ai soli ambiti della religione e della poesia.
La riflessione filosofica non coinvolse il pensiero di larghe masse di uomini, ma ebbe la sua base sociale in una minoranza progressista appartenente alla classe dominante. Questi intellettuali tolsero l’alone sacrale che ricopriva le cose per scoprire l’oggettività dei fenomeni.
La nuova cultura, che i primi filosofi creano, rispondeva ad una serie di problemi nuovi, nati nelle città ioniche del VI secolo, problemi che difficilmente sarebbero potuti sorgere in una società agricola, quale era quella greca precedente, dove la natura consisteva nell’insieme dei fenomeni che non dipendono dall’uomo, e tutto si risolveva nel culto della divinità e nel rituale.
È proprio la città che compie questa rottura che toglie l’uomo dal contatto con la natura e lo porta ad inventare nuovi mestieri e un modo diverso di vivere e di strutturarsi socialmente.
Il filosofo prese il posto che nell’antica società tribale era occupato dal sacerdote, e cioè quello di depositario del sapere.
Tra VII e VI secolo il panorama delle produzioni letterarie d’area greca era molto diversificato: anche politicamente siamo alla presenza di una civiltà policentrica, si accentuano le caratteristiche cittadine, rispetto alla fase esiodea e le letterature riflettono la maggiore complessità anche sociale.
Gli autori di cui conosciamo l’opera, sono spesso biografici, si indirizzano a un gruppo di amici oppure a un gruppo allargato fino a comprendere tutta la comunità dei cittadini liberi delle poleis. Si composero elegie gambi e monodie per piccole cerchie di persone, ma anche lirica corale per celebrazioni.
Questa poesia è molto vicino a noi, per ciò che essi esprimono e per il modo con cui lo fanno: la loro individualità e la loro capacità a esprimere qualcosa che noi definiamo come passione e vivacità d’umore. Ma anche quando essi parlano di sé stessi, enucleano sensi generali, che hanno valore per tutti e che riguardano il senso stesso della vita, dell’esistere tra gli altri.
La lirica poteva essere, monodica (a una sola voce) o corale. Tra questi poeti lirici si ricordano Archiloco, Mimnermo, Alcmane, Alceo, poeta spesso dell’amore, del vino, dell’esaltazione del piacere quali esclusivi rimedi dinanzi al carattere effimero e precario della vita umana e Saffo, considerata la più grande poetessa dell’antichità.

Unità culturale del mondo greco - Nel popolo greco non si era formata un’unità politica, ma solo la coscienza di appartenere ad un unico gruppo etnico e linguistico. A differenza degli orientali, i greci hanno un carattere particolarista che favorisce l’inventiva personale e non ama l’accentramento del potere nelle mani di pochi.
La Grecia tuttavia riconosceva la propria identità sul comune terreno della cultura, della lingua e della religione.
Il santuario di Delfi, con il suo oracolo, acquisì grande importanza in tutto il territorio greco; a costituire una coscienza religiosa comune contribuì la partecipazione ai quattro grandi giochi panellenici, tutti a carattere religioso: i Giochi olimpici, istmici, pitici e nemei; i primi (che si tenevano regolarmente ogni quattro anni) erano così importanti che invalse l’uso di calcolare il trascorrere degli anni a partire dalla prima Olimpiade, svoltasi nel 776.
Della religione, il mito costituisce il filo conduttore; bisogna inoltre notare che manca una casta sacerdotale che detiene il potere attraverso l’elaborazione di dogmi di fede, per questo l’autorità del mito è affidata ai poeti. Per i greci il mito era religione, poesia e filosofia, ovvero un modo di pensare i problemi dell’esistenza attraverso immagini simboliche.
Comuni sono anche i miti sorti in epoca micenea (Atridi, Perseo, Edipo, Sette contro Tebe, Elena, Menelao) precursori dei poemi omerici, comune è la scrittura ricevuta dai Fenici e l’alfabeto che i Greci ne hanno derivato (designazione delle vocali con segni consonantici fenici superflui: prima scrittura fonetica pura), comune è la religione con santuari di im­portanza nazionale (Delfi, Delo, Samo, Olim­pia).
Il tipo di religione diffuso fra gli aristocratici non soddisfaceva però le esigenze del popolo, per questo presto ci fu un’apertura agli influssi religiosi orientali: si diffusero così le pratiche misteriche che prospettavano la sopravvivenza dell’anima nell’aldilà e una sua redenzione. Molto successo ebbe allora il culto di Dioniso, al quale si opponeva la versione spirituale dell’orfismo.

Oligarchia e democrazia in Grecia: Sparta e Atene - Tra l’VIII e il VI secolo a.C. Sparta e Atene emersero come i centri più potenti della Grecia, dopo aver unito in una confederazione, sotto la loro guida, le città vicine.
Sparta, stato - città aristocratica a carattere militare, affermò la sua supremazia con la forza. L’unificazione dell’Attica fu invece raggiunta attraverso accordi pacifici da Atene, che riconobbe la cittadinanza ateniese agli abitanti delle città minori.
Sparta aveva un ordinamento costituzionale antichissimo fra l’VIII ed il VII secolo, la cui natura strettamente oligarchica si mantenne costante nel tempo; la tradizione fa addirittura risalire la costituzione spartana al mitico legislatore Licurgo. A capo dello stato vi erano due re, discendenti delle nobili famiglie degli Agiadi e degli Euripontidi, che governavano collegialmente. Accanto a loro fungeva da organo consultivo la gherusía, ristretto consiglio di ventotto anziani eletti dai cittadini liberi, gli spartiati,  riuniti nell’apélla (assemblea di uguali). Importante fu anche la presenza di cinque efori, originariamente ministri del culto che assunsero sempre più funzioni di natura politico-giudiziaria.
Ad Atene e nella sua area di influenza la monarchia fu abolita all’inizio del VII secolo dall’aristocrazia, i cui esponenti, gli eupatrìdi, esercitarono il potere attraverso la carica di arconte; nove arconti, eletti dall’ecclesia, si avvicendavano annualmente e governavano col concorso dell’areopago, consiglio di ex arconti che fu organo custode delle leggi e tribunale per i reati più gravi.
Nel 621 il legislatore Dracone pubblicò il primo codice scritto di leggi, limitando la discrezionalità del potere giudiziario dei nobili.
Successivamente l’arconte Solone nel 594 riformò il codice draconiano, dividendo il corpo civico timocraticamente, cioè in base al censo, in quattro classi, che furono, in ordine di ricchezza:
  • i pentacosiomedimni (gli unici che potessero aspirare all’arcontato);
  • i cavalieri;
  • gli zeugiti;
  • i teti.
All’areopago affiancò la bulè, consiglio di quattrocento nominati per sorteggio dalle prime tre classi, e il tribunale popolare dell’eliéa.
Durante il regno del tiranno Pisistrato (560-527 a.C.) che salì al potere facendo leva sul malcontento del ceto medio-basso, alcuni caratteri democratici delle istituzioni ateniesi furono ulteriormente accentuati in chiave demagogica.
Ippia e Ipparco, suoi figli ed eredi, si rivelarono molto più dispotici del padre e, dopo l’uccisione di Ipparco, Ippia fu cacciato da un’insurrezione scoppiata nel 510 a.C.: la memoria collettiva di Atene associò questa fase alla figura dei due tirannicidi, Armodio e Aristogitone, gli uccisori di Ipparco nel 514, salutati dalle generazioni successive come campioni della democrazia.
Ne seguì una lotta politica che vide vincitore, contro una fazione oligarchica, il partito democratico guidato da Clistene che promulgò ad Atene una nuova Costituzione basata su principi democratici e isonomici (cioè di uguaglianza politica), la cui entrata in vigore nel 502 segnò l’inizio del periodo di maggior splendore della storia ateniese.
Alla base della costituzione di Clistene c’era un complesso meccanismo di ripartizione territoriale dell’Attica, suddivisa in tre regioni: città, costa, entroterra. Ma la vera novità fu la mescolanza del popolo che si ottenne con l’istituzione di dieci tribù cui venivano iscritti cittadini di vari démi di ognuna delle tre grandi regioni che avrebbero dovuto fornire l’esercito di Atene, ciascuna sotto la guida di uno stratega. Gli arconti diventarono dieci e i loro poteri furono ridotti, come quelli dell’areopago, ora unicamente tribunale per i reati di sangue; la bulè (che si ampliò a cinquecento membri) e l’ecclesía accrebbero invece le loro funzioni, diventando il fulcro della vita politica di Atene: la bulè come sede di proposte di provvedimenti legislativi, l’ ecclesìa come luogo della loro discussione ed eventuale approvazione. A garanzia dell’istituzione democratica fu inoltre introdotto l’ostracismo un istituto politico ateniese con cui erano banditi per dieci anni i cittadini ritenuti pericolosi per il mantenimento dell’egualitarismo civico.
Attraverso il progressivo sviluppo dell’agricoltura e del commercio, Atene divenne il centro più importante di cultura artistica e del bacino del Mediterraneo.

La migrazione indoeuropea in Italia - Prima del 1200 gli abitanti dell’Italia centrale erano gli Umbri, uno dei popoli più antichi della penisola italiana, di stirpe indoeuropea.
Dopo il 1200 a.C. scesero, attraversando le Alpi, in Italia gruppi indoeuropei provenienti dall’Europa centro-orientale. Questi gruppi spinsero le tribù che li avevano preceduti sempre più a sud e assunsero una fisionomia ben definita solo dopo essersi stabiliti nelle loro sedi definitive. Tra queste popolazioni indoeuropee vi erano gli Italici, che occuparono la parte centro-meridionale della penisola.
Alla fine della migrazione, nell’VIII sec. a.C. gli stanziamenti sulla penisola erano definitivi, le principali popolazioni in Italia erano così stanziate: Liguri e Veneti a nord; Iapigi, Lucani e Bruzi a sud; Siculi e Sicani in Sicilia; Sardani e Liguri in Sardegna; nell’Italia centrale vi erano:
·         gli Osco-Umbro-Sabelli: divisi nelle tribù dei Piceni, Sabini, Marsi, Peligni, Marrucini, Sanniti;
·         i Latini: stanziati tra la foce del Tevere e i Colli Albani, divisi nelle tribù dei Latini propriamente detti, dei Volsci, Equi e Ernici.
In questo periodo, mentre l’Italia meridionale era colonizzata dai Greci, si sviluppava al centro-nord la civiltà etrusca.

Le colonie della Magna Grecia - I Greci frequentarono i porti italici già in età micenea (sec XVI - XI a.C.).
Alla prima metà del secolo VIII. risale l’insediamento calcidese sull’isola di Ischia che aprì la prima fase della colonizzazione greca d’Italia. I Calcidesi fondarono poi Cuma, Napoli, Reggio, Catania e Zancle; i Corinzi fondarono Selinunte e Siracusa, i Rodiesi Gela e Agrigento; gli Achei dell’Acaia Sibari, Metaponto e Crotone, mentre Taranto fu l’unica colonia fondata da immigrati spartani.
Dal VI secolo si scatenarono tra colonie greche feroci lotte per l’egemonia e successivamente furono oggetto delle mire egemoniche dell’Atene di Pericle.
Le tre città achee distrussero verso l’inizio del secolo Siri, mentre fallì il tentativo di Crotone di sottometterne l’alleata Locri. Attorno al 510 a.C. ci fu uno scontro tra Sibari e Crotone; Sibari fu rasa al suolo.
In età arcaica la Magna Grecia costituì una delle aree culturalmente più vivaci del mondo greco: nel tardo VI secolo la conquista persiana dell’Asia Minore produsse un movimento migratorio verso Occidente che vi trapiantò un gran numero di filosofi, intellettuali e artisti (tra i quali Pitagora e Senofane di Colofone), il fenomeno contribuì al sorgere di scuole filosofiche (ad Elea, con Parmenide e Zenone) e mediche (a Crotone) di primissimo piano.
La Magna Grecia svolse così un ruolo cruciale nella trasmissione della cultura greca a Roma.

Gli Etruschi – La civiltà etrusca fu il frutto dell'innesto di elementi stranieri (attorno ai quali non si hanno notizie certe) sulla preesistente cultura villanoviana, nell'area compresa tra l'Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò in città-stato (Volterra, Fiesole, Arezzo, Cortona, Perugia, Chiusi, Todi, Orvieto, Veio, Tarquinia ecc.) che, a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una Lega formata da dodici città, la dodecapoli.
Ogni città era retta da re, detti lucumoni e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica. Una prima fase espansiva (VIII-VI secolo) portò gli Etruschi a contendere a Greci e Cartaginesi il controllo delle rotte tirreniche e adriatiche e a estendere il proprio dominio dalla pianura padana alla Campania, fondando centri come Bologna, Mantova, Piacenza, Pesaro, Rimini, Ravenna, arrivando fino a Roma, che la tradizione vuole governata da re etruschi dal 616 al 509.
L'autonomia di Roma e quindi la crescita della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca, acceleratasi dopo la sconfitta patita a Cuma nel 474 a opera dei Greci di Siracusa. La Campania fu persa di lì a poco per opera dei Sanniti e contemporaneamente i Galli dilagarono nella pianura padana. A partire dalla distruzione di Veio nel 395, entro il sec. III a.C. Roma si impossessò di tutta l'Etruria.
La scarsità di notizie precise attorno agli Etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato una letteratura, la loro lingua (che utilizza un alfabeto assimilabile a quello greco) è stata decifrata con l'aiuto di testi brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali.
A speciali sacerdoti (gli aruspici, la fama dei quali rimase viva anche in età romana) era affidato il compito di prevedere il futuro e capire la volontà degli dei scrutando le viscere degli animali sacrificati e analizzandone il fegato.
La centralità del culto dei morti presso gli Etruschi è attestata dalle numerose necropoli e tombe isolate disseminate in Toscana e nel Lazio: convinti che il defunto conservasse l'individualità congiunta alle proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un abitazione sotterranea, arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata da vivaci pitture.
La società era formata da nobili, discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle popolazioni preesistenti all'occupazione etrusca. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche elevarsi socialmente.

Le origini di Roma: l’età dei re - Tra l'VIII e il VII secolo, per motivi di difesa dall'invasione etrusca, il villaggio del Palatino, ingranditosi e sviluppatosi in età precedente, si fuse con quelli vicini, Esquilino, Celio, Viminale, Quirinale, Capitolino. Da questo processo di fusione (di cui rimane il ricordo della festa religiosa del Septimontium, a sottolineare anche il carattere religioso dell'unione), unito all'arrivo di popolazioni sabine, si formò la città di Roma.
Secondo la tradizione, a Roma regnarono 7 re, fino al 509; probabilmente furono di più e quelli ricordati sono solo i più importanti.
I primi quattro avevano origine latino-sabina, gli ultimi tre etrusca.
Morto Romolo durante un temporale (i Romani credettero in una sua ascesa al cielo e lo adorarono col nome di Quirino), gli successe Numa Pompilio. A lui vengono attribuite l'introduzione delle prime istituzioni religiose, la riforma del calendario con l'anno di 12 mesi e 365 giorni e l'occupazione della fortezza etrusca del Gianicolo.
A Tullo Ostilio sono legate le prime azioni militari, la conquista di Albalonga, la vittoria dei tre fratelli romani, gli Orazi, contro i tre fratelli albani, i Curiazi e l'espansione a danno delle popolazioni confinanti. 
Anco Marzio conquistò Ostia e Roma ottenne l'accesso sul mare stabilendo contatti con Etruschi, Cartaginesi e Greci.
Tarquinio Prisco fu il primo re di origine etrusca. Fece costruire il Circo Massimo, il tempio di Giove Capitolino, la Cloaca Massima. In campo amministrativo aumentò il numero dei senatori (da 100 a 200) permettendo l'accesso alla carica anche per meriti personali e non più solo per nobiltà di nascita. 
Servio Tullio (secondo re etrusco) espanse ulteriormente il dominio verso sud; emanò una nuova costituzione basata sul censo (i comizi centuriati) e portò a 300 il numero dei senatori. 
Tarquinio il Superbo (terzo re etrusco e ultimo re di Roma) fu un re dispotico e crudele, sospese le costituzioni e governò arbitrariamente con ogni tipo di sopruso. Secondo una tradizione, Tarquinio fu cacciato dai Romani e chiese aiuto al lucumone di Chiusi, Porsenna, che fu però sconfitto dagli eroi Orazio Coclite e Muzio Scevola. Secondo il racconto di Tacito, invece, fu lo stesso Porsenna a cacciare l'ultimo re. Da allora cominciò a prendere corpo l'ordinamento repubblicano. Dei sette re di Roma, quelli su cui comunque ci sono notizie più attendibili sono gli ultimi tre, perché è certo che la potenza etrusca influenzò anche Roma; per gli altri, purtroppo, spesso la fantasia si sovrappone alla realtà.

L’ordinamento monarchico a Roma - Le principali istituzioni di governo nella Roma monarchica erano tre:
·         Il re la cui carica non era ereditaria: il sovrano aveva anche il potere religioso (era sommo sacerdote) militare (era comandante dell’esercito) e giudiziario (era giudice supremo del popolo). Se il re pronunciava delle condanne a morte, però, il cittadino poteva fare appello all’assemblea del popolo, la provocatio ad populum, e rimettersi al suo giudizio;

·         Le funzioni di governo, compresi i poteri legislativo e giudiziario, erano svolte con l’assistenza di due assemblee: il senato e i comizi curiati;

·         Il senato era composto da membri dell’aristocrazia scelti dal re e consultati per decisioni sia di politica estera sia di politica interna; il senato doveva anche approvare o respingere le proposte di legge del sovrano e le deliberazioni dei comizi curiati. Alla morte del re dieci senatori sceglievano un nuovo candidato e lo proponevano ai comizi curiati;

·         Comizi curiati erano formati da cittadini facenti parte delle 30 curie (ripartizioni della popolazione); ogni curia era formata da 10 genti (o gentes, gruppi gentilizi) doveva fornire all’esercito 100 fanti (una centuria) e 10 cavalieri oltre a un senatore per ogni gens. Le curie potevano riunirsi in assemblea, dichiarare la guerra, nominare il re, approvarne le proposte di legge e ratificare le condanne a morte. La sede delle riunioni era il Foro.

Le classi sociali a Roma - Due erano le grandi classi sociali:
·         I patrizi, aristocratici proprietari terrieri;
·         I plebei, contadini, commercianti e artigiani, utilizzati anche dall’esercito.
I patrizi avevano l’accesso alle cariche pubbliche, mentre i plebei ne erano esclusi. Con il miglioramento delle condizioni economiche, anche alcuni plebei diventòrono benestanti e iniziarono una serie di lotte per ottenere la parità di diritti. Al servizio dei patrizi vi erano i clienti che ricevevano dai loro padroni terreni da lavorare, bestiame e protezione in cambio del servizio militare e di un aiuto nella vita pubblica.
Gli schiavi, prigionieri di guerra o plebei insolventi ai debiti, erano completamente nelle mani dei loro padroni, che potevano decidere della loro vita o anche donare loro la libertà; gli schiavi liberati erano detti liberti.

La religione romana - I culti delle diverse divinità erano affidati a dei collegi sacerdotali, il più importante dei quali era quello dei Pontefici, retto dal Pontefice massimo. Questi, che in età monarchica e imperiale coincideva con il re e con l’imperatore, presiedeva le cerimonie, stabiliva le feste e annotava i fatti storici gli Annales.
Vi erano poi il collegio dei Salii (che presiedeva il culto di Marte), quello delle Vestali (officiava il culto di Vesta, simbolo dell’eternità romana), quello degli Auguri (che dall’osservazione del volo e del canto degli uccelli e delle viscere degli animali sacri, i polli, traeva consigli sulle vie da seguire in caso di decisioni importanti) e quello dei Feziali (depositari del diritto riguardante guerre e alleanze).
Tra gli dei, i tre più importanti erano Iuppiter (Giove), Marte e Quirino. Rilevante era anche l’importanza attribuita alle divinità familiari i Lari, gli spiriti degli antenati, e i Penati, protettori della dispensa.

I Sanniti – I Sanniti erano un antico popolo italico, insediato sugli aridi altipiani dell'Appennino meridionale, parlante lingua del gruppo osco. Ramo del più ampio gruppo dei Sabini, i Sanniti erano a loro volta un popolo dalle molte ramificazioni: i più importanti erano gli Irpini, i Caraceni, i Pentri e i Caudini.
Nei secoli V e IV, alcune tribù si staccarono dal gruppo originario dirigendosi verso le zone costiere alla ricerca di nuove terre più fertili e ricche: un gruppo di Irpini si stabilì nella zona compresa tra il Sele e il Bradano dando origine al popolo dei Lucani; un ramo di questi, i Bruzi, invasero la Calabria sottomettendo parecchie città greche, tra cui Sibari; altri gruppi occuparono invece la Campania dove si amalgamarono velocemente con Etruschi e Greci dando origine a quella che è indicata come civiltà osca.
A differenza di questi gruppi di invasori che assimilarono facilmente la civiltà greco-etrusca, le tribù rimaste nel Sannio conservarono abitudini e forme di vita originarie: dedite alla pastorizia e distribuite in villaggi, (tra cui la capitale Bovianum Vetus, oggi Pietrabbondante), non riuscirono mai a costituire un'unità politica o amministrativa; i vari gruppi, a capo di ognuno dei quali era un meddix (giudice), erano però riuniti in una forte federazione. La figura arcaica del pastore-guerriero prende valenza rispetto alle tradizioni legate alle attività di allevamento, praticate nell’area appenninica centromeridionale fin dall’Età del Bronzo, ed il fondamento di una forte economia rurale sono i tratturi e la rete viaria della transumanza.
Con la nascita della Lega Sannitica come organismo di coordinamento militare già dal V secolo, altre tribù stanzianti nell’Italia centrale si unirono a loro. Il cuore del popolo sannita era la tribù dei Pentri: forti e temibili, essi erano la spina dorsale della nazione. Di stirpe sannita erano sicuramente anche i Campani.

Cartagine - Intorno all’800 alcuni abitanti di Tiro migrarono in Africa e fondarono Qart Hadasht, per i Greci Carcedonia, per i Romani e per noi Cartagine.
Da qui iniziò lo sviluppo della cultura cartaginese, simile per molti versi a quella di Tiro sebbene la storia della sua civiltà, in cui il fenicio si può difficilmente separare da ciò che è libico, presenti un’alternanza di influssi ellenici e di ritorni alla tradizione propriamente punica.
Fino nel 654 quando fu fondata una colonia ad Ibiza, mancano notizie precise sulle sue vicende.
La creazione dell’impero Cartaginese si basò innanzi tutto sul controllo dei territori africani: Cartagine ampliò le sue conquiste in Nord Africa, occupando e fondando città, soprattutto lungo le coste, per la natura desertica di molte aree interne del continente africano, ma anche per la sua spiccata vocazione commerciale.
Questo progetto espansionistico fu attuato con una manovra a ventaglio sia verso l’attuale Libia, sia verso le coste dell’Algeria e del Marocco. In questo modo Cartagine diventò presto il principale centro fenicio d’Occidente, riuscendo ad imporre la propria autorità e supremazia a tutte le altre colonie fenicie preesistenti.
Le ragioni cartaginesi della creazione di una propria zona d’influenza furono determinate:
·         dall’infiltrazione greca nell’area mediterranea, fonte di costante pericolo per le numerosissime colonie fenicie sulle coste del Mediterraneo,
·         dalla natura stessa delle colonie fenicie, che, diversamente dalle colonie greche, erano luoghi di sosta o di approdo, indispensabili per le navi di piccolo cabotaggio che si orientavano di giorno col sole e di notte con le stelle dell’Orsa Minore.
Il crescente sviluppo di Cartagine è riconducibile alla progressiva crisi di Tiro e dell’Oriente fenicio che, sotto i colpi di Assiri, Babilonesi e Persiani, aveva perduto la propria autonomia, giungendo alla condizione di sudditanza.
Nel 654, epoca della fondazione della colonia di Ibiza, i Cartaginesi avevano fissato basi anche in Sardegna ed in Sicilia e, già nel VII secolo, la espansione di Cartagine nel Mediterraneo era complessivamente un fatto reale e di grande rilievo.
Intorno al 600 i Cartaginesi subirono una pesante sconfitta navale da parte dei Focesi che erano riusciti ad insediarsi a Marsiglia, una colonia che permetteva loro di controllare la ricca zona della valle del Rodano.
In questa congiuntura, Cartagine strinse rapporti con gli Etruschi, nel tentativo comune di ostacolare l’espansione greca nel Mediterraneo.
L’alleanza etrusco-cartaginese permise una rivincita sui Focesi: nel 537, nella battaglia di Alalia i Greci furono sconfitti in una dura battaglia sul mare, la potenza Focese fu annientata: alcuni patti sancirono poi la zona d’influenza tra Etruschi e Cartaginesi e determinarono un periodo di forti scambi commerciali, ma anche culturali ed artistici tra le due civiltà.
La vittoria di Alalia segnò un punto di rottura nell’equilibrio commerciale che si era formato nei secoli precedenti tra Etruschi, Greci e Cartaginesi, il punto di discesa della breve parabola Etrusca, e l’apparizione della coalizione latino-cumana.
L’alleanza fra Cartaginesi ed Etruschi ha però un significato più vasto sul piano mediterraneo: essa, infatti, saldava in Occidente la politica anti-ellenica stabilita dalle nazioni orientali sotto la tutela dell’impero persiano.
Con il declino etrusco e  con la proclamazione dell’indipendenza di Roma sancita dalla cacciata dei Tarquini nel 510, la Repubblica Romana stipulò come primo atto di politica internazionale un patto d’amicizia con Cartagine: questo dimostra come nulla potesse accadere di politicamente rilevante in Occidente senza suscitare immediatamente l’intervento di Cartagine che, in quel periodo, era il vero fondamento della storia mediterranea. È sintomatico inoltre che, quando la Grecia bloccò l’avanzata persiana, anche Cartaginese subì una serie di rovesci in Sicilia, rinunciando alle sue pretese egemoniche sull’isola in cui la presenza greca era forte.
Prima di illustrare le fasi dello scontro con i Greci in Sicilia è opportuno comprendere l’eccezionale grado di potenza militare e commerciale raggiunta da Cartagine, citando le colonie più importanti sparse lungo le coste del Mediterraneo occidentale.
È difficile riconoscere gli insediamenti originalmente punici e quelli fenici passati sotto il diretto controllo di Cartagine. Generalmente dove già c’erano numerose colonie fenicie, Cartagine si sostituiva alla madrepatria nell’opera di colonizzazione in Occidente.

I Celti – La cultura dei Celti pare si sia formata già verso il III millennio a.C. Anche se i Celti rappresentano il più importante nucleo di popolazione dell’Europa dell’età del Ferro, le loro origini certe risalgono alla coltura dei campi di urne della tarda età del Bronzo, diffusa nell’Europa centrale e orientale tra il 1300 e l’800. Questa cultura comprendeva genti diverse unite da comuni usanze funerarie.
Verso il 1000 iniziò un vasto movimento migratorio cui parteciparono anche i Celti, i quali discesero verso le regioni occidentali del continente europeo, occupando vasti territori dell’attuale Francia, della penisola iberica e, muovendosi poi verso nord, della Britannia e dell’Irlanda. Continuando le loro migrazioni, oltrepassarono le Alpi e giunsero nella parte occidentale della pianura padana, allora abitata dai Liguri.
Quella avvenuta in Italia non fu un’invasione massiccia, ma continue infiltrazioni di tribù diverse. Nell’ampia area lungo il corso del Po fino alla costa adriatica, regione alla quale i Romani avrebbero in seguito dato il nome di Gallia cisalpina, si stabilirono gli Insubri, i Cenòmani e i Sénoni. Verso est penetrarono nel territorio occupato dai Veneti e verso sud raggiunsero invece alcune zone sotto l’influenza etrusca. Continuarono le loro incursioni in direzione sud.
Gli archeologi dividono la preistoria celtica in fasi che prendono il nome da località austriache e svizzere dove sono stati reperiti molti oggetti:
·         Periodo di Hallstatt (VIII-VI secolo a.C.)
·         Periodo di La Tène (VI-II secolo a.C.).

V unità
L’età classica (V-IV secolo a.C.)
Le guerre greco-persiane - Nel 499 la confederazione ionica, assistita da Atene ed Eretria, sotto la guida di Aristagora, tiranno di Mileto, si ribellò al dominio dell’impero persiano la cosiddetta rivolta ionica. Cinque anni dopo, il nuovo sovrano persiano Dario I marciò su Mileto e, dopo averla saccheggiata, ristabilì il controllo assoluto sulla Ionia.
Postosi quindi a capo di una grande flotta, nel 491 fece rotta verso Atene, per punirla dell’appoggio fornito ai ribelli, ma la maggior parte delle navi naufragò al largo del monte Athos. Dario mandò allora messaggeri in tutte le città greche pretendendone un atto di sottomissione. Se la maggior parte di queste cedette, Sparta e Atene respinsero però gli inviati persiani. Dario, a seguito di tale provocazione, preparò una seconda spedizione, che partì nel 490 (prima guerra persiana).
Distrutta Eretria, l’esercito persiano procedette verso la piana di Maratona vicino ad Atene. I capi della città inviarono una richiesta di aiuto a Sparta, ma il messaggio giunse durante una festa religiosa che impedì agli spartani di partire immediatamente. Le forze ateniesi, guidate da Milziade, conseguirono nella battaglia di Maratona un’importante vittoria sull’esercito persiano, molto più numeroso, che fu costretto a ritirarsi.
Dario intraprese allora una terza spedizione (seconda guerra persiana), ma morì prima di poterla portare a termine: lo sostituì il figlio Serse I, succeduto al padre nel 486, che si mise alla testa di un ingente esercito.
Nel 481 i persiani attraversarono lo stretto dell’Ellesponto e si diressero a sud.
I greci opposero il primo tentativo di resistenza nel 480 a.C. al passo delle Termopili, difeso dal re spartano Leonida. Dopo aver vinto l’eroica resistenza del piccolo contingente greco (trecento spartani e settecento tespiesi), i persiani raggiunsero Atene, ormai abbandonata, e la saccheggiarono. Gli ateniesi, nel frattempo, avevano allestito una flotta in grado di competere con quella persiana che seguiva l’esercito a terra.
Al largo dell’isola di Salamina, di fronte ad Atene, 400 navi greche, guidate dello stratega Temistocle, vinsero sulle oltre 1200 nemiche, costringendo Serse a un’affannosa ritirata verso i suoi possedimenti asiatici; nel 479, le residue forze persiane ancora presenti in Grecia furono definitivamente sconfitte nella battaglia di Platea e nella battaglia navale di capo Micale.
Nel 478 l’ultima guarnigione persiana che si trovava a Sesto sull’Ellesponto fu cacciata. La lunga contesa ebbe fine solo nel 449 con la pace di Callia, che allontanò definitivamente la minaccia persiana e diede ad Atene il pieno dominio dell’Egeo.

L’ascesa di Atene - In seguito alla vittoria conseguita sui persiani e quale maggiore potenza navale del suo tempo, Atene divenne la città-stato più influente della Grecia, mentre Sparta perse progressivamente prestigio e supremazia militare.
Nel 477 numerose città-stato si unirono, per iniziativa ateniese, nella lega delio-attica allo scopo di liberare dalla presenza persiana l’intero territorio greco (comprese le coste dell’Asia Minore).
Raggiunto l’obiettivo grazie all’abile guida politica di Aristide e poi di Cimone, Atene iniziò a esercitare un ruolo egemone all’interno della lega, trasformando il rapporto di alleanza con gli altri membri in una sudditanza di fatto, tanto da riscuotere regolari tributi e giungere a distruggere le fortificazioni dell’isola di Náxos, quando questa annunciò di voler abbandonare la lega.
Nel V secolo a.C. Atene segnò il culmine della sua supremazia politica e il punto di massima fioritura culturale, in particolare con Pericle, capo del partito popolare e leader della città dal 460.
Rivestendo per trent’anni consecutivi la carica di stratega, egli completò l’evoluzione democratica della Costituzione di Clistene, introducendo forme di retribuzione per i cittadini che assumessero pubbliche funzioni: permise così anche a membri di classi meno abbienti l’accesso alle magistrature e ai tribunali popolari. Fu inoltre il massimo fautore di quella politica imperialistica nei confronti degli alleati della lega delio-attica cui si è già accennato. Politicamente, infatti, auspicava il sorgere ovunque di regimi democratici, e debellò pertanto presso gli alleati ogni tentazione oligarchica. Dal punto di vista fiscale, invece, accentuò nei loro confronti la pressione tributaria, necessitato anche dalla politica di spesa per le opere pubbliche, ad Atene e nell’Attica, della quale si era fatto promotore.
Nel corso dell’età di Pericle, infatti, fu costruito il complesso monumentale più significativo dell’arte greca, l’Acropoli di Atene su cui si insedia il Partenone[12]. Dopo la costruzione del Partenone i cantieri attivi sull’Acropoli continuarono la loro attività e l’officina organizzata da Iktinos e Kallikrates continuò a dominare la creazione architettonica in Grecia fino alla fine del V secolo a.C. Sull’Acropoli il nuovo tempio esigeva un accesso monumentale. Il precedente ingresso costruito nel VI secolo a.C. non rispondeva più alle esigenze del grande tempio. I lavori cominciarono nel 437-436 a.C. ma non furono mai terminati per l’inizio nel 432-431 a.C. della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta. A un nuovo architetto Mnesikles strettamente legato all’officina del Partenone per stile e modi costruttivi fu affidato l’incarico per la costruzione dei Propilei. A sud dei Propilei s’innalzava il Tempio di Athena Nike mentre lungo il lato sud delle mura fu costruito l’Eretteo.
Durante il V secolo, inoltre, la letteratura greca raggiunse le sue più alte espressioni con le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide e le commedie di Aristofane, con le opere storiche di Erodoto e Tucidide e il sapere filosofico di Socrate: molti di loro vissero negli anni del governo pericleo.

La guerra del Peloponneso (431-404 a.C.)Il declino politico di Atene si manifestò tuttavia nell’ambito della politica estera.
Allo scontento degli alleati-sudditi della lega delio-attica si aggiunse una rinnovata capacità di competizione di Sparta. Una lega tra le città del Peloponneso che gravitavano attorno a Sparta esisteva dal 550; nel 431, il malessere a lungo rimasto sopito emerse quando gli abitanti dell’isola di Corcira (attuale Corfù) chiesero aiuto a Sparta per liberarsi del legame imposto loro da Corinto, alleata di Atene.
La lotta che seguì tra le due confederazioni sfociò nella cosiddetta guerra del Peloponneso, che colse Atene orfana di Pericle e in mano a politici o poco capaci come Cleone o troppo ambiziosi come Alcibiade.
La guerra fu distinta in tre fasi:
·         La prima, detta archidamica, durò dieci anni e si finì con la tregua stipulata nel 421 con la Pace di Nicia che stabilì la restituzione, non avvenuta, delle terre conquistate.
·         La seconda fase riguardò il periodo tra la pace di Nicia e la spedizione in Sicilia (421-413). Il nuovo capo della politica ateniese Alcibiade, alleatosi con una lega antispartana, condusse una spedizione in Sicilia che si rivelò rovinosa per i Greci.
·         La terza fase va dalla conquista spartana di Decelea alla caduta di Atene, detta anche guerra deceleica. Mentre Atene era gravemente colpita nel potenziale umano e finanziario ed era lacerata da conflitti interni, Sparta, alleatasi con la Persia, isolò Atene dalle comunicazioni con l’Eubea conquistando Decelea e le sollevò contro numerose città della lega delio-attica. Dopo alcune vittorie e grandi sconfitte, Atene fu costretta a trattare la pace nel 404, che previde la consegna delle navi, l’abbattimento delle lunghe mura che univano il Pireo alla città, il richiamo dei fuoriusciti e l’imposizione dell’alleanza con Sparta.
Il conflitto, protratto fino al 404, portò alla supremazia di Sparta sulla Grecia e all’imposizione del regime oligarchico dei trenta tiranni ad Atene; sistemi di governo simili furono istituiti anche in tutte le città greche dell’Asia Minore.
La dominazione spartana si dimostrò però assai più dura e oppressiva di quella di Atene. Nel 403 la fazione democratica degli ateniesi, guidata da Trasibùlo, si ribellò, scacciò le guarnigioni spartane di occupazione e abbatté il potere dei tiranni restaurando le istituzioni democratiche e la propria indipendenza.

Dall’egemonia spartana a quella tebana - Per liberarsi del giogo spartano, molte delle città greche non esitarono a rivolgersi al nemico di un tempo, la Persia, che dal 399 era tornata a premere sulle colonie dell’Asia Minore, obbligando Sparta ad effettuare ripetute missioni militari nella regione.
Nel 396 Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per abbattere definitivamente il potere di Sparta.
La cosiddetta guerra di Corinto, che ne seguì, si concluse nel 387 con la pace di Antalcida, dal nome del generale spartano che si accordò con la potenza persiana, cedendole l’intera costa occidentale dell’Asia Minore in cambio del riconoscimento dell’autonomia delle città greche e del proprio ruolo di gendarme contro il risorgere delle pretese egemoniche di Atene.
Nel 382 la rinnovata supremazia di Sparta impose a Tebe un governo oligarchico, contro cui tre anni dopo si ribellò, con l’aiuto di Atene, il generale Pelopida; nel 371 questi, affiancato da Epaminonda, inflisse nella battaglia di Leuttra una disfatta militare a Sparta, che si vide così sostituita da Tebe nel ruolo di potenza egemone in Grecia.
La nuova posizione raggiunta da Tebe si basava tuttavia in gran parte sull’abilità politica e sulle doti militari di Epaminonda e fu meno quando questi rimase ucciso nella battaglia di Mantinea del 362 contro le forze di una coalizione antitebana promossa da Atene e Sparta, alleatesi tra loro.

La supremazia macedone – Mentre la Grecia era divisa da continue lotte interne, delle quali la battaglia di Mantinea era stata un esempio chiaro, nel vicino regno di Macedonia salì al trono Filippo II nel 359, grande ammiratore della civiltà greca, Filippo era consapevole della profonda debolezza cui essa era condannata a causa della mancanza di unità politica.
Il nuovo sovrano procedette all’annessione delle colonie greche sulle coste meridionali della Macedonia e della Tracia, e nel giro di vent’anni, vinti i tentativi di resistenza sostenuti dall’oratore ateniese Demostene, stroncati con la vittoria nella battaglia di Cheronea del 338 pose fine all’indipendenza della Grecia, sottomettendone progressivamente tutte le città.
Nel 336 mentre si organizzava per muovere guerra alla Persia, Filippo fu assassinato.
Sul trono gli succedette il figlio ventenne Alessandro, che, nel corso di dieci anni, dal 334 al 323 estese l’influenza della civiltà greca in tutto il mondo antico conosciuto, dando vita a un impero che si estendeva dall’India all’Egitto: proprio per questo è conosciuto con l’appellativo di Alessandro Magno.
Dotato di una solida formazione militare e di una cultura letteraria e filosofica secondo il modello greco, essendo stato, tra l’altro, allievo di Aristotele, Alessandro si erse, nelle sue imprese di conquista in Oriente, a campione della grecità contro i barbari.
D’altro canto, però, assunse su di sé i poteri propri della dinastia achemenide, il cui sovrano era detto re dei re e cercò in ogni modo di elevare la propria figura regale al di sopra dell’umanità comune, giungendo a farsi proclamare, nel santuario di Ammone in Egitto, figlio del dio. Niente di simile si era visto prima nel mondo greco, che mai aveva accettato, per i propri governanti, alcuna forma di divinizzazione.
Conclusa la campagna di conquista cominciò per Alessandro un anno di grandi scelte: tra il 331-325 si erano accumulati molti problemi e pericoli per la solidità e l’unità del nuovo impero.
La monarchia di tipo orientale che Alessandro aveva adottato doveva fare i conti con popoli abituate a forme diverse di regalità:
·         gli Egizi, per i quali il Faraone era un dio
·         i Macedoni, per i quali il re era solo il primo fra i nobili
·         i Greci, contrari ad ogni tipo di monarchia per le loro tradizioni democratiche.
Alessandro dovette affrontare il problema dei rapporti fra le diverse nazionalità. La sua risposta fu una politica di fusione tra Greci e Persiani: a Susa diede un segno simbolico dell’integrazione tra le due razze con le nozze in massa tra Greci e Macedoni e donne persiane; egli stesso, già sposato alla battriana Ròxane, prese come mogli due donne della casa reale persiana.

Cartagine - Tra il V e il IV secolo, Cartagine raggiunse completamente la sua affermazione, rispetto alla madrepatria e rispetto al mondo greco: sulle coste africane aveva, infatti, realizzato uno stato potente ed autonomo, dotato d’una politica propria e specifica.
In tale politica, che per il suo intento commerciale richiama l’eredità fenicia, ma su nuove basi e da un nuovo centro di gravità, non ha alcuno spazio l’affermazione di un’idea imperiale: le colonie Cartaginesi restano colonie e non si legano con vincoli di sudditanza alla loro madrepatria. Proprio questa caratteristica politica determinò il crollo di Cartagine nello scontro con Roma.
Per la prima volta Cartagine è l’ispiratrice di una tenace resistenza al mondo greco: i Cartaginesi avevano come obiettivo la conquista dell’intera Sicilia, di cui controllavano inizialmente solo l’estremità occidentale, dove già i Fenici avevano stabilito dei centri commerciali.
L’offensiva punica era coordinata con i Persiani che stavano invadendo la Grecia: nel 480 si svolsero la battaglia di Salamina, terminata con la vittoria degli Ateniesi sulla flotta persiano-fenicia, e la battaglia di Imera, terminata con la vittoria di Gelone, tiranno di Gela e poi di Siracusa, contro i Cartaginesi che avevano assediato Terone, tiranno di Imera, e minacciavano di dilagare in tutta l’isola.
I danni per i Cartaginesi nella battaglia di Himera furono gravi: l’esercito fu in parte distrutto e in parte catturato, le navi furono quasi completamente perdute, pochi superstiti salparono e portarono in Africa la triste notizia che sconvolse i piani e gli animi dei Fenici e dei loro alleati Persiani.

La grecità italica - La vittoria nella battaglia di Himera diede a Siracusa gloria e ricchezza. Siracusa iniziò una politica espansionistica ai danni di Atene, che dovette cedere le armi.
Quando verso il 493-492 gli Etruschi giunsero allo stretto di Messina, attaccando le isole Lipari, e quando essi decisero di attaccare Cuma ed i Cumani chiamarono in aiuto i Siracusani, nel 474 Ierone di Siracusa sconfisse la flotta etrusca nella battaglia di Cuma.
La lotta di Siracusa continuò contro Cartagine con esiti oscillanti e devastanti fino all’avvento dei Romani che approfittarono della congiuntura a loro favorevole.
Negli anni centrali del V secolo, su iniziativa degli Ateniesi, fu fondata sul sito dell’antica Sibari la colonia di Turi, osteggiata dai Tarantini.
Più tardi, Dionigi I, tiranno di Siracusa, passò gran parte della sua vita a combattere i Cartaginesi.
Più volte questi furono sul punto di conquistare Siracusa, ma Dionigi seppe riunire Siculi e Greci, le cui forze congiunte riuscirono a respingere gli attacchi dei Cartaginesi che furono di nuovo confinati nella parte occidentale dell’isola.
Negli ultimi anni del V secolo Crotone, Turi, erede di Sibari, Caulonia e Metaponto si unirono nella Lega italiota per difendersi dagli attacchi dei Lucani e di Dionigi I tiranno di Siracusa; alla Lega aderì in seguito anche Reggio, mentre Locri e Taranto furono dalla parte del tiranno. Dionigi, nel 389 sconfisse l’esercito della Lega, espugnò e distrusse Reggio, ridusse la Lega sotto il controllo di Taranto che, col procedere del IV secolo, dovette spesso far ricorso a condottieri greci per difendersi dalle popolazioni sabelliche e iapigie.
Ancora Timoleonte, generale corinzio divenuto tiranno di Siracusa, nel 339 sconfisse i Cartaginesi nella battaglia del Crimiso e li costrinse a ritirarsi al di là dell’Alico.
Agatocle, tiranno di Siracusa, nel 310, per liberare la Sicilia, decise di portare la guerra in Africa, ma non ebbe fortuna e, nel 307, dovette restituire le città liberate.

I Celti - Fin dal V secolo. i Celti (chiamati Galati dai Greci e Galli dai Romani) avevano occupato la Pianura Padana ed erano scesi fino alle Marche e all’Umbria. Tra il IV e il III secolo il mondo celtico attraversò un periodo di instabilità, forse dovuto alla pressione dei popoli nordici, che provocarono una serie di migrazioni: i Celti penetrarono nel mondo greco-romano, invadendo l’Italia settentrionale, la Macedonia, la Tessaglia, e saccheggiando Roma (390) e Delfi (279), ma qui senza successo, pur rimanendo nei Balcani.
Nel 225 il loro potere cominciò a vacillare in seguito alla sconfitta inflitta dai Romani a Talamone, e la loro supremazia in Europa cominciò a declinare, anche se occorsero altri 200 anni prima che Cesare sottomettesse la Gallia nel 58 e un altro secolo ancora prima che la Britannia fosse annessa all’Impero Romano. Ma la loro storia non termina con la conquista romana. I Celti infatti continuarono ad esistere in tutta Europa e sono rimaste vive le loro idee, le loro superstizioni, le loro feste popolari, i nomi che hanno dato alle località. Inoltre, i Romani non riuscirono a conquistare l’Irlanda e la Scozia, e in queste regioni, come pure nel Galles e nell’isola di Man, la cultura celtica continuò a sussistere, e con essa l’arte, la religione e le lingue celtiche.

La crisi degli Etruschi – Alleati di Cartagine, gli Etruschi erano riusciti ad imporsi alle colonie greche del meridione d’Italia, contrastandone con efficacia l’espansione sia sulla terra che sul mare.
Nel frattempo nelle città etrusche si era consolidato il sistema istituzionale delle repubbliche oligarchiche, dominate da un’oligarchia gentilizia, con magistrati genericamente designati come principes. Anche in Etruria si avverte la tendenza a spezzettare il potere ed a porlo sotto un costante reciproco controllo, per evitare l’affermarsi del potere personale.
L’irrigidimento delle istituzioni oligarchiche è molto accentuato in Etruria: anche i movimenti di rivendicazione pubblica delle classi inferiori in Etruria non hanno generalmente la possibilità di inquadrarsi in uno sviluppo progressivo delle istituzioni verso l’avvento al potere della classe plebea, ma si risolvono talvolta in parentesi di anarchia popolare.
La loro politica espansionistica li portò a scontrarsi con i Greci e con i Romani a sud e con i Celti a nord. Verso il 493-492, gli Etruschi giunsero allo stretto di Messina, attaccando le isole Lipari, mentre gli Etruschi della Campania decisero di attaccare Cuma.
In seguito alla sconfitta subita nel 474 nella battaglia di Cuma, la decadenza etrusca si accelerò e con essa gli Etruschi persero il controllo del Mar Tirreno.
Dalla seconda metà del V secolo a.C. lo scenario mutò radicalmente: mentre le città etrusche avevano, infatti, raggiunto il massimo dello sviluppo economico, le colonie greche diedero vita ad una travolgente crescita culturale e politica. Nel 414-413, durante la guerra tra Atene e Siracusa, gli Etruschi fornirono aiuti navali ad Atene, che tuttavia fu sconfitta.
Roma fu la prima a liberarsi dalla supremazia etrusca con la cacciata dei Tarquini verso il 510, poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Ariccia, nel 506 li sconfissero in battaglia.
Gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero in tal modo isolati si indebolirono dopo la sconfitta navale a Cuma ed andarono del tutto perduti nel 423 con la conquista di Capua da parte dei Sanniti.
Al nord la discesa dei Celti travolse i centri etruschi della pianura Padana all’inizio del V secolo.
Anche ai confini tra Etruria e Lazio era sorto un nuovo consistente pericolo: Roma, un tempo dominata e governata da una dinastia etrusca si era resa indipendente quindi con la crescita della sua potenza, passò all’offensiva, scontrandosi con gli Etruschi.
Con la caduta della monarchia filoetrusca, la rivalità tra Roma e Veio si accese per il controllo del Tevere e delle saline alla sua foce. Nel 485 i Romani iniziarono la lunghissima guerra contro Veio che si concluse nel 394 con la conquista di Veio.

Dalla Monarchia alla repubblica romana - Cacciato l’ultimo re, Tarquinio il Superbo, dalla rivolta del nobile Collatino, la cui moglie era stata oltraggiata da Sesto, figlio del re, la monarchia fu sostituita da un governo repubblicano a carattere aristocratico. In quel periodo, per alcuni anni, Roma dovette combattere contro Porsenna e contro le popolazioni latine, preoccupate della sua ascesa.
In realtà le ragioni erano più profonde: Roma stava crescendo ed il re non riusciva più ad attendere a tutti gli impegni; il suo governo si era fatto dispotico e i patrizi avevano perso il loro potere politico. Tutto ciò fu motivo di ribellione. Il potere fu affidato a due consoli, Bruto e Collatino nel 509.
Delle teorie proposte per spiegare il passaggio dalla monarchia romana alle magistrature repubblicane due sono le più diffuse:
·         il concetto dell’evoluzione continua e necessaria,
·         l’idea di un’innovazione improvvisa ricollegabile all’imitazione di istituti stranieri (greci, latini o anche etruschi).
Agli inizi dello stato repubblicano, prima dell’affermazione delle magistrature collegiali, ci fu una fase di magistrature singole o preminenti, a carattere prevalentemente militare, quasi dittature stabili, sostituitesi alla regalità arcaica.

L’ordinamento repubblicano – Le maggiori cariche della Repubblica romana, delineatasi tra il V e il IV secolo erano di carattere elettivo, erano rinnovate periodicamente, erano un servizio prestato gratuitamente ed erano collegiali, cioè vi erano almeno due magistrati per ogni carica.
·         I due consoli, che restavano in carica un anno, comandavano l’esercito, convocavano il senato e i comizi, e giudicavano i reati più gravi.
·         i questori che si occupavano originariamente della finanza ebbero in seguito parte dei compiti dei consoli.
·         un dittatore che poteva essere nominato nei momenti di grande pericolo per lo Stato, in carica per sei mesi, sostituiva i consoli.
·         i pretori, in origine comandanti delle truppe fornite dalle tre tribù dei Ramnii, Tizii e Luceri e poi amministratori di funzioni giudiziarie
·         i censori (dal 443) che rimanevano in carica diciotto mesi, ogni cinque anni, con l’incarico di compilare le liste del censo e dei senatori, in seguito, di vigilare sulla condotta morale dei cittadini.
·         il senato era composto da coloro che avevano già esercitato una delle magistrature superiori. Aveva un potere di tipo consultivo, ma, di fatto, diventò l’organo più importante in quanto doveva approvare le proposte di legge, controllare le finanze, deliberare sulla guerra e sulla pace, concedere la cittadinanza e l’autonomia a città e popolazioni e istituire le province.
·         i comizi curiati già esistenti in età regia, conservarono il solo compito di conferire la formale investitura sacrale ai magistrati
·         i comizi centuriati costituivano le assemblee popolari, eleggevano consoli e magistrati, approvavano le proposte del senato ed esercitavano funzioni giudiziarie. La popolazione fu divisa in 193 centurie, ognuna portatrice di un voto; le prime 98 erano costituite dai cittadini più ricchi (anche plebei) che così avevano la maggioranza.

Le prime guerre di Roma repubblicana – Le prime guerre condotte dalla Roma repubblicana mirarono a riaffermare la propria importanza in seno della Lega latina: le città latine, preoccupate del rafforzamento di Roma, la affrontarono federate nella Lega latina, un’alleanza di tipo difensivo, e, dopo un conflitto (496-493) da cui le città latine uscirono sconfitte, il console Spurio Cassio firmò con queste città il Foedus Cassianum, un patto favorevole a Roma.
Iniziò così la fase espansiva di Roma e fino al 430 Roma combatté altre guerre: con l’aiuto delle città-stato latine, di cui si era posta a capo in base al Foedus Cassianum, la città si annesse nuovi territori, sconfiggendo i Volsci e gli Equi, dando inizio alla pratica della deduzione delle colonie. Di queste due guerre rimasero leggendarie le gesta di Coriolano che passò dalla parte dei Volsci, ma poi si ritirò, andando incontro alla morte, e di Cincinnato che ritornò all’attività di agricoltore dopo aver sconfitto valorosamente i Volsci, senza pretendere alcun tributo di ringraziamento.
Dopo la sconfitta dei Volsci, ragioni economiche spinsero Roma alla guerra contro la città etrusca di Veio che, dopo un lungo assedio, fu espugnata e distrutta da Furio Camillo nel 396. Roma, per la prima volta annesse i territori conquistati, che non diventarono colonie latine, ossia cioè di tutta la compagine, ma territori esclusivamente romani. Ciò perché Roma in questo caso agì da sola, non essendo la guerra contro Veio e contro le città confinanti d’interesse per le altre città che componevano la Lega.
La pratica dell’annessione d’ora in avanti si diffuse sempre più, trasformando progressivamente Roma nella massima potenza italica e permettendole di sciogliere la stessa Lega latina.
Successivi alla conquista dei territori etruschi furono l’invasione ed il saccheggio gallico di Roma del 390.
Da questo episodio Roma ebbe una nuova alleata, la vicina città etrusca di Caere, col cui aiuto essa riuscì a frenare l’avanzata gallica nel 383: Caere ottenne i legami più stretti con Roma, come ad esempio il diritto di ospitalità.
In questi anni Roma continuava a crescere (sia a nord sia a sud), tanto sul piano dei territori quanto su quello delle zone d’influenza.

Le tensioni interne a Roma tra patrizi e plebei - Fin dai primi anni della Repubblica si diffuse il malcontento tra i plebei, costretti al servizio militare senza ricevere il ricavato dei bottini ed esclusi dall’accesso alle magistrature e dal matrimonio con i patrizi.
La prima protesta fu attuata nel 494 a.C. quando i plebei, ritiratisi sul Monte Sacro o, secondo un’altra tradizione sull’Aventino, decisero di non lavorare e di non combattere. Il patrizio Menenio Agrippa riuscì a convincerli a tornare, promettendo delle riforme in loro favore.
I plebei ottennero così l’istituzione:
·         dei tribuni della plebe, che difendevano i loro interessi e avevano diritto di veto sulle decisioni dei magistrati,
·         dell’assemblea
·         dell’edilità, una magistratura in cui due rappresentanti plebei, gli edili, affiancando i tribuni, curavano gli interessi della plebe.
Nel 451-450, alcuni patrizi, riuniti nel collegio dei decemviri, redassero un corpo scritto di leggi penali e civili, la Legge delle XII tavole, con cui i plebei ottenevano diritti pari ai patrizi.
La lotta continuò e, con le leggi Licinie Sestie del 367 i plebei ottennero:
·         l’abolizione del divieto dei matrimoni misti,
·         l’accesso alla questura, al consolato e ai collegi sacerdotali,
Con la legge Ortensia del 287 i plebei ottennero il riconoscimento giuridico delle assemblee della plebe, dette comizi tributi le cui deliberazioni, i plebisciti erano vincolanti per tutto il popolo.

I Sanniti conquistano la Campania - La costituzione di uno stato federale del Sannio, con la Lega sannitica, nacque dall’esigenza di tutelare interessi economici comuni alle genti appenniniche, ma anche delle attività economiche che si differenziavano dalle popolazioni di pianura. I Sanniti erano stanziati nelle terre e negli altipiani compresi nella catena montuosa degli Appennini, per un lungo tratto del centro e del meridione d’Italia, avevano un’economia prevalentemente basata sull’allevamento animale, rispetto alle popolazioni delle pianure che si estendevano dagli Appennini verso i mari e dove l’agricoltura era l’attività preponderante.
Durante il V secolo i Sanniti iniziarono a scendere dai monti del Matese lungo la Valle del Volturno, per espandersi nell’attuale Campania, ricca zona di confine tra le influenze etrusca e greca. Alla metà del secolo, approfittando della debolezza etrusca e delle discordie interne tra i Greci, i Sanniti si impadronirono di Capua e di Cuma. Queste lotte di espansione dei Sanniti nascevano dall’esigenza di reperire nuovi pascoli per il proprio bestiame a discapito delle terre coltivate dalle popolazioni di pianura e quindi, da una contesa tra allevatori ed agricoltori.
All’epoca, i mercati più ricchi erano gli insediamenti degli Etruschi dell’agro campano e, spostandosi verso la costa tirrenica lungo il corso del Volturno, giungevano fino alle colonie di Cuma e del suo golfo, da secoli dominio dei Greci.
Le direttrici d’espansione dei Sanniti furono essenzialmente due:
·         la prima fu la conquista ed il controllo di Capua, grande mercato nell’enclave etrusco delle merci e delle mercanzie da e per i territori del Lazio e dell’Etruria;
·         la seconda fu verso le colonie greche di Cuma e di Poseidonia, dove si puntava a raggiungere ed a mantenere una discreta presenza commerciale per usufruire della rete comunicativa esistente tra le colonie della Magna Graecia e dei traffici tra queste e gli stanziamenti dell’Etruria meridionale e dell’alto Lazio.
Il controllo di questi stanziamenti rappresentò il traguardo da raggiungere, per portare a maggior profitto le merci prodotte nel Sannio e per controllare che gli Etruschi non ostacolassero lo sviluppo dell’economia pastorale a favore degli appezzamenti di terreno coltivato, sottraendo così fertili aree alle grandi masse di mandrie di cui i Sanniti avevano bisogno per l’allevamento.
La loro espansione si scontrò quindi con gli insediamenti agricoli degli Etruschi, che dell’agro capuano avevano fatto il loro ricco granaio.
Quando la Lega Sannitica si spinse verso i territori che si aprivano verso le coste tirreniche, riuscirono a trasformare le sparse popolazioni indigene di quelle terre in un’unità tribale e la città etrusca di Capua diventò capitale dei Campani, estromettendo l’etnia etrusca a vantaggio delle popolazioni natie.
I rapporti commerciali e di amicizia tra i Touti stanziati e confinanti in quell’area si incrinarono, quando gli interventi romani per la salvaguardia dei propri interessi economico-espansionistici verso il sud dell’Italia diventarono pressanti.

La decadenza degli Etruschi - A metà del IV secolo gli Etruschi avevano ormai perso la Campania, passata ai Sanniti, la Corsica, passata ai Greci, ed ampie zone dell’Etruria meridionale, passate ai Romani.
Dalla metà del IV secolo la potenza commerciale e militare degli Etruschi si era ridotta a città-stato, arroccate nei loro territori di origine nell’Italia centrale. In Padania i Celti continuavano infatti ad avanzare: avevano oltrepassato il Po ed erano arrivati all’Adriatico. La Padania etrusca era scomparsa.
Alla distruzione romana di Veio nel 395 seguì la conquista di Sutri e Nepi, poi, avendo i Tarquinati cominciato a saccheggiare l’agro romano nelle zone di confine dell’Etruria, Roma scese in guerra contro Tarquinia.
Nel 312 gli Etruschi decisero di armarsi contro Roma, allora alle prese con i Sanniti. Una guerra su due fronti era pericolosissima per Roma. Era la prima guerra etrusca contro Roma. Nel 311 iniziarono le ostilità. Nel 302 scoppiò una guerra civile ad Arezzo: la plebe si sollevò per scacciare la potente famiglia etrusca dei Cilnii, di stirpe reale, e questi chiamarono in aiuto i Romani, con cui avevano stretto una pace trentennale: il dittatore Marco Valerio Massimo sconfisse le forze etrusche nei pressi di Roselle e fu concluso un armistizio biennale.

Dall’irruzione dei Galli all’espansione di Roma nella penisola – Verso il 400 i Celti superarono le Alpi, abbandonando il loro stanziamento nella Germania meridionale ed entrarono nella pianura padana e continuarono la loro calata verso sud. Quando i Celti valicarono l’Appennino, nessun esercito fu schierato a difesa dell’Etruria: nel 390 alcune migliaia di uomini, guidati da Brenno, devastarono Chiusi e calarono sul Lazio, saccheggiando e incendiando anche Roma. Lo scacco subito dalla città spinse i vecchi nemici, alleati o sottomessi, a ribellarsi, ma Roma, in una serie di guerre svoltesi in circa 40 anni, riuscì a ristabilire il suo potere.

Lo scontro romano-sannitaNel 343, in cambio della completa sottomissione, Roma intervenne in aiuto di Capua contro i Sanniti che, dopo il crollo etrusco, avevano occupato la Campania. Iniziò così un conflitto per il controllo dell'Italia centro-meridionale che durò oltre 50 anni.
Tra il 343 e il 341 a.C. i Romani ottennero le prime vittorie.
Un secondo conflitto, tra il 340 e il 338 a.C., oppose i Romani ai Sanniti affiancati dalla Lega latina. Al termine i Romani vittoriosi trasformarono le città laziali in municipi o città federate.
Tra il 326 e il 304, Roma, nonostante lo scacco delle Forche Caudine (i militari denudati dovettero passare sotto un giogo di lance davanti ai nemici) ottenne altre vittorie.
Con l'ultimo conflitto, tra il 298 e il 290, i Sanniti furono definitivamente sconfitti con i loro alleati Galli, Etruschi e Umbri. Roma, padrona dell'Italia centrale, mirò alla Magna Grecia.

La patrios politeia
Alla base della società greca primitiva intorno all'800 a.C. si collocavano le famiglie riunite in clan[1] e in tribù[2]. Durante i secoli IX e X a.C., con l’espansione commerciale e coloniale, un gran numero di Greci si era reso indipendente dai legami terrieri arcaici, segnando l’inizio del declino della classe aristocratica.
Nel 630 a.C. ad Atene fu suscitato un primo tentativo di tirannide da parte di Cilone che sfruttò una condizione di malcontento popolare.
In un passato mitico il primo sincretismo[3] politico, di natura vagamente democratica, fu considerato attuato da Teseo. Teseo si configurò come un basilèus cui fu attribuito il ruolo di creatore di una prima democrazia, per aver ceduto almeno una parte dei poteri al démos.
Il primo vero passo verso la democrazia può essere considerato tuttavia l’opera attuata da Dracone nel VII secolo a.C. che mise per iscritto le leggi di una tradizione orale, per volere degli aristocratici.
Quando però l’Attica fu scossa da una crisi agraria che causò disordini civili, fu nominato per la città di Atene un aisymnetes (magistrato) affinché regolasse la situazione politica e sociale.
Essendo stato nominato Solone (ca.594/3 o 592/1 a.C.) per questa carica, dunque, si avviò il principio democratico, ossia l'inizio evolutivo di questa forma di governo.

T 2 Elegia alle Muse
Di Solone[4]
La poesia di Solone risente spesso del suo impegno politico.
Fra i testi a lui attribuiti compaiono anche testi di carattere autobiografico, ma egli trattò principalmente di politica e di morale.
La triade concettuale da lui introdotta, fu fondamentale per la letteratura greca:
·         la ὕβρις (hýbris): il peccato di presunzione esso è il male, inteso come tracotanza, ed è una scelta dell'uomo;
·         ἄτη (ate): è un procedimento di degradazione (accecamento) a cui gli dei sottopongono chi si è macchiato di ὕβρις;
·         δίκη (dike): è il motore del processo di giustizia divina.
Nell’Elegia alle muse raggiunge una consapevolezza maggiore: non sono le Muse a prendere l’iniziativa di parlare all’uomo o di dare l’investitura, ma è l’uomo stesso che si rivolge loro, non come servo, ma con un invito ad ascoltare la sua richiesta di ottenere fama e celebrità e di poter trasmettere la verità con il consenso di quelle depositarie della memoria e della verità collettiva. Le Muse sono, infatti, le garanti della giusta relazione che s’instaura tra gli uomini.

O di Mnemòsine[5] figlie fulgenti e del Sire d’Olimpo,
Pièrie[6] Muse, ascolto date a me che vi prego.
Fate che felicità mi concedano i Numi, e ch’io goda
presso i mortali fama perennemente buona,
ed agli amici sia gradevole, amaro ai nemici,
esultino a vedermi questi, e tremino quelli.
Ricchezza, averne bramo, ma farne empio acquisto non bramo:
ché sopraggiunse sempre, sia pur tarda, Giustizia.
Quanto a Ricchezza, quella che i Numi concedono, salda
dalla base alla cima rimane al possessore:
quella che col Sopruso si lucra, non sa regolarsi,
anzi, sedotta, i passi segue del Male Oprare,
sinché piomba improvvisa su lei la Vendetta Divina.
Comincia essa dal poco, come avviene pel fuoco:
debole su le prime: ma niuno alla fin le resiste:
chè Sopruso vantaggio non arreca ai mortali.
Ma d’ogni cosa Zeus preordina il fine; e, improvviso,
come subito vento primaverile sperde le nubi,
e dal profondo sconvolge gl’innumeri[7] flutti
del mar che non si miete, poi della terra i campi
belli, feraci di spelta[8], distrugge, ed ascende alla sede
alta dei Numi, al cielo torna sereno l’ètra.
E su la pingue terra scintilla la forza del sole
bella, né più si vede traccia di nube in cielo:
procede la Vendetta di Zeus così; né lo sdegno
affila, come gli uomini fanno, caso per caso;
ma non le resta sempre nascosto chi cuore malvagio
chiude nel seno; e tutto vien finalmente a luce.
E questi lì per lì paga il fio[9], quegli dopo; e se pure
gli sfugge alcuno, e l’Ira dei Numi non lo coglie,
pure il momento arriva: la colpa i figliuoli innocenti
per lui scontano, oppure la più tarda progenie.
Tutti noialtri mortali, sia buoni, sia tristi, nutriamo
opinione grande di noi, sinché ci colga
qualche malanno: allora son lagni[10]; ma fino a quel punto
ci lusinghiam[11] con vane speranze, a bocca aperta.
E quegli ch’è schiacciato dal peso di gravi malanni,
s’illude che fra poco godrà fior di salute:
un altro, ch’è pusillo[12], s’immagina d’essere un prode:
uno di forme poco venuste, d’esser bello:
uno senz’arte né parte, gravato d’eterna miseria,
spera d’averne, quando che sia, ricchezza a iosa[13].
Tutti, chi qua, chi là, si danno da fare. Va errando
questi sul mar pescoso, ché nel suo legno[14] deve
portare a casa il lucro: lo sbattono i venti funesti:
pure, egli alla sua vita non ha riguardo alcuno.
Serve per tutto l’anno, scalzando la terra alberata,
un altro, a cui la cura spetta dei curvi aratri.
Un altro che d’Atèna, d’Efesto, maestro dell’arti,
l’opere apprese, il pane con le braccia guadagna.
Un altro, a cui le Muse d’Olimpo largirono[15] il dono,
apprese i modi tutti dell’amabil scienza.
Concesse a un altro il Dio dell’arco[16] il profetico dono,
e il mal da lungi vede che contro un uomo avanzi,
quando lo inviano i Numi; ma quello che vuole il Destino,
nessun augurio[17] può schermir, nessuna offerta.
Chi l’arte di Peòne[18], maestro di farmachi, apprese,
è medico; e pur egli non va mai sul sicuro;
sovente si sviluppa da piccola doglia un gran male,
né veruno[19] curarlo può coi farmachi blandi;
ed uno ch’è gravato da pena d’orribile morbo,
basta su lui la mano porre, ed eccolo sano.
Reca la Parca ai mortali malanni commisti a fortune,
né può l’uomo schivare ciò che mandano i Numi.
In ogni opera a tutti sovrasta pericolo: e niuno
sin da principio sa quale sarà la fine.
(traduzione di Ettore Romagnoli)

Dall’intermezzo costituito dalla tirannide di Pisistrato (561 a.C.) che donò splendore artistico alla città di Atene, si passò alla riforma di Clistene (508 a.C.) che rappresentò solo una forma più popolare  rispetto a quella di Solone.
Il momento della democrazia radicale fu contrassegnato dall'abbattimento dell'areopagocrazia, periodo centrale e di equilibrio politico nella concezione aristotelica. L'avvento di questa forma radicale della democrazia (462/1 a.C.) fu segnato dalle figure di Efialte, promotore della riforma del 462 e di Pericle.
Efialte, sfruttando l’emergere a ruolo politico della classe dei teti che si era emancipata con la partecipazione agli equipaggi navali, i quali avevano dato ad Atene il ruolo di potenza marittima, Efialte ridimensionò ulteriormente i poteri dell’Areopago, l’antica assemblea aristocratica, alla quale furono lasciate solo competenze religiose e giudiziarie.
Efialte fu assassinato pochi mesi dopo, ma la sua caduta portò alla ribalta Pericle, uno stratego della nobilissima famiglia degli Alcmeonidi, il quale fece del rispetto delle istituzioni democratiche una prerogativa della sua politica, fondata su un grande carisma che non volle però mai dotarsi di un potere personale.
Le due principali riforme attribuite a Pericle sono:
·         l’introduzione del misthós, cioè la pratica della retribuzione ai cittadini occupati in incarichi pubblici, cosa che divenne grande collante per la democrazia, pur introducendo elementi destabilizzanti proprio perché dava potere ai meno abbienti, ma spesso anche ai meno istruiti ed ai meno dotati, accusa questa mossagli da molti fra cui Platone.
·         l’attribuzione della cittadinanza ateniese ai soli figli di padre e madre ateniesi, mentre in passato sarebbe bastato essere figli di padre ateniese. Questa norma ebbe conseguenze stabilizzanti sul piano sociale, ma ampliò il divario esistente tra cittadini e non cittadini.

Qui ad Atene noi facciamo così
Da La guerra del Peloponneso di Tucidide
·         Il brano è tratto dal discorso di Pericle in commemorazione dei caduti del primo anno di guerra (431 a.C.), riportato (o ricostruito) da Tucidide nel libro II della Guerra del Peloponneso.
·         Vi si trova una rappresentazione orgogliosa della città che esercita un’egemonia incontrastata nel mondo greco. Pericle ne sottolinea la superiorità sul piano culturale e politico, conferendole i titoli di merito che ne fanno la «maestra» dei greci, e lasciando in ombra i motivi per cui la sua egemonia è diventata pesante e minacciosa per molte pòleis.
·         Il modello politico e formativo qui delineato ha esercitato un fascino straordinario sulla cultura umanistica occidentale. Nonostante si tratti evidentemente di un’idealizzazione, ciò che Pericle dice sul senso della democrazia e sui valori che costituiscono la persona umana ha fatto di Atene un mito che mantiene le sue ragioni.

Abbiamo una costituzione che non emula[20] le leggi dei vicini, perché noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda l’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale, ma più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.
Liberamente noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci con il vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, sì, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi.
Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e, nella vita pubblica, il rispetto soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a chi è nei posti di comando, e alle istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta. […]
Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire che essa offre, che per sciocco vanto[21] di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene.
Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme con quella degli affari privati e, se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici.
Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, pensiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza. È giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli.
E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici, ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, perché è disposto con una continua benevolenza verso chi lo riceve a tener vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore, è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio, ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi.
Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazione, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro.
E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto, lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo d’irritazione quando costui considera da chi è vinto, né al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne.
Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate.
Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei.

Comprensione del testo
1) Quali sono le caratteristiche e i vantaggi della democrazia, secondo Pericle?
2) Quali sono i valori che ispirano la condotta di vita di un ateniese?
3) Che cosa rappresenta Atene per i greci?
4) Come si è guadagnata il rispetto dei nemici e dei sudditi, l’amore dei cittadini?
Analisi del testo
1) Ricostruisci l’elogio della democrazia fatto da Pericle, mettendo in evidenza il rapporto tra uguaglianza e merito, il rispetto delle leggi, da un lato, della libertà individuale, dall’altro.
2) Prova a fare un ritratto dell’ateniese secondo i valori guida indicati da Pericle per la formazione e la vita sociale.
3) Spiega come Pericle fornisca una giustificazione indiretta alla guerra che si sta combattendo, sostenendo le ragioni dell’egemonia ateniese.
Contestualizzazione
Svolgi una ricerca per comprendere meglio il contesto del discorso di Pericle, riassumendo, da un lato, la storia della democrazia e delle guerre di Atene, e attingendo, dall’altro, alla storia dell’arte le informazioni sui monumenti che rendono bella la città nel periodo della sua egemonia.

Il dialogo dei Meli
Da La guerra del Peloponneso di Tucidide
·         Estate del 416 a.C. nell’ambito della guerra del Peloponneso (che oppone Atene e Sparta come città egemoni in un gioco di alleanze che investe tutto il mondo greco) a Melo, isoletta delle Cicladi legata a Sparta da vincoli di stirpe, Atene ingiunge formalmente di accettare la propria egemonia pagando un tributo. Melo si trova davanti a un’alternativa: accettare il dominio e salvarsi, o resistere, cosa che avrebbe causato l’assedio, la conquista e la distruzione della città.
·         Il rifiuto dei melii dà luogo a una punizione esemplare, uno degli episodi più tragici della guerra: la distruzione della città, l’uccisione di tutti gli uomini e la deportazione come schiavi di donne e bambini. Lo Tucidide presenta come antefatto il dialogo che gli ateniesi e gli ambasciatori dei melii avrebbero avuto per discutere un accordo. Nel brano, la difesa dei melii del loro diritto alla neutralità si fonda su criteri di giustizia condivisa, che comprendono il riconoscimento reciproco di autonomia tra le pòleis; gli ateniesi oppongono invece ragioni strategiche, ma soprattutto negano il valore di qualunque regola o patto che non tenga conto della disparità di forze.
·        Nella narrazione di Tucidide, l’episodio segnala il prevalere di una logica di guerra nei rapporti tra greci: l’affermazione del diritto del più forte su qualunque criterio di giustizia, equità, accordo.

Poi gli Ateniesi mossero anche contro l'isola di Melo con trenta navi loro, sei di Chio e due di Lesbo: vi erano imbarcati 1200 opliti ateniesi, 300 arcieri a piedi e venti arcieri a cavallo; inoltre circa 1500 opliti forniti dagli alleati e dagli abitanti delle isole. I Meli, che sono coloni spartani, non volevano assoggettarsi, come facevano gli abitanti delle altre isole, al predominio di Atene; ma, dapprima, se ne stavano tranquilli, senza schierarsi né con gli uni né con gli altri; poi, siccome gli Ateniesi ve li costringevano tormentando il loro territorio, erano venuti a guerra aperta.
Or dunque i generali ateniesi Cleomede, figlio di Licomede, e Tisia, figlio di Tisimaco, accampatisi nell'isola con le forze di cui si è parlato, prima di mettere a ferro e a fuoco il paese, mandarono un'ambasceria per intavolare trattative.
I Meli, però, non li condussero davanti al consiglio popolare e li invitarono invece a esporre lo scopo della loro venuta alla presenza dei magistrati e dei maggiorenti.
Allora gli inviati di Atene parlarono così: "Poiché non volete che noi esponiamo le nostre ragioni davanti al popolo, per timore che esso si lasci ingannare una volta che abbia sentito le nostre argomentazioni serrate, persuasive e che non ammettono replica (infatti, è per tale scopo, lo comprendiamo che ci avete condotti davanti a questo ristretto consiglio), voi che qui siete adunati garantitevi una sicurezza ancor maggiore. Non aspettate nemmeno voi di dare una risposta unica e conclusiva; ma vagliate ciò che noi diciamo punto per punto e replicate subito se qualche affermazione vi pare poco opportuna. E, tanto per cominciare, diteci se la nostra proposta incontra il vostro favore.”.
86. I consiglieri dei Meli risposero così: "Sull’opportunità che i vari punti siano vicendevolmente chiariti in tutta tranquillità, non c'è nulla da obiettare sennonché, la guerra ormai è alle porte; non è solo una minaccia e questo, pare, non si accorda con quanto proponete. Noi vediamo, infatti, che siete venuti in veste di giudici di ciò che si dirà e che, alla conclusione, questo colloquio porterà a noi la guerra se com'è naturale, forti del nostro diritto, non cederemo; se invece accetteremo, avremo la schiavitù".
87. Ateniesi: "Se, dunque, siete convenuti per fare sospettose supposizioni riguardo al futuro o per altre ragioni, piuttosto che per esaminare la situazione concreta che avete sotto gli occhi e prendere una decisione che comporta la salvezza della vostra città, possiamo far punto; se, invece, quest'ultimo è lo scopo del convegno, noi siamo pronti a continuare il discorso".
88. Meli: "È naturale, e merita anche scusa, che quando ci si trova in simili frangenti si volgano parole e pensieri in mille parti: tuttavia, questa riunione ha come primo intento la salvezza: e il colloquio si svolga pure, se vi pare; nel modo da voi suggerito".
89. Ateniesi: "Da parte nostra, non faremo ricorso a frasi sonanti; non diremo fino alla noia che è giusta la nostra posizione di predominio perché abbiamo debellato i Persiani e che ora marciamo contro di voi per rintuzzare offese ricevute: discorsi lunghi e che non fanno che suscitare diffidenze. Però riteniamo che nemmeno voi vi dobbiate illudere di convincerci col dire che non vi siete schierati al nostro fianco perché eravate coloni di Sparta e che, infine, non ci avete fatto torto alcuno. Bisogna che da una parte e dall'altra si faccia risolutamente ciò che è nella possibilità di ciascuno e che risulta da un'esatta valutazione della realtà. Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano".
90. Meli: "Orbene, a nostro giudizio almeno, l'utilità stessa (poiché di utilità si deve parlare, secondo il vostro invito, rinunciando in tal modo alla giustizia) richiede che non distruggiate quello che è un bene di cui tutti possono godere; ma quando qualcuno si trova nel pericolo, non gli sia negato ciò che gli spetta ed è giusto; e anche, per quanto deboli siano le sue ragioni, possa egli trarne qualche vantaggio, convincendone gli avversari. Questa politica sarà soprattutto utile per voi, poiché, in caso di insuccesso, servirete agli altri d'esempio per l'atroce castigo".
91. Ateniesi: "Non siamo preoccupati, anche se il nostro impero dovesse crollare, per la sua fine: poiché, per i vinti, non sono tanto pericolosi i popoli avvezzi al dominio sugli altri, come ad esempio, gli Spartani (d'altra parte, ora, noi non siamo in guerra con Sparta), quanto piuttosto fanno paura i sudditi, se mai, assalendo i loro dominatori, riescano a vincerli. Ma, se è per questo, ci si lasci pure al nostro rischio. Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l'interesse di entrambe le parti".
92. Meli: "E come potremmo avere lo stesso interesse noi a divenire schiavi e voi ad essere padroni?".
93. Ateniesi: "Poiché voi avrete interesse a fare atto di sottomissione prima di subire i più gravi malanni e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente".
94. Meli: "Sicché non accettereste che noi fossimo, in buona pace, amici anziché nemici, conservando intatta la nostra neutralità?".
95. Ateniesi: "No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l'ostilità aperta: quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza".
96. Meli: "E i vostri sudditi sono così ciechi nel valutare ciò che è giusto, da porre sullo stesso piano le città che non hanno con voi alcun legame e quelle che, per lo più vostre colonie, e alcune addirittura ribelli, sono state ridotte al dovere?".
97. Ateniesi: "Essi pensano che, tanto agli uni che agli altri, non mancano motivi plausibili per difendere la loro causa; ma ritengono che alcuni siano liberi perché sono forti e noi non li attacchiamo perché abbiamo paura. Sicché, senza contare che il nostro dominio ne risulterà più vasto, la vostra sottomissione ci procurerà maggior sicurezza; tanto più se non si potrà dire che voi, isolani e meno potenti di altri, avete resistito vittoriosamente ai padroni del mare".
98. Meli: "E con l'altra politica, non pensate di provvedere alla vostra sicurezza? Poiché voi, distogliendoci dal fare appello alla giustizia, ci volete indurre a servire alla vostra utilità, bisogna pure che noi, qui, a nostra volta, cerchiamo di persuadervi, dimostrando qual è il nostro interesse e se per caso non venga esso a coincidere anche con il vostro. Or dunque tutti quelli che ora sono neutrali non ve li renderete nemici, quando, osservando questo vostro modo di agire, si faranno la convinzione che un giorno voi andrete anche contro di loro? E in questo modo, che altro farete voi se non accrescere i nemici che già avete e trascinare al loro fianco, pur contro voglia, coloro che fino ad ora non ne avevano avuto nemmeno l'intenzione?".
99. Ateniesi: "No, perché non riteniamo per noi pericolosi quei popoli che abitano sul continente e che, per la libertà che godono, ci vorrà del tempo prima che facciano a noi il viso dell'armi; sono piuttosto gli abitanti delle isole che ci fanno paura; quelli che, qua e là, come voi, non sono sottomessi ad alcuno; e quelli che mal si rassegnano ormai ad una dominazione imposta dalla necessità. Costoro, infatti, molto spesso affidandosi ad inconsulte speranze, possono trascinare se stessi in manifesti pericoli e noi con loro".
100. Meli: "Or dunque, se voi affrontate cosi gravi rischi per non perdere il vostro predominio e quelli che ormai sono vostri schiavi tanti ne affrontano per liberarsi di voi, non sarebbe una grande viltà e vergogna per noi, che siamo ancora liberi, se non tentassimo ogni via per evitare la schiavitù?".
101. Ateniesi: "No; almeno se voi deliberate con prudenza: poiché questa non è una gara di valore tra voi e noi, a condizione di parità, per evitare il disonore; ma si tratta, piuttosto, della vostra salvezza, perché non abbiate ad affrontare avversari che sono di voi molto più potenti".
102. Meli: "Ma sappiamo pure che le vicende della guerra prendono talvolta degli sviluppi più semplici che non lasci prevedere la sproporzione di forze fra le due parti. Ad ogni modo, per noi cedere subito significa dire addio a ogni speranza: se, invece, ci affidiamo all'azione, possiamo ancora sperare che la nostra resistenza abbia successo".
103. Ateniesi: "La speranza, che tanto conforta nel pericolo, a chi le affida solo il superfluo porterà magari danno, ma non completa rovina. Ma quelli che a un tratto di dado affidano tutto ciò che hanno (poiché la speranza è, per natura, prodiga) ne riconoscono la vanità solo quando il disastro è avvenuto; e, scoperto che sia il suo gioco, non resta più alcun mezzo per potersene guardare in futuro. Perciò, voi che non siete forti e avete una sola carta da giocare, non vogliate cadere in questo errore. Non fate anche voi come i più che, mentre potrebbero ancora salvarsi con mezzi umani, abbandonati sotto il peso del male i motivi naturali e concreti di sperare, fondano la loro fiducia su ragioni oscure: predizioni, vaticini, e altre cose del genere, che incoraggiano a sperare, ma poi traggono alla rovina".
104. Meli: "Anche noi (e potete ben crederlo) consideriamo molto difficile cimentarci con la potenza vostra e contro la sorte, se non sarà ad entrambi ugualmente amica. Tuttavia abbiamo ferma fiducia che, per quanto riguarda la fortuna che procede dagli dei, non dovremmo avere la peggio, perché, fedeli alla legge divina, insorgiamo in armi contro l'ingiusto sopruso; quanto all'inferiorità delle nostre forze, ci assisterà l'alleanza di Sparta, che sarà indotta a portarci aiuto, se non altro, per il vincolo dell'origine comune e per il sentimento d'onore. Non è, dunque, al tutto priva di ragione la nostra audacia".
105. Ateniesi: "Se è per la benevolenza degli dèi, neppure noi abbiamo paura di essere da essi trascurati; poiché nulla noi pretendiamo, nulla facciamo che non s'accordi con quello che degli dei pensano gli uomini e che gli uomini stessi pretendono per sé. Gli dèi, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l'abbiamo istituita noi, non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l'abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto. Da parte degli dèi, dunque, com'è naturale, non temiamo di essere in posizione di inferiorità rispetto a voi. Per quel che riguarda l'opinione che avete degli Spartani, e sulla quale basate la vostra fiducia che essi accorreranno in vostro aiuto per non tradire l'onore, noi vi complimentiamo per la vostra ingenuità, ma non possiamo invidiare la vostra stoltezza. Gli Spartani, infatti, quando si tratta di propri interessi e delle patrie istituzioni, sono più che mai seguaci della virtù; ma sui loro rapporti con gli altri popoli, molto ci sarebbe da dire: per riassumere in breve, si può con molta verità dichiarare che essi, più sfacciatamente di tutti i popoli che conosciamo, considerano virtù ciò che piace a loro e giustizia ciò che loro è utile: un tal modo di pensare, dunque, non si accorda con la vostra stolta speranza di salvezza.
106. Meli: Anzi, è proprio questa la ragione che ci infonde la massima fiducia in quello che è un effettivo interesse loro: non vorranno essi, tradendo i Meli che sono loro coloni, suscitare il sospetto fra i Greci amici e favorire in tal modo i loro nemici".
107. Ateniesi: "Voi, dunque, non siete convinti che l'interesse di un popolo s’identifichi con la sua sicurezza, mentre giustizia e onestà si servono a rischio di pericoli: e questo è un coraggio che, di solito, gli Spartani assolutamente non dimostrano".
108. Meli: "Eppure noi siamo sicuri che, per la causa nostra, essi affronteranno più volentieri anche i pericoli e meno gravi li giudicheranno in confronto agli altri; perché, come campo di azione, siamo vicini al Peloponneso e, per disposizione d'animo, data la comune origine, diamo una garanzia di fedeltà maggiore degli altri". 109. Ateniesi: "Non è tanto la simpatia di coloro che invocano l'aiuto che garantisce la sicurezza di chi si accinge a portarlo, quanto, piuttosto, la superiorità effettiva delle loro forze: a questo gli Spartani badano anche più degli altri (non si fidano, si vede, della propria potenza e, per marciare contro i vicini, hanno bisogno dell'appoggio di molti alleati); sicché non c’è da pensare che essi facciano uno sbarco in un'isola, quando siamo noi i padroni del mare".
110. Meli: "Potrebbero, però, incaricare altri dell'impresa: è vasto il mare di Creta, e sarà meno facile ai padroni del mare intercettare i convogli nemici, che a questi mettersi in salvo se vogliono non farsi scorgere. E se anche qui dovessero fallire, potrebbero volgersi contro il vostro paese e contro quello dei vostri alleati che non sono stati attaccati da Brasida[22]; e così voi dovreste combattere non tanto per un paese estraneo, quanto per difendere i vostri alleati e il vostro stesso paese".
111. Ateniesi: "In tal caso non si tratterebbe di un’esperienza nuova, nemmeno per voi, che ben sapete come gli Ateniesi non si siano mai ritirati da alcun assedio, per paura d'altri. Osserviamo, invece, che, mentre dicevate di voler deliberare per la vostra salvezza, nulla in così lungo colloquio avete ancora detto, che possa giustificare in un popolo la fiducia e la certezza che esso sarà salvato dalla rovina: la vostra massima sicurezza è affidata a speranze che si volgono al futuro; le forze di cui al momento disponete non sono sufficienti a garantirvi la vittoria su quelle che, già ora, vi sono contrapposte. Darete, quindi, prova di grande stoltezza di mente, se anche dopo che ci avrete congedato, non prenderete qualche altra decisione che sia più saggia di queste. Poiché non dovrete lasciarvi fuorviare dal punto d'onore che tanto spesso porta gli uomini alla rovina tra pericoli inevitabili e senza gloria. Molti, infatti, che pur vedevano ancor chiaramente a quale sorte correvano, furono attirati da quello che noi chiamiamo sentimento d'onore, dalla suggestione di un nome pieno di lusinghe; sicché, soggiogati da quella parola, in effetto piombarono ad occhi aperti in mali senza rimedio, attirandosi un disonore più grave di quello che volevano fuggire, perché frutto della loro stoltezza, non imposto dalla sorte. Da questo errore voi vi guarderete, se intendete prendere una buona decisione; e converrete che non ha nulla di infamante il riconoscere la superiorità della città più potente di Grecia, che ha propositi di moderazione; diventarne alleati e tributari, conservando la sovranità nel vostro paese. Dato che vi si offre la scelta tra la guerra e la vostra sicurezza, non ostinatevi nel partito peggiore: il massimo successo arriderà sempre a quelli che s’impongono a chi ha forze uguali, mentre con i più forti si comportano onorevolmente e quelli più deboli trattano con moderazione e giustizia. Riflettete, dunque, anche quando noi ci ritireremo; ripetetevi spesso che è per la patria vostra che deliberate; che la patria è una sola, e la sua sorte da una sola deliberazione sarà decisa, di salvezza o di rovina".
112. Gli Ateniesi si ritirarono dalla sala del convegno; e i Meli, restati soli, costatato che il loro punto di vista rimaneva presso a poco quale l'avevano esposto, formularono questa risposta: "Noi, o Ateniesi, non la pensiamo diversamente da prima; né mai ci indurremo a privare della sua libertà, in pochi momenti, una città che ha già 700 anni di vita, ma, fidando nella buona sorte che fino ad oggi, con l'aiuto degli dei, l’ha salvata e nell'appoggio degli uomini, specie di Sparta, faremo di tutto per conservarla. Vi proponiamo la nostra amicizia e neutralità, a patto che vi ritiriate dal nostro paese, dopo aver concluso degli accordi che diano garanzia di tutelare gli interessi di entrambe le parti".
113. Tale fu la risposta dei Meli; e gli Ateniesi, mettendo fine ormai al colloquio, dissero: "A quanto pare, dunque, da queste decisioni, voi siete i soli a considerare i beni futuri come più evidenti di quelli che avete davanti agli occhi; mentre con il desiderio voi vedete già tradotto in realtà ciò che ancora è incerto e oscuro. Orbene, poiché vi siete affidati agli Spartani, alla fortuna e alla speranza, e in essi avete riposto la fiducia più completa, altrettanto completa sarà pure la vostra rovina".
114. Gli inviati di Atene se ne tornarono, quindi, all'accampamento; e i generali allora, vedendo che i Meli non volevano sentir ragione, subito si accinsero ad atti di guerra, e, ripartitisi per città i vari settori, costruirono un muro tutto intorno ai nemici. Poi gli Ateniesi lasciarono in terra e sul mare un presidio formato di soldati loro e alleati; quindi, con la maggior parte delle truppe si ritirarono. La guarigione rimasta sul posto continuò l'assedio.
115. Nello stesso periodo, gli Argivi fecero irruzione nel territorio di Fliunte[23]; ma, sorpresi in un'imboscata dai Fliasii, che erano rinforzati dagli esuli di Argo, lasciarono sul terreno circa ottanta uomini. Gli Ateniesi, rientrati da Pilo, avevano portato un ricco bottino degli Spartani; questi, però, anche così rifiutarono di rompere la tregua e far guerra aperta; tuttavia fecero proclamare per mezzo di araldi che autorizzavano chiunque volesse dei loro a depredare gli Ateniesi; i Corinzi per delle divergenze particolari dichiararono guerra ad Atene: tutto il resto del Peloponneso se ne stava tranquillo. Una notte i Meli attaccarono quella parte del muro degli Ateniesi che guardava la piazza del mercato e l'espugnarono: uccisero alcuni difensori, introdussero in città viveri e tutto quanto poterono trovare di generi utili, quindi si ritirarono e stettero all'erta. Gli Ateniesi, in seguito, provvidero a migliorare il servizio di guardia. Intanto anche l'estate volgeva al termine.
116. Nell'inverno seguente gli Spartani fecero i preparativi per un’irruzione nell'Argolide; ma, siccome i sacrifici fatti sui confini per il successo della spedizione non erano stati favorevoli, si ritirarono. Gli Argivi allora, in seguito a questo tentativo, sospettarono di complicità alcuni dei loro concittadini: qualcuno fu arrestato, qualche altro si diede alla fuga. Nella stessa epoca, i Meli con un nuovo assalto espugnarono un'altra parte del muro ateniese, approfittando che le guardie non erano numerose. Ma più tardi, siccome questi tentativi si ripetevano, venne da Atene una seconda spedizione, al comando di Filocrate, figlio di Demeo; sicché, stretti ormai da un assedio molto rigoroso, ed essendosi anche presentato il tradimento, i Meli si arresero senza condizioni agli Ateniesi. Questi passarono per le armi tutti gli adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi i ragazzi e le donne: quindi occuparono essi stessi l'isola e più tardi vi mandarono 500 coloni.

Comprensione del testo
1.       Con quali argomentazioni gli ateniesi chiedono ai melii di sottomettersi?
2.       Quali argomenti invocano i melii a difesa della loro autonomia? Elencali, annotando quando lo fanno in nome del giusto o dell’utile.
3.       Come giustificano i melii la decisione di non arrendersi?
4.       Come rifiutano gli ateniesi l’accusa di mettersi contro la divinità e la giustizia?
5.       Ricostruisci l’analisi strategica degli ateniesi che giustifica l’esigenza di ottenere sottomissione e non amicizia dai melii.
6.       Spiega quali valori, secondo i melii, andrebbero completamente persi se si accettasse la logica del dominio e della sottomissione.
7.       Il dialogo rivela un’irriducibile divergenza tra gli ateniesi e i melii. Pensi che ciò sia frutto della differente posizione nei rapporti di potere o di una diversità di principi?
Analisi del testo
1.       La forza giustifica il dominio?
2.       Che cosa dà il diritto ad una popolazione di dominare altre popolazioni, se a trarne vantaggio sono soprattutto, se non solamente, i dominatori?
3.       Qual è l’inquietante risposta di Tucidide.
4.       Quali sono i punti salienti del dialogo e quali sono le argomentazioni?
5.       Vale la legge del più forte?
Approfondimenti
1.       Ragioni strategiche e principi di giustizia sono spesso in conflitto nella politica internazionale. Con l’aiuto dell’insegnante, puoi svolgere una ricerca sull’argomento dei diritti umani, a partire dall’articolo 11 della Costituzione italiana.

Mat 1 Il testo argomentativo
Il testo argomentativo è un testo in cui l'autore esprime le proprie opinioni o tesi su un determinato problema.
Questo tipo di testo serve a convincere il destinatario che il proprio punto di vista è corretto. I testi argomentativi sono, le prediche in chiesa, i discorsi politici, i discorsi degli avvocati, gli articoli culturali o di fondo, i saggi, i testi pubblicitari, le recensioni di un avvenimento artistico e culturale, un tema scolastico su un problema di attualità.
Per scrivere un testo argomentativo si usano delle argomentazioni cioè dei ragionamenti per dimostrare che la tesi può essere condivisa.
Il testo argomentativo è formato dai seguenti elementi:
• Un problema da discutere
• La tesi in cui l'autore esprime la propria idea.
• Uno o più argomenti per convincere il destinatario e eventualmente demolire le ipotesi contrarie (antitesi) attraverso dei ragionamenti logici.
• Nelle argomentazioni si può far riferimento a persone autorevoli (Il premio Nobel Rita Levi Montalcini ha dichiarato…), enti o Istituti (Il WWF ha confermato…; secondo le ricerche statistiche dell'ISTAT…) per dare più forza alle proprie opinioni sul problema trattato.
Di solito il lessico è semplice e comprensibile, tranne quando il testo argomentativo è destinato a riviste scientifiche o testi specialistici.
L'emittente può presentare la tesi in due modi:
• esplicitamente (Secondo me, il buco nell'ozono è dovuto all'effetto serra);
• affermando semplicemente (Il buco nell'ozono è dovuto all'effetto serra).
Il discorso alterna coordinate e subordinate. Si usano spesso degli avverbi, delle congiunzioni e delle locuzioni per collegare le frasi e le parti delle argomentazioni:
• legami di causa-conseguenza (quindi, perciò, dal momento che, pertanto, di conseguenza);
• con valore dimostrativo (in realtà, in effetti, insomma, in conclusione);
• con valore avversativo (ma, nonostante, tuttavia, mentre, invece);
• con valore additivo (anche, allo stesso modo, ancora, inoltre, infine).

Dopo Pericle iniziò il declino, che sfociò nel IV secolo in una crisi delle istituzioni democratiche.
Le avvisaglie c’erano già state prima, quando il partito oligarchico aveva denunciato la pericolosità di un sistema che coinvolgesse tutti, anche i meno dotati. Ci furono episodi di instabilità politica che ebbero ripercussioni sul piano militare, che a loro volta portarono a ripetuti tentativi di restaurazione oligarchica, compreso quello ben riuscito imposto da Sparta nel 404 con il regime dei Trenta tiranni.
I successivi tentativi di restaurazione democratica non poterono poi fare a meno di agire sul diritto di cittadinanza, ripristinando in merito la legge di Pericle, così come dal 403 a.C. dovette essere introdotta la procedura legislativa della nomothesía, cioè la differenziazione tra le leggi (nómoi), approvate dalla commissione dei nomoteti, ed i decreti approvati invece dal démos, ai quali fu attribuito un peso minore e sui quali si cercò di convogliare le questioni meno importanti, proprio per evitare i pericoli della volubilità popolare.
Altro elemento di degradazione democratica fu l’estensione della pratica del misthòs, la retribuzione per le cariche pubbliche, per bloccare l’assenteismo ed evitare la paralisi.
Circa mezzo secolo più tardi (nel 411 a.C.) si arrivò al secondo grande trauma della democrazia, di segno opposto al precedente: il governo dei Quattrocento, favorito dai sostenitori della pátrios politeía, una posizione moderata e centrista che proponeva l'accostamento Clistene/Solone, tipico di una concezione politica che voleva salvare i tratti più moderati e conservatori della costituzione democratica. In forme assai più aspre si presentò il colpo di Stato dei Trenta tiranni, che da un lato ripeté, dall'altro aggravò, in senso negativo, l'esperienza dei Quattrocento.
La teoria costituzionale della democrazia ateniese è molto semplice: il popolo è sovrano (kurios). Sieda nell’Assemblea o nei tribunali, è il sovrano assoluto di tutto ciò che concerne la città e i cittadini sono liberi e uguali sotto l’egida della legge.
La riflessione filosofica del V-IV secolo a.C. fu però generalmente ostile alla democrazia.
Quando la filosofia, con Socrate, Platone e, sia pure in misura meno radicale, con Aristotele, iniziò a riflettere sistematicamente sui fondamenti della democrazia, assunse un atteggiamento critico e polemico.
Non mancarono tuttavia, soprattutto in ambiente sofistico, tentativi di legittimare teoreticamente la prassi democratica. Il più interessante di questi tentativi fu compiuto da Protagora di Abdera, uno degli intellettuali più prestigiosi e celebri, attivi ad Atene nella seconda metà del V secolo.
  
Protagora racconta il mito di Prometeo
Dal Protagora[24] (320-323) di Platone[25]
·         Nel Protagora Platone fa esporre al sofista il mito sull'origine della civiltà.
·         In base al racconto di Protagora nella distribuzione originaria delle capacità, che Zeus affidò al poco previdente Epimeteo, gli uomini restarono privi di dotazioni naturali, cioè senza forza, velocità, robustezza, ecc., e di conseguenza non erano in grado di sopravvivere di fronte alla soverchiante forza degli altri esseri viventi. Per supplire a questa carenza, Prometeo donò agli uomini la sapienza tecnica, cioè la competenza artigianale (demiourgikè techne) sotto forma di fuoco.
·         Per Protagora, tuttavia, il possesso di una competenza tecnico-artigianale non è ancora sufficiente a garantire la sopravvivenza, perché gli uomini sono naturalmente portati a sopraffarsi a vicenda e, sulla base della sola dotazione tecnica, non risultano orientati ad associarsi tra loro e a dare vita a forme di collaborazione e a nuclei associativi.
·         Per questa ragione intervenne direttamente Zeus, donando la tecnica politica (politikè techne), la quale si costituisce di due principi: il rispetto (aidòs), cioè una forma di riconoscimento reciproco, e il senso di giustizia (dike).
·         A differenza delle dotazioni naturali e delle singole competenze artigianali, la tecnica politica fu distribuita a tutti gli uomini, i quali risultano così legittimati ad assumere le decisioni che riguardano la vita della comunità.
·         Il mito di Protagora viene considerato il ‘manifesto’ dell'ideologia democratica perché in esso trova giustificazione una certa forma di uguaglianza tra gli uomini, i quali sono tutti, almeno potenzialmente, in possesso della virtù politica, cioè sia di una dotazione minima di competenze utili a governare la città, sia di un'autonomia decisionale, che rinvia a una soggettività autonoma e trasparente. In altre parole, Protagora sembra fondare la tesi fondamentale dell'ideologia democratica, che stabilisce che i membri di un gruppo chiamati a discutere, a deliberare e a istituire norme valide per tutti, sono liberi e consapevoli, cioè perfettamente in grado di stipulare un patto negoziale.

Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, ma non le stirpi mortali. Quando giunse anche per queste il momento fatale della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano per nascere, gli dei ordinarono a Prometeo e a Epimeteo[26] di dare con misura e distribuire in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali.
Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo la distribuzione: "Dopo che avrò distribuito - disse - tu controllerai".
Così, persuaso Prometeo, iniziò a distribuire. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza.
Ad esempio, agli esseri di piccole dimensioni forniva una possibilità di fuga attraverso il volo o una dimora sotterranea; a quelli di grandi dimensioni, invece, assegnava proprio la grandezza come mezzo di salvezza. Secondo questo stesso criterio distribuiva tutto il resto, con equilibrio. Escogitava mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi. Procurò agli esseri viventi possibilità di fuga dalle reciproche minacce e poi escogitò per loro facili espedienti contro le intemperie stagionali che provengono da Zeus. Li avvolse, infatti, di folti peli e di dure pelli, per difenderli dal freddo e dal caldo eccessivo. Peli e pelli costituivano inoltre una naturale coperta per ciascuno, al momento di andare a dormire. Sotto i piedi di alcuni mise poi zoccoli, sotto altri unghie e pelli dure e prive di sangue.
In seguito procurò agli animali vari tipi di nutrimento, per alcuni erba, per altri frutti degli alberi, per altri radici. Alcuni fece in modo che si nutrissero di altri animali: concesse loro, però, scarsa prolificità, che diede invece in abbondanza alle loro prede, offrendo così un mezzo di sopravvivenza alla specie.
Ma Epimeteo non si rivelò bravo fino in fondo: senza accorgersene aveva consumato tutte le facoltà per gli esseri privi di ragione. Il genere umano era rimasto dunque senza mezzi, e lui non sapeva cosa fare.
In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il giorno fatale, in cui anche l’uomo doveva nascere.
Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco - infatti, era impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò all’uomo. All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica necessaria per la vita, ma non la virtù politica. Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era più possibile accedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, protetta da temibili guardie.
Entrò allora di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme. Rubò quindi la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo abbondanza di risorse per la vita, ma, come si narra, in seguito la pena del furto colpì Prometeo, per colpa di Epimeteo.
Quando l’uomo divenne partecipe della sorte divina, in primo luogo, per la parentela con gli dei, unico fra gli esseri viventi, cominciò a credere in loro, e innalzò altari e statue di dei. Poi subito, attraverso la tecnica, articolò la voce con parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e l’agricoltura.
Con questi mezzi in origine gli uomini vivevano sparsi qua e là, non c’erano città; perciò erano preda di animali selvatici, essendo in tutto più deboli di loro. La perizia pratica era di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma era inadeguata alla lotta contro le belve (infatti, gli uomini non possedevano ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica).
Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; ogni volta che stavano insieme, però, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, non conoscendo ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano.
Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia.
Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini: «Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?»
«A tutti - rispose Zeus - e tutti ne siano partecipi; infatti, non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia».
Per questo motivo, Socrate, gli Ateniesi e tutti gli altri, quando si discute di architettura o di qualche altra attività artigianale, ritengono che spetti a pochi la facoltà di dare pareri e non tollerano, come tu dici - naturalmente, dico io - se qualche profano vuole intromettersi. Quando invece deliberano sulla virtù politica - che deve basarsi tutta su giustizia e saggezza - ascoltano il parere di chiunque, convinti che tutti siano partecipi di questa virtù, altrimenti non ci sarebbero città.
Questa è la spiegazione, Socrate. Ti dimostro che non ti sto ingannando: eccoti un’ulteriore prova di come in realtà gli uomini ritengano che la giustizia e gli altri aspetti della virtù politica spettino a tutti. Si tratta di questo. Riguardo alle altre arti, come tu dici, se qualcuno afferma di essere un buon auleta o esperto in qualcos'altro e poi dimostri di non esserlo, viene deriso e disprezzato; i familiari, accostandosi a lui, lo rimproverano come se fosse pazzo. Riguardo alla giustizia, invece, e agli altri aspetti della virtù politica, quand’anche si sappia che qualcuno è ingiusto, se costui spontaneamente, a suo danno, lo ammette pubblicamente, ciò che nell’altra situazione ritenevano fosse saggezza - dire la verità - in questo caso la considerano una follia: dicono che è necessario che tutti diano l’impressione di essere giusti, che lo siano o no, e che è pazzo chi non finge di essere giusto. Secondo loro è inevitabile che ognuno in qualche modo sia partecipe della giustizia, oppure non appartiene al genere umano. Dunque gli uomini accettano che chiunque deliberi riguardo alla virtù politica, poiché ritengono che ognuno ne sia partecipe.
Ora tenterò di dimostrarti che essi pensano che questa virtù non derivi né dalla natura né dal caso, ma che sia frutto di insegnamento e di impegno in colui nel quale sia presente. Nessuno disprezza né rimprovera né ammaestra né punisce, affinché cambino, coloro che hanno difetti che, secondo gli uomini, derivano dalla natura o dal caso. Tutti provano compassione verso queste persone: chi è così folle da voler punire persone brutte, piccole, deboli? Infatti, io credo, si sa che le caratteristiche degli uomini derivano dalla natura o dal caso, sia le buone qualità, sia i vizi contrari a queste. Se invece qualcuno non possiede quelle qualità che si sviluppano negli uomini con lo studio, l’esercizio, l’insegnamento, mentre ha i vizi opposti, è biasimato, punito, rimproverato.

MAT 2 I miti in Platone
Gli studiosi hanno individuato le risonanze ed i legami tra i poemi mitici ed i primi filosofi, i presocratici, che scrivono anch’essi poemi, di cui abbiamo solo frammenti, intitolati "Περί φύσεος" (sulla natura). Ma con Platone ci troviamo ad una situazione paradossale: egli rifiuta la poesia ed il mito, fonti di pura fantasia e di falsità, ma che nei suoi dialoghi ricorre a spunti poetici e soprattutto a miti (gli studiosi ne hanno conteggiati ventitré).
Dunque per un verso Platone rappresenta il passaggio definitivo dal μύθος, racconto favolistico, al trionfo del pensiero razionale, al λόγος e sembra con le sue affermazioni dar ragione allo schema dal mito al logos razionale. Ma poi qualcosa non funziona, questo schema che egli stesso presenta non corrisponde del tutto a quello che troviamo poi nei suoi dialoghi.
In effetti, pur attaccando il valore conoscitivo dei miti, poi li dissemina nella sua intera opera di conoscenza. Ma allora i miti non sono del tutto estranei a questa finalità conoscitiva. Non c’è quella frattura totale tra mito e pensiero razionale. I miti in realtà hanno funzioni diverse nei differenti dialoghi platonici. Essi sono di volta in volta: 
1.      un semplice espediente didattico-espositivo di cui Platone fa uso per comunicare in maniera più accessibile e intuitiva le sue dottrine.
2.      Un mezzo per superare quei limiti oltre i quali l'indagine razionale non può andare, diventando un vero e proprio strumento di verità, una "via alternativa" al solo pensiero filosofico, grazie alla sua capacità di armonizzare unitariamente gli argomenti.
3.      Un momento in cui Platone esprime la bellezza della verità filosofica, in cui questa si manifesta anche con immagini e figure sensibili, e di fronte alla quale i discorsi razionali sono insufficienti Platone ha un atteggiamento diverso nei confronti del mito, che ritiene vada rivalutato perché utile, e anzi necessario, alla comprensione.
Il mito va inteso come esposizione di un pensiero ancora nella forma di racconto, quindi non come ragionamento puro e rigoroso. Esso ha una funzione allegorica e didascalica, presenta cioè una serie di concetti attraverso immagini che facilitano il significato di un discorso piuttosto complesso, cercando di renderne comprensibili i problemi, e creando nel lettore una nuova tensione intellettuale, un atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo della riflessione.

La degenerazione deriva dalla democrazia
da La Repubblica[27] di Platone.
·         La parola demokratia è in sé stessa una parola di rottura, in quanto esprime la prevalenza di una parte e non, invece, la partecipazione di tutti coloro che sono dotati di cittadinanza alla gestione della politeia.
·         Tra le definizioni teoriche della democrazia antica vale la pena di prendere in considerazione quella di Platone, secondo la quale la democrazia nasce dalla violenza popolare, che induce il demos, dopo la vittoria politica, a infierire penalmente (con l'esilio) e per via di fatto sui ricchi.
·         Lo stesso ostracismo, che nasce per prevenire tentativi di accentramento del potere da parte di individui dotati di eccessivo prestigio politico, può essere pensato come una forma di repressione basata sul sospetto, sull'illazione o sull'inganno da parte di una parte politica che alimenta la "cattiva stampa" di cui gode l'avversario più in vista; queste osservazioni, tra l'altro, non perdono di significato anche qualora si consideri l'ostracismo o qualsiasi altra forma di controllo poliziesco come un prodotto inevitabile della vita in una comunità ristretta, in cui ciascun membro ha l'effettiva possibilità di avere quotidianamente dei contatti significativi coi concittadini. 

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà, confondendola con la licenza[28], con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità[29] con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango, accettando di farsi serva di uomini di fango, per continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia[30] a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade, perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo.

I limiti della democrazia
Dalla Politica (VI, 2) di Aristotele 
·         Nel II libro della Politica Aristotele fa la famosa distinzione tra le forme "buone" di governo dello Stato (monarchia, aristocrazia e politeia) e le tre forme degenerate (tirannia, oligarchia e democrazia). Ciò che Aristotele definiva politeia è quella che oggi noi chiameremmo democrazia mentre quella che egli chiama democrazia (degenerazione della politeia) è quella che oggi chiameremmo demagogia (nella prima governa il démos, il popolo, nella seconda il potere è dell'oklos, la folla, la plebaglia guidata dal primo capopopolo di turno. Per Aristotele la migliore forma di governo è proprio la politeia quindi quella aristotelica è più una democrazia "aristocratica".
·         Secondo Aristotele l'aspetto caratterizzante della democrazia è che in essa il criterio del numero prevale su quello del giusto: i poveri perciò prevalgono sui ricchi. Il fatto che poi, com’è tipico della democrazia ateniese, le magistrature siano sorteggiate, va a discapito della competenza.

Base della costituzione democratica è la libertà (così si è soliti dire, quasi che in questa sola costituzione gli uomini partecipino di libertà, perché è questo, dicono, il fine di ogni democrazia).
Una prova della libertà consiste nell'essere governati e nel governare a turno: in realtà, il giusto, in senso democratico, consiste nell'avere uguaglianza in rapporto al numero e non al merito, ed essendo questo il concetto di giusto, di necessità la massa è sovrana e quel che i più decidono ha valore di fine ed è questo il giusto: in effetti dicono che ogni cittadino deve avere parti uguali. Di conseguenza succede che nelle democrazie i poveri siano più potenti dei ricchi perché sono di più e la decisione della maggioranza è sovrana.
E questo, dunque, un segno della libertà che tutti i fautori della democrazia stabiliscono come nota distintiva della costituzione.
Un altro è di vivere ciascuno come vuole, perché questo, dicono, è opera della libertà, in quanto che è proprio di chi è schiavo vivere non come vuole. Ecco quindi la seconda nota distintiva della democrazia; di qui è venuta la pretesa di essere preferibilmente sotto nessun governo o, se no, di governare e di essere governati a turno: per questa via contribuisce alla libertà fondata sull'uguaglianza.
Posti questi fondamenti e tale essendo la natura del governo democratico, le seguenti istituzioni sono democratiche: i magistrati li eleggono tutti tra tutti; tutti comandano su ciascuno e ciascuno a turno su tutti: le magistrature sono sorteggiate o tutte o quante non richiedono esperienza e abilità; le magistrature non dipendono da censo alcuno o minimo; lo stesso individuo non può coprire due volte nessuna carica o raramente o poche, a eccezione di quelle militari[31]; le cariche sono di breve durata o tutte o quante è possibile; le funzioni di giudice sono esercitate da tutti.


[1] Gruppo sociale intermedio tra la famiglia in senso ampio e la tribù, il cui carattere fondamentale è dato dall’esogamia, e l’appartenenza al quale si acquista per discendenza paterna o materna; i membri del clan si considerano discendenti da un comune progenitore che ha per lo più carattere mitico, e di conseguenza seguono regole di comportamento sociale simili a quelle in uso fra consanguinei.
[2] La tribù indicava un raggruppamento sociale di carattere antropologico che più tardi ebbe un carattere politico.
[3] Fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche.

[4] Solone di Atene fu un grande legislatore, che credeva in quello che faceva, e ciò che c’è giunto sotto il suo nome c’è giunto testimonia della sua volontà di trasmettere ai suoi concittadini le sue idee e la saggezza acquisita nella sua attività politica, l'ispirazione morale delle sue riforme.

Solone nacque ad Atene nel 640 da una famiglia aristocratica. Si era già segnalato come poeta con una celebre elegia per la conquista di Salamina intorno al 600, quando fu nominato arconte con poteri straordinari nel 594: gli aristocratici al potere ebbero la paura di perdere il potere per cui nominarono lui. Solone respinse la richiesta popolare di una ridistribuzione delle terre, ma sancì retroattivamente l'abolizione delle ipoteche sui terreni dei contadini e decretò l'illegalità della schiavitù per debiti. I suoi provvedimenti (legge sull'eredità, riforma monetaria, legge sulla tutela statale degli orfani ecc.) fornirono la base costituzionale alla repubblica ateniese.

La sua opera poetica è il primo documento letterario di Atene. Restano frammenti di elegie politiche e morali (intera c’è giunta la cosiddetta Elegia alle Muse, una specie di repertorio delle sue idee).
Solone è poeta della giustizia: su questa divinità fonda il benessere e la pace sociale della città; basa la convivenza sulla legge. Le sue idee, familiari fin dall'infanzia a tutti gli ateniesi, furono alla base della grandezza civile di Atene.
[5] Nella mitologia greca, Mnemosine (dea della memoria) è figlia di Gea, dea della terra, e di Urano, il cielo stellato.
Il mito vuole che all’inizio fosse solo il caos, una massa enorme e confusa che comprendeva in sé tutti gli elementi, senza ordine né distinzione. Dal Caos nacque, un giorno, Gea, la Terra ed essa generò l’Erebo (la notte), l’Etere (il giorno), Urano (il cielo stellato), l’Oceano e i Monti.
Unendosi poi con Urano, Gea creò a Mnemosine, dea della Memoria, di cui si invaghì Zeus.
Il re dell’Olimpo s’intrattenne con Mnemosine per nove notti, generandone le nove Muse, protettrici delle arti. Attribuire carattere divino alla figurazione astratta della memoria distingue la concezione greca di memoria da quella di altre civiltà antiche. La presenza di un Dio a sovrintendere alla memoria, significa ed implica la consapevolezza della funzione fondamentale del ricordare come fattore di cultura e garanzia della storia dell’uomo che è posta sotto il volere della divinità.
[6] lett. Della Pieria, regione della Grecia, o del monte Pierio, sacro ad Apollo e alle Muse
[7] innumerevoli
[8] farro
[9] lett. Castigo, pena || pagare il fio, subire la giusta punizione
[10] Lamento provocato da sofferenza
[11] Illudiamo da lusingarsi
[12] servo
[13] In abbondanza
[14] Nave || per sineddoche
[15] Sta per elargirono.
[16] Apollo
[17] profezia
[18] Mitico medico degli dei
[19] Pron. e agg. Indefinito|| Alcuno, nessuno
[20] Imita
[21] millanteria
[22] militare spartano, protagonista della prima fase della guerra del Peloponneso.
[23] Fliunte o Flio era una città situata nella parte nord orientale del Peloponneso, il cui territorio denominato Fliàsia era indipendente e limitato a nord da Sicione, a ovest dall'Arcadia, a est da Cleone, a sud dall'Argolide
[24] Protagora (o Dei Sofisti) è un dialogo di Platone. Interlocutori sono Socrate, Ippia di Elide,Prodico di Ceo, Callia, Alcibiade e Protagora.
Apre la discussione Protagora, che afferma essere la sofistica la base del progresso umano e l'unica scienza capace d'insegnare la virtù politica (l'arte di convivere assieme).
Socrate avanza dubbi su quest'ultima affermazione e Protagora, per salvare la sua tesi, introduce un mito: Giove diede agli uomini la giustizia e il pudore, fondamento della virtù politica. Questa è quindi una virtù innata e quando la si insegna ai giovani si cerca di farla armonizzare con la virtù in senso generale.
Socrate allora chiede se le singole virtù fanno parte della virtù così intesa oppure se ognuna di esse fa parte a sé. Protagora si dichiara per l'indipendenza delle varie virtù. Intervengono gli altri presenti; Callia si schiera con Protagora, Alcibiade con Socrate. Ora l'interrogante è Protagora, che però si slancia in un lungo excursus sulla differenza fra la “difficoltà di diventar buoni” e la “difficoltà di essere buoni”.
Socrate, usando le stesse arti di Protagora, gli rivolta il discorso e gli dimostra che “nessuno fa il male volontariamente”; quindi riprende le sue domande e chiede a Protagora se rimanga del parere di prima.
Protagora ammette che le varie virtù sono simili fra loro, ma che da esse si differenzia il coraggio.
Socrate incalza osservando che anche il coraggio, se non è folle temerarietà, si riconduce alla saggezza con cui l'uomo coraggioso disciplina le sue forze. Quindi la virtù è una e come tale si deve insegnare.
[25] Platone – Platone nacque ad Atene nel 428 a. C. da nobile famiglia, discendente per parte di madre da Solone; secondo Aristotele si familiarizzò con la dottrina eraclitea. Ma in questo primo periodo la sua attività fu rivolta a composizioni letterarie, epiche e tragiche. A vent'anni conobbe Socrate, che lo guidò a un contatto fecondo con la filosofia. A Socrate Platone si mantenne fedele per tutta la vita, avendo visto in lui l'incarnazione del filosofare; l'intera sua produzione fu un continuo approfondimento interpretativo della personalità di Socrate, l'interlocutore principale di molti dialoghi e portavoce della filosofia originale di Platone.
Il pensiero storico di Socrate è pertanto trasceso e allo stesso tempo rimane connesso alla sua ispirazione fondamentale. Già dalla giovinezza parve a Platone che la caratteristica prima del filosofo, il rapporto con la verità, potesse manifestarsi nella vita storica, fecondando e alimentando la politica, che riguarda la vita comune degli uomini.
Inizialmente Platone fu tentato di partecipare alla vita politica della sua città, ma ne fu distolto prima dalle delusioni provocategli dal governo dei Trenta tiranni, poi dalla restaurata democrazia che se lo alienò del tutto per aver messo a morte Socrate.
Da allora a Platone fu chiaro che solo un governo guidato dai filosofi poteva essere degno di venir detto buono.
Dopo la morte di Socrate, Platone intraprese svariati viaggi, di cui uno forse in Egitto. Significativi per il rapporto con la politica sono i tre viaggi in Magna Grecia. A Siracusa, dove divenne amico di Dione, zio di Dionisio il Giovane, Platone tentò di attuare la sua idea del governante illuminato dal filosofo. Ma Dionisio il Vecchio, allora tiranno della città, preoccupato dei suoi progetti, lo fece allontanare.
Ritornato ad Atene, Platone costituì l'Accademia, società culturale, alla quale diede la struttura di un'associazione religiosa. Quando Dionisio il Giovane succedette al padre, Platone tornò a Siracusa per riprendere il suo progetto, ma Dionisio deluse Platone che se ne tornò ad Atene. Una terza volta egli tornò a Siracusa, ma ancora fallì il suo tentativo di instaurare un governo retto dalla filosofia.
Platone morì ad Atene nel 347.
I dialoghi vengono ordinati in base a vari criteri stilistici e di contenuto e raggruppati come segue:
1.       I periodo, scritti giovanili socratici, Apologia di Socrate, Critone, Ione, Alcibiade I, Lachete, Liside, Carmide, Eutifrone;
2.       II periodo, di trapasso, Eutidemo, Ippia Minore, Cratilo, Ippia Maggiore, Menesseno, Gorgia, Repubblica I, Protagora, Menone;
3.       III periodo, dottrina delle idee, Fedone, Simposio, Repubblica II-X, Fedro;
4.       IV periodo, autocritica fase finale, Parmenide, Teeteto,Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Le leggi.
A questi dialoghi vanno aggiunte 13 Lettere, di cui la VII e l'VIII sono in genere date per autentiche. Il carattere dialogico degli scritti di Platone rappresenta la sostanza stessa della sua filosofia. Il dialogo platonico è sempre costituito da una tesi aperta, che nel contraddittorio viene esplicandosi, mentre l'interlocutore-contraddittore sposta di continuo le sue opposizioni di volta in volta che una verità va affermandosi.
È lui stesso adeguatamente sollecitato a riconoscere la verità. Notevole è il cambiamento di stile da un dialogo all'altro: i dialoghi giovanili sono caratterizzati da interventi brevi e vivaci da parte dei partecipanti e conservano intatta la loro natura dialogica; gli ultimi sono appesantiti da lunghi interventi, che svisano l'andamento del dialogo e ne fanno quasi un trattato. Socrate è quasi sempre il protagonista, ma negli ultimi dialoghi la sua figura è sempre più sfocata o addirittura scompare.
[26] Prometeo, il previdente (il nome in greco significa “colui che pensa prima”), e suo fratello Epimeteo, lo stolto (“colui che pensa dopo”), erano Titani,
[27] La Repubblica - Il dialogo dei dieci libri della Repubblica si svolge tra il 420 ed il 425 a.C.
Socrate si reca presso la casa del ricco meteco Cefalo, proprietario di una manifattura produttrice di scudi, durante le feste della dea tracia Bendis, e si avvia il dialogo cui partecipano il figlio di Cefalo Polemarco ed i fratelli di Platone, Glaucone ed Adimanto.
Nella Repubblica si affrontano tre domande sulla polis:
1.       qual è lo scopo?
2.       chi la deve governare?
3.       Ma soprattutto qual è il fondamento di questa comunità?
Rispetto alla prima domanda lo scopo è la coesione sociale, detto in termini moderni l’equilibrio tra diverse classi, che devono tutte praticare le virtù per garantire tale coesione.
Le diverse classi riflettono la prevalenza di una parte dell’anima sulle altre: la parte razionale, la irascibile, la concupiscibile.
I governanti assumono la parte razionale e quindi devono essere i filosofi, i guerrieri la parte irascibile, i produttori la parte concupiscibile, e ad ognuna corrisponde una virtù: saggezza, coraggio, temperanza che deve essere propria non solo dei produttori ma anche degli altri gruppi della società.
Ma c’è una virtù che sintetizza tutte le altre ed è la stella polare della polis per garantire il bene: la giustizia, che trova il suo compimento nelle leggi della polis. Ma dove cercare la giustizia? Inoltre, questo è il fondamento reale e praticato della polis in quanto è proponibile che la giustizia sia il vero riferimento dei comportamenti umani? Questo è un tema su cui la discussione sarà più prolungata ed accanita, in quanto Socrate si troverà isolato e in difficoltà rispetto ai suoi interlocutori, molto irruenti nelle loro argomentazioni contro una concezione che attribuisce vero valore etico alla pratica della giustizia. Su questo punto si giocherà una partita filosofica decisiva per tutta la teoria della polis sostenuta in questo dialogo e, più in generale, per l’edificio teorico edificato da Platone. Infatti, considerando il primo libro della Repubblica semplicemente introduttivo all’intera opera, il tema verrà posto subito all’inizio del secondo libro e le sorti della discussione saranno determinanti per quelli successivi.
[28] Abuso, eccesso di libertà || Sregolatezza di costumi
[29] privilegi
[30] dispensa
[31] Aristotele si riferisce alla carica di stratego che non era sottoposta ai normali vincoli delle altre magistrature

VI unità
L’età ellenistica (323-146 a.C.) – L’età ellenistica è compresa tra la morte di Alessandro Magno e la trasformazione della Grecia in provincia romana nel 146. Essa segnò il trionfo della cultura e della civiltà greche, che si elevarono a modello universale in ogni regione del Mediterraneo antico.
La morte di Alessandro Magno, nel giugno del 323, pose fine al progetto di uno stato universale. Il suo impero era troppo vasto e vario per qualunque  sistema politico e sicuramente il sistema monarchico macedone non era all’altezza di questo compito.
Il potere macedone passò nelle mani dei suoi generali, che entrarono ben presto in conflitto tra loro per la suddivisione del vasto impero che Alessandro aveva creato, e la lunga serie di guerre, tra il 322 e il 281, ebbe come teatro la Grecia.
In mancanza di un erede diretto di Alessandro la reggenza era stata affidata a Cratero e l’esercito a Perdicca, ma ben presto prevalsero le forze disgregatrici, favorite:
·         dall’ambizione personale dei singoli generali,
·         dall’enorme estensione e dalla disomogeneità dell’impero.
·         Ad Antipatro fu affidato il governo della Macedonia e della Grecia, a Lisimaco la Tracia, ad Antigono l’Asia Minore, ad Eumene la Cappadocia, a Tolomeo l’Egitto e a Perdicca Babilonia e le province orientali.
Alla fine dell’età dei diadochi (dal greco diádochos, cioè successore), i generali di Alessandro si erano consolidati tre grandi regni ellenistici:
·         il regno di Macedonia, che comprendeva la Grecia, appartenente agli Antigonidi, discendenti del generale Antigono;
·         il regno d’Egitto appartenente ai Tolomei, discendenti del generale Tolomeo;
·         il regno di Siria, comprendente anche la Mesopotamia e la Persia, appartenente ai Seleucidi, discendenti del generale Seleuco;
A questi tre regni si aggiunse poi il regno di Pergamo, appartenente agli Attalidi, discendenti del generale Attalo.
I regni ellenistici, nati dalla frantumazione dell’impero di Alessandro, ebbero una storia durata quasi tre secoli. Tuttavia lo stato di guerra continuò anche dopo il 281 tra gli epigoni, successori dei diadochi.

La fine dell’esperienza della polis – L’esperienza della libertà civica delle singole póleis era ormai superata e, dopo la costituzione dell’impero di Alessandro e dei suoi successori, assolutamente irripetibile; non si era persa quella libertà intellettuale e quella creatività, che aveva contraddistinto il genio dell’uomo greco nei secoli precedenti.
La Grecia aveva perso la sua stabilità economica e subiva la concorrenza economica dei regni orientali, che l’impoverivano.
Nel 290 le poleis greche tentarono di riguadagnare l’indipendenza, unendosi in istituzioni di tipo federale come la Lega etolica e la Lega achea 280.
Entrambe le leghe cercarono di porre fine al dominio macedone, ma la crescente potenza acquisita dalla Lega achea, la spinse ad ottenere il controllo della Grecia: guidata da Arato di Sicione, entrò in conflitto con Sparta, in una guerra in cui si appellò alla potenza macedone per avere ragione della resistenza spartana, che infine fu piegata, ma a costo di consolidare definitivamente la dipendenza della Grecia dalla Macedonia.

La cultura ellenistica – I regni ellenistici portarono in Oriente ed in Egitto la cultura greca. Quest’espansione politica e culturale rappresentò per il mondo greco-macedone un momento di forte crescita economica, grazie alla circolazione di grandi quantità di metallo prezioso, bottino conquistato nelle guerre persiane.
Nuove città furono fondate, altre preesistenti furono rifondate o abbellite: le più importanti furono Pergamo in Asia Minore, Antiochia in Siria e, soprattutto, Alessandria (fondata dallo stesso Alessandro Magno nel 332) in Egitto.
L’Egitto ellenistico, sotto i Tolomei, conobbe una nuova fase di prosperità e di ricchezza. I Tolomei utilizzarono le loro ricchezze per richiamare a corte poeti, eruditi, artisti e scienziati, ed Alessandria diventò il massimo centro economico, culturale e religioso di tutto il Mediterraneo. Crocevia di razze, lingue, merci di ogni provenienza, i Tolomei fondarono ad Alessandria una grande biblioteca, presso la quale prosperarono parimenti le discipline scientifiche e quelle umanistiche, ed il Museo, un importante istituto di ricerca in cui letterati, astronomi, matematici, medici, dove potevano dedicarsi ai propri studi a spese dello Stato.
Centri culturali ragguardevoli furono anche:
·         Rodi, sede di un’importante scuola oratoria;
·         Antiochia, capitale del regno di Siria e sede di una grande biblioteca, in competizione con Alessandria
·         Pergamo, sede di un’importante scuola di scultura.
Questa nuova cultura greco-orientale è giunta a noi attraverso Roma, Bisanzio e l’Islam. Questa è la più importante eredità di Alessandro: a lui si deve, se la civiltà greca ha esercitato una così forte influenza su tutta la cultura occidentale, perché fu Alessandro che ne promosse la sua divulgazione attraverso l’ellenismo.
Le aristocrazie urbane di questi regni utilizzavano il greco come lingua comune dell’economia e della tecnica, perché il commercio era praticato soprattutto da mercanti greci che svilupparono anche il credito e il sistema bancario; l’oro e l’argento furono utilizzati per coniare nuove monete, le quali favorirono gli scambi commerciali praticati su larga scala dalla Scizia meridionale, attraverso il mar Nero e il Mediterraneo, fino alle coste celtiche e a Cartagine.
Ciò ebbe un’importanza enorme nella diffusione della cultura greca. Ogni popolo continuò a mantenere le proprie tradizioni e i propri valori, ma la cultura adottata dai gruppi sociali più ricchi fu quella greca.
Le città furono costruite secondo i modelli greci: con teatri, palestre, terme, ippodromi, biblioteche, templi e altari. In queste grandi città, da Alessandria a Tiro, da Antiochia ad Atene, poeti, storici, matematici, ingegneri, astronomi scrissero e pubblicarono le loro opere in greco.
L’arte e la letteratura si svilupparono attraverso la combinazione di elementi greci e di tradizioni locali. Sorsero anche nuovi generi letterari, grazie a poeti come Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito:
·         il mimo, breve composizione teatrale di argomento comico;
·         l’idillio, poema di argomento pastorale;
·         il romanzo d’avventura e d’amore;
·         la novella;
·         la favola, d’origine orientale, tradotta in greco da Esopo (VI secolo) .
Il settore scientifico ebbe un grande sviluppo, vi furono studiosi di grande rilievo nel campo della matematica, della geometria, dell’astronomia e della medicina, come Euclide, Archimede, Apollonio di Perge, Eratostene, Aristarco di Samo, Ipparco di Nicea, Erone di Alessandria
Molte conoscenze trasmesseci in lingua greca dagli studiosi dell’epoca erano tuttavia frutto di studi e ricerche precedenti.
Anche nella scultura e nella pittura si ebbero alcune novità. La scultura in particolare tentò di rappresentare i sentimenti e le emozioni dell’uomo, ma riuscì anche a cogliere momenti della vita quotidiana, raffigurati con grande realismo.
Infine, l’influenza greca e la diffusione in tutto il mondo orientale di una base culturale comune, modificarono anche la vita religiosa. Ebbero un’enorme diffusione i culti legati a divinità come Dioniso e Orfeo, i quali davano a tutti la speranza di una vita oltre la morte.
Molto viva fu anche la speculazione filosofica con pensatori come Epicuro e Zenone.
L’età ellenistica fu un periodo fiorente per le arti, le lettere e le scienze: Alessandro aveva fondato città greche in tutto il vicino Oriente, così la cultura greca non solo fu diffusa, ma profondamente assimilata nelle culture delle varie regioni. Questo creò spesso tensioni fra le popolazioni dell’ex impero alessandrino che spesso si dividevano tra filo-greci e tradizionalisti. Non tutti i popoli furono capaci di conservare le loro tradizioni di fronte all’influenza greca. Comunque l’influenza culturale tra Grecia ed oriente fu reciproca, per questo l’Oriente si impose nel campo religioso, gli Egiziani in campo filosofico e scientifico.
Ma il quadro politico rappresentato dai regni ellenistici era destinato a mutare sotto la spinta dell’emergente potenza di Roma.

La fine del mondo etrusco - Durante il III secolo le città stato etrusche furono coinvolte nella lotta contro la potenza romana. Prive di una forte identità nazionale le superbe città-stato, non riuscirono a coordinare una resistenza efficace, e furono così sconfitte una ad una.
Con la perdita dell’indipendenza politica si concludeva il ciclo di un antico popolo che per secoli aveva primeggiato, per cultura e per ricchezza, nel bacino del Mediterraneo occidentale.

La grecità italica – Logica conclusione delle guerre sannitiche fu per Roma lo scontro con le città magno-greche del sud d’Italia.
La richiesta d’aiuto di Turi contro i Lucani, la città magno-greca, governata da un’oligarchia in crisi, minata dalla presenza di movimenti democratici, fu la molla che portò alla guerra contro l’intera compagine greca.
Roma intervenne nelle questioni interne di Turi, incontrò l’opposizione di Taranto con cui aveva firmato un trattato di non interferenza nel 303.
Di lì a poco scoppiò la guerra tra le due città nel 282. Taranto chiese contro i Romani, a loro volta intervenuti in aiuto di Turi, l’intervento di Pirro, re dell’Epiro, una regione della Grecia nord-occidentale, che nel 280 sbarcò in Italia con 30 000 uomini e 20 elefanti.
I Romani furono inizialmente sconfitti.
Quando Pirro intervenne in Sicilia a favore delle città greche contro i Cartaginesi, la guerra riprese e terminò con la vittoria romana nel 275 nella battaglia di Maleventum, nome che fu allora trasformato dai Romani in Beneventum. Pirro (dopo un conflitto lungo e logorante) tornò nel 275.
Il risultato del conflitto (280-275) fu la sottomissione della Magna Graecia a Roma.
Per la prima volta, Roma si farà sentire anche oltre gli angusti confini del mare Adriatico e la sua fama giunge fin nei territori della compagine ellenistica, riconobbe in Roma una grande potenza internazionale.
In questi anni Roma inizia una propria attività di monetazione, smettendo di utilizzare per le proprie transazioni commerciali le monete di altri paesi: un altro segno della sua crescente importanza e della sua apertura ad un più ampio orizzonte economico e culturale.

L’espansione di Roma nella penisola - Dopo aver combattuto l’invasione dei Galli a nord ed aver conquistato l’Italia meridionale, sconfiggendo i Sanniti ed occupando Taranto e la Magna Grecia, Roma esercitava ormai il suo potere fino allo stretto di Messina, secondo ordinamenti diversi:
·         i municipi avevano autonomia amministrativa, ma dovevano fornire truppe e pagare un tributo, solo alcuni avevano i diritti politici;
·         le città federate, liberamente alleatesi con Roma, avevano autonomia amministrativa, non pagavano tributi, ma non avevano diritti politici e dovevano fornire le truppe;
·         le colonie, pratica consistente nel trasferire in veste di coloni alcuni dei propri abitanti sui territori sottratti ai vinti, se gli abitanti erano Romani avevano diritti civili e politici, mentre se gli abitanti erano Latini avevano gli stessi diritti delle città federate.

Lo scontro Roma-Cartagine – Giunta al culmine del suo apogeo economico e politico, Cartagine, che aveva acquisito il monopolio commerciale nel Mediterraneo imponendo che le navi commerciali potessero approdare solo a Cartagine e non nelle sue colonie, si vide sulla strada la potenza crescente dei Romani che miravano ad impadronirsi della Sicilia. Cartagine avvertì subito la pericolosità dell’avversario e l’urgenza di contrastarlo ad ogni costo.
Conquistata l’Italia meridionale, Roma si trovò a confronto con Cartagine, che dominava nel Mediterraneo occidentale, possedendo parte della Sicilia e colonie in Sardegna, Corsica, Spagna e Baleari. A causa degli intralci reciproci nei traffici commerciali, a lungo andare, la convivenza di queste due grandi potenze, che erano state alleate, subì una rottura.
Lunghi conflitti opposero allora Roma e Cartagine tra il III e il II secolo, al cui termine Roma cominciò l’ascesa a massima potenza del Mediterraneo. La terza guerra si concluse addirittura con la completa distruzione della città africana.
Lo scontro tra Roma e Cartagine durò più di cento anni e subito tutti si resero conto che il risultato avrebbe deciso le sorti di tutto il Mediterraneo occidentale. Per questo, le guerre romano-puniche assunsero dimensioni drammatiche, poiché c’era in gioco la sopravvivenza stessa delle due potenti città e civiltà da esse scaturite.
Dal 510 al 306 Cartagine aveva stretto con Roma tre patti di collaborazione, mantenendo intatti i traffici, dando aiuto ai romani nei porti, aiutandosi a vicenda in caso di aggressione da altri popoli, non costruendo città in Sardegna.
I primi rapporti tra le due città furono di tipo amichevole: nel 508 fu stipulato un trattato di navigazione e di commercio con cui entrambe le potenze si impegnavano a limitare le espansioni l’una a danno dell’altra. Questo trattato fu rinnovato nel 348 e nel 306, definendo ancora più precisamente le rispettive zone di influenza.
La rottura avvenne nel 264 quando i Mamertini di Messina chiesero l’intervento dei Romani per difendersi dai Cartaginesi. Roma inviò così un esercito, guidato dal console Appio Claudio, contro Cartagine e il suo alleato Gerone II di Siracusa, che però dal 263 passò dalla parte dei Romani.
La prima guerra sferrata da Roma contro Cartagine (265-241) mirava alla conquista della Sicilia, secondo un disegno strategico militare ed economico. Cartagine non seppe prevedere il pericolo romano, né contrastarlo con tutta l’energia necessaria, dovendo anche combattere contro le città della Magna Grecia, ed affrontare le sollevazioni indipendentiste in Africa che cominciavano a guardare con favore l’Impero romano nascente.
Decisiva per l’esito della guerra fu la capacità dei Romani di fronteggiare la tradizionale superiorità navale di Cartagine. Nel 260, grazie all’uso dei corvi (ponti mobili che permettevano di agganciare le navi nemiche), la flotta romana comandata da Caio Duilio sconfisse quella Cartaginese a Milazzo.
Dopo il fallimento della spedizione in Africa di Attilio Regolo nel 256, che fu fatto prigioniero ed ucciso, i Romani, al comando di Lutazio Catulo, colsero la vittoria decisiva alle Egadi nel 241, costringendo i Cartaginesi ad evacuare la Sicilia e a pagare una forte indennità di guerra.
La Sicilia, tranne il territorio di Siracusa, divenne la prima provincia romana; nelle province che dovevano pagare un tributo, ogni tipo di potere e amministrazione era nelle mani dei Romani che vi inviavano ex consoli (proconsoli) o ex pretori (propretori).
Da questo momento le costanti nella politica cartaginese furono due:
·         guardare al nuovo colonialismo con favore contro l’antico;
·         affrontarlo nella divisione e nel tradimento dei capi l’un l’altro, fomentato dai nuovi conquistatori.
Oltre alla Sicilia, Roma s’impossessò della Sardegna e cominciò la pirateria lungo le coste africane.
Nel frattempo, espulsi dalle isole, i Cartaginesi si erano volti verso la Spagna. Sotto la guida di Amilcare, Cartagine si riprese e costruì, assieme al successore, il genero Asdrubale, un considerevole stato in Spagna. Fu fondata Cartagena, che sembrava richiamare la leggenda della città punica. I Barca attuarono una politica più personale che filocartaginese tra gli iberici.
Nel 238, a pace conclusa, i Romani sottrassero ai Cartaginesi anche la Sardegna e la Corsica.
Prima di iniziare un secondo conflitto con Cartagine, Roma conquistò la regione adriatica dell’Illiria (230-228), riducendola a un piccolo principato e controllando così il canale d’Otranto.
Nel 226 i Cartaginesi firmarono un trattato con i Romani in cui ci si impegnava a non superare il fiume Ebro. Questo trattato costò l’indipendenza dei Celtiberi che furono combattuti da entrambi. Intanto, Cartagine si rafforzava ed aveva un’economia sempre più florida, mentre i Romani, in seguito ad un tentativo di incursione dei Galli, affrontandoli, giunsero ad occupare Mediolanum (Milano), affacciandosi sulla Pianura Padana nel 225.
La decisione di Annibale di attaccare Sagunto, alleata di Roma, provocò nuovamente la guerra.
Nel 219 scoppiò la seconda guerra punica: Roma riapriva le ostilità contro Cartagine per il possesso della Spagna dove i Barca avevano cominciato a ricostruire un nuovo potente Impero. In un primo momento, Roma subì soprattutto il genio di Annibale che inflisse pesanti perdite agli eserciti romani. Prima che i Romani furono riusciti a mandare un esercito in Spagna, Annibale invase l’Italia per via terra, con una traversata delle Alpi, cogliendo vittorie al Ticino (218), al Trasimeno (217) e soprattutto a Canne (216), ma senza riuscire a spaccare la confederazione romano-italica. Nel frattempo, un esercito romano, comandato da Publio e Gneo Scipione, impediva che dalla Spagna giungessero rinforzi ad Annibale, pressato dalla tattica di logoramento di Quinto Fabio Massimo, eletto dittatore, ma presto rimpiazzato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone, che nel 216 ripresero il combattimento in campo aperto.
Nello scontro di Canne, in Puglia, 30 000 dei 50 000 soldati romani rimasero uccisi; Annibale non poté terminare la sua opera, più per l’opposizione politica in patria che per la bravura dei Romani. Un esercito inviato in Sicilia espugnò Siracusa e la rese tributaria di Roma (211); un altro in Macedonia combatté contro Filippo V (prima Guerra macedonica) a scopo puramente difensivo (Pace di Fenice, 205 a.C.).
Quando Asdrubale, fratello di Annibale, riuscì a portare in Italia un esercito dalla Spagna, fu sconfitto e ucciso al Metauro (207).
Ma i Romani si assicurarono l’appoggio dei Numidi che fu decisivo nell’ultima battaglia svolta sul suolo africano. A contendersi il trono della Numidia, ci sono Siface contro Massinissa, tutti e due innamorati di Sofonisba, figlia di Asdrubale, figlio di Giscone e che finirà suicida.
Nel 206, Publio Cornelio Scipione, chiamato l’Africano dopo la vittoria, subentrato al comando dell’esercito romano in Spagna, colse una vittoria decisiva a Ilipa e invase l’Africa, costringendo Annibale ad abbandonare l’Italia. La vittoria di Scipione a Zama, nel 202 (determinante nella vittoria romana fu Massinissa, che salì al trono di Numidia, sotto protettorato romano), e costrinse Cartagine alla resa, all’abbandono di tutti i possedimenti europei e della Numidia e al pagamento di una forte indennità di guerra.
Annibale governò, portando Cartagine ad un certo benessere, ma Roma voleva Annibale e questi scappò prima in Siria, formando un esercito che fu sconfitto, e poi in Bitinia, dove fu tradito e preferì il suicidio nel 183.

Roma: dall’espansione in Oriente alla terza Guerra punica – Con l’espansione romana in Illiria del 229 e del 219 Roma passò ben oltre i propri stanziamenti e soppresse la pirateria illirica che aveva reso l’Adriatico un mare pericoloso.
Con l’alleanza stipulata tra il Regno di Macedonia e Cartagine, dopo la Battaglia di Canne, Filippo V di Macedonia era intenzionato a procurarsi uno sbocco sul mar Adriatico. Il patto stretto tra Filippo e Annibale si proponeva l’espulsione dei romani dal loro protettorato sulle coste orientali dell’Adriatico.
Nel 214 il console Marco Valerio Levino guidò un piccolo contingente militare romano sulla costa illirica e poi strinse un’alleanza con la lega etolica, ostile a Filippo, e con Attalo I re di Pergamo, che voleva espandere il proprio regno nell’Egeo a scapito della Macedonia. La coalizione riuscì così a contenere le mire espansionistiche del re macedone. La guerra si esaurì da sola e si giunse alla pace di Fenice del 205: Filippo ottenne uno sbocco sull’Adriatico.
Fra Roma e la Macedonia non correva tuttavia buon sangue e la pace di Fenice non era destinata a durare. Dopo la vittoria su Cartagine, Roma intervenne ancora in Macedonia, per richiesta di Atene che chiedeva aiuto contro Filippo V. I Romani dichiararono immediatamente guerra a Filippo, sebbene il Senato incontrasse delle difficoltà a far accettare al popolo questa iniziativa.
Nel 200 iniziò così la seconda Guerra macedonica. Tito Quinzio Flaminino sbarcò con un esercito, ma Filippo rifiutò di dare battaglia e tentò di negoziare. Flaminino richiese che il re macedone abbandonasse la Grecia: era una pretesa impossibile, e Flaminino lo sapeva, la dichiarazione di guerra fu la logica conseguenza. Nel 197 i Romani sconfissero Filippo nella battaglia di Cinocefale, costringendolo a consegnare la flotta, a pagare un’indennità di guerra ed a riconoscere la libertà alle città greche: al protettorato macedone si sostituì quindi quello romano. Il re però non fu deposto, infatti il regno di Macedonia era utile ai Romani per contenere le invasioni dei barbari verso la Grecia, che senza Filippo sarebbe stata vulnerabile.
Nel frattempo Roma strinse alleanza con Attalo II (197-159) reggente di Pergamo, combattendo insieme contro altri sovrani ellenistici, in particolare contro Antioco III il Grande, re di Siria, che premeva sui confini.
In seguito della sconfitta di Filippo V di Macedonia ad opera dei Romani, Antioco invase la Grecia per rivendicare la supremazia su tutti i domini di Alessandro Magno. Poiché Antioco III si rifiutò di ritirare le sue truppe dalla Grecia liberata dai Romani, nel 191 Roma lo attaccò, sconfiggendolo alle Termopili. Nel 190 Lucio Cornelio Scipione sbarcò in Asia e sconfisse le truppe siriache nella battaglia di Magnesia, ed Antioco III fu costretto a cedere i territori in Asia Minore, a mandare ostaggi a Roma ed a pagare un’esorbitante indennità di guerra.
Quando nel 171 salì al trono Perseo, figlio di Filippo V, profondamente ostile ai Romani, si delineò un nuovo conflitto con la Macedonia. Dopo tre anni Lucio Emilio Paolo sconfisse l’esercito macedone nella battaglia di Pidna, la Macedonia fu divisa in 4 repubbliche che diventarono alleate di Roma. Perseo sfilò prigioniero per Roma in un trionfo.
Nel frattempo, molti a Roma, tra cui il senatore Catone, sostenevano la necessità di abbattere definitivamente Cartagine.
Massinissa, re dei Numidi, provocava Cartagine con saccheggi, fino al punto che ci fu la risposta dei punici, contravvenendo agli accordi di pace con Roma: i Romani attendevano il momento propizio e nel scoppiò la terza guerra punica.
Nonostante Cartagine fosse ritornata sui suoi passi, avesse consegnato ostaggi e pagato altri debiti, quando i Cartaginesi seppero che tra le condizioni di pace c’era la distruzione della città, vi si asserragliarono e resistettero. La città fu difesa casa per casa e dopo sei giorni capitolò, nonostante il generale Asdrubale l’avesse difesa valorosamente. Rasa al suolo, Cartagine continuò a bruciare per 17 giorni consecutivi, infine, fu sparso del sale sul terreno per renderlo sterile. Scipione Emiliano trasformò il suo territorio nella provincia d’Africa.
Due rivolte seguirono alla vittoria romana in Grecia, quella di Andrisco in Macedonia nel 149 sedata solo nel 146 da Cecilio Metello, e quella della Lega achea, sedata anch’essa nel 146: il console Lucio Mummio espugnò e distrusse Corinto, radendola al suolo dalle fondamenta e proibendo alla popolazione di tornare ad abitarvi, dichiarando il luogo maledetto 146.
La ferocia romana si può interpretare in due modi:
·         la distruzione come un segnale di forza, un monito, una lezione che avrebbe dovuto far capire una volta per tutte che non era più conveniente ritentare nuove insurrezioni.
·         la distruzione come fatto politico e commerciale perché, distruggendo Corinto e Cartagine e ridimensionando Rodi, i tre più grandi centri commerciali del Mediterraneo, Roma diventava la potenza marittima dominante.
La seconda guerra punica era stata combattuta anche sul suolo iberico e parte di esso era stato conquistato dai romani: i territori erano stati divisi in due province, l’Hispania citerior e l’Hispania superior.
Le popolazioni iberiche al di fuori del dominio romano erano ostili agli occupanti, mantenendo un clima di continua guerriglia.
Fin dal 142 Cecilio Metello combatteva nel nord dell’Iberia e aveva conquistato gran parte dei territori, ad eccezione di alcune città: tra queste la più importante era Numanzia.
Nel 137 un esercito al comando del console Caio Ostilio Mancino fu circondato e costretto ad arrendersi, e per altri quattro anni la situazione non ebbe sviluppi.
Nel 133 Attalo III ultimo re di Pergamo morì lasciando il regno in eredità ai romani, e il suo territorio costituì la provincia romana d’Asia; nello stesso anno, dopo una lunga guerriglia, Roma decise di inviare Publio Cornelio Scipione Emiliano in Spagna per domare la resistenza di Numanzia: Scipione assediò Numanzia con una doppia linea di fortificazioni, la città, ridotta alla fame, fu vinta, i suoi abitanti furono fatti schiavi e la città fu distrutta. Iniziò la romanizzazione del territorio spagnolo.
Con la caduta di Numanzia i romani posero fine alle rivolte ed estesero il loro dominio in Spagna alle regioni del nord.
Fu il termine del primo periodo di espansione che vide i romani acquisire una netta supremazia nel Mediterraneo trasformando profondamente le attitudini di uno stato che fino a un secolo e mezzo prima estendeva i suoi domini alla sola Italia.


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