Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

mercoledì 20 settembre 2017

La modernità rappresenta un progresso o un regresso nella storia umana? di Francesco Lamendola

Bon si può dire che i dubbi sulla bontà della civiltà tecnologica, e particolarmente sulla sua pretesa di portare il benessere, se non addirittura la felicità, a tutti o quasi, abbiano cominciato a sorgere soltanto in questi ultimi anni, quando anche un cieco avrebbe potuto vedere una serie di "effetti collaterali" negativi e sempre più allarmanti (minaccia atomica, inquinamento ambientale, mutamento climatico, anonimità e spersonalizzazione della vita sociale).
No: se si vuole essere onesti, bisogna riconoscere che i dubbi sono sorti fino quasi dall'inizio della modernità, e precisamente in pieno illuminismo, quando i filosofi europei, e particolarmente francesi, erano impegnati nella loro crociata contro l'oscurantismo e la barbarie del passato e per la edificazione di un meraviglioso mondo nuovo, dove la ragione e le sue ancelle predilette, la scienza e la tecnica, avrebbero realizzato poco meno che il Paradiso in Terra per gli uomini (tutte cose, peraltro, già anticipate dai maestri della Rivoluzione scientifica del XVII secolo; cfr. il nostro precedente articolo: «Manipolazione spietata di cose, vegetali e animali nella "Nuova Atlantide" di Francesco Bacone», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).
Non solo in questi ultimi anni, dunque; ma in pieno illuminismo Jean-Jacques Rousseau aveva risposto negativamente alla domanda, posta dall'Accademia di Digione, «Se il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito  a migliorare i costumi». Era il 1750 e il ginevrino aveva partecipato a quel concorso con il saggio: «Discorso sulle scienze e le arti», con il quale contestava frontalmente la grande premessa di tutto il pensiero illuminista: che la storia si possa rappresentare in termini di progresso e che da un tale progresso debba scaturire automaticamente un incremento del benessere, della pace, della felicità umana.
Il confronto fra la civiltà preindustriale e quella odierna, post-industriale e tecnologica, può apparire ozioso e sostanzialmente antistorico, specie nell'ottica di chi vorrebbe rappresentarlo come una questione riservata a pochi intellettuali cronicamente scontenti e caratterialmente incontentabili. Per le grandi masse umane, invece - si sostiene - non vi è alcun dubbio che un miglioramento vi è stato, e notevolissimo: non si muore più di colera, di peste, di tifo; non si vive nella povertà, nell'ignoranza, nella superstizione; non si è più in balia della natura, ma la si domina largamente e se ne estrae tutto quanto occorre ad una vita comoda e piacevole; e via magnificando.
Si dimentica di aggiungere che, in compenso, si muore abbondantemente di infarto e di tumore, come prima non accadeva; che alle vecchie forme di ignoranza ne sono subentrate altre, nuove ma non meno insidiose, proprio perché mascherate; che lo sfruttamento selvaggio e irresponsabile della natura si è ritorto contro l'uomo medesimo, dopo avere inflitto danni irreparabili alla natura stessa (con l'estinzione di migliaia e migliaia di specie viventi in poco più di tre secoli); e, soprattutto, che tutte le meraviglie del Mondo Nuovo, ammesso e non concesso che siano veramente tali, sono riservate a un quinto dell'umanità, mentre la parte restante deve accontentarsi delle briciole, a cominciare dalle riserve d'acqua dolce, sempre più in via di esaurimento.
Anche l'argomento di cui i cantori della modernità andavano più fieri, l'aumento della speranza di vita, non è che una pura e semplice invenzione: ciò che è aumentata è la vita media, essendo stata abbattuta l'alta mortalità infantile, tipica delle società pre-industriali; ma la vita dell'uomo e della donna adulti non si è allungata affatto: anzi.
Le persone centenarie erano relativamente frequenti nella società contadina, mentre ora sono una rara eccezione. E non erano affatto diffuse, allora, le malattie cardiocircolatorie, né le sindromi depressive e gli stati ansiosi, che inducono oggi centinaia di milioni di persone a spendere somme enormi per l'acquisto di prodotti farmaceutici di sintesi chimica o per le sedute dai nuovi guru del "benessere" mentale, gli psicanalisti.
Ma se anche fosse vero che la civiltà tecnologica è riuscita a strappare qualche anno di vita in più per i suoi membri, rispetto a quanto accadeva qualche decennio fa: è proprio così importante vivere qualche anno di più, se non si vive più felici e se non si è nemmeno padroni di morire nel proprio letto, serenamente e dignitosamente, circondati dalle persone care e da un esercito di nipotini; ma si viene trascinati a morire una anonima stanza di ospedale, dove non aspettano altro che noi lasciamo libero il posto a qualcun altro, che aspetta a sua volta un letto d'ospedale in cui morire?
Ma fermiamoci qui.
Sarebbe stucchevole e, in sostanza, inconcludente, una pura e semplice contrapposizione dei lati negativi dei due modelli di civiltà, tanto più che un giudizio conclusivo non può che scaturire dalle nostre convinzioni su che cosa sia "bene" e che cosa sia "male" per la vita degli individui.
Non si tratta, del resto, di esternare uno sterile rimpianto per ciò che si è perduto e che non potrà mai più ritornare, ma di valutare onestamente se davvero il mondo che abbiamo costruito sull'altare della tecnoscienza sia tale da giustificare i sacrifici, gli sprechi, le ingiustizie e le distruzioni che sono stati perpetrati e che continuano ad esserlo per consentirci di godere di alcune decine di canali televisivi, di consumare parecchie centinaia di litri d'acqua a testa ogni giorno (mentre la maggior parte degli abitanti del pianeta deve limitarsi a poche decine), o perché i nostri bambini possano giocare con l'ultimo modello di videogame elettronico o trascorrere ore ed ore con l'ultimo tipo di telefonino cellulare.
Un amico di una certa età, che - dopo essere stato emigrante per vent'anni in Africa, lavorando in imprese di costruzioni - è tornato al suo paese natio e vive serenamente fra l'orto e la casa costruita con tanti sacrifici, mi ripete spesso: «Si stava meglio quando si stava peggio». E mi racconta di come lui e i suoi coetanei, da bambini, si divertissero con cose da nulla - con la neve, ad esempio, d'inverno - pur conducendo una vita assai dura; e conclude dicendo che allora i bambini erano sempre allegri e di buon umore.
Ogni famiglia, formata da almeno una decina di persone, viveva in case di pietra, con poche e piccole stanze; non c'erano servizi igienici, non c'era l'acqua corrente: una o due fontane per tutto il paese, uomini e animali; e la sera, per scaldarsi e per stare in compagnia, tutti si riunivano nella stalla. I bambini andavano a scuola in un'unica pluriclasse, fino ala terza; la quarta e la quinta la facevano nel paese vicino, che raggiungevano a piedi, camminando per alcuni chilometri. La strada era sterrata, percorsa ogni tanto da una corriera e quasi mai dalle automobili.
Ogni fazzoletto di terra era coltivato, i vigneti si arrampicavano fino sulle colline più ripide, e nel bosco si faceva la legna (lui la fa ancora adesso); mentre oggi le colline sono state abbandonate alla vegetazione spontanea e le coltivazioni si sono concentrate nella valle, in mano a qualche grossa azienda che non conosce le proprietà della terra e che esaurisce il suolo con un utilizzo irrazionale delle superfici arabili.
I piccoli negozi di paese e perfino le vecchie osterie sono stati chiusi, uno dopo l'altro; la sera i borghi non sono più animati dalle risate dei ragazzi, perché molte famiglie se ne sono andate e le nascite sono un evento sempre più raro; dietro le tende delle finestre, nelle grandi case piene di benessere, si intravede solo la luce dello schermo televisivo.
E non è neanche vero che la tecnologia abbia reso sempre più comoda la vita. Quando nevicava parecchio, come in questi giorni, cinquant'anni fa le strade della vallata erano tenute sempre sgombre dagli spalaneve trainati dai buoi; oggi, pur con tutti gli attrezzi meccanici, molte strade rimangono chiuse al traffico. Il comune fa porre un cartello: «Divieto di accesso», e non se ne parla più: chi vuol raggiungere i borghi più a monte deve fare un lungo giro con l'automobile; un giro di alcuni chilometri.
In compenso, il sindaco - come mille altri suoi colleghi - ha fatto piastrellare e ornare di aiuole e di panchine una stradina isolata, dove non passa mai nessuno; e costruire l'ennesima - e inutile - rotatoria stradale,  del costo di alcune centinaia di migliaia di euro. Sarà perché gli spetta la percentuale del dieci per cento per ogni lavoro pubblico intrapreso, indipendentemente dalla sua opportunità e dalla sua utilità?
Scriveva Massimo Fini nel suo libro «La Ragione aveva torto?» (Milano, Camunia, 1985, pp. 6-9):
«L'idea di progresso, così come modernamente la intendiamo, era estranea alle civiltà classiche, sia greca che latina, e alle antiche civiltà orientali e mediorientali. Esse vivevano soprattutto nel presente, erano sostanzialmente astoriche. Furono gli ebrei e poi i cristiani che, come nota Edward H. Carr in una delle sue preziose "lezioni sulla storia", "introdussero un elemento del tutto nuovo postulando un fine verso cui si dirigerebbe l'intero processo storico; nasceva così la concezione teleologica della storia. Questa teleologia, la concezione cioè che la storia avesse un fine, fu ripresa in chiave non più religiosa ma mondana, epperò ancor più ottimistica, dall'illuminismo: "La storia fu concepita sotto forma di evoluzione progressiva, avente per fine la miglior condizione è possibile dell'uomo sulla terra". Ed uno dei maggiori storici illuministi, E. Gibbon, affermò che "ogni età della storia ha accresciuto, e continua ad accrescere, la ricchezza effettiva, la felicità, la conoscenza e forse la virtù della razza umana".
L'ottimismo illuminista aveva alla sua base l'incipiente rivoluzione industriale e la fiducia che la tecnica avrebbe risolto i problemi dell'uomo dandogli, alla fine, la felicità. Il positivismo ottocentesco, nutrito degli ulteriori e poderosi successi della tecnica, segnerà l'apogeo di questa teleologia mondana. Lo stesso marxismo si svilupperà su tale convinzione.
La prima rilevante incrinatura in questa fiducia senza riserve nella tecnica e, di conseguenza, nell'illimitato progresso umano, si avrà dopo la Belle Époque, con la prima guerra mondiale e lo shock delle applicazioni belliche, su vasta scala, delle scoperte scientifiche, incrinatura che è venuta allargandosi man mano che, salendo verso i nostri giorni, la rivoluzione tecnologica si è fatta sempre più penetrante, prepotente, onnicomprensiva, totalitaria. Oggi ci sono dei sospetti sulla scienza e sulla tecnica e lo stesso concetto di progresso è in crisi.
Nondimeno, nonostante sia ormai abbandonata la certezza positivista chela storia ha come fine la felicità dell'uomo e sia generalmente ammesso che comunque nel cammino umano sono possibili interruzioni, involuzioni, "ampi ritorni", nessuno ha avanzato mai esplicitamente il sospetto che il regresso potesse aver superato il progresso e nessuno ha mai azzardato affermare, attraverso un raffronto concreto, sul campo, fra la vita di oggi e quella di ieri, che "si stava meglio quando si stava peggio". Anche coloro che hanno svolto critiche serrate e dure all'attuale civiltà, sia "da destra", come Huizinga, sia "da sinistra", come Horkheimer e Marcuse, hanno comunque tenuto ben fermo il postulato che quello prodotto dalla tecnologia, con tutte le sue ombre, resta pur sempre, rispetto a un "ancien régime" descritto come un mondo di fame, di miseria, di bestialità e di morte, un mondo senza misura migliore. Se le cose attualmente non vanno del tutto bene, la responsabilità non è dello sviluppo industriale e della tecnologia,  ma del cattivo uso che se ne fa. Verranno tempi migliori. Questa convinzione ha finito per risolversi, a sinistra, con un ulteriore rilancio di speranze sul "progresso tecnologico ed industriale che contribuiranno - secondo Horkheimner - a dare vita a un mondo nuovo in cui l'individualità potrà riaffermarsi come elemento d'una forma di esistenza  meno ideologica e più umana. E Marcuse, di rincalzo: "Io credo che i benefici della tecnica e dell'industrializzazione possano risultare evidenti e reali solo rimuovendo l'industrializzazione e la tecnica di tipo capitalistico". In quanto alla critica conservatrice e borghese ed è stata spesso feroce ed autopunitiva nei confronti della società sorta dalla rivoluzione industriale, ma, in nome soprattutto dell'accumulo di ricchezze materiali che lo sviluppo tecnologico ha permesso, non si è mai spinta oltre certi limiti. Scrive per esempio lo stesso Carr: "Credo che pochi, oggi, oserebbero mettere in dubbio l'esistenza di un progresso nell'accumulazione delle risorse materiali e della conoscenza scientifica, nonché il dominio dell'ambiente da un punto di vista tecnologico". In un caso e nell'altro ci si è sempre fermati sulla soglia di un paragone aperto con l'"ancien régime" e quindi di una critica realmente radicale ala civiltà tecnologica.
Le ragioni di un simile atteggiamento mi sembrano sostanzialmente due.  La prima è che le grandi correnti di pensiero che ancor oggi dominano la scena , l'illuminismo, il positivismo, il marxismo, con tutti i loro derivati, sono nate e si sono sviluppate con la rivoluzione industriale, per cui è molto difficile per esse ammettere che questo Dio ha fallito fino in fondo senza mettere in discussione anche se stesse fino in fondo.
La seconda, che è legata intimamente alla prima, riguarda il pregiudizio democratico ed egualitario che è stato uno dei motivi conduttori  del pensiero occidentale negli ultimi due secoli. Per cui si afferma che un certo malessere contemporaneo non è che una nevrosi d'élite, ma che la massa degli individui sta infinitamente meglio di quanto non stesse due secoli fa.  Il malessere insomma riguarderebbe qualche intellettuale e borghese decadente e decaduto., indispettito per aver perso i propri privilegi ("Tutti questi discorsi  sulla decadenza della civiltà significano semplicemente che i professori universitari avevano in passati delle donne di servizio, mentre ora si devono lavare i piatti da soli" [A. J. P., Taylor, "The Observer",  21 giugno 1959]).
L'obiezione è indubbiamente importante e decisiva - anche perché il miglioramento della vita delle masse è, in definitiva, la legittimazione stessa della società industriale - ha solo il difetto di dare per presupposto ciò che invece è da documentare e da dimostrare: che la maggioranza degli individui stesse peggio nel mondo preindustriale di quanto non stia adesso. Ma è proprio vero? Su quali elementi di fatto si basa tale convinzione? Siamo davvero sicuri che il progresso tecnologico abbia accresciuto la ricchezza, il sapere, l'uguaglianza, la libertà, la felicità della specie umana? Che, per usare un'espressione sola, tanto in voga nel giornalismo e nella sociologia contemporanei, abbia migliorato la "qualità della vita"? O non è il caso, attraverso il confronto con un passato in fondo abbastanza recente, di fare qualche modesta ma onesta verifica, tanto più che oggi numerosi ed eccellenti studi di storia materiale e di storia delle mentalità consentono di sapere meno approssimativamente quale fosse la reale vita quotidiana dell'"ancien régime"?
Non si tratta di esaltare il "buon tempo andato". Non ce ne importa niente.  Il mondo preindustriale era un mondo fatto di durezze, di sofferenze,  di disuguaglianze, di fatiche spesso bestiali, lo sappiamo benissimo. Quello che qui ci si chiede è se l'uomo moderno non si sia costruito, senza rendersene conto, delle condizioni di vita ancor più intollerabili di quelle cui aveva tentato sottrarsi e se credendo, con l'ottuso e pericoloso ottimismo di "Candide", di edificare "il migliore dei mondi possibili" non se ne sia fabbricato invece uno dei peggiori.»
Il problema, quindi, non è di conferire la pagella alla società pre-industriale ed a quella tecnologica,  per vedere chi è promosso e chi bocciato; anche perché - lo ripetiamo - nessun confronto è possibile,  se non sulla base di un giudizio preliminare sui valori sociali fondamentali.
Il problema è quello di non essere ciechi di fronte agli aspetti regressivi della modernità e ai pericoli verso i quali ci sospinge il modello di sviluppo attuale, senza che noi abbiamo la possibilità di rendercene conto e di modificare la rotta che i nostri economisti, i nostri amministratori e i nostri politici hanno deciso di tenere, tutti uniformemente convinti della assoluta bontà della tecnoscienza e dei suoi effetti nella vita sociale.
Prima che sia troppo tardi, dobbiamo riscuoterci dal letargo conformistico in cui siamo caduti, contestate l'assurdo teorema secondo cui possedere più cose e avere un più grande potere di manipolazione sulla natura equivalgono, di per sé, a un aumento del benessere e della felicità; e recuperare quel giusto della sobrietà, quel senso della misura e quel rispetto del mistero, che caratterizzavano la vita dei nostri nonni.
Se non lo vorremo farlo con le buone, dovremo faro con le cattive; anzi, questa inversione di rotta si sta già delineando all'orizzonte, sotto l'incalzare della crisi finanziaria che sta diventando una vera e propria crisi economica e che ci costringerà, nei prossimi anni, a rivedere radicalmente il modello consumistico e a reimparare le virtù della parsimonia e della semplicità.
Troppo pane, troppa frutta, troppa carne hanno riempito i bidoni dei rifiuti delle nostre città, in questi ultimi decenni; troppi ettolitri d'acqua sono stati consumati per intrattenersi le mezz'ore sotto la doccia o per cambiare ogni giorno l'acqua della piscina privata.
Se non vogliamo capirlo da soli, ci penserà la crisi ad insegnarci quelle semplici norme di ben vivere che, per i nostri nonni, erano scontate: che non si getta il cibo nei rifiuti, lo si mangia prima che vada a male; che si impara a non acquistarne più di quanto se ne possa consumare in tempo utile; che si impiegano gli avanzi per fare torte col pane duro, macedonie di frutta con le banane e le mele troppo mature, e così via.
Saranno le cause di forza maggiore ad insegnarci il ritorno alla sobrietà, se non vorremo capirlo in altro modo.
Non vedremo più milioni di automobili viaggiare con una sola persona a bordo: impareremo a metterci d'accordo con vicini e colleghi per fare il viaggio in tre o quattro alla volta, a turno, con i mezzi di ciascuno. Tireremo fuori la bicicletta dal garage e torneremo a fare l'abbonamento al treno o alla corriera.
Impareremo a sopportare il caldo facendo a meno del condizionatore, e a sopportare il freddo riducendo l'uso del riscaldamento.
Impareremo a tirar fuori dall'armadio il cappotto dell'anno scorso e porteremo le scarpe dal calzolaio, invece di gettarle via e di comperarcene un paio nuove.
E ai nostri bambini spiegheremo che papà e mamma non possono permettersi di comprare loro il computer nuovo per Natale o di mandarli due settimane al mare nei centri di soggiorno sportivo; e che, anzi, dovranno cercasi loro, i bambini, qualche lavoretto estivo, per arrotondare il bilancio familiare.
Oh, sì che impareremo. Dovremo imparare.
E allora, forse, cominceremo a riscoprire il piacere delle cose semplici, della partita a carte con gli amici, della passeggiata nei boschi vicino a casa, delle lunghe conversazioni o della lettura di un buon libro nelle sere d'inverno.
Ci disintossicheremo un poco dalla tecnologia, dalla moda, dai riti e dai miti aberranti del consumismo cieco e della modernità senz'anima.
Scopriremo che si può stare meglio, pur avendo di meno.

martedì 19 settembre 2017

UDA VII L'età romana

VII MODULO
L’età romana (146 – 31) – Il periodo dagli anni delle riforme dei Gracchi fino ai primi imperi personalistici di Mario e di Silla, arrivando a toccare l’inizio del consolato di Pompeo, ruota essenzialmente attorno agli eventi interni, poiché le guerre contro i nemici esterni hanno un’importanza marginale.
Roma fu impegnata in un gigantesco sforzo di riassestamento organizzativo, conseguenza dei profondi mutamenti sociali e strutturali introdotti dall’ampliamento territoriale dei decenni precedenti.
Nel II secolo Roma da semplice città-stato si trasforma in Impero a livello territoriale, economico, giuridico e politico. Furono anni segnati dalla lotta per il potere tra due opposte fazioni politiche: quella oligarchica senatoria e quella popolare.
In questo periodo, si assiste al declino dell’oligarchia senatoria e all’affermazione progressiva di poteri personalistici ad essa antagonistici.
Le trasformazioni interne e esterne hanno determinato esigenze profondamente nuove nella gestione dello Stato.
Il Senato tenta in qualche modo di ‘aggiornarsi’ rispetto alla nuova situazione, per arginare il dilagare delle forze antagonistiche e rimanere quindi l’istituzione centrale, ma appare evidente l’impossibilità di tale cambiamento. Esso, infatti, finirebbe per snaturare la sostanza stessa di un’istituzione che si basa sul principio di eguaglianza tra pari e sul dominio, esercitato da questi nei confronti della società.
Roma che per sei secoli era stata governata dal Senato, dal 110 a.C. passa nelle mani di uomini ambiziosi. Inizia Caio Mario che per quasi dieci anni esercita un potere assoluto.
Dopo di lui è la volta di Silla, che governa lo Stato fino al 78 a.C. Le sue riforme, miranti a rafforzare il potere del Senato contro il partito popolare, furono poi annullate nel 70 dai consoli Pompeo e Crasso. Entrambi avevano interesse a ottenere i voti dei plebei, perciò ripristinarono molte leggi in loro favore.
Approfittando delle guerre interne ed esterne di Roma, bande di pirati si erano stabilite sulle coste di Creta e dell’Asia Minore. Infestavano il Mediterraneo con vere e proprie flotte da guerra e procuravano danni gravissimi ai commerci di Roma. Nel 67 il Senato affida a Pompeo il compito di reprimere la pirateria. Dotato di mezzi enormi e di poteri straordinari, in soli tre mesi il generale romano spazza via i pirati e distrugge le loro basi. Diventa così l’uomo più potente di Roma.

La crisi della Repubblica - Dopo le guerre puniche e la conquista della Grecia e dell’Oriente, a Roma avvennero profondi cambiamenti.
La diffusione della cultura ellenistica (molti artisti greci si stabilirono a Roma, mentre i ricchi romani trascorrevano sempre più tempo in Grecia e in Oriente) mandò in crisi i valori dei princìpi romani.

Dalla crisi economica e sociale alla riforma dei Gracchi - L'incontro con la cultura ellenistica, determinato dall'estensione dei domini romani sulla Grecia, la Macedonia e parte dell'Asia Minore, fece sì che in Roma si formassero due correnti: quella conservatrice di Marco Porcio Catone, che predicava il ritorno agli antichi costumi e valori romani, e quella innovatrice del circolo degli Scipioni che, pur non rinnegando la tradizione latina, vedeva di buon occhio la cultura greca alla quale cercò di adattare il proprio patrimonio di conoscenze.
La classe dirigente dei senatori aveva consolidato il suo potere durante le guerre, mentre le classi medie si erano impoverite. Era poi emersa, in campo finanziario, la classe dei cavalieri (ordine equestre) che reclamava i propri diritti di fronte al senato. La grande ricchezza che affluiva dalle regioni conquistate permise ai ricchi di comprare territori dell'agerpublicus cioè confiscati ai vinti e appartenenti allo Stato. Si diffusero il latifondo e la schiavitù (anch'essa conseguente alle guerre); molti piccoli proprietari, impoveriti, si trasferirono a Roma in cerca di miglior fortuna.
Un primo tentativo di riforma fu attuato da Tiberio Gracco, un patrizio eletto tribuno della plebe nel 133. La sua proposta di riportare in vigore la legge che vietava di possedere più di 125 ettari di terreno pubblico e di ridistribuire quindi le parti in eccesso, fu avversata dall'aristocrazia senatoria. Tiberio, ripropostosi alla carica di tribuno, fu ucciso in un tumulto e i suoi seguaci condannati a morte. Di ciò risentirono anche gli Italici, che si vedevano tolti i loro territori e che, non essendo cittadini romani, non avevano diritto alle nuove distribuzioni. Molti di loro si ribellarono ma furono puniti duramente.
Nel 123 fu eletto tribuno Caio Gracco, fratello minore di Tiberio, promotore di riforme ancor più radicali. Innanzitutto cercò l'appoggio della classe equestre, facendo in modo che i cavalieri fossero in numero maggiore dei senatori nei tribunali che giudicavano i reati di concussione. Per ottenere il favore della plebe, promosse la fondazione di nuove colonie e propose una Lex frumentaria che dava diritto ai cittadini meno abbienti di ricevere grano a prezzo ridotto. Eletto tribuno una seconda volta, chiese la concessione della cittadinanza agli Italici. I senatori, contrari, si servirono del tribuno Livio Druso per contrastarlo.
Druso propose riforme demagogiche (abolizione del canone d'affitto delle terre per i piccoli proprietari, fondazione di nuove colonie) che offuscarono la popolarità di Caio. In un clima di tensione e di conflitti interni, nel 121, il senato approvò il Senatusconsultumultimum, un provvedimento che conferiva ai consoli, tra cui LucioOpimio avversario di Caio, i pieni poteri perché provvedessero alla salvezza dello Stato con qualsiasi mezzo. Caio, sentendosi ormai sconfitto, si fece uccidere da uno schiavo, mentre i suoi seguaci (circa 3000) furono massacrati.

Dalla Guerra giugurtina all’ascesa di Mario - Sconfitti i Gracchi, l’oligarchia senatoria, cercando il favore dei cavalieri e quello del popolo attraverso piccole concessioni, guadagnò prestigio.
Fra il 125 e il 118 Roma ridusse a provincia la Gallia meridionale. Poco dopo dovette intervenire in Africa, in Numidia dove Giugurta aveva massacrato Romani e Italici residenti a Cirta e aveva usurpato il trono di Aderbale, il quale aveva chiesto l'aiuto romano.
Nel 111 iniziò la guerra che si protrasse fino al 107, quando il comando fu affidato a CaioMario, affiancato dal questore CornelioSilla. Quest'ultimo riuscì a farsi consegnare Giugurta, che fu giustiziato. Al termine del conflitto tutti gli onori furono tributati a Mario che fu rieletto console, mentre Silla mal tollerò di non essere stato considerato.
Il potere di Mario fu consolidato in seguito alla riforma dell'esercito in cui ammise anche volontari nullatenenti ai quali assegnò una paga. Con questo esercito ben addestrato e con nuove tattiche di guerra, Mario, eletto console dal 103 al 100, sconfisse i Cimbri e i Teutoni, popolazioni germaniche che insidiavano i confini settentrionali. Nell'anno 100 il tribuno della plebe LucioApuleioSaturnino, affiancato dal pretore GaioServilioGlaucia, fece approvare una legge che assegnava ai veterani dell'esercito di Mario alcune terre della Gallia Cisalpina. Il senato, contrariato, concesse pieni poteri a Mario per liberarsi dei due politici. Egli li fece uccidere e ciò irritò il partito dei popolari.
Mario lasciò la vita politica e si recò in Asia.

La questione italica e le guerre sociali – Il partito degli ottimati governò da allora incontrastato per una decina d'anni.
Nel 91 ottenne il tribunato Livio Druso, figlio del precedente. Le sue proposte (promozione di alcuni cavalieri a senatori e concessione della cittadinanza agli Italici) provocarono l'ostilità del senato che lo fece uccidere.
Dopo questo fatto i soci (da cui il nome Guerra sociale) Italici si ribellarono per ottenere l'indipendenza da Roma. Molte popolazioni, guidate dai Marsi e dai Sanniti, crearono uno stato federale italico con capitale Corfinio che fu detta Italica. I Romani richiamarono Mario per combattere contro i Marsi, mentre le altre operazioni furono condotte da Pompeo Strabone e Cornelio Silla, eletto console nell'88 a.C. Quando Roma decise di concedere la cittadinanza a coloro che non si erano ribellati o avessero deposto le armi, la lotta si affievolì ma l'esercito romano piegò definitivamente la resistenza dei Sanniti solo nell'80.
Nel frattempo, il re del Ponto Mitridate si preparava a guidare alla ribellione tutti gli stati greci e asiatici soggetti a Roma. Il senato decise di inviare in Asia Silla. Nello stesso tempo, il tribuno SulpicioRufo, che proponeva di dividere gli Italici nelle 35 tribù già esistenti e non di crearne delle nuove, fece votare questa proposta, insieme a quella di mandare Mario in Asia, da senatori e cavalieri, i quali, non gradendo Silla, le approvarono entrambe. Silla, contrariato, dopo aver sconfitto i seguaci di Mario (che fuggì), marciò su Roma impadronendosene.
Nell'87 ottenne di nuovo il comando delle truppe dirette in Oriente. In Grecia saccheggiò ed espugnò Atene alleata di Mitridate. Mario, aiutato dal console Lucio Cornelio Cinna, a capo di un esercito entrò in Roma massacrando i nemici del partito popolare. Un anno dopo, nell'86 a.C. morì.
Silla, in Asia, vinse Mitridate e, nell'83, tornò in Italia. Con l'aiuto di Gneo Pompeo, combatté i seguaci di Mario e gli Italici, sconfiggendoli entrambi. Si fece quindi nominare dittatore e iniziò una serie di feroci repressioni a danno di tutti gli avversari. Confiscò diverse terre che andarono ai suoi soldati e si arricchì a spese dei perseguitati. In politica interna restaurò il potere del senato, limitò quello dei tribuni e dei cavalieri. Infine, nella sorpresa generale, abdicò alla dittatura e si ritirò a Pozzuoli dove morì nel 78.
Alla sua morte le forze più tradizionali ripresero il potere detennero il predominio politico in Roma, mantenendo intatti i cambiamenti portati da Silla all’assetto istituzionale e cercando di estirpare i germi rivoluzionari antioligarchici.
Questo Fino al 70, anno del consolato di Crasso e di Pompeo.

L’ascesa di Pompeo Il giovane GneoPompeo, già ufficiale di Silla, si mise in evidenza attraverso tre imprese. Nel 77 ebbe ragione di Marco Emilio Lepido che, nell'Etruria e nella Cisalpina, aveva tentato di abolire la costituzione sillana. In Spagna, nel 72, domò l'insurrezione dei Lusitani guidata da Quinto Sertorio. In Italia, pose fine a una rivolta di schiavi guidata dal trace Spartaco nel 73, e già affrontata dal generale Marco Licinio Crasso. Insieme a questo fu eletto console nel 70; allo scopo di diminuire l'attività del senato, i due restituirono l'autorità ai tribuni e il controllo dei processi ai cavalieri. Un altro uomo stava emergendo, Marco Tullio Cicerone, l'oratore che era riuscito a far condannare, per le molte ruberie, Verre, ex governatore della Sicilia. Nel 67 Pompeo, al comando di una potente flotta, vinse i pirati che spadroneggiavano nel Mediterraneo. Nel 66 Mitridate, il re del Ponto, tentò una nuova offensiva contro Roma. Pompeo fu mandato in Oriente e, dopo il suicidio del re, conquistò la regione, fece della Siria e della Giudea due provincie romane e sottomise l'Armenia e la Bitinia.

Il primo Triumvirato Nel frattempo a Roma il partito dei popolari appoggiava Gaio Giulio Cesare, un aristocratico simpatizzante di Mario.
Un altro personaggio raccoglieva seguaci, promettendo l'allargamento della cittadinanza, la cancellazione dei debiti e la distribuzione di nuove terre, il sillano Lucio Sergio Catilina. Sconfitto da Cicerone nell'ascesa al consolato nel 63 a.C., ordì una congiura. Cicerone lo smascherò in una seduta senatoria (le famose 4 orazioni Catilinarie), costringendolo a fuggire in Etruria dove poco dopo fu sconfitto e ucciso in battaglia. Rientrato dall'Oriente, Pompeo sciolse l'esercito e rinunciò a instaurare una dittatura; contestato dal senato per l'ordinamento dato all'Asia, si alleò con Cesare e Crasso formando il primo Triumvirato.

La conquista della Gallia - Il carattere di questo accordo fu soltanto privato, non istituzionale. Cesare ottenne il consolato nel 59 e fece approvare la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo.
Nel 58 Cesare ottenne il governo della Gallia Cisalpina e Narbonese. Arrivato in Gallia, costrinse gli Elvezi a rinunciare alla Gallia Narbonese e poi affrontò e ricacciò indietro il principe germanico Ariovisto al protettorato sugli Edui.
Da allora in poi Cesare non arresta più la sua marcia, dirigendosi dapprima verso il Nord della Gallia, poi verso la sua parte occidentale.
Nel 57, sconfitti anche Belgi e Aquitani, riorganizzò l’intera Gallia in una nuova provincia.
Nel giro di appena due anni riesce a occuparla completamente fino al Reno.
Nel frattempo a Roma la vita politica si faceva sempre più confusa e violenta: i capi delle fazioni dei popolari e degli aristocratici organizzano bande armate, e con esse si scontrano per le strade con gli avversari politici, provocando sanguinosi disordini.
Nel convegno di Lucca del 56, Cesare, Pompeo e Grasso si incontrarono una seconda volta, per rinnovare i loro accordi e dividersi le province: Cesare si assicurò il comando in Gallia per un altro quinquennio, Pompeo si riservò la Spagna e Crasso, anch’egli desideroso di procurarsi la gloria militare come i suoi colleghi, scelse la Siria, e diede inizio alla conquista del regno dei Parti, che sbaragliarono l’esercito romano a Cana, in Siria nel 53 e Crasso fu ucciso.
Rientrato in Gallia, Cesare ricacciò al di là del Reno alcune tribù germaniche che avevano tentato di valicarlo, e per due volte sbarcò in Britannia, senza però soffermarsi sull’isola, costretto a rientrare in Gallia per sedare la rivolta di Vercingetorige, re degli Arverni. Nel 52 Vercingetorige si era messo a capo di una grande rivolta contro Roma. In breve tempo molte tribù celtiche si unirono a lui. Cesare deve ricorrere a tutta la sua abilità per domare l’insurrezione. Vercingetorige fu infine sconfitto nel 51 ad Alesia, e Cesare riuscì a pacificare l’intera Gallia nel 50, trasformandola in provincia, che assorbì rapidamente la civiltà romana. Cesare potette così celebrare un grandioso trionfo.

La guerra civile e la morte di Cesare Cesare rimase in Gallia fino al 49, quando il senato inviò un ultimatum con l'imposizione di abbandonare la provincia. Varcato il Rubicone (il fiume che divideva la Cisalpina dall'Italia), Cesare marciò verso Roma.
Era l'inizio della guerra civile. Pompeo, con il senato, fuggì in Oriente cercando di organizzare l'esercito. Lo scontro decisivo avvenne a Farsalo, in Tessaglia nel 48. Cesare ebbe la meglio: Pompeo si rifugiò in Egitto presso Tolomeo XIV, il quale, per ottenere il favore di Cesare, lo fece uccidere a tradimento.
Giunto in Egitto, Cesare affidò il trono a Cleopatra, sorella di Tolomeo, della quale era divenuto l'amante. Nel 47 sconfisse Farnace, figlio di Mitridate; in Africa e in Spagna vinse definitivamente la resistenza dei pompeiani fra il 46 e il 45.
Tornato a Roma, ormai senza rivali, si dedicò a una serie di riforme economiche e sociali. Console dal 48 in poi, nel 46 fu nominato dittatore per dieci anni e, all'inizio del 44, dittatore a vita. Tale somma di poteri provocò il risentimento di uomini del suo partito.
Alle Idi di marzo del 44, durante una riunione del senato, fu ucciso in una congiura dai repubblicani Bruto e Cassio.

Esordio e ascesa di Ottaviano – La successione a Cesare fu contesa da Antonio, generale di Cesare, e Ottaviano, un giovane adottato da Cesare col nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano.
Dapprima Ottaviano cercò di affrontare il rivale ma, accortosi dell’opposizione del senato, fattosi nominare console, si alleò con lui.
Per liberarsi del controllo del Senato, Marco Antonio, capo dei sostenitori di Cesare, propose un’alleanza a Lepido, comandante delle legioni della Gallia, e ad Ottaviano, pronipote di Cesare che, nel suo testamento, Cesare aveva nominato erede.
Nel 43 nacque così il secondo Triumvirato, composto da Ottaviano, Antonio e Lepido, che ebbe il compito di elaborare una nuova costituzione.
Tutti i rivali di Cesare entrarono nelle liste di proscrizione. Nel 42 le truppe dei tre sconfissero a Filippi, in Macedonia, l’esercito di Bruto e degli altri uccisori di Cesare.
I tre triumviri si spartirono l’Impero: Antonio ebbe la Gallia e l’Oriente, Lepido l’Africa Ottaviano, pur restando in Italia, la Spagna.
In seguito allo scontro tra Ottaviano e i seguaci di Antonio rimasti in Italia, fu stretto un nuovo accordo a Brindisi nel 40 a.C., secondo il quale Antonio rinunciava alla Gallia. Lepido, che aveva aiutato Ottaviano a togliere a Sesto Pompeo (figlio di Gneo) la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, pretese per sé la Sicilia.
Ottaviano, contrariato, gli tolse l’Africa e lo espulse dal Triumvirato lasciandogli soltanto la carica di Pontefice Massimo.

Ottaviano e Antonio - Ottaviano diventò il padrone dell’Occidente ed Antonio dell’Oriente. Antonio, si stabilì nelle province orientali, dove si innamorò della regina Cleopatra, che gli mise a disposizione le immense ricchezze del suo regno, dividendo con lui il potere. Nel 37 Antonio la sposò, dimenticando il legame con Ottavia, sorella di Ottaviano, e cominciò a farsi adorare come un dio, secondo il modello orientale.
Ciò indignò Ottaviano, difensore degli austeri valori romani, e, rinfacciando al rivale gli insuccessi contro i Parti, indusse il senato a privare Antonio della sua carica e a dichiarare guerra all’Egitto.
Ottaviano approfittò astutamente dei sospetti che i Romani nutrivano contro Cleopatra, regina straniera, e riuscì a far credere che Antonio fosse diventato un nemico di Roma.
Si giunse così allo scontro decisivo avvenuto ad Azio, davanti alle coste dell’Epiro, nel 31: la flotta egiziana fu sconfitta dal generale Agrippa, al comando della flotta di Roma, e ciò costrinse Antonio e Cleopatra alla fuga ad Alessandria. I due, per non cadere nelle mani del nemico, preferirono uccidersi alcuni mesi dopo, quando seppero dell’arrivo delle truppe di Ottaviano.
Con il suicidio di Cleopatra, l’unica dei Tolomei che parlasse la lingua egiziana, si concluse la monarchia dei Tolomei e l’ultima fase storica di un Egitto indipendente. Le legioni di Ottaviano invasero l’Egitto così l’ultimo regno ellenistico rimasto indipendente divenne una provincia romana, posta direttamente sotto l’autorità dell’imperatore rappresentato da un prefetto.
Scomparsi gli ultimi avversari in grado di contrastarlo, Ottaviano rimase l’unico padrone di Roma, e si preparò a trasformare la repubblica in un suo dominio personale, in un impero.
Ottaviano, rientrato a Roma nel 29, fu accolto da trionfatore.
Con la vittoria di Ottaviano su Antonio ad Azio, si tirarono le fila della confusa storia tardorepubblicana. All’inevitabile sbocco autoritario sul piano del governo corrispose un tentativo di restaurazione morale e religiosa che mirava a presentare all’opinione pubblica più conservatrice il nuovo ordine in termini di continuità con il vecchio.

Tra Repubblica e Impero: il Principato di Augusto - L’ultimo secolo della Repubblica, percorso da conflitti civili e instabilità politica, aveva messo in evidenza l’inadeguatezza del sistema di governo romano.
Tutti sentivano il bisogno di una pacificazione. La classe dirigente non ammetteva la cancellazione delle istituzioni e considerava la monarchia assoluta come una negazione della libertà.
Ottaviano comprese questa situazione: la solidità del governo di Augusto (titolo ottenuto dal senato) fu determinata dalla larga adesione del popolo al suo programma e dal senso di riconoscenza per l’instaurazione della pace.

Augusto princeps- Dopo la vittoria di Azio contro Antonio, Ottaviano cercò di consolidare il suo potere, evitando atti che potessero farlo sospettare di aspirare al dominio assoluto. Nel gennaio del 27 a.C. il senato gli confermò le funzioni precedenti e gli conferì un potere militare, l’imperium decennale e il governo di un certo numero di province; ricevette inoltre il titolo di Augusto, termine che indicava l’autorità quasi sacra, sottolineandone la dignità) e onorificenze simboliche.
Dal 31 al 23 a.C. fu ininterrottamente console, non potendo avere il consolato a vita, si fece assegnare, nel 23 a.C., un nuovo tipo di imperium, detto imperiumproconsularemaius et infinitum. In particolare questo potere fu conferito dal Senato ad Augusto insieme alla tribuniciapotestas a vita.
Si trattava di un imperiummaius perché era superiore a quello di tutti gli altri proconsoli, e infinitum in senso spaziale e temporale, perché non limitato a una sola provincia e non predeterminato nel tempo e sull’esercito, superiore a quello dei proconsoli; la tribuniciapotestas, cioè la totalità dei poteri dei tribuni, con diritto di veto e facoltà di proporre e far approvare le leggi che egli stesso, come princepssenatus, capo del senato, aveva il diritto di votare per primo.
Nel 23 a.C. erano dunque poste le basi costituzionali del Principato; altre connotazioni essenziali del nuovo regime prenderanno corpo in seguito, per esempio il pontificato massimo nel 12 a.C. alla morte di Lepido e il titolo di padre della patria, nel 2 a.C.
In campo militare Ottaviano ridusse il numero delle legioni a 28, dalle 60 delle guerre civili, e costituì una guardia personale del principe, la guardia pretoriana, comandata da due prefetti equestri. Il collocamento in congedo dei veterani richiese la fondazione di colonie e l’istituzione di una cassa apposita, l’erario militare (6 d.C.).
In politica estera il principato di Augusto fu il più travagliato da guerre di quanto non lo siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori: furono, infatti, coinvolte quasi tutte le frontiere, dall’oceano settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della Cantabria fino al deserto dell’Etiopia, in un piano strategico preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo l’intero bacino del Mediterraneo ed in Europa, con lo spostamento dei confini più a nord lungo il Danubio e più ad est lungo l’Elba. Le campagne di Augusto furono effettuate per consolidare le conquiste disorganiche dell’età repubblicana, che rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori. Mentre l’Oriente poteva restare più o meno come Antonio e Pompeo lo avevano lasciato, Augusto rafforzò i confini settentrionali dell’Impero con una serie di campagne militari e con l’istituzione di nuove province l’Europa fra il Reno ed il Mar Nero necessitava una nuova riorganizzazione territoriale in modo da garantire una stabilità interna e, contemporaneamente, frontiere più difendibili: il Norico, parte dell’Austria, la Pannonia, attuale Ungheria, la Mesia, (tra il Mar Nero e i Balcani, e la Rezia, Trentino Alto Adige e parte della Svizzera.
Il tentativo di penetrazione della Germania, fino all’Elba, fu interrotto dall’insurrezione di tribù germaniche (9 d.C.) guidate da Arminio. Il confine fu così stabilito al fiume Reno.
In campo amministrativo Augusto riformò
·         il sistema dei servizi (corpi di polizia, riscossione delle imposte, censimenti periodici di tutta la popolazione),
·         l’amministrazione della città di Roma con a capo il prefetto urbano, dell’Italia (ripartita in undici regioni) e delle province (divise in imperiali, ovvero quelle non pacificate e direttamente dipendenti dal principe, e senatorie, sottoposte al governo del senato).
Il senato, pur avendo perso importanza dal punto di vista politico, fu coinvolto nell’amministrazione dell’Impero. Dal senato provenivano
·         i proconsoli, amministratori delle province pubbliche,
·         i comandanti degli eserciti,
·         i curatoresaddetti alle opere pubbliche
·         il praefectus urbi, il prefetto urbano, che esercitava poteri di polizia.
Solo i senatori più ricchi o i loro figli potevano percorrere la carriera politica, il cursus honorum fino alle cariche più alte, dalla questura al consolato.
Generalmente i consoli, dopo sei mesi o meno, abbandonavano la carica, cedendo il posto a sostituti, i suffecti, garantendo un ricambio che accontentava un gran numero di aspiranti.
Coloro che possedevano almeno 400.000 sesterzi, per diritto di famiglia o per concessione dell’imperatore, potevano aspirare alla carriera equestre. I cavalieri potevano diventare praefecti governatori e amministratori del fisco delle province imperiali. Potevano inoltre aspirare alla carica di prefetto del pretorio, capo della guardia personale del princeps, o alla prefettura in Egitto, provincia considerata dominio personale di Augusto.
I comizi persero tutto il loro potere, limitandosi ad acclamare i candidati scelti dal senato a sua volta influenzato dalle decisioni del princeps.
Augusto creò anche una fitta rete di funzionari con i quali controllava l’attività degli organi repubblicani e governava le province imperiali. Essi erano nominati e dipendevano direttamente da Augusto che dava loro anche una retribuzione, a differenza di quanto avveniva per i magistrati della Repubblica che svolgevano i loro compiti gratuitamente. La carriera dei funzionari prevedeva promozioni per i più meritevoli che potevano anche aspirare a diventare membri del senato.

L’organizzazione del consenso - Ottaviano riuscì a creare attorno a sé un clima di consenso e di riconoscenza per la pace che era finalmente tornata dopo anni di lotte intestine, di persecuzioni tra avversari politici e di instabilità amministrativa.
Tale consenso fu anche frutto di una incisiva attività propagandistica. Augusto si presentò come il restauratore del vecchio ordine, degli antichi valori morali e religiosi.
Tali messaggi furono ampiamente diffusi attraverso tutti i canali della comunicazione allora disponibili (epigrafi, monete, oggetti d’arte e monumenti), oltre che dall’attività del circolo di Mecenate.
Mecenate svolse un ruolo molto importante nell’organizzazione della propaganda politica di Augusto. Egli aveva compreso l’importanza dell’arte e della poesia presso l’opinione pubblica: intorno a lui si raccolsero i principali intellettuali del tempo come Livio, Virgilio, Properzio e Orazio. Mecenate li sosteneva con doni e aiuti finanziari tratti dal suo ingente patrimonio, affinché potessero dedicarsi unicamente alla loro arte. I poeti contraccambiavano celebrando nei loro versi lo stesso Mecenate, Augusto e il suo programma politico. Eppure, il tratto più notevole dei letterati riuniti attorno a Mecenate è che essi mantennero gran parte della loro indipendenza e che nessuno di loro mise direttamente in versi l’epopea di Augusto.
Grazie alla personalità di Mecenate, i suoi amici poeti subirono la sua influenza a loro insaputa: a Mecenate non interessava se essi si rifiutavano di cantare Augusto nei loro versi o se qualche altro grande poeta non faceva parte del suo circolo. L’importante era che in quei versi aleggiasse la restaurazione augustea nella serenità e nell’equilibrio delle passioni con cui i poeti cantavano l’amore, la vita semplice della campagna, l’odio per la guerra, le antiche favole del mito.
Inoltre, Augusto persegue un’azione religiosa che si ispirava agli imperativi nazionali. Ossessionato dall’angoscia della decadenza religiosa dei suoi concittadini e dall’urgenza di rimediarvi, egli dà vita ad una rigida restaurazione religiosa, recuperando le forme più tradizionali del passato, riproponendo il mos maiorum, cioè gli esempi tramandati dagli avi, le virtù di semplicità, di purezza familiare, di incrollabile fermezza, di coraggio, su cui era fondata la grandezza di Roma. Oltre  che dal ritorno ai culti arcaici, Augusto fece restaurare vecchi templi in rovina e riorganizzò i collegi sacerdotali di cui egli stesso fece parte, fu caratterizzata dalla nascita di forme di culto alla persona del principe che, spontanee in Oriente, furono associate in Occidente e in Italia alla dea Roma. Con questo proclamato nazionalismo, la restaurazione religiosa di Augusto combatteva i culti orientali e i loro misteri
Il nuovo equilibrio garantì una ripresa generale della vita civile e dell’economia; furono restaurati vecchi edifici e ne furono costruiti di nuovi per abbellire la città di Roma. Sorsero numerosi templi, basiliche, piazze e portici (il Pantheon, il teatro di Marcello, l’Ara pacis[1]).
La questione della successione - Augusto si preoccupò di assicurare una trasmissione pacifica del suo potere. Egli non avrebbe nemmeno diritto legalmente a designare un successore: sarebbe spettato al senato designare il successore, ma grande importanza avevano ormai acquisito anche i cavalieri e i funzionari imperiali.
A Roma, la soluzione imperiale era quella prevalente perciò non sarebbe dovuto essere difficile per l’Imperatore predisporre la propria successione. Il vero ostacolo a tale impresa fu costituito tuttavia dalle molte guerre, che causeranno la morte di tutti gli eredi putativi di Ottaviano, in particolare i nipoti Marcello, Gaio e Lucio. La loro morte e gli scandali che coinvolsero la figlia Giulia allontanarono e resero sempre meno praticabile la soluzione familiare e dinastica, che egli aveva progettato.
Augusto pensò a una successione ereditaria e, non avendo figli maschi, individuò possibili successori che progressivamente adottò, ma ai quali egli sopravvisse. Fu pertanto indotto ad adottare, nel 5 d.C. Tiberio appartenente alla potente famiglia dei Claudii e figlio di primo letto della seconda moglie Livia e a conferirgli riconoscimenti istituzionali quali la potestà tribunizia e l’imperium proconsolare maius associandolo al governo imperiale e preparandolo ad accogliere la sua eredità.
L’instaurazione nel 14 di un nuovo sovrano, fu segnata subito dall’eliminazione dei molti rivali nella successione al trono. L’Imperatore e la sua corte sono realtà troppo ambite perché vi si rinunci facilmente. Inizia difatti una lotta spietata per la conquista delle cariche più prestigiose dell’Impero, lotta che è segno della nuova temperie assolutistica, che cova sotto l’immagine illusoria dell’antica Repubblica.




[1]L'Ara Pacis – È una delle più alte espressioni dell'arte augustea e un'opera di profondo simbolismo, che acquista significato nel quadro del passaggio storico dalla Repubblica all’Impero.
La sua costruzione fu votata dal Senato romano nel 13 a.C. per celebrare il vittorioso ritorno di Augusto dalle province occidentali. Poiché la dedicatio del monumento fu celebrata il 30 gennaio del 9 a.C., il completamento dell'opera richiese tre anni e mezzo, per realizzare la ricca e complessa decorazione, affidata a scultori attici attivi a Roma nel I sec. a.C.
L'Ara Pacis è costituita da un recinto con due fronti e due lati. Al centro dei lati più corti due aperture danno accesso all'altare, sul quale venivano compiuti i sacrifici.
La decorazione scultorea corre sui lati esterni e su quelli interni del recinto.
Quella esterna si svolge su due fasce: la superiore reca un fregio figurato, l'inferiore una decorazione vegetale a girali d'acanto. I girali si sviluppano con simmetria rigorosa intorno all'asse disegnato dallo stelo verticale dell'acanto e celano nel fogliame piccoli animali o si intrecciano con rami di altre piante. L'intera composizione è sormontata dalla presenza di cigni ad ali spiegate. La valenza simbolica dell'intero disegno e dei singoli elementi allude allo stato aureo di natura e al ritorno di un'età di rinascita e prosperità sotto la guida del princeps.
La fascia superiore esterna del recinto rappresenta, sui lati nord e sud, una processione. Sul fronte meridionale, compare Augusto a capo velato e coronato di alloro, preceduto e seguito dai membri delle principali cariche sacerdotali dello Stato: lo precedono i Pontifices e lo circondano gli Augures mentre al suo seguito si riconoscono i tre Flaminesmaiores.
Il significato della processione è oggetto di diverse interpretazioni: è possibile che sia rappresentato il reditus di Augusto, il suo ritorno a Roma dalle vittoriose campagne in Gallia e Spagna ed i consoli e i massimi sacerdoti romani sarebbero rappresentati nell'atto di accogliere il principe vittorioso, portatore di pace, prosperità e abbondanza.
Sullo stesso fronte meridionale è ritratto Agrippa, amico, principale collaboratore e genero di Augusto, morto durante la realizzazione dell’Ara Pacis. Agrippa apre la sequenza dei familiari, concepita come un vero e proprio programma dinastico. La successione dei congiunti è così sapientemente calcolata che tutti gli imperatori romani, fino a Nerone, discendono dai membri della famiglia Giulia qui raffigurati.
Altri membri della famiglia imperiale, di minore spicco, compaiono sul lato settentrionale del recinto. Qui la processione ritrae gli ordines sacerdotali dei Septemviriepulones, addetti ai sacrifici cruenti, degli Augures e dei Quindecemvirisacrisfaciundis, custodi dei libri sibillini, esaurendo in questo modo la rappresentazione delle cariche religiose più importanti dell’ordinamento romano.
Le due fronti dall'edificio, ai lati delle porte, sono decorate nella fascia superiore da quattro pannelli, due per ciascun lato.
Sui pannelli del fronte occidentale sono rappresentati Enea che sacrifica una scrofa ai penati, e Romolo e Remo allattati dalla lupa. Il primo motivo celebra la discendenza della gens Julia, da Enea e da suo figlio Julo, da cui prende il nome la famiglia di Augusto.
Il pannello di sinistra è molto frammentario. In esso era rappresentata la lupa che allatta Romolo e Remo alla presenza del dio Marte, padre dei gemelli, e del pastore Faustolo. In questo modo l’Ara Pacis significava la doppia origine divina dei romani e del principe: dal dio guerriero i primi, tramite i gemelli, da Venere il secondo, tramite il pius Enea.
Sul fronte orientale il pannello di sinistra rappresenta la cosiddetta Tellus, secondo il motivo ellenistico della terra fertile e dei suoi frutti, rappresentati dai due putti che le siedono in grembo. La Tellus è interpretabile come divinità polisemica, dalle molte valenze simboliche, riassuntiva dei significati di pace e prosperità e assimilabile alle figure di Gea, Venere e Rea Silvia. Ai lati due ninfe, una su un cigno, la seconda su un drago marino. Del pannello di destra resta solo il frammento di una figura femminile seduta sopra un trofeo d’armi: la dea Roma vincitrice, forse affiancata dalle figurazioni di Honos e Virtus.
l’Ara Pacis accoglieva chi entrasse dalla via Flaminia con la rappresentazione della pax romana stabilita tramite l’imperio terra marique.
Anche lungo le pareti interne del recinto si svolgono due fregi sovrapposti, rappresentanti l'inferiore una palizzata in legno e il superiore una serie di ghirlande di frutta e foglie.
L'altare interno è la parte meno conservata dell'Ara. ll'altezza della mensa rimane invece una figurazione di dimensioni ridotte, dove si distinguono le vestali.