Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

martedì 8 maggio 2018

Italiano - classe I - grammantologia - V unità


MAT 1 La seconda guerra persiana - Nel 480 a.C. ha inizio la Seconda guerra persiana. La linea difensiva fu attestata al passo delle Termopili (agosto-settembre 480 a.C.). Qui prese posizione un esercito di circa 7000 uomini, al comando del re spartano Leonida. La flotta greca, forte di 270 navi, si schierò invece all’estremità settentrionale dell’Eubea, presso capo Artemisio, per impedire uno sbarco dei nemici alle spalle delle difese alleate.
I Persiani attaccarono per due giorni lo schieramento greco alle Termopili, senza riuscire a sopraffarlo. Il terzo giorno, Efialte, un pastore greco, tradì i Greci indicando ai Persiani un sentiero attraverso la montagna, seguendo il quale il sovrano persiano Serse succeduto al padre Dario I) riuscì a sorprendere i Greci alle spalle. Leonida, venuto a conoscenza del tradimento, congedò tutti gli alleati per risparmiarli (le forze persiane erano ben più numerose e la sconfitta greca pressoché certa). Lui e i suoi 300 “opliti” spartani sarebbero rimasti per coprire la ritirata. Tutti gli Spartani morirono sul campo.  A capo Artemisio, intanto, i Greci non erano riusciti ad arrestare le flotta persiana nella sua navigazione verso Atene. Si profilava un disastro. L’aristocratico ateniese Temistocle (525 a. C. circa – 460 a. C) allora, visto che nulla più si opponeva all’avanzata dei Persiani, fece evacuare Atene e trasferì tutta la popolazione dell’Attica sulle isole di Salamina ed Egina; poi portò la flotta greca nello stretto braccio di mare tra l’Attica e l’isola di Salamina e attese. L’esercito di Serse invase l’Attica, incendiò e saccheggiò Atene, puntando quindi verso il Peloponneso, dal quale lo separava però la linea difensiva organizzata dagli Spartani. L’audace piano di Temistocle riuscì alla perfezione: egli attirò la flotta nemica nello stretto braccio di mare fra Salamina e l’Attica e le navi persiane si ritrovarono prive di libertà di manovra, una addosso all’altra. Non riuscendo a manovrare e ostacolandosi le une con le altre, le navi persiane vennero attaccate, speronate e incendiate dalle triremi greche, sotto gli occhi di re Serse, che osservava lo scontro assiso su un trono, dalle pendici di un monte vicino.
L’atto finale della Seconda guerra persiana si ebbe a partire dalla primavera del 479 a.C., quando l’esercito persiano, comandato dal generale Mardonio, si mise nuovamente in marcia verso l’Attica. A distanza di pochi mesi la popolazione di Atene abbandonò ancora una volta la città. Gli Ateniesi chiesero aiuto agli Spartani, che però si mostrarono riluttanti. Tuttavia il timore che gli Ateniesi, esasperati, decidessero di stringere una pace separata con i Persiani, li spinse a inviare i rinforzi. La battaglia decisiva si svolse in Beozia, nei pressi della città di Platea. I Greci riuscirono a mettere in campo un esercito ragguardevole (circa 70.000 uomini), alla guida del re spartano Pausania. Ancora una volta le truppe nemiche erano molto superiori per numero, ma ancora una volta il modo di combattere greco si rivelò superiore a quello persiano e gli invasori subirono una gravissima sconfitta (20 agosto 479 a.C.).
Di lì a pochi giorni, la flotta greca ottenne una brillante vittoria sulla flotta persiana presso il promontorio di Micale, a nord di Mileto (27 agosto 479 a.C.).
I Greci interpretarono le guerre persiane come un conflitto di civiltà, come uno scontro fra libertà e schiavitù. Le città greche avevano saputo difendere la loro libertà, scrivendo alcune delle pagine più eroiche della storia universale. Naturalmente, questo punto di vista, che è giunto sino a noi attraverso i secoli, dipende anche dal fatto che tutto ciò che sappiamo della vicenda deriva da fonti greche, e in particolare dall’opera di Erodoto, le Storie. Probabilmente questo conflitto non ebbe per i Persiani la stessa centralità che per i Greci, i quali lo vinsero anche grazie all’effettiva superiorità dello loro truppe cittadine, in lotta per la propria sopravvivenza, rispetto a quelle mercenarie assoldate dal re persiano.

T 6 La resa dei conti
Da Lo scudo di Talos[1] di Valerio Massimo Manfredi[2]

·         Il libro parla di un bambino di nome Talos. Purtroppo egli è zoppo, così viene considerato invalido dalla legge di Sparta. Quindi il padre Aristarchos, essendo uno dei capifamiglia più importanti di Sparta, lo abbandona a malavoglia su un monte vicino alla città, chiamato Taigeto.
·         Un giorno un ilota di nome Kritolaos lo trova e decide di prendersene cura, visto che il bambino è ancora un neonato. Decide di affidarlo alla figlia perché lui deve lavorare nei campi durante il giorno e non può assisterlo. Il bambino cresce e impara molte cose sul lavoro nei campi e sulle cose della vita quotidiana. Kritolaos lo sottopone a duri allenamenti per rinforzare quel piede rattrappito che trascina con tanta fatica. Poi gli mostra un’armatura nascosta da molti anni in una grotta:è l’armatura del re Aristodemos, e c’è anche una spada e un arco di corno. Talos si esercita con l’arco e diventa molto bravo. Poi si innamora di una bellissima ragazza di nome Antinea, che egli salva quando un gruppo di spartani si prende gioco di lei.
·         Il tempo passa e un giorno Kritolaos muore, mentre la guerra tra Sparta e i persiani si avvicina. Così, durante la preparazione dei guerrieri, Talos viene scelto da un guerriero di nome Brithos come servo personale. Brithos è il capo di quelli che hanno aggredito Antinea e ha scelto Talos perché ha visto in lui una grande forza in quello scontro. Allora l’esercito di 300 uomini, comandato dal re Leonidas, parte verso le Termopili per affrontare i persiani capeggiati da Serse. Lo scontro è terribile perché i persiani sono in numero nettamente superiore. Prima di morire , il re spartano scrive un messaggio per gli Efori e gli Anziani di Sparta, così ordina a Brithos, Aghias e Talos di portarlo a Sparta. Essi eseguono l’ordine del re mentre i loro compagni muoiono in guerra, ma appena arrivati in città e consegnato il messaggio agli Efori si sparge la voce che il messaggio è vuoto. Preso dalla disperazione Aghias si impicca in casa sua e quindi Brithos, perso il padre Aristarchos in guerra e il suo migliore amico decide di suicidarsi. Il suo tentativo fallisce perché Talos e un suo amico di nome Karas glielo impediscono. Essi lo convincono a combattere per il suo onore e lui accetta di seguirli. Talos riprende il suo mitico arco e insieme a Brithos crea scompiglio tra i gruppi persiani sparsi per la Grecia. Intanto c’è un’altra guerra fra Sparta e i persiani e si svolge a Platea. Inizia la guerra e Brithos decide di suicidarsi ad insaputa di Talos andando incontro ai persiani da solo.

1.      Era ormai la primavera avanzata e a Sparta[3], poiché era morto Kleombrotos, la reggenza fu affidata a suo figlio Pausanias, non essendo ancora il figlio di Leonìdas[4] in età per re­gnare. L'altro Re, Leotichidas, era in Asia con la flotta allea­ta per fronteggiare un nuovo attacco che il Gran Re voleva sferrare contro la Grecia. Lo scontro sarebbe stato certo quel­lo decisivo e così il governo di Sparta reclutò tutti gli uomini che poté, compresi gli Iloti, ai quali fu dato un armamento leggero. Appena il concentramento delle truppe fu terminato, l'armata si mosse raccogliendo per via tutti gli alleati.
2.      Avvertito di quanto stava accadendo, il generale persiano Mardonios, che stava portando di nuovo il suo esercito verso l'Attica, si ritirò in Beozia, dove poteva contare sull'appoggio dei Tebani a lui fedeli. Passato l'istmo, Pausanias penetrò in Beozia schierando la sua armata presso il fiume Asopos. Era un esercito quale prima di allora non si era mai visto. Da Ate­ne, Corinto, Mègara, Egìna, Trezène, Erètria, migliaia di opliti si erano radunati per respingere una volta per tutte i Persiani dalla Grecia, e vendicare i caduti delle Thermòpili e di Salamina. Sennonché in quel terreno piuttosto aperto, la caval­leria dei Persiani, veloce ed agilissima, aveva buon gioco e spesso l'esercito ellenico doveva ridursi sulla difensiva. Lontano dai posti di rifornimento, il grande esercito non riusciva a mantenere le comunicazioni e rischiava di restare senza viveri. I cavalieri persiani, poi, con le loro incursioni, respingevano dal fiume tutti coloro che cercavano di rifornirsi di acqua; la fonte Gargaphia, infatti, l'avevano già interrata e inquinata cosicché Pausanias era anche minacciato di rimanere senz'acqua. Mandò un distaccamento di serventi e di portatori a ri­fornirsi di viveri, ma questi non fecero più ritorno: la cavalleria di Mardònios doveva averli tagliati fuori dal valico sul monte Kithàiron.
3.      Tutte queste cose Talos[5] era venuto a sapere dagli Iloti che cercavano di provvedere l'acqua lungo il torrente Oeròe che, essendo un po' fuori mano, era meno esposto agli attacchi della cavalleria persiana.
4.      Sulla cima di una collina, nei pressi del villaggio di Krèusis, egli scrutava i fuochi degli accampamenti greci dislocati nella piana: erano sparsi qua e là senza ordine e rivelavano la situazione di scoraggiamento e di rilassatezza che stava spargendosi tra le file dei combattenti. Brithos[6], che al suo fianco osservava la scena, si batté una mano su una coscia: «Maledizione,» esclamò «si faranno massacrare. O si tol­gono di lì o attaccano battaglia e la fanno finita.»
«Non deve essere facile» ribatté Talos. «Una ritirata po­trebbe trasformarsi in un disastro. Pausanias è praticamente privo di cavalleria e qui non siamo alle Termopili. Penso co­munque che domani sarà la giornata decisiva.» Si volse verso il compagno che era divenuto improvvisamente silenzioso.
«Vuoi dire che è giunta anche per me la giornata decisi­va?» chiese Brithos.
«Se la tua decisione è ancora valida, sì; domani i tuoi com­pagni e il tuo Re sapranno chi è veramente l'uomo che hanno respinto da sé come vile.»
Brithos si sedette sull'erba secca. Era una bellissima notte, migliaia di lucciole vagavano per le stoppie e il canto intermit­tente dei grilli si spargeva nell'aria profumata di fieno.
«A cosa pensi?» disse Talos.
«A questi mesi trascorsi... a domani. Io sono vivo perchè tu mi hai impedito di uccidermi e mi hai dato uno scopo per continuare; domani io entrerò in battaglia e se ci sarà vittoria» se io mi saprò riscattare, rientrerò nella mia casa, nella città.»
«Capisco cosa vuoi dire» lo interruppe Talos. «Tu sarai di nuovo uno spartiate e io un ilota. Vuoi dire forse che il tuo animo è triste?»
«Non so,» disse Brithos «le mie mani sudano e non mi era mai successo, nemmeno alle Termopili. Ho aspettato questo momento per mesi e ora non vorrei che fosse giunto; ci sono tante cose che vorrei sapere, di me, e anche di te, ma non c'è più tempo. Se vinco la mia battaglia, la tua e la mia vita pren­deranno strade diverse. Se la perdo, comunque, non saprò ciò che avrei voluto. Abbiamo combattuto insieme, protetto la vita l'uno dell'altro cento volte; abbiamo ucciso per vivere o per sopravvivere, come tu mi dicesti quella notte sul mare, eppure io non so ancora perché tutto questo è avvenuto, perché un ilota mi ha salvato la vita, un uomo che si è trovato con la punta del mio giavellotto alla gola. Non so perché tu hai lasciato tua madre e la tua gente e non so perché quell'arco an­tico e terribile è nelle tue mani...»
Talos che stava appoggiato al tronco di un olivo selvatico, volgendo le spalle al compagno, si sedette a sua volta: rigirava tra le dita uno stelo di ave­na. A un certo punto corrugò la fronte, come se cercasse di ricordare qualcosa, poi parlò:
Il drago e il lupo prima con odio
implacabile si lacerano, poi, quando domato
dal dardo che il medo lunga-chioma scaglia tremendo
giace trafitto il leone di Sparta,
prende la spada colui che ha tremato,
l'arco ricurvo impugna il custode
d'armenti, insieme a gloria immortale
correndo...
I versi gli uscirono, suscitati dalla mente, improvvisamente chiari, i versi di Perialla, la Pizia fuggiasca.
«Perché queste parole, Talos?» chiese Brithos, riscuotendolo dai suoi pensieri.
«È una profezia, Brithos, che solo ora, in questo momento mi è chiara. Il drago dei Kleomenidi e il lupo del Taigeto si erano lacerti dapprima con odio implacabile e poi insieme corrono verso la gloria. Colui-che-ha-tremato e il pastore d'armenti... siamo noi.»
«Chi ha pronunciato quelle parole... quando?... » chiese di nuovo Brithos. «Sono parole di una profezia veritiera... Ricordi la Pizia Perialla?»
«Sì» mormorò Brithos. «E ricordo la fine atroce di Re Kleomènes[7]
«Io l'ho vista, nella capanna di Karas, e mi ha fatto questa profezia. Quei versi sono rimasti sepolti nella mia mente per lungo tempo, senza senso, e ora soltanto li ho sentiti risuonare dentro di me. Qualcosa dunque unisce i nostri destini, Bri­thos, è quella cosa che ha fermato la tua mano quel giorno nella pianura e che ha spinto me a fermare la tua quella notte nella foresta. Ma più di questo non so, non riesco a vedere, gli dei sanno, Brithos, ma raramente lasciano che noi conoscia­mo i loro pensieri.»
«Cos'altro ti disse la Pizia?»
«Disse altre cose, ma non so interpretarle, ora; certo il mo­mento non è ancora giunto. Mi chiedi perché nelle mie mani c'è il grande arco di corno. Ebbene un giorno qualcuno me lo ha consegnato perché lo custodissi e mi ha insegnato ad usarlo, così come mi ha insegnato a usare il mio piede zoppo, a muovere il mio corpo, così come ha educato il mio cuore e la mia mente. In quell'arco sta rinchiuso un segreto della mia gente. Non chiedermi di rivelartelo poiché sei uno spartiate, Brithos, e la tua stirpe tiene soggiogato il mio popolo.»
«Sei un guerriero... Talos, tu sei un guerriero, non è vero? Un guerriero e un capo fra la tua gente. È questo forse che ci ha uniti ed è questo che tiene separati i nostri destini; anche se il nostro animo lo vuole, non possiamo infrangere i limiti che gli dei ci hanno assegnato.»
«Non gli dei, Brithos, gli uomini... Guardami, nessuno na­sce schiavo. Mi hai mai visto tremare? Mi hai mai visto tradi­re? Eppure ho pascolato per anni le greggi del vecchio Kratippos, ho coltivato i suoi campi obbedendo senza ribellarmi, piangendo in segreto per le umiliazioni, per il dolore, per la paura. Quella notte terribile, il mio cane, Krios[8], fu straziato dalle zanne del tuo molosso[9]: ma chi dei due fu più coraggioso? Il mio piccolo bastardo che ha dato la vita per difendere il suo gregge o il tuo mostro nero, assetato di sangue? Il mio popolo a volte raccoglie i bambini che voi abban­donate perché siano pasto delle belve e li alleva, e questo è coraggio maggiore del vostro. Chi merita dunque di essere servo? No, Brithos, non dirmi che il fato ci ha fatti servi, che gli dei vi hanno dato su di noi il potere.»
5.              Brithos lo guardò con l'animo in tumulto, e se Talos avesse potuto vedere l'espressione di quegli occhi avrebbe rivisto lo sguardo pieno di doloroso stupore del guerriero del dragone, laggiù nella pianura, in un giorno lontano della sua fanciul­lezza.
«Talos,» gli disse Brithos con una strana eccitazione nella voce «Talos... ma tu...»
«Brithos, mio padre si chiamava Hylas, figlio di Kritolaos l'ilota, e la levatrice, togliendomi dal ventre di mia madre, of­fese il mio piede. Questa è la verità che Kritolaos, mio nonno, il più saggio e il più sincero degli uomini, mi ha detto e per questa discendenza quello che voi spartani chiamate "lo zop­po", per la sua gente, è Talos, il lupo.»
I due giovani rimasero a lungo in silenzio a guardare i fuo­chi nella piana. I richiami delle sentinelle giungevano di tanto in tanto fino a loro mescolati al canto dei grilli.
Talos riprese a parlare: «Per questo» disse «con la luce del nuovo giorno le nostre vie si divideranno. Domani ti aiuterò a rivestire l'armatura co­me si conviene che faccia un ilota, ma andrai solo, poiché in quel campo non ci sarà gloria per la mia gente... Soltanto morte. Ricorda però, dietro alla corazza di bronzo batterà anche il cuore di Talos, assieme al tuo».
Tacque, perché un nodo gli stringeva la gola e Brithos pianse quella notte a lungo, in silenzio.
6.      Pausanias, consultati i suoi ufficiali e i comandanti degli alleati, si era reso conto che non era più possibile rimanere in quella posizione dove le sue fanterie oplitiche non potevano reggere le incursioni, continue e micidiali, della cavalleria persiana Bisognava arretrare su posizioni più protette e vantaggiose per ingaggiare battaglia. Acconsentì dunque a mettere in esecuzione un piano di ritirata. Gli alleati si sarebbero mossi per primi col favore delle tenebre senza spegnere i fuochi per dare l'illusione al nemico di essere sempre accampati nello stesso luogo e avrebbero cercato di raggiungere la zona più angusta a ridosso dell'Heraion di Platea; da ultimi li avrebbero seguiti in due colonne parallele i Peloponnesiaci e gli Ate­niesi, che occupavano la parte destra dello schieramento. Sennonché se il buio da un lato li proteggeva nella manovra di di­simpegno, dall'altro li ostacolava nella marcia e ben presto il Re di Sparta dovette accorgersi di aver perso il collegamento. Soltanto gli Ateniesi procedevano di conserva con le truppe a circa uno stadio di distanza, marciando lungo la linea delle colline e tenendosi a mezza costa per porsi eventualmente al riparo dalla cavalleria nemica.
7.      Questa, del resto, non si fece attendere molto: appena i rag­gi del sole illuminarono la pianura, gli esploratori di Mardonios si accorsero che l'accampamento greco era deserto e subi­to il generale mise in marcia il suo esercito e lanciò la cavalle­ria all'inseguimento. Appena questa giunse a contatto con le retrovie di Pausanias, cominciò un carosello infernale. Gruppi di cavalieri si gettavano sulle colonne in marcia bersagliandole con un nugolo di frecce e di giavellotti. Molti guerrieri cade­vano senza che si potesse far nulla per respingere gli attaccanti che evitavano il contatto diretto, fidando sulla grande gittata dei loro archi.
8.      La situazione era difficile. Pausanias, furente contro gli al­leati dai quali pensava di essere stato ormai abbandonato, die­de ordine di fare fronte compatto verso il nemico e i due tron­coni in ritirata riuscirono, non senza perdite, a saldarsi. Erano in linea gli opliti spartani e tegeati, i fanti ateniesi e i platensi di pesante armatura. Questi ultimi, che combattevano avendo al­le spalle le rovine ancora fumanti della loro città devastata dai Persiani, erano animati da una formidabile determinazione e pieni di desiderio di vendetta.
9.      Pausanias diede ordine di serrare le file e la parola d'ordine, correndo rapida da uomo a uomo, fece ispessire il fronte co­sicché l'azione della cavalleria cominciò a spegnersi. Intanto un messo raggiungeva al gran galoppo gli alleati schierati da­vanti all'Heràion[10] ingiungendo loro di raggiungere subito le li­nee di combattimento, ma ne otteneva un rifiuto: se l'ordine era stato di attestarsi all'Heràion, venissero gli altri a raggiun­gerli; portarsi di nuovo allo scoperto sarebbe stata Pura follia. L'esercito di Pausanias, impossibilitato a proseguire la ritirata e tenuto sotto controllo dalla cavalleria nemica, continuava a sperare nei rinforzi, mentre la fanteria avversaria avanzava spiegando tutta la sua superiorità numerica, schierando in li­nea anche i traditori tebani.
10.  Arrivò il messo a cavallo con la bestia schiumante di sudo­re, annunciando che gli alleati attendevano schierati davanti a Platea e che di lì non intendevano muoversi. Pausanias si sentì perduto e lo scoramento si diffuse tra i soldati, stanchi della marcia e dei continui attacchi della cavalleria nemica. Mardonios si preparava a vibrare il colpo di grazia rendendosi conto che le truppe che aveva di fronte erano confuse e in preda alla paura. Si fece avanti in sella al suo cavallo bianco Per lanciare l'ordine d'attacco: un gran silenzio calò sul campo dissemina­to di morti e feriti.
11.  In quel momento, un grido che sembrava uscire da sottoter­ra, echeggiò sui fianchi delle colline che circondavano il cam­po di battaglia:
ALALALAI!
Tutti si volsero dalla parte da cui si era udito ma non si vedeva che uno scoglio bruciato dal sole. Gli  opliti greci si volsero di nuovo al nemico. Il grido di guerra risuonò ancora:
ALALALAI!
E sulla pietra grigia comparve un oplita che cominciò a scendere la china di corsa portandosi in pochi attimi nello spazio tra i due eserciti: aveva in testa l'elmi coi tre cimieri e im­bracciava lo scudo col dragone. Levò l'asta verso l’esercito greco e con voce tonante gridò ancora:
ALALALAI!
12.  In quel momento Talos che si era affacciato dallo spuntone roccioso vide quel gesto e rabbrividì: Brithos stava attaccando da solo l'armata nemica! Si gettò giù dal colle urlando, chiamandolo con grida disperate, come un pazzo. Si fermò sui piedi scorticati, sanguinanti e cominciò a saettare come una furia nel punto in cui Brithos stava precipitandosi nella sua folle corsa.
13.  Tutto avvenne nello spazio di un attimo e si compì il prodi­gio: quarantamila lance si abbassarono minacciose e l'immen­sa falange, irta di punte come un istrice orrendo ondeggiò un istante poi esplose in quel grido come il crepitare secco di un tuono:
ALALALALALAI!
e senza attendere l'ordine, i fanti d'Atene e di Platea, gli opliti di Sparta, di Makìstos, di Amìklae, di Tegèa si lanciarono contro il fronte persiano come un fiume in piena che rompe improvviso gli argini.
14.  Raggiunsero la fanteria nemica cozzan­do con un fragore che squarciò l'aria di piombo e un gruppo di opliti ateniesi cercò subito di aprirsi un varco nel punto in cui le creste nere ondeggiavano in mezzo ad un mare di picche. Inglobato nella massa dei nemici, Brithos roteava lo scudo e la spada falciando tutti quelli che aveva di fronte ma, oppres­so da tutte le parti, col cuore che gli esplodeva in petto, inon­dato di sudore e di sangue, sentiva ormai piegarsi le ginocchia. Gettò dal petto con un ultimo grido tutta la forza della sua giovinezza, rovesciando la potenza del suo braccio sui ne­mici che aveva davanti. Poi crollò sgarrettato dal di dietro. Cadde sulla schiena protendendo lo scudo in avanti per difen­dersi ancora, per colpire nell'ultimo guizzo di energia, poi, trafitto alle cosce, agli inguini, alla gola, giacque in un lago di sangue.
15.  Ma ormai le lance greche respingevano dalle sue membra la marea urlante, ormai Mardonios veniva trascinato giù dalla sua superba cavalcatura e la valanga di bronzo travolgeva i fanti medi e kissei, rovesciava all'ala sinistra i valorosi saci[11] chiudendosi come una tenaglia mortale sul centro.
16.  Talos, arrancando tra i mucchi di cadaveri, lo raggiunse che respirava ancora, lo liberò dai corpi dei nemici caduti, dallo scudo lordo di sangue, freneticamente; gli sollevò la testa, un fiotto di sangue gli usciva da una larga ferita sotto la gola e il volto aveva già il pallore della morte.
« Hai voluto morire... Hai voluto morire, nel giorno del tuo trionfo...»
Il guerriero morente riuscì con uno sforzo immane a solle­vare la mano e a puntarla sulla sua corazza insanguinata.
«Cosa... c'è ... dietro questa corazza... Talos, cosa c'è?»
E rovesciò il capo all'indietro, senza vita.
17.  Il sole stava ormai tramontando sul campo insanguinato di Platea, sui corpi sconciati dalle ferite, sui morti accavallati l'uno sull'altro, e il fitto polverio sembrava d'oro, attraversa­to dai raggi del sole cadente. Talos si alzò guardandosi intor­no, come risvegliato da un sogno; vide in lontananza una fi­gura massiccia avanzare in groppa a un asinello: Karas[12].
«Arrivi tardi» disse cupo. «È tutto finito.» Karas osservò il corpo di Brithos già composto come per le esequie:
« È morto come desiderava, dopo aver riscattato il suo nome. Gli sarà data sepoltura con tutti gli onori.»
« No » rispose Talos. «No, non da loro. Io gli preparerò le esequie.»
18.  Presero il corpo e lo trasportarono ai limiti del campo, poi Talos andò a prendere dell'acqua al fiume per lavarlo, mentre Karas radunava della legna raccogliendo aste spezzate e rotta­mi di carri dal vicino campo persiano, alzando una modesta pira. Si sedettero uno vicino all'altro vegliando la salma che ora giaceva su una rozza barella in cima alla pira, ricoperta col mantello nero che Brithos aveva indossato al funerale di Aghìas[13] e che aveva portato con sé per tutti quei mesi.
19.  «Avrei voluto giungere in tempo» disse Karas. «Ma il mio viaggio è stato lungo e pieno di pericoli.»
«Anche se fossi giunto in tempo, non avresti potuto far nulla» disse tristemente Talos. «Aveva deciso di morire, non e altra spiegazione. La tua missione?» chiese poi.
«É compiuta: Ephialtes[14] è morto; l'ho strangolato con le mie mani.»
«Bene, e ora, mio buon amico, diamo l'estremo saluto a Brithos, figlio di Aristarchos[15], Kleomenide... Colui-che-ha-tre-mato» aggiunse con un ghigno amaro. Karas andò verso l'accampamento persiano che ancora bruciava e tornò con un tiz­zone in mano. Qualcosa distrasse a un certo punto il suo sguardo, batté una mano sulla spalla di Talos: «Guarda» disse. Il giovane si girò nella direzione che gli veniva indicata e vide una figura incappucciata con le spalle coperte da un lungo mantello grigio che avanzava lentamente in mezzo al campo di battaglia e che poi si fermò, restando immobile a trenta passi di distanza.
«È lui,» disse Talos «sembra lo stesso che stava davanti alla tua capanna, quella notte...»
«Vuoi che me ne occupi io?» chiese Karas.
«No, non m'importa nulla, lascialo stare.»
20.  Prese il tizzone dalle sue mani e appiccò il fuoco al rogo. Le fiamme si alzarono gagliarde, alimentate dalla brezza della se­ra e raggiunsero presto il corpo avvolto nel mantello nero. In lontananza si vedeva il fumo alzarsi dalle grandi pire che i Greci avevano alzato nel loro accampamento e su cui cominciavano ad ardere i corpi che man mano erano condotti dal campo di battaglia. Talos si tagliò i capelli e li gettò tra le fiamme, poi gettò il suo bastone di corniolo, forte e flessibile, che un giorno per lui aveva scelto Kritolaos[16].
21.  In quel momento sentì una mano appoggiarsi sulla sua spalla. Si volse con gli occhi velati di lacrime e si trovò davanti il Re Pausanias: aveva tra le mani il grande scudo col dragone; sul bordo, con la punta del pugnale, aveva inciso un nome: Kleidemos Aristarchou Kleomenides[17].
«Questo è il tuo nome» gli disse. «Sparta ha perduto tuo padre e tuo fratello, due grandi guerrieri: una così nobile famiglia non può estinguersi. Sei stato lontano per lungo tempo: è giunto il momento che tu ritorni fra la tua gente. Guarda» aggiunse, e puntò il dito verso il campo greco. Una lunga co­lonna di soldati muoveva alla loro volta dall'accampamento inquadrati nei ranghi, ancora coperti di sangue e di polvere marciavano al suono dei flauti e al rullo dei tamburi.
22.  Si schierarono davanti al rogo ormai spento, in silenzio, un ufficiale sguainò la spada e lanciò un ordine: i soldati si irrigidirono nel saluto alzando le aste che brillarono agli ultimi raggi del tramonto. Per tre volte lanciarono al cielo il grido di guerra che aveva dato loro il coraggio di vincere l'ultima bat­taglia, il grido di Brithos, "Colui-che-ha-tremato".
23.  Se ne andarono e il suono del flauto si spense lontano Ka­ras raccolse le ceneri e le ossa dal rogo ormai spento e le com­pose nello scudo ricoprendole con il suo mantello. Guardò le nubi rosse all'orizzonte e poi Talos, mormorando:
24.  «La fulgida gloria come sole tramonta, Al popolo di bronzo egli volge le spalle. Quando Enosìgeo[18] scuote di Pelope[19] il suolo. Al grido del sangue egli chiude l'orecchio quando possente nella città dei morti del cuore la voce lo chiama...»
25.  «Ricordati di queste parole, Talos, figlio di Sparta e figlio della tua gente, il giorno in cui mi rivedrai».
26.  Prese l'asinello per la cavezza e scomparve nelle ombre della sera.
27.  […]
28.  Si spense il fragore della strage che per tutta la notte aveva risuonato incessante nella sua mente. Al campo greco la tromba suonò l'adunata e Kleidemos si alzò. Indossò lentamente l'armatura, prese lo scudo e la lancia e si incamminò. Intorno a lui cominciava a vibrare il ronzio delle mosche... le mosche, compagne di Thanatos.
29.  Attraversò l'accampamento come in un sogno, senza vedere nulla, finché la voce di una guardia lo riscosse:
«Seguimi, Kleidemos, il reggente Pausanias ti aspetta nella sua tenda.»
30.  Entrò poco dopo, passando tra le due guardie che scostaro­no la stuoia pendente sull'ingresso. Stentò un momento a di­stinguere ciò che lo circondava poi, quando i suoi occhi stan­chi si furono abituati alla penembra del padiglione reale, vide davanti a sé il reggente.
31.  Non molto alto, aveva grigi i capelli e la corta barba aguz­za; le mani ben curate non sembravano quelle di un guerriero e così pure il suo abbigliamento denotava una ricercatezza che Kleidemos non aveva mai veduto tra gli Spartani.
32.  Su di un ta­volo scintillavano due coppe d'argento nelle quali era stato versato del vino rosso.
33.  «Bevi, » disse il reggente porgendogli una delle coppe «og­gi è un grande giorno per la Grecia e questo vino di Koos è delizioso. Nella tenda di Mardonios ce n'era in quantità e que­ste coppe fanno parte del suo servizio da tavola. Non c'è dub­bio che questi barbari sanno apprezzare le delizie della vita.»
Kleidemos rifiutò con un gesto della mano; aveva i crampi allo stomaco per non aver toccato cibo da molto tempo. Pau­sanias depose allora la coppa, poi, indicandogli uno sgabello: «Siedi,» gli disse «sarai stanco». Il giovane si abbandonò sul sedile: aveva gli occhi rossi, il volto stanco, i capelli sporchi di cenere. Pausanias rimase un poco a guardarlo: «Gli stessi oc­chi grandi e scuri...» disse dopo un poco «le stesse labbra sottili... sei il ritratto di tua madre».
Kleidemos si riscosse: « Mia madre... » mormorò «mia ma­dre ha gli occhi piccoli e grigi... ».
Pausanias si sedette su una sedia a braccioli rigirando fra le mani la coppa persiana come se cercasse le parole giuste:
«Capisco ciò che vuoi dire» riprese poi. «Noi tutti siamo per te degli estranei, forse addirittura dei nemici, ma devi ascoltare ugualmente quello che voglio dirti perché molto ti resta da vi­vere tra i figli di Sparta.»
«Le armi che indossi furono di tuo padre e di tuo fratello e tua madre non ti ha mai dimenticato. Tu sai bene che avrem­mo potuto ignorare la tua esistenza e lasciare che tu tornassi tra gli Iloti della montagna a vivere il resto dei tuoi giorni co­me un pastore... ma noi pensiamo che tu non potresti più vi­vere in quel modo; tu sei diventato un guerriero e hai combat­tuto con tuo fratello Brithos per molti mesi. Tu eri con lui alle Termopili, tu ritornasti con lui a Sparta, tu lo hai aiutato a ri­conquistare il suo onore. E ora, tu sei l'ultimo superstite di una grande famiglia che non deve estinguersi...»
Kleidemos alzò lo sguardo che teneva fisso sul pavimento: «Ci sono molte cose che non posso capire e molte cose che non so anche se posso immaginarle. Se è vero ciò che affermi, dimmi come posso tornare dalla donna che mi ha partorito per poi abbandonarmi e abbandonare colei che senza il lega­me del sangue mi ha raccolto, nutrito e amato... Dimmi come posso lasciare per sempre la gente umile e sventurata che mi ha accolto benché figlio di nemici per tornare nella città cru­dele che li opprime, nella città che mi ha abbandonato ai lupi del Taigeto perché ero zoppo. Credi tu che un uomo possa na­scere due volte? Io fui strappato agli Inferi e colui che mi rac­colse, Kritolaos, il più saggio degli uomini, mi diede il nome di Talos perché non dimenticassi mai la mia disgrazia... Dim­mi come potrò chiamarmi da questo momento Kleidemos... Non ho mai visto mia madre e mio padre non è nulla più che un volto... uno sguardo... il dragone sullo scudo dei Kleomenidi. E mio fratello Brithos... è cenere ormai, sul campo di Platea... ».
Pausanias si asciugò la fronte sudata: «Ascoltami,» disse «a tutto questo c'è una risposta, ma non credere di poter ca­pire... ora... Molti sono i misteri nella vita degli uomini e la loro sorte è nelle mani degli dei... Ma io posso rivelarti molto che tu non sai, io posso dirti che Sparta non è crudele con i suoi figli... Tutti noi dobbiamo sottostare alla legge che è al di sopra di tutti, anche dei Re. Questo sanno bene le madri di Sparta che vedono i loro figli andare incontro alla morte, que­sto sapeva tuo padre, il grande Aristarchos, quando ti portò sul Taigeto, tanti anni fa, in una notte di pioggia e di ango­scia, stringendoti al petto. Il peso di quel gesto terribile eppure necessario avrebbe stritolato il suo cuore per gli anni a venire. La lama che gli trapassò il cuore alle Termopili non era più aguzza e crudele di quella che gli lacerò l'anima quella notte... Da allora un velo nero scese sui suoi occhi e nessuno più vide la gioia brillare sul suo volto. Nulla gli è stato risparmiato... dal primo momento in cui ti seppe vivo, il suo tormento fu anche più grande e crudele. Egli sentì il sangue tramutarsi in ghiaccio vedendo una notte Brithos salire armato sulla monta­gna deciso forse ad ucciderti eppure la sua bocca non proferì una parola. Lacrime cocenti che nessuno mai vide, nemmeno tua madre, gli scavarono lentamente le guance un anno dopo l'altro in un'agonia senza fine... egli ti ha amato fino all'ulti­mo... disperatamente... egli è caduto disprezzando la sua vita, versando il suo sangue nella polvere ardente... afflitto per te. Questo era tuo padre, il grande Aristarchos... il dragone».
Kleidemos aveva alzato il suo sguardo dal pavimento e sta­va immobile, con le mani appoggiate sulle cosce. Di tanto in tanto il suo petto si sollevava in un lungo sospiro... solo due grosse lacrime indicavano la vita sul suo volto di pietra grigia. Pausanias appoggiò la coppa sul tavolo accanto a sé, si portò un momento le mani al volto grondante e restò in silenzio co­me se ascoltasse il frinire delle cicale, il ronzio confuso delle voci fuori dalla tenda. Riprese a parlare e la sua voce dallo strano timbro metallico tradiva una certa emozione: «E a tua madre la sorte... o la malignità degli dei non ha ri­servato una vita migliore. La sua superba bellezza è sfiorita prima del tempo, distrutta da una pena mortale quando le fo­sti strappato dalle braccia; ha perduto suo marito, l'uomo che ha amato fin da bambina con tutta l'anima, ha visto tornare vivo suo figlio Brithos dalle Termopili quando già lo piangeva morto per poi perderlo di nuovo quando scomparve, un anno fa, dopo il suicidio del suo amico Aghìas; e domani saprà che era vivo nel momento in cui le porgeranno l'urna che contiene le sue ceneri... Le donne di Sparta sanno bene di aver partori­to mortali i loro figli ma il loro strazio non è minore per que­sto. Non le resti che tu ora e lei ti aspetta anche se non osa sperare che tornerai. »
Kleidemos si asciugò gli occhi: «Un'altra donna mi aspetta nella sua capanna sul Taigeto, colei che ho sempre chiamato madre » disse con voce atona.
«Lo so» riprese il reggente « quella donna ti è molto cara. Potrai vederla quando vorrai. Ricorda comunque che lei è sta­ta molto più fortunata che la sventurata che ti ha partorito... e questo non è tutto. So che le nostre leggi ti appaiono disu­mane, spietate, ma ti sembra forse che il mondo sia diverso? Noi dobbiamo sopravvivere in un mondo che non ha pietà per i vinti. Hai visto ieri la furia degli invasori. Il corpo di Re Leonìdas fu trovato alle Termopili decapitato e crocefisso e così sarebbe stato di me se avessi perduto. Il valore di Brithos, il suo sacrificio sono valsi a salvare migliaia dei suoi compa­gni, di giovani come te che le madri avrebbero dovuto piange­re per il resto dei loro giorni. Certo, quegli stessi compagni, un anno fa lo infamarono con ingiuste accuse fino a spingerlo sull'orlo del suicidio ma egli ha saputo riscattarsi e il suo no­me sarà celebrato nei secoli, un nome che egli ti ha lasciato in eredità con il suo ultimo alito di vita. Brithos vaga ora nel re­gno delle ombre e il suo spirito non troverà pace finché non saprà che tu hai accettato l'eredità di sacrificio e di onore scolpita sullo scudo dei Kleomenidi. Hai davanti a te il grande bivio: una delle strade conduce a una vita tranquilla e oscura, l'altra ad una esistenza difficile e turbolenta, ma che ti offre l'eredità di una stirpe di eroi. A te tocca scegliere e nessuno può aiutarti in questo momento così duro. Gli dei ti hanno portato a questo punto, ricordalo; la tua vita è segnata e io credo che non tornerai indietro. »
34.  Pausanias tacque abbassando lo sguardo poi batté la spada sul suo scudo appeso al palo che sosteneva la tenda: entrarono subito alcune donne portando dell'acqua. Spogliarono il gio­vane e lo lavarono mentre altre gli preparavano un giaciglio. Kleidemos si lasciò massaggiare le membra indolenzite e accet­to la tazza di brodo caldo che gli veniva offerta poi, adagiatosi sul giaciglio, piombò in un sonno pesante.
35.  Il reggente lo guardò a lungo con uno strano sorriso poi, chiamata una delle guardie: «Nessuno deve entrare in questa tenda» ordinò. «Per nessuna ragione si disturbi il sonno di quest'uomo finché non sarò tornato. Se dovesse svegliarsi lasciatelo libero di andare dove vuole,  seguitelo soltanto, senza farvi vedere e tenetemi informato dei suoi movimenti.»
36.  La guardia uscì a riprendere il suo posto; poco dopo, arma­to di tutto punto anche il reggente uscì, saltò a cavallo e attra­versò al galoppo l'accampamento seguito da un gruppo di guardie reali diretto al campo persiano già presidiato dalle sue truppe fino dalla sera precedente.
37.  Nella tenda che era stata del comandante persiano lo atten­devano tutti gli strateghi alleati.
38.  «Amici!» esclamò il reggente Pausanias prendendo una coppa. «Amici, libo a Zeus Re e a Herakles Condottiero che ci hanno concesso la vittoria sui barbari, e brindo alla concordia di tutti i Greci che ha reso grande e memorabile questo giorno.»
39.  Un coro di acclamazioni accompagnò le sue parole mentre i servi passavano a mescere nelle coppe presto vuotate. Ma Pausanias non aveva ancora finito di parlare: «Signori uffi­ciali,» riprese «lasciatemi dire che questi barbari devono esse­re veramente pazzi! Possedevano tutte queste cose meraviglio­se e hanno fatto tanta fatica, hanno affrontato un viaggio tanto lungo per venire a contenderci il nostro misero brodo nero».
40.  Tutti gli ospiti risero divertiti e diedero inizio al banchetto che continuò fino a sera. Ma in quel giorno la mente di Pau­sanias rimase colpita dallo splendore della ricchezza e del lus­so persiano ed egli cominciò ad avere a noia la frugalità severa di Sparta.

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Comprensione del testo
1.      Riassumi il testo nelle 40 sequenze
2.      Classifica le 40 sequenze

Analisi del testo
1.      Individua tutte le apposizioni semplici o composte presenti nel testo e dichiara di chi o che cosa esse sono apposizioni.
2.      Individua tutti i complementi di vocazione presenti nel testo
3.      Individua tutti gli avverbi presenti nel testo
4.      Individua tutti gli avverbi relativi presenti nel testo
5.      Individua tutti le proposizioni relative presenti nel testo e, completandole con la loro proposizione reggente, svolgine l’analisi logica del periodo e della proposizione.
6.      Quanti  e chi sono i personaggi del testo?
7.      Quali sono le loro caratteristiche fisiche, la loro indole, le loro aspirazioni, le loro qualità, negative o positive. Costruisci un discorso argomentato.
8.      La costruzione del personaggio prende avvio dalla cosiddetta presentazione? Se sì avviene attraverso: a) il narratore, quando questi interviene a fornire informazioni esplicite sul carattere e/o su altri aspetti del personaggio, magari commentando e valutando il suo operato, in tal senso la presentazione è sostanzialmente oggettiva? b) dal personaggio stesso, quando si tratta di un autoritratto disegnato in prima persona e perciò in tal senso la presentazione è sostanzialmente oggettiva? c) da un altro personaggio e in tal senso la presentazione è sostanzialmente soggettiva? d) il narratore, dal personaggio stesso e da un altro personaggio: si tratta di una presentazione composita affidata a più persone (narratore, personaggi vari), ognuna delle quali aggiunge secondo il proprio punto di vista una nota al ritratto di un determinato personaggio. Costruisci un discorso argomentato.
9.      Il personaggio è presentato solo in modo indiretto, attraverso le sue azioni, i suoi comportamenti, i suoi discorsi, che il lettore interpreta come altrettanti indizi del modo di essere del personaggio stesso.
10.  Il tipo di caratterizzazione introduce aspetti fisici individuali, psicologici individuali, sociali individuali, culturali individuali, ideologici individuali.
11.  Quale ruolo ha ciascun personaggio
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Servendoti dei riassunti che hai effettuato svolgi a tua scelta un articolo o una relazione o un saggio breve

Comunicazione. La scrittura documentata – Per scrittura documentata si intende una scrittura basata su altri scritti, testi o fonti da cui attingere, per elaborare un nuovo documento.
La scrittura documentata muove dunque da una base documentaria che può essere acquisita:
·         attraverso una ricerca bibliografica
·         ricavata da un singolo testo
·         raccolta attraverso una ricerca sul campo.
Forme di scrittura documentata sono l’articolo, la relazione ed il saggio breve.
La scelta di un modello di scrittura, tra quelli previsti dall’esame di stato, presuppone, da parte di chi scrive, la conoscenza dei requisiti specifici che differenziano un modello di scrittura da un altro, soprattutto in base
·         alle differenti funzioni comunicative
·         alle diverse norme di trasmissione del messaggio
·         al contesto
·         allo scopo
·         al punto di vista dell’emittente
·         all’attenzione
·         al destinatario

Riflessioni sulla lingua. Apposizione – L’apposizione è un nome che si colloca accanto ad un altro nome, per meglio descriverlo e determinarlo.
Es.: Il poeta (apposizione del soggetto) G. Leopardi (soggetto) scrisse (predicato verbale) le Ricordanze (complemento oggetto).

Riflessioni sulla lingua. Complemento di vocazione – Il complemento di vocazione indica la persona o la cosa personificata[20] che si chiama o si invoca. Spesso è preceduto dall’interiezione - o.
Es.: O Signore, aiutami!

Riflessioni sulla lingua. Avverbio - L’avverbio è una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato di quelle parole (verbi, aggettivi, altri avverbi o intere proposizioni) a cui si affianca.
Sono considerati avverbi anche le locuzioni avverbiali, ovvero espressioni formate da più parole, che hanno il significato di un avverbio (di corsa, alla carlona, di certo, in su, in un batter d’occhio, da quando, etc.).

Avverbi relativi - Gli avverbi dove e ove (= nel qual luogo), donde (= dal qual luogo) si dicono relativi perché oltre a indicare luogo, servono a congiungere due proposizioni, come i pronomi relativi.
Così pure dovunque e ovunque (= in qualsiasi luogo nel quale) e comunque (= in qualsiasi modo nel quale), hanno significato relativo (come gli indefiniti qualunque, chiunque) ossia congiungono una proposizione dipendente relativa alla reggente, senza bisogno di altro relativo.
Es: Mi trovo bene dovunque vada
Comunque faccia sbaglio. (Invece di dovunque s’usa dappertutto, se non c’è la relativa: Mi trovo bene dappertutto).
Quanto singolare si riferisce solo a cosa e significa “ciò che, tutto ciò che, tutto quello che” I plurali, quanti, quante, si riferiscono a persone e cose e significano “tutti quelli che, tutte quelle che”.
Es: Gli do quanto (ciò che) gli spetta.
Quanti (tutti quelli che) verranno saranno i benvenuti.
Chiunque, chicchessia, pronomi, e l’aggettivo qualunque oltre al valore indefinito di tutti, ogni, hanno pure valore relativo di tutti quelli che:
Es: Chiunque (tutti quelli che) tace acconsente
Ti comprerò qualunque (tutti quelli che) giocattolo tu desideri.

Riflessioni sulla lingua. Le proposizioni relative - Le proposizioni subordinate relative sono proposizioni che completano il senso del periodo, determinando o espandendo un nome della reggente cui sono collegate mediante un pronome o un avverbio relativo. Esse svolgono nella frase la stessa funzione che nella proposizione hanno l’attributo e l’apposizione.
Quando svolgono questa funzione, le relative sono dette anche attributive o appositive e sono considerate relative proprie. Quando invece svolgono, nel periodo, la funzione che nella proposizione hanno i complementi indiretti, sono considerate relative improprie o circostanziali.

Riflessioni sulla lingua. La proposizione relativa propria La proposizione subordinata relativa propria precisa un nome della reggente cui è collegata mediante un pronome o un avverbio relativi:
Es: Ho letto il libro che mi hai regalato.
La proposizione relativa è introdotta:
·         da un pronome relativo[21], come che, cui, il quale, o misto, come chi, chiunque:
Es: Voglio conoscere il ragazzo con cui esci;
Chi ha detto una cosa simile è un incompetente
·         da un avverbio relativo, come dove, da dove, o relativo indefinito, come ovunque, dovunque:
Es.: La città dove vivo è Bologna.
Paolo si trova bene ovunque vada.
Nella forma esplicita, la relativa ha il verbo:
·         all’indicativo, quando esprime un fatto, presentandolo come certo e reale:
Es: Ho conosciuto una persona che parla perfettamente il russo.
·         al congiuntivo o al condizionale, quando indica un fatto come incerto, possibile, desiderato, temuto, ipotizzato e simili:
Es: Ho bisogno di una persona che parli perfettamente il russo.
Mi è stata presentata una persona che potrebbe aiutarci.
Nella forma implicita, la relativa ha il verbo:
·         al participio, presente o passato, che di fatto può sempre essere risolto in forma di relativa esplicita:
Es: Antonio, pur avendo studiato ingegneria, ora fa un lavoro non rispondente alle sue aspirazioni (= che non risponde alle sue aspirazioni).
Non mi è ancora arrivato il pacco spedito da Milano sette giorni fa (= che è stato spedito da Milano sette giorni fa).
·         all’infinito, introdotto da un pronome relativo in funzione di complemento indiretto:
Es: Cerco una bella stoffa con cui foderare il divano.
Avete trovato una baby sitter (a) cui affidare i bambini?
·         all’infinito, preceduto dalla preposizione da o senza alcuna preposizione. Anche in questo caso, la relativa implicita è risolvibile in una relativa esplicita:
Es: Questo è l’abito da portare in tintoria (= che deve essere portato in tintoria).
Ho sentito il gatto miagolare (= che miagolava).

Educazione letteraria. Il ruolo dei personaggi - I principali ruoli che i personaggi possono ricoprire sono:
·         Personaggio principale: è il personaggio intorno al quale ruota la storia e che dà l’impulso all’azione narrativa. Possono essere principali anche più personaggi;
·         Personaggi secondari: sono i personaggi che agiscono sullo sfondo della vicenda narrata; tuttavia essi sono utilissimi a determinare il contesto, il luogo e a dare informazioni, a creare atmosfere, insomma a rendere completo il quadro.
I personaggi di un testo narrativo vanno esaminati anche in relazione ai compiti che sono loro stati assegnati e che si trovano a svolgere.
Le principali funzioni sono:
·         Protagonista: è il personaggio principale che è al centro del racconto, anche quando non compare direttamente in scena è il centro dei discorsi e delle azioni;
·         Antagonista: è il personaggio che si oppone al protagonista, che cerca di contrastarlo, ostacolarlo sul piano delle azioni o che gli si oppone anche soltanto sul piano psicologico. La ragione dello scontro col protagonista è in genere la conquista dell’oggetto di attrazione; Spesso proprio l’antagonista determina la rottura dell’equilibrio che dà inizio alla vicenda, ma può anche entrare in scena quando ormai l’equilibrio iniziale è decisamente già rotto. In ogni caso, con il suo comportamento è sempre il motore dello sviluppo dell’azione.
·         Oggetto: è il personaggio che costituisce lo scopo dell’impegno o del desiderio del protagonista, contrastato in ciò dall’antagonista. La sua funzione, in una narrazione, è fondamentale perché spesso è, senza alcuna colpa, la causa scatenante della vicenda.
·         Aiutante: è quel personaggio secondario che aiuta il protagonista nella sua azione. Gli aiutanti che dovrebbero aiutarlo a volte, per i motivi diversi, possono danneggiarlo.
Oppositore: è quel personaggio secondario che ostacola il protagonista nella sua azione. Di solito l’oppositore è al servizio dell’antagonista di cui quindi è l’aiutante, ma può anche agire di sua iniziativa. Anche gli oppositori possono essere più di uno e possono trasformarsi in falsi aiutanti, cambiando campo e passando dalla parte del protagonista.


[1] Gli spartani comandati dal re Pausanias vincono la guerra.
Pausanias svela a Talos le sue vere origini e gli consegna l’armatura del suo vero padre Aristarchos. Sconsolato, Talos, o meglio Kleidemos (è il suo vero nome), va alla sua nuova casa a Sparta e trova la sua vera madre che però muore per la gioia di abbracciarlo. Quindi Kleidemos, disperato, si arruola nell’esercito di Sparta e diventa il capo del quarto battaglione. Egli segue il re Pausanias nei suoi piani per unificare la città fra iloti e spartani, ma poi Pausanias muore e alla fine cade il progetto.
Kleidemos scopre il contenuto del messaggio del re Leonidas che è stato rubato e sostituito con uno vuoto da una spia degli Efori. Il messaggio dice che anche il re Leonidas vuole unificare la città per il coraggio dimostrato dai servi in guerra. Tutto questo non è stato permesso dagli Efori e dagli Anziani. Quindi Kleidemos si schiera dalla parte degli iloti e li porta a Ithome, una città che loro stessi hanno ricostruito. Intanto Kleidemos fa un figlio con Antinea e lo chiama Aristodemos.
Gli spartani vogliono combattere gli iloti, e ci sono molti morti e feriti da entrambe le parti, ma dopo alcuni presagi mandati dagli dei (come il terremoto) gli spartani decidono di ritirarsi concedendo la libertà agli iloti. Allora Karas, appena saputa la notizia, corre a cercare Kleidemos, ma trova solo la sua armatura insanguinata senza alcuna traccia del corpo.
[2] Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore italiano, dopo essersi laureato in lettere classiche all’Università di Bologna è subito entrato nel mondo dell’archeologia, specializzandosi in topografia del mondo antico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Ha insegnato nella stessa università Cattolica dal 1980 all’86 per poi iniziare una intensa carriera accademica prima all’Università di Venezia (1987) e dopo presso la Loyola University of Chicago, all’Ecole Pratique des Hautes Etudes della Sorbona di Parigi e alla Bocconi di Milano.
Tra gli anni Settanta e gli Ottanta ha progettato e condotto le spedizioni Anabasi per la ricostruzione sul campo dell’itinerario della ritirata dei Diecimila, ma sono numerose le sue partecipazioni a campagne di scavo: Lavinium, Forum Gallorum, Forte Urbano in Italia. Prestigiose quelle condotte in terra straniera come ad Har Karkom, in Israele e la Campagna di ricognizione e rilievo con Timothy Mitford sul sito del “Trofeo dei Diecimila” in Anatolia orientale (2002).
Ha tenuto conferenze e seminari in alcuni dei più prestigiosi atenei come il New College di Oxford, University of California Los Angeles, Lectio Magistralis alla National University of Canberra (Australia), inoltre Lectio magistralis Università dell’Avana, Cuba, Universidad de Antiochia, Medellin (Colombia), Universidad de Bilbao, Universidad Internacional Menendez Pelayo (Tenerife) e molte altre.
Ha pubblicato numerosi articoli e saggi in sede accademica e ha scritto romanzi di grande successo, tradotti in tutto il mondo (per un totale di circa dodici milioni di copie vendute a livello internazionale).
Moltissimi i riconoscimenti ricevuti: nel 2003 Nomina a Commendatore della Repubblica “motu proprio” del Presidente Carlo Azeglio Ciampi, Il premio Corrado Alvaro Rhegium Julii (2003) e premio Librai Città di Padova, nel 2004 il Premio Hemingway per la narrativa, nel 2008 il premio Bancarella e nel 2010 il premio Scanno.
È autore anche di soggetti e sceneggiature per il cinema e la televisione.
La sua trilogia Alexandros è stata acquistata da Universal Pictures per una produzione cinematografica e Dino De Laurentiis ha realizzato L’Ultima legione (Ben Kingsley, Colin Firth, Aishwarya Rai, Thomas Sangster, regia di Doug Lefler). Ha inoltre partecipato alla sceneggiatura di September eleven 1687 ispirato alla vita di Marco D’Aviano e diretto da Renzo Martinelli.
Ha adattato per il cinema Le Memorie di Adriano di M. Yourcenar per John Boorman.
Valerio Massimo Manfredi collabora come giornalista scientifico a varie testate in Italia e all’estero. Ha condotto con successo i programmi televisivi Stargate – linea di confine e Impero.
[3]  Come tutte le poleis greche, Sparta fu inizialmente una monarchia.
Sparta fu fondata in Laconia, nel Peloponneso, intorno all'anno 1000 da una tribù di Dori.
Si tratta di una città peculiare, sia per tradizione sia per ordinamento: basti pensare alla tradizione letteraria, estremamente scarsa e limitata alla poesia corale celebrativa o, per quanto riguarda la politica interna, all'assenza di mura difensive, ritenute inutili a fronte della presenza di soldati allenati.
Sparta, pur avendo combattuto diverse guerre, tra cui possiamo ricordare quelle contro i messeni, non si contraddistinsero per la fondazione di colonie fuori dalla Grecia: l'unica, infatti, è l'odierna Taranto.
Per quanto riguarda la sua organizzazione sociale e politica, Sparta è rigidamente divisa in classi sociali: gli Spartiati, i Perieci, e gli Iloti.
Gli Spartiati sono i discendenti degli antichi conquistatori, cittadini con pieni diritti, possidenti terrieri e, soprattutto, guerrieri.
I Perieci, i cosiddetti "abitanti dei dintorni", sono i discendenti di quelle popolazioni autoctone precedenti all'arrivo dei conquistatori e che si sono sottomesse ad essi. Sono liberi e con diritti civili ma non politici e devono sostenere il servizio militare.
Gli Iloti sono i discendenti dei Micenei che si opposero ai Dori per poi venir sconfitti e ridotti in schiavitù, sono schiavi legati alla terra e per questo non vendibili. Trattandosi di un gruppo molto numeroso, vengono sottomessi col terrore. Va menzionata, a questo proposito, la krypteia, ovvero il rito di passaggio dall'infanzia all'età adulta dei giovani Spartiati: per un giorno all'anno i giovani disarmati dovevano uccidere un ilota, uno qualsiasi incontrato per caso.
In un secondo tempo, secondo una leggenda, il legislatore Licurgo, introdusse una costituzione che fu detta licurgica che prevedeva il governo aristocratico basato su un'oligarchia retta da pochi ricchi. Molto probabilmente, tale costituzione non fu opera di un solo legislatore, ma fu il prodotto di una lunga e faticosa evoluzione durata alcuni secoli.
Gli organi della vita politica di Sparta, previsti dalla costituzione licurgica, erano:
1.       due re, per questa ragione si parla di diarchia. I re avevano il potere assoluto in tempo di guerra, mentre in tempo di pace erano soggetti al controllo degli Efori. A loro spettava la celebrazione dei riti sacri. I re, dunque, erano più dei sacerdoti che dei monarchi. La loro carica era ereditaria. Tuttavia la successione al trono non spettava al primogenito bensì al primo figlio nato dopo l'ascesa al trono del padre.
2.       l' Apella era un'assemblea generale formata da tutti gli Spartiati che avevano compiuto trent'anni. Essa si riuniva una volta al mese, aveva il compito di eleggere gli Efori e i membri della Gherusia, approvava o respingeva le leggi proposte dalla Gherusia.
3.       la Gherusia era un consiglio di anziani formato da 28 Spartiati di età superiore ai 60 anni, detti Gheronti. I Gheronti venivano nominati dall'Apella tra gli Spartiati appartenenti alle famiglie più aristocratiche. Essi restavano in carica fino alla morte. I loro compiti erano quelli di fare proposte di legge e giudicare i reati più gravi.
4.       Gli Efori erano 5 sorveglianti nominati ogni anno dall'Apella. Essi mettevano in pratica le decisioni prese dall'Apella, controllavano l'educazione impartita ai giovani Spartiati, controllavano la vita degli Spartiati e potevano chiamare a giudizio anche i re. Agli Efori dovevano rendere conto i magistrati usciti di carica. Essi potevano cacciare dalla classe degli Spartiati coloro che erano ritenuti indegni di appartenere ancora ad essa, condannavano i cittadini a multe, ammende e alla prigione. Il più anziano degli Efori aveva il diritto di eponimia, cioè il diritto di dare il proprio nome all'anno.
[4] Fratello del re Kleomenes,dopo la sua morte viene eletto re dagli Efori e dagli Anziani,porterà Sparta a combattere alle Termopili contro Persia;qui lui perderà la vita assieme ad Aristarchos.Scrive un messaggio e chiede a Brithos,Talos e Aghias di consegnarlo agli Efori,Anziani e al re Leotichidas. 
[5] Talos - È il protagonista assoluto della narrazione. Egli viene abbandonato dai genitori spartani a causa di una malformazione al piede sinistro: questa era la dura legge di Sparta. Cresce con Kritolaos e sua figlia credendo che essi siano i suoi congiunti di sangue. Da ragazzo porta il suo gregge nei più alti alpeggi, rimanendo esterrefatto quando vede dei guerrieri passare nelle campagne. Mostra una grande lealtà e forza, prendendo le redini del suo popolo per combattere gli spartani.
[6] BrithosÈ il fratello di Talos ma essendo stati divisi alla nascita non lo sanno. Vive la sua giovinezza al servizio della polis come un vero spartano e disprezza coloro che hanno paura di morire; fra i nuovi maggiorenni lui è il più forte e si sentirà offeso nell'onore quando sarà sconfitto da Talos durante uno scontro per una ilota. 
[7] Kleomenes - Primo re che viene citato nel racconto dello "Scudo di Talos", grande condottiero e abile guerriero decide ad un tratto di lasciare la patria, nei suoi ultimi anni di vita ritorna a Sparta ma considerato come traditore gli Efori decidono di mettere del veleno all'interno dei cibi mangiati dal re, così alla fine diventato vecchio e pazzo decide di suicidarsi.
[8] Krios - È il cane di Talos che poi viene ucciso dal molosso(cane di grandi dimensioni) di Brithos (Melas). 
[9] Melas - È il molosso che Aristarchos regalò al figlio Brithos per il raggiungimento della maggiore età viene poi sacrificato dalla madre per la sua morte.
[10] Tempio di Hera
[11] I Saci sono un antico gruppo di popolazioni per lo più nomadi della Siberia e dell'Asia Centrale, generalmente considerati il ramo orientale degli Sciti e quindi iranici.
[12] Karas - È un ilota che comparirà alla morte di Kritolaos e aiuterà Talos a crescere. Possiede la conoscenza delle parole che consentono di togliere la maledizione alla spada del re Aristodemo.
[13] Aghìas - È l'amico più stretto di Brithos, sarà tra i 3 a cui il re Leonidas, sacrificatosi per la Grecia con il suo esercito di 300 opliti al Passo delle Termopili, assegnerà il compito di tornare a Sparta per consegnare un messaggio diretto al Consiglio degli Anziani e agli Efori; purtroppo Aghìas morirà suicida perché accusato di tradimento e codardagine da parte del popolo Spartiate.
[14]  il traditore che avrebbe mostrato alle truppe di Serse il passaggio attraverso il quale esse accerchiarono Leonida alle Termopili (480 a. C.)
[15] Aristarchos – Padre di Brithos e Talos, in una notte tempestosa abbandona il secondogenito Talos sul monte Taigeto perché nato con una malformazione al piede; guerriero valoroso, muore nella battaglia delle Termopili.
[16] Kritolaos - Egli è un pastore ilota che, assieme al suo cane Krios, fa pascolare gli armenti nelle valli del Taigeto.
Una sera, mentre sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro, trova un fagotto abbandonato sotto una vecchia quercia e si accorge subito che è un neonato: non potendo abbandonarlo al suo destino, lo porta nella sua casa chiamandolo Talos. L'anziano pastore, assieme a sua figlia, cresce il bambino come un figlio, dicendogli che il padre era morto e il suo piede rattrappito era dovuto ad un errore della levatrice al momento del parto.
Kritolaos ha un ruolo fondamentale nella vita di Talos, infatti non si limita solo a insegnarli il mestiere del pastore ma, quando il giovane è ormai un adolescente, gli consegna anche un preziosissimo arco di corno, appartenuto al suo re, e lo addestra al combattimento.
Kritolaos muore prima che Talos raggiunga la maturità ma, prima di morire, gli dice prima o poi dovrà indossare l'armatura che lui stesso gli ha mostrato nel nascondiglio sul monte Taigeto per combattere per il suo popolo, ma prima sarebbe dovuto venire un uomo cieco da un occhio a togliere la terribile maledizione che vi gravava sopra. 
[17] In italiano : Kleidemo figlio di Aristarco, Kleomenide.
[18] Enosigeo - epiteto riferito a Poseidone, con il significato di scuotitore della terra, con riferimento alla capacità di provocare terremoti.
[19] Pelope - Pelope è una figura della mitologia greca. Egli era figlio di Tantalo e Dione. Il suo dominio si estese a tutta la penisola greca, che da lui prese il nome di Peloponneso ; egli fu, inoltre, fondatore dei giochi olimpici e signore della città greca di Pisa.
[20] Note di retorica: la prosopopea, o personificazione – È una figura retorica e si ha quando si attribuiscono qualità o azioni umane ad animali, oggetti, o concetti astratti. Spesso questi parlano come se fossero persone. È una prosopopea anche il discorso di un defunto.
Un esempio di prosopopea si ha nelle Catilinarie di Cicerone in cui egli immagina che la Patria sdegnata rimproveri Catilina, reo di aver organizzato una congiura contro di essa.
[21] I pronomi relativi - I pronomi relativi sostituiscono un componente della frase, mettendo in relazione proposizioni diverse. I pronomi relativi possono costituire, a seconda dell’uso, il soggetto, il complemento oggetto o un complemento indiretto della proposizione che introducono. Il pronome relativo serve in genere ad evitare la ripetizione di un componente della frase, detto antecedente.
Es: Non capisco la donna che sta parlando (che serve a sostituire la donna).
Questo componente, nella frase principale, gioca il ruolo di complemento oggetto (non capisco la donna), e costituisce l’antecedente che non si vuole ripetere, e che è dunque sostituito dal pronome relativo che.
I principali pronomi relativi sono i seguenti:
·         Che: questo pronome assume solo il ruolo sintattico di soggetto e complemento oggetto.
Es: La donna che vende la verdura è una mia amica
La donna che vedi è una amica,
che, nella frase subordinata ha nella prima frase il ruolo di soggetto (‘la donna vende’), nel secondo invece il ruolo di complemento oggetto (‘vedi la donna’).
Es: il gioco che ho comprato costa molto.
il libro che leggo è molto interessante
la gonna che ho comprato è nuova 
il ragazzo che sta parlando è un mio amico.
l’amico che mi ha prestato il libro mi ha telefonato per riaverlo.
Questo pronome, nella lingua italiana, non fa dunque distinzioni per il caso come avverrebbe invece in francese (qui per il soggetto oppure que per il complemento), né si tiene conto di aspetti semantici come la distinzione tra cose e persone (in inglese, per esempio, si distinguerebbe tra which e who oppure whom).
·         Il quale (variabile secondo genere e numero: la quale, i quali, le quali) Può sostituire che nel ruolo di soggetto:
Es Non capisco la donna la quale sta parlando.
Il vantaggio di questo pronome sta nel fatto di indicare esplicitamente genere e numero evitando quindi casi ambigui.
Il quale può inoltre indicare complementi indiretti se accompagnato da una preposizione:
Es: Non capisco la donna alla quale avete regalato i libri. (alla quale indica il complemento di termine).
·         Cui (indeclinabile) Questo pronome indica complementi indiretti, combinato da una preposizione.
Es: Non capisco la donna a cui avete regalato i libri
Questi pronomi differiscono per il ruolo sintattico che possono svolgere nella proposizione subordinata: soggetto, complemento oggetto, soggetto, complementi indiretti.
·         I pronomi relativi doppi sono quei pronomi che assumono significati riconducibili ai precedenti:
o    Chi ( = colui che, qualcuno che)
o    Quanto ( = ciò che, tutto ciò che, tutto quello che)
o    Chiunque ( = tutti quelli che)
Questi pronomi non prevedono specificazione dell’antecedente, dato che lo contengono.

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