Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

mercoledì 6 dicembre 2017

Italiano - classe I - Unità III - Grammantologia

Comunicazione. Il testo espositivo-informativo – Per testo espositivo si intende la presentazione esauriente, condotta a scopo informativo, di un determinato argomento.
Sono testi espositivi la relazione, l’articolo informativo.
Oggetto dell’esposizione può essere:
·         un argomento di esperienza personale
·         un argomento culturale di qualsiasi disciplina.
Il testo espositivo può:
·         limitarsi a presentare dati, fatti, informazioni
·         far seguire ai dati, ai fatti e alle informazioni la loro interpretazione.

Riflessioni sulla lingua. La proposizione - Una proposizione è una frase, un pensiero di senso compiuto. Una frase è il massimo segmento in cui può essere suddiviso il discorso umano.
Es.: Luigi gioca.

Riflessioni sulla lingua. Il soggetto - Il soggetto indica la persona, l’animale o la cosa che compie o subisce l’azione.
Il soggetto in genere è un nome[1] o un pronome personale[2].
Es: Maria lavava; egli guarda, ecc.

Riflessioni sulla lingua. Il predicato - Il predicato è la voce verbale che dichiara l’esistenza del soggetto.
Il predicato può essere:
·         predicatoverbale: se è formato da un verbo,
es.: Luca ascolta;
·         predicatonominale: se la voce verbale è rappresentata dal verbo essere seguita da un aggettivo o nome,
·         es.: egli è gentile, io sono un bambino.
Il verbo essere si chiama copula, e nome del predicato la parola che segue.
Es.: Luca è diligente - Luca (soggetto) è (copula) diligente (nome del predicato), oppure si può dire: Luca (soggetto) è diligente (predicato nominale).
Quando il verbo essere significa esistere, appartenere ecc. ha valore di predicato verbale.
Es.: La casa della zia è a Roma diventa predicato verbale.

Riflessioni sulla lingua. Il periodo – Il periodo è l’unione di due o più proposizioni  in una espressione logica­mente ordinata.
Es.: «Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente.» (Manzoni).
In questo periodo vi sono tre proposizioni perché tre sono le forme verbali; una è la proposizione principale, o reggente, in quan­to può reggersi grammaticalmente da sola, mentre su di essa poggiano le altre che, proprio perché dipendono dalla principale si chiamano proposizioni dipen­denti o subordinate o secondarie.

Riflessioni sulla lingua. Vari tipi di proposizioni principali - Le proposizioni principali, secondo le varie sfumature che assume il predi­cato, si possono distinguere in:
·         enunciative o narrative sono le più frequenti fra le proposizioni principali; esse riferiscono, enunciano e raccontano un episodio sia in forma negativa sia in forma positiva.
In genere usano l’indicativo.
Es.: Questo alunno né studia, né sta attento alle lezioni.
Con i verbi potere, dovere, usano il condizionale.
Es.: Avresti dovuto accettare;
·         interrogative dirette sono proposizioni che contengono in sé una domanda e si concludono con il punto interrogativo.
Es.: Chi ti ha parlato?;
·         esclamative sono proposizioni che esprimono un sentimento di meraviglia, dolore, gioia, ecc.
Usano l’indicativo o il modo infinito e si concludono con il punto esclamativo.
Es.: Che gioia parlarti!;
·         imperative sono proposizioni che esprimono un ordine un comando, una proibizione. Usano l’imperativo.
Es.: Va’ via di qua;
·         dubitative sono proposizioni che esprimono dubbio, incertezza. Usano indicativo e il condizionale.
Es.: Che cosa dovevo fare? A chi dovrei parlare?;
·         esortative sono proposizioni che esprimono una preghiera, un invito. Usano il modo congiuntivo.
Es.: Su, si faccia avanti. Andiamo dal professore e chiediamogli una spiegazione;
·         concessive sono proposizioni che esprimono una concessione, un permesso; esse usano il congiuntivo seguito in genere da pure, finché.
Es.: Ammettiamo pure che lo abbia fatto;
·         potenziali sono proposizioni che esprimono un fatto come possibile; esse usano il condizionale e l’indicativo.
Es.: Avrei dovuto ascoltarlo.
Potrei andare da lui;
·         desiderative o ottative sono proposizioni che servono ad esprimere un desiderio o un augurio. Queste proposizioni sono spesso introdotte da espressioni come: Voglia il cielo, che. Esse usano il congiuntivo o il condizionale.
Es.: Voglia il cielo che tu possa ve­nire.
Oh, come vorrei che tu mi fossi vicino!

Riflessioni sulla lingua. Proposizioni coordinate e subordinate - In un periodo formato da proposizioni sintatticamente indipendenti l’una dall’altra vi sono una proposizione principale, che esprime l’idea più importante, ed altre proposizioni dette coordinate alla principale, perché unite ad essa senza idea di subordinazione.
Es.: Sono andato a Roma, ho visitato il Colosseo ed ho proseguito per il Vaticano.
In una frase complessa, la combinazione di più proposizioni può avvenire non solo mediante la coordinazione, ma anche mediante la subordinazione. La proposizione subordinata non può stare da sola, ma ha bisogno di un’altra proposizione a cui appoggiarsi.
In un periodo si possono avere diverse proposizioni subordinate.
Sono invece subordinate quelle proposizioni che per la loro struttura non possono sostenersi da sé ma, si appoggiano ad altre frasi (principali o anche subordinate) dalle quali sono rette.
In genere la subordina­zione avviene per mezzo di congiunzione, di pronomi, di aggettivi o di avverbirelativi o interrogativi.
Es.: Il cane che hai incontrato, è di mio fratello.
Ti ho parlato per convincerti a portare tuo marito dal medico.

Riflessioni sulla lingua. Vari tipi di periodo - Il periodo può essere di tre tipi:
·         semplice: quando è formato da una sola proposizione.
Es.: Ieri ho studiato a lun­go;
·         composto: quando è formato da due o più proposizioni indipendenti.
Es.: Quell’uomo aveva incontrato un cane: proposizione principale, si era fermato: proposizione coordinata alla principale, poi aveva ripreso il cammino: proposizione coordina­ta alla principale;
·         complesso: quando è formato da una proposizione principale e da una o più pro­posizioni secondarie.
Es.: Non sono stato al cinema: proposizione principale, perché avevo un grosso impegno: proposizione secondaria di 1° grado che non potevo evitare: proposizione secondaria di 2° grado.

Riflessioni sulla lingua. Proposizioni implicite ed esplicite - Una proposizione si dice esplicita quando il predicato verbale è un verbo di modo finito (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo).
Es.: La mae­stra dice ai suoi alunni: (dice indicativo) «Studiate di più!» (studiate imperativo).
Si dice implicita quando il predicato verbale è un verbo al modo indefini­to (infinito, participio, gerundio).
Es.: Ascoltando capii molto.
Una proposizione implicita può sempre essere trasformata in una equivalente proposizione esplici­ta.
Es.: Penso di andare al mare - Penso che andrò al mare, ecc.

Riflessioni sulla lingua. Modi indefiniti - Questi modi non permettono di identificare la persona e il numero (fatta eccezione per il participio, in cui si può distinguere il singolare dal plurale).
Infinito  - L’infinito è la forma base del verbo. Si usa in dipendenza da un altro verbo (p. es.: Sai guidare una motocicletta?), ma si può usare anche come verbo principale per indicare ordini, desideri, ed altro (es.: Uscire, uscire fuori, subito!). Ne esistono il tempo presente (riflettere) e passato (aver riflettuto).
Participio  - Il participio è simile ad un aggettivo e, per questo, può indicare il numero e talvolta anche il genere (es., il participio mangiata indica un femminile singolare). Si usa con i verbi ausiliari nella costruzione dei tempi composti. Ha due tempi, il presente (riflettente) e il passato (riflettuto).
Gerundio – Il gerundio si usa nelle subordinate per esprimere un certo tipo di rapporto con la reggente. Ha due tempi: il presente (riflettendo) e il passato (avendo riflettuto).

Riflessioni sulla lingua. Le subordinate completive - Le proposizioni subordinate completive (o sostantive o complementari dirette) sono proposizioni dipendenti che completano il senso della proposizione reggente, svolgendo nel periodo la medesima funzione che nella proposizione ha un sostantivo non preceduto da preposizione, cioè usato in funzione di soggetto o di complemento oggetto.

Riflessioni sulla lingua. La proposizione soggettiva - La proposizione subordinata soggettiva è una proposizione subordinata che fa da soggetto al predicato della reggente:
Es.: È evidente che sei triste  (prop. subordinata soggettiva)
La tua tristezza (soggetto) è evidente. Dipende sempre da verbi o locuzioni verbali impersonali o usati impersonalmente. In particolare, dipende:
·         da verbi impersonali o usati impersonalmente alla 3a persona singolare, come accade, avviene, capita, bisogna, occorre, sembra, pare, dispiace, basta, importa, interessa ecc.: “Sembra che tutti siano d’accordo; Bisogna che partecipiate anche voi; Mi basta vederti ogni tanto; Bastava che arrivassi un’ora prima;
·         da verbi costruiti con il si passivante, come si dice, si crede, si pensa, si teme, si spera: “Si dice che il sindaco si dimetterà”; “Si temeva che fossi già partito”;
·         da locuzioni verbali impersonali costituite dal verbo essere + un nome, come è ora, è tempo, è compito, è dovere, è una vergogna, è un piacere: “È ora di alzarsi”; “È un’indecenza che possano succedere queste cose”; “È dovere di tutti provvedere al bene comune”;
·         da locuzioni verbali impersonali costituite dai verbi essere, parere, sembrare, riuscire, venire, accompagnati da un aggettivo o da un avverbio in funzione di nome, come è bello, è brutto, è necessario, è tanto, è poco, è molto, è bene, è male, pare certo, sembra sicuro, pare opportuno, riesce facile, riesce difficile, viene opportuno ecc.:
“È stato brutto da parte tua comportarti così”;
“È tanto che non lo vedo”;
“Sarà opportuno chiedere un prestito alla banca”;
“Non ci sembra necessario informarli del nostro progetto”;
“Mi riesce difficile immaginare una cosa simile”.
Nella forma esplicita, la proposizione soggettiva è introdotta dalla congiunzione subordinante che e ha il verbo:
·         all’indicativo, quando la reggente esprime certezza: “È chiaro che il responsabile sei tu”;
·         al congiuntivo, quando il verbo della reggente esprime possibilità, probabilità, dubbio, speranza e simili: “Si dice che il responsabile sia tu”;
·         al condizionale, quando il fatto indicato dalla soggettiva dipende da una condizione (espressa o sottintesa): “È chiaro che verrebbe volentieri (se potesse)”.
Nella forma implicita, la proposizione soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione di:
“È ora di partire”;
“Bisogna avvertire subito Paolo”.

Educazione letteraria. Le forme del testo narrativo – I testi narrativi possono presentarsi in forma diverse: come mito, favola, leggenda, parabola, novella e romanzo.
·         Il mito è la narrazione di eventi riguardanti le origini di un gruppo di gente, e ha per protagonisti divinità ed eroi
Es.: I miti greci e latini.
·         La fiaba è una narrazione breve originaria della tradizione popolare, caratterizzata da componimenti brevi e di fatti fantastici caratterizzati da due elementi: eccezionalità e magia; e centrati su avvenimenti e personaggi fantastici come streghe, fate, orchi, giganti e così via. Dopo aver sconfitto le forze del male, l’eroe-positivo riesce sempre a realizzare gli scopi prefissati e a conquistare l’oggetto di attrazione.
·         La favola è una narrazione breve, in cui spesso protagonisti sono animali in grado di parlare, aventi gli stessi caratteri degli uomini, con i loro difetti e le loro qualità ed in esse la componente fantastica è generalmente assente, e la narrazione ha un intento allegorico[3] e morale più esplicito.
·         La leggenda è un racconto, in genere immaginario, di vicende riguardanti la vita di personaggi famosi, che hanno lasciato un’impronta nel campo della storia o in quello religioso. L’esagerazione, elemento caratteristico di questa forma di narrazione, serve ad esaltare e a rendere esemplare la figura del personaggio.
Es.: le leggende riguardanti i santi o quelle legate a personaggi storici celebri, come Muzio Scevola, Masaniello o Garibaldi.
·         La parabola è un racconto breve il cui scopo è spiegare un concetto difficile con uno più semplice o dare un insegnamento morale. La parabola divenne famosa dall’uso fatto nei Vangeli con le parabole di Gesù. La parabola introduce un esempio che vuole illuminare la realtà specificata, con un unico punto di contatto tra la immagine e la realtà.Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Parabola_%28letteratura%29"
·          
·         La novella è un racconto non eccessivamente lungo, che tratta fatti reali o immaginari, accaduti in un arco di tempo alquanto breve, con un limitato numero di personaggi.
·         Il romanzo è un racconto di ampia estensione, che narra di fatti reali o immaginari, accaduti in un lungo lasso di tempo, con un proporzionato numero di personaggi. I filoni del romanzo sono numerosi, i più noti sono:
§  il romanzo storico
§  il romanzo d’avventura
§  il romanzo naturalista e verista
§  il romanzo di fantascienza
§  il romanzo epistolare
§  il romanzo psicologico
§  il romanzo autobiografico
§  il romanzo giallo o poliziesco.

Educazione letteraria. Temi centrali e temi periferici – Il tema centrale, cioè l’argomento fondamentale del testo, è il filo conduttore che unisce organicamente le varie parti dell’opera.
Accanto al tema centrale vi sono poi dei temi periferici, che sono propri di ogni singola parte dell’opera e che sono comunque convergenti verso il tema principale.
Individuare il tema centrale e quelli periferici significa procedere a una prima generale scomposizione del testo e serve a capire la struttura portante dell’opera stessa.
Es.: Nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni il tema centrale è l’amore fra Renzo e Lucia, ostacolato da don Rodrigo. Il tema periferico è la vita di Gertrude; quest’ultima, però, è parte anche del tema centrale, poiché ella dà ospitalità a Lucia e consegna la ragazza ai bravi dell’Innominato al momento del rapimento.

Educazione letteraria. L’individuazione del tema - Emozioni e sentimenti pervadono continuamente la vita quotidiana di ogni periodo storico influenzano un elevato numero di comportamenti sociali; essi sono oggetto di ogni forma di produzione umana e si traducono in:
·         sensazioni[4],
·         emozioni[5],
·         sentimenti[6],
·         passioni[7]
·         statid’animo[8]
le cui differenze tra sono estremamente sfumate.
Un testo letterario, di qualsiasi natura esso sia narrativo, sia poetico sia teatrale ne è sempre impregnato.

Educazione letteraria. La struttura generale – Nei testi narrativi è possibile individuare una struttura generale di base valida per la quasi totalità dei testi.
Questa struttura è costituita da quattro momenti:
·         situazioneiniziale
·         complicazione: un evento che viene ad alterare, più o meno improvvisamente, l’equilibrio iniziale;
·         evoluzionedellavicenda: una serie di eventi, che possono migliorare o peggiorare la situazione del personaggio principale;
·         conclusionedellavicenda: alla fine della narrazione si ristabilisce un equilibrio, che può essere positivo o negativo, e la vicenda si scioglie.

Educazione letteraria. Fabula e intreccio – La distinzione, introdotta dai formalisti russi, tra fabula e intreccio.
Con fabula si indica la sequenza dei fatti raccontati, disposti nell'ordine cronologico in cui si sono svolti e selezionati in base ai loro rapporti di causa-effetto.
Con intreccio si intende il modo in cui i fatti raccontati sono disposti dal narratore, spesso alterando l'ordine cronologico della fabula e/o introducendo fatti che non hanno rapporto di causa-effetto con altri, ma sono liberi (digressioni, descrizioni ecc.)

Educazione letteraria. Nuclei narrativi e sequenze – In ogni testo narrativo troviamo una serie di informazioni: alcune sono indispensabili per capire lo svolgimento della storia, altre invece aggiungono particolari meno importanti, utili tuttavia a comprendere meglio determinate situazioni. Le prime costituiscono gli eventi essenziali, le seconde gli eventi accessori. Gli eventi essenziali formano i pilastri del racconto, mentre quelli accessori hanno la funzione di far comprendere meglio il contesto e l’atmosfera in cui si svolge il racconto stesso. Ogni evento essenziale, con i relativi eventi accessori, forma un nucleo narrativo, cioè una porzione di testo più o meno completa, che sviluppa una parte ben precisa del racconto.
Un altro sistema di scomposizione del testo narrativo è costituito dalle sequenze, unità narrative minime, che sono dei segmenti di testo, inferiori rispetto ai nuclei narrativi per estensione e complessità, forniti di senso logico compiuto.
Anche se ogni sequenza, in sé conclusa e dotata di piena autonomia sul piano sintattico e di significato compiuto, essa acquista pieno significato solo all’interno del testo di cui fa parte, integrata nel sistema di relazioni con tutte le altre sequenze del racconto.
Non è possibile precisare l’ampiezza di una sequenza le sequenze cambiano quando:
·         entra in scena o esce un nuovo personaggio;
·         cambiano le modalità espositive (es.: il passaggio dal discorso diretto all’indiretto e viceversa).
·         c’è una variazione di tempo e di luogo.
Inoltre, rispetto al loro contenuto, le sequenze si dividono in:
A seconda del particolare significato, le sequenze si suddividono in:
·         sequenze narrative: parti del racconto che registrano le azioni dei personag­gi e gli avvenimenti in cui sono coinvolti, poiché immettono nel racconto fatti e accadimenti, le sequenze narrative portano avanti lo sviluppo della trama e sono dun­que sequenze dinamiche.
·         sequenze descrittive[9]: parti del racconto che hanno il compito di dare con­sistenza ai personaggi e al contesto della vicenda. Le sequenze di questo tipo sono statiche e rallentano il ritmo della narrazione, arricchendo però la storia di determi­nazioni che la rendono più viva e consistente. La loro presenza è indispensabile per delineare, attraverso la descrizione dell’ambiente e delle sue caratteristiche, il contesto in cui si svolge una vicenda;
·         sequenze riflessive: parti del racconto che registrano e analizzano i sentimenti e gli stati d’animo dei personaggi e le riflessioni e i giudizi che essi esprimono in ordi­ne alla vicenda, oppure riportano la voce stessa del narratore che manifesta le sue considerazioni su quanto sta avvenendo nella storia o sull’agire e il carattere dei personaggi. Al pari di quelle descrittive, anche le sequenze riflessive sono statiche e se­gnano una pausa nella narrazione, rallentando il procedere degli eventi.
·         sequenze dialogate: parti del racconto che riportano i discorsi diretti dei personaggi. A seconda del contenuto e dell’impostazione dei dialoghi, questo tipo di se­quenze può svolgere molteplici funzioni narrative: può contribuire allo sviluppo del­l’azione (sostituendo in un certo senso le sequenze narrative), può rivelare lo stato d’animo e il carattere dei personaggi e le relazioni che intercorrono tra loro o, anche, commentare la vicenda con considerazioni, giudizi e così via. Il ritmo delle sequenze dialogiche può essere molto diverso, a seconda che le battute che vengono pronunciate siano brevi e scarne o, viceversa, ridondanti e prolisse; in ogni caso le sequenze dialogate mettono in primo piano i personaggi, con un effetto di presa diretta che tende a ridurre il ruolo del narratore.

T 4 Il mito di Prometeo.
Dalla Teogonia di Esiodo
  • Esiodo è la prima personalità poetica storicamente accertata della letteratura greca. Esiodo è il primo poeta greco che parla di sé nelle sue opere. Gli antichi lo fecero contemporaneo di Omero. Oggi la critica lo colloca posteriormente all’elaborazione dell’Iliade e dell’Odissea.
  • Esiodo nacque fra l’VIII e il VII secolo a.C. ad Ascra, città della Beozia ai piedi del monte Elicona; la famiglia si era trasferita lì da Cuma, spinta da necessità economiche.
  • Esiodo, oltre che agricoltore e pastore, era anche un aedo e così prese parte a Calcide, in Eubea, ai giochi funebri in onore di Anfidamante, l’eroe caduto nella Guerra Lelantina (il nome deriva dal casus belli: la contesa tra due polis, Calcide ed Eretria, per la fertile pianura di Lelanto sull’isola di Eubea). Durante i giochi funebri avrebbe cantato la Teogonia, riportando la vittoria ed ebbe come premio un tripode che dedicò alle Muse.
  • Come si ricava da Le Opere e i giorni, ad un certo punto della sua vita entrò in lite con il fratello Perse per la spartizione dell’eredità paterna. Perse vinse la causa corrompendo i giudici, ma, essendo un uomo pigro, Perse non lavorò le sue terre e cadde in miseria; minacciò allora il fratello di intentargli un nuovo processo: Esiodo per dissuaderlo compose il poemetto Le opere e i giorni.
  • Di Esiodo sono stati tramandati due poemi integri (Teogonia e Le opere e i giorni) e uno frammentario (Catalogo delle donne o Eòiai), tutti in esametri. Un altro poemetto esametrico, Lo scudo di Eracle, è ritenuto opera di un aedo posteriore.
  • a Teogonia (1022 versi) porta all’inizio il nome del suo autore, Esiodo, ispirato dalle Muse a comporla mentre pascola le pecore ai piedi del monte Elicona, il monte ad esse sacro. 
  • Vi descrive la nascita dell’universo dalle origini al regno di Zeus. Segue la genealogia dei figli nati dal titano Giapeto e dalla ninfa marina Climene, fra i quali Prometeo ed Epimeteo, destinato a divenire sposo di Pandora, origine di tutti i mali dell’umanità (per un approfondimento leggi Prometeo e Pandora- Mitologia clicca qui). 
  • Segue un catalogo delle dee che da uomini mortali generarono «figli simili agli dèi» e un’invocazione finale alle Muse perché cantino «la progenie delle donne», ossia le donne mortali che ebbero figli immortali: il che serve a saldare la conclusione della Teogonia all’inizio del Catalogo delle donne.
  • La presenza del fuoco nell'umanità primitiva fu molto importante e la scoperta della sua utilizzazione per diversi scopi apportò utili miglioramenti alle condizioni di vita degli esseri umani. Naturale quindi che il fuoco sia protagonista di molti miti. Il più noto di essi, quello di Prometeo, fa parte della ricchissima mitologia creata dal popolo dell'antica Grecia. Ecco come lo racconta Esiodo, un poeta vissuto tra l' VIII e il VII secolo avanti Cristo.
Nelle prime epoche del mondo, quando Giove aveva spodestato il feroce Saturno[10] ed era diventato il dominatore dell'Universo, i Titani[11] si erano ribellati al potere del Re giovinetto. Uno solo fra essi, Prometeo, non aveva partecipato alla sommossa, e non per amore verso il nuovo Re, ma perché egli poteva vedere le cose future e le presenti e sapeva che era inutile opporsi alle decisioni del destino.
Prometeo dunque era antiveggente[12] e saggio e i suoi occhi sicuri, scintillanti, scrutatori rivelavano il suo potere divinatore[13] e infallibile; la sua fronte vasta, la sua bocca buona, quasi infantile, il corpo immane[14] , gli davano l'aspetto di un generoso gigante dalla forza enorme abituato a dominare gli elementi. Ora, Prometeo voleva bene agli uomini. E l'uomo allora era misero, non aveva armi, né vesti, viveva selvatico nelle boscaglie cibandosi di cruda selvaggina e di frutta; per vestirsi si copriva di foglie, per difendersi dalle belve non possedeva che sassi e rami nodosi. Si riparava dai geli e dal sole in basse caverne profonde, in cui, simile a un rettile strisciante, la notte si rifugiava a dormire. E, quando il sole era tramontato, se la luna non appariva a rischiarare le lunghe notti, una tenebra impenetrabile inghiottiva l'universo, e gli uomini erano simili a miseri ciechi, tremanti, indifesi, in un mondo senza luce, colmo di ruggiti paurosi e lampeggiante degli occhi fosforescenti delle belve. Prometeo, il buon gigante dagli occhi splendenti, non poté sopportare a lungo lo spettacolo di quella umanità dispersa e miserabile. “ Voglio aiutare gli uomini ” disse. “ Voglio che la loro vita diventi meno selvaggia, che essi imparino a difendersi dalle tigri e dai cinghiali, che coltivino la terra, lavorino i metalli, si nutrano di cibi caldi e arrostiti e non di sanguinanti e crudi resti di animali. Voglio donare all'uomo il fuoco! ” Sapeva, nella sua chiaroveggenza[15], che questo era contrario ai desideri di Giove, sapeva che un dono simile fatto agli uomini sarebbe stato la sua rovina, ma Prometeo era generoso, e risoluto[16], perciò, anche a sfidare l'ira del Nume Onnipossente[17], pur di fare tal bene ai miseri mortali. Salì dunque una sera su, nella montagna radiosa[18], dove gli Dei banchettavano felici, circondati dalle fiamme purpuree[19] del fuoco divino.
Ed entrò nelle fucine[20] risonanti di Vulcano, che, nella sua corazza di bronzo battuta dalle fiamme, foggiava instancabilmente armi per gli eroi e monili[21] per le belle Dee dell'Olimpo. “ Sono venuto a portarti quest'anfora di vino etnèo[22]” disse Prometeo, sedendosi presso il fuoco. “Bevi, fabbro laborioso, questo ti darà più forza che il tuo nèttare[23]! Bevi! ” Vulcano accettò di buon grado dall'amico l'offerta, e mandò giù in un sorso nella gola, arsa da tutto quel calore infernale, il rosso liquore dell'Etna. Ma, dopo un poco, il suo capo si piegava e gli occhi si chiudevano nel sonno: il previdente Prometeo aveva mescolato al vino molto succo di rossi papaveri[24]. Il fuoco divino era lì, incustodito: e Prometeo ne imprigionò alcuni semi scintillanti nella fèrula[25], il bastone cavo[26] che gli aveva donato lo stesso Vulcano. E via, a precipizio, giù, verso la terra desolata! La notte intanto era scesa, invadendo di paura con le sue ondate di tenebre il cuore degli uomini, e la fèrula bronzea di Prometeo fiammeggiava nel buio come un astro staccatosi dal firmamento[27]. “Vi porto il fuoco!” gridò il gigante agli uomini che lo attendevano “Vi porto la vita, la civiltà, la gioia!” E, accatastate molte fascine secche e gettativi sopra gli scintillanti tizzoni rubati a Vulcano, Prometeo accese un immenso rogo che salì fino al cielo, mentre le grida gioiose degli uomini scotevano tutto l'Universo e giungevano fino all'Olimpo.
Giove udì gli urli di vittoria, e, corrugando la fronte, irritato, tonò: “Il temerario[28] che ha donato agli uomini il fuoco deve essere punito.” E ordinò a Vulcano di apprestare egli stesso catene enormi ed anelli di bronzo per incatenare Prometeo a una roccia.
Intanto gli uomini, per opera del generoso Titano, imparavano a riscaldarsi, a cuocere le carni, a foggiarsi le armi, a costruire le case dove potere a sera riposare, a fabbricare le navi, per solcare senza pericolo il mare infido. E gli uomini furono così felici di tutti questi doni, che, ebbri di gioia per la conquistata vittoria, si credettero diventati simili agli Dei.
Questa presunzione aumentò il furore di Giove; e Vulcano, sia pure a malincuore, poiché voleva bene al Titano dagli occhi sereni, dovette impadronirsi, per ordine del Nume, del corpo del gigante e legarlo alle rupi inaccessibili del monte Caucaso[29].
“Tu l'hai voluto, Prometeo!” gli diceva Vulcano, mentre, aiutato dai Ciclopi[30], gli stringeva ai polsi le catene. E, mentre Vulcano parlava al gigante incatenato, i Ciclopi dal grande occhio in mezzo alla fronte lavoravano instancabili a chiudere gli anelli e a issare alto sul baratro[31], fra il cielo e il mare, il corpo doloroso di lui.
Ma Vulcano non aveva previsto tutto il supplizio immane che attendeva il donatore di fuoco. Ogni mattina, un'aquila gigantesca calava dalle cime nevose, si accostava al corpo del gigante, gli squarciava con un colpo del becco ricurvo il torace e si cibava del suo fegato sanguinante. Quando tornava la notte, il fegato, miracolosamente, rinasceva e di nuovo, al sorgere del sole, l'aquila affamata si dissetava al suo sangue e divorava il fegato del martire gigante.
Il volto di Prometeo diventava bianco di dolore, la sua bocca lanciava urli inumani, e inutilmente le rosee Ninfe[32] cercavano di far salire fino a lui il loro canto dolcissimo per consolarlo. Il martirio era inesorabile. Ma, se pure dalle labbra riarse[33] sfuggivano incontenibili lamenti, il cuore grande di Prometeo era contento del supplizio. La sua sofferenza aveva dato agli uomini la felicità della fiamma prodigiosa! Sarebbe rimasto incatenato lassù fino alla fine dei secoli, serenamente! Passarono così, in quel martirio, trent'anni, finché Giove ebbe pietà di quel corpo roso[34] dalle intemperie, di quegli occhi abbacinati[35] dalle nevi, del petto squarciato, il cui sangue rigava in eterno la roccia. E liberò il Gigante, accogliendolo immortale nelle felici praterie dei Campi Elisi[36].
E Prometeo infatti vive ancora. E ogni volta che si compie fra gli uomini una impresa ardita, ogni volta che un martire cade per la fede e per la gloria, lo spirito immortale di Prometeo alita[37] attorno agli eroi; e il fuoco divino, che il Gigante ha rapito al Cielo, infiamma le anime generose degli uomini. Prometeo ha insegnato loro, oltre alla civiltà, anche ad essere degni della propria origine divina e fieri dell'anima immortale.
Rielaborazione di Alfredo Panzini, da Teogonia, Treves, Milano.




[1]Il nome - Il nome o sostantivo è la parte variabile del discorso che indica un essere, una idea, un fatto. I sostantivi sono anche detti nomi, anche se linguisticamente, il primo termine è preferito per il suo significato più pregnante: significa infatti provvisto di una propria sostanza, di una realtà di cui possiamo parlare, sia essa tangibile, sia che esista solo nella nostra mente (virtù).
I nomi, insieme ai verbi, sono gli elementi primari di una lingua e costituiscono il pilastro su cui la frase si costruisce.
Dal punto di vista linguistico i nomi possono essere analizzati morfologicamente e semanticamente.
Le caratteristiche morfologiche – Le caratteristiche morfologiche di un nome riguardano il genere ed il numero.
Nel genere i nomi possono essere maschili o femminili.
Una delle maggiori difficoltà è costituita dall’apprendere come si trasforma un nome maschile nel corrispettivo femminile (quando esiste) e come si forma il plurale.
La trasformazione di un sostantivo maschile in femminile può avvenire solo con nomi di persone (maestro - maestra) o di animali (asino - asina), ma non con quelli di cose: infatti la tappa (quella del giro d’Italia) non è la femmina del tappo (quello della bottiglia).
Nel numero sono generalmente singolari e plurali, ma non mancano quelli che si usano solo al singolare (buio) o solo al plurale (forbici).
Per quanto attiene alla formazione del plurale, si osservino queste semplici norme:
a)       la maggior parte dei nomi, sia maschili che femminili, al plurale esce in i tranne i femminili che al singolare escono in a perché questi al plurale vogliono la desinenza e:
Esempi:
Singolare
Plurale
Il cavallo (m. in o)
I cavalli
Il fiume (m. in e)
I fiumi
Il poeta (m. in a)
I poeti
La mano (f. in o)
Le mani
La vite (f. in e)
Le viti
La matita (f. in a)
Le matite
b)       al plurale restano invariati:
·         i nomi monosillabici (il re - i re)
·         i nomi tronchi (cioè con l’accento sull’ultima sillaba: la virtù - le virtù / la verità - le verità)
·         i nomi terminanti in i (il brindisi - i brindisi)
·         i nomi terminanti in consonante (il lapis - i lapis)
·         i nomi propri di persona con desinenza a (Enea - gli Enea)
·         i cognomi (il Foscolo - i Foscolo / l’Alighieri - gli Alighieri)
·         i nomi stranieri (il pullman - i pullman / il goal - i goal)
c)       i nomi terminanti in -io, se hanno la i tonica (cioè accentata nella pronuncia) come pigolìo e zìo, al plurale richiedono la desinenza ii (pigolii, zii), altrimenti una sola i (figlio - figli / premio - premi);
d)       i nomi che terminano in -cia e -gia, se davanti a -cia e -gia hanno una vocale, fanno al plurale -cie e -gie (camicia - camicie / guarentigia guarentigie); se hanno una consonante fanno invece -ce e -ge (lancia lance / bolgia - bolge). Se però hanno la i tonica, la conservano sempre (farmacìa - farmacìe / nostalgìa - nostalgìe).
Le eccezioni a queste norme sono numerose e solo l’uso frequente del dizionario può farcele apprendere.
Ecco solo alcuni dei nomi che sfuggono alle regole su accennate: il vaglia - i vaglia , il pigiama - i pigiama, la radio - le radio, la dinamo - le dinamo, l’arbitrio - gli arbitrii (per distinguerlo da arbitri che è il plurale di "arbitro"), l’omicidio - gli omicidii (per distinguerlo da omicidi che è il plurale di "omicida").
Per il plurale dei nomi in -co e -go è d’obbligo l’uso del dizionario. Quando sorge un dubbio si consulti il vocabolario e si cerchi di memorizzare l’esito della ricerca.
es: mago al plurale fa magi (come i tre re del presepio) o maghi (come dicono i presentatori televisivi)?
L’uso del dizionario vale anche per il plurale dei nomi composti.
Le caratteristiche semantiche - Dal punto di vista semantico i nomi si suddividono nelle seguenti categorie:
  • nomi comuni e nomi propri
  • nomi concreti e nomi astratti
  • nomi individuali e nomi collettivi
  • nomi numerabili e nomi non numerabili
  • Nomi comuni e nomi propri di cose - I nomi comuni indicano persone, animali, cose, luoghi,ecc. in modo generico come appartenenti ad una classe; il nome libro può indicare uno qualsiasi dei possibili libri esistenti, se non viene a esso aggiunto qualche maggiore elemento di identificazione:
  • il mio libro
  • il libro di latino che ho lasciato sul tavolo
  • I nomi propri, invece, sono nomi o cognomi di persone, appellativi geografici, storici, letterari, culturali e sociali; indicano non ciò che è generico ma ciò che è individuale, non la classe ma l’elemento singolo. E questa singolarità è evidenziata con l’uso della lettera maiuscola:
Parigi
Lombardia
Nomi concreti e nomi astratti - Sono concreti i nomi comuni usati per designare persone, animali o cose percepibili con i nostri sensi:
ragazza, sedia, fragore, profumo, superficie
Sono astratti i nomi comuni con cui si designano entità accessibili solamente al nostro spirito e al nostro pensiero:
fede, giustizia, bontà, bellezza, male
Nomi individuali e nomi collettivi - Il nome individuale designa un’entità singola che può essere una persona, un animale, una cosa o un concetto, indicandola con il nome proprio o con il nome comune della classe a cui questo appartiene. Per indicare una pluralità di individui, questi nomi devono essere usati al plurale Questa categoria comprende la maggior parte dei nomi:
Luisa, donna, lupo, tazza, virtù.
Il nome collettivo, invece, pur essendo al singolare designa gruppi o insiemi di persone (folla), cose (fogliame) o animali (mandria). Quando il nome collettivo è in funzione di soggetto, il verbo va al singolare.
[2] I pronomi personali - I pronomi personali sono quei pronomi che rappresentano la persona che parla, la persona che ascolta oppure la persona, l’animale o la cosa di cui si parla, senza specificarne o ripeterne il nome.
Es.: Io sono pronto per la partenza, tu no.
Es.: Abbiamo discusso con loro dei risultati elettorali.
I pronomi personali hanno forma diversa, secondo la persona, il numero, il genere e la funzione. Tale funzione può essere di soggetto o di complemento.
Persona
funzione soggetto
funzione complemento
forma tonica
forma atona
1a singolare

Io
Me
Mi
2a singolare
Tu
Te
Ti
3a singolare
Maschile
Egli,esso
lui, esso, sé
lo, gli, ne, si
Femminile
Ella, essa
lei, essa, sé
la, le, ne, si
1° plurale

Noi
Noi
ci, ce
2° plurale
Voi
Voi
vi, ve
3° plurale
Maschile
Essi
essi, loro, sé
li, ne, si
Femminile
Esse
esse, loro, sé
le, ne, si
Pronomi personali soggetto - I pronomi personali soggetto indicano la persona che è protagonista dell’azione o che effettua la comunicazione.
Es.: Tu sei stato proprio bravo;
Es.: Egli ascolta la musica di Puccini.
In italiano, a differenza di quanto accade in altre lingue, il pronome personale soggetto è spesso sottinteso, ma è preferibile evitarlo nella lingua scritta.
Il pronome deve essere espresso. Ciò avviene:
·         quando si vuole specificare il maschile o il femminile; Egli/Ella gioca;
·         quando il verbo presenta la stessa forma per più persone, ad esempio nel congiuntivo presente: Bisogna che io sappia la novità; Bisogna che tu sappia la novità;
·         quando si vuole dare rilievo al soggetto: Voi formate una bella compagnia;
·         quando si vogliono contrapporre più soggetti: Io lavoro ed egli si diverte.
[3]NOTA DI RETORICA L’allegoria - L’allegoria è una figura retorica per cui un concetto astratto è espresso attraverso un’immagine concreta: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, l’accostamento non è basato su qualità evidenti o sul significato comune del termine, bensì su un altro concetto che spesso attinge al patrimonio di immagini condivise della società. Essa opera comunque su un piano superiore rispetto al visibile e al primo significato: spesso l’allegoria si appoggia a convenzioni di livello filosofico o metafisico.
[4]La sensazione – La sensazione è la modificazione dello stato del nostro organismo, causato del contatto con l’ambiente, i cui stimoli sono percepiti dai nostri organi di senso; ognuno di essi è destinato alla ricezione di un particolare stimolo e sono:
·         udito,
·         vista,
·         olfatto,
·         gusto,
·         tatto,
·         cinestesia ed equilibrio,
·         sensazione di dolore.
La relazione tra la sensazione e lo stimolo è complicata dal fatto che non tutti gli stimoli fisici sono percepiti dall’individuo. Per essere percepito da un determinato organo di senso (soglia assoluta), uno stimolo deve infatti raggiungere una determinata grandezza e deve essere abbastanza diverso in intensità per poter essere distinto da un altro, simile per grandezza (soglia differenziale).
La distinzione tra sensazione, legata agli effetti immediati ed elementari in grado di suscitare una risposta, e la percezione, corrispondente all’organizzazione dei dati sensoriali in un’esperienza complessa, cioè al prodotto finale di un processo di elaborazione dell’informazione sensoriale, è che la percezione finale è la somma di sensazioni.
[5] L’emozione – L’emozione è uno stato affettivo, caratteristico di tutti gli esseri viventi.
L’emozione è un’impressione viva, un intenso moto, un impulso affettivo, di durata relativamente breve, piacevole o penoso, accompagnato da modificazioni fisiologiche e mentali, dovuto a forte impressione.
Le emozioni sono determinate non solo da uno stato interno dell’organismo, ma anche da una percezione di quanto avviene esternamente.
Ogni emozione implica una reazione cognitiva e fisica ad uno stimolo improvvisodi approvazione, sorpresa, paura, dispiacere, disgusto, aspettativa, rabbia, gioia, per questo ogni emozione è collegata a reazioni psicofisiologiche di vario genere, mescolate tra loro in modo complesso e particolare a seconda delle persone e delle situazioni.
L’emozione può provocare reazioni
·         Fisiologiche, ossia modificazioni somatiche diffuse (pallore o rossore, reazioni motorie ed espressive ecc.).
·         Cognitive ossia diminuzioni o miglioramenti nella capacità di concentrazione, confusione, smarrimento, allerta, e così via.
·         Comportamentali
L’emozione si distingue dal sentimento, perché quest’ultimo è meno intenso e più durevole e dà una particolare tonalità affettiva alle nostre sensazioni, alle nostre rappresentazioni ed alle nostre idee: mentre l’emozione è quindi involontaria ed istintiva, il sentimento, come il pensiero, è una funzione razionale.
[6]Sentimento - Il sentimento è la capacità di provare consapevolmente sensazioni ed emozioni. Il sentimento dunque non è più solo una percezione fisica, ma uno stato d’animo, un’emozione che è possibile razionalizzare e comunicare.
Es. l’amore, l’amicizia, la rabbia, la nostalgia ed altro.
I sentimenti sono espressione di ciò che ci circonda e che agisce direttamente o indirettamente su di noi. La maggior parte dei sentimenti è controllata dal nostro subconscio e per questo ogni elemento esterno ci coinvolge anche internamente: in altri termini dal nostro subconscio si innesca una catena logica, maturando così risposte logiche non esprimibili con parole, ma che si sviluppano nella nostra mente come concetti.
Ogni risultato, ottenuto da questa catena logica, è posto in una zona, ancora scientificamente ignota, chiamata anima, e perciò a volte si possono provare sentimenti contrastanti tra di loro e non sapere il motivo di tutto ciò.
Es.: L’innamoramento, che può effettuarsi tra due persone completamente diverse e perciò c’è uno scontro tra opinione soggettiva, che cerca profitto nei fatti per il soggetto stesso, ed opinione oggettiva (o del subconscio).
I sentimenti influenzano il nostro umore, il nostro modo di agire, il nostro modo di parlare, ma sopratutto il nostro modo di vivere e di essere: in altri termini i sentimenti influenzano tutta la sfera dell’affettività, un ambito che definisce i sentimenti e le emozioni proprie dell’uomo nell’ambito delle sue relazioni sociali, in particolare di quelle familiari, sentimentali e amicali caratterizzate da una particolare intimità.
[7]Passione – La passione è una tensione violenta e di una certa durata. L’idea di passione indica un cambiamento che subisce l’individuo (si è sopraffatti dal dolore, travolti dall’amare, ecc.).
Diversamente dall’emozione, che è passeggera, la passione è cronica, acuta, complessa, che polarizza l’attenzione attorno di un soggetto su un unico oggetto.
Nell’antichità le passioni sono state quasi sempre condannate come elementi disturbanti: i filosofi identificavano le emozioni con le passioni e Platone definiva le passioni come una malattia dell’anima. Tra queste forze interne il soggetto cerca un equilibrio che è sempre precario e instabile pertanto costituiscono una continua minaccia all’armonia del soggetto, se non guidate e indirizzate verso fini razionali e moralmente validi.
Le passioni hanno occupato l’attenzione dei filosofi fin dall’antichità classica, ma solo recentemente le scienze sociali hanno prestato attenzione alle diverse componenti della cultura emozionale, presenti nelle espressioni letterarie e nelle manifestazioni massmediali, ma anche nella dinamica dell’interazione sociale.
[8]Stato d’animoGli stati d’animo sono sentimenti o emozioni di intensità bassa e durata relativamente lunga: in altri termini lo stato d’animo è un modo di essere temporaneo o permanente, una situazione, una condizione psicologica che noi stessi ci creiamo mediante specifiche azioni mentali e fisiche.
Le componenti che determinano uno stato d’animo sono due:
1.       Le rappresentazioni interiori: le imitazioni di modelli familiari, le situazioni del passato, le nostre credenze, i nostri atteggiamenti, valori ed esperienze condizionano le rappresentazioni interne che ci facciamo;
2.       L’uso della fisiologia: la tensione muscolare, ciò che mangiamo, il modo di respirare, hanno un’incidenza enorme sul nostro stato d’animo.
L’esperienza interna e quella fisiologica influiscono l’una sull’altra, quindi i cambiamenti di stati d’animo implicano cambiamenti di rappresentazioni interne e di fisiologia: di conseguenza, per controllare il nostro comportamento dobbiamo controllare e dirigere i nostri stati d’animo, per controllare questi ultimi dobbiamo controllare e dirigere le nostre rappresentazioni interne e la nostra fisiologia.
Alcuni stati d’animo quali amore, fiducia in se stessi, forza interiore, gioia, estasi generano la forza personale; altri stati d’animo quali confusione, depressione, paura, ansia, tristezza, frustrazione rendono deboli. Per questo il comportamento umano è il risultato dello stato d’animo in cui ci si trova.
[9]Il testo descrittivo - La descrizione o testo descrittivo mostra con le parole com’è fatta una persona, un animale, una cosa, un ambiente, descrivendone le caratteristiche e gli aspetti più significativi.
La descrizione può essere:
1.       Oggettiva o impersonale: essa è caratterizzata dal fatto che chi comunica (scrive o parla) vuole presentare fedelmente la realtà attraverso una serie di dati condivisibili da tutti cioè impersonalmente.Essa si ha quando sono descritti dati fisici, utilizzando le informazioni che ci vengono dai sensi: (udito, vista, olfatto, gusto, tatto, cinestesia ed equilibrio, sensazione di dolore) gli atteggiamentie le abitudini senza aggiungere impressioni, opinioni e sentimenti personali. Il linguaggioè ricco di aggettivi qualificativi e di termini specifici. Iverbisono generalmente usati al tempopresente e le frasisono brevi e semplici. Lo scopo è quello di fornire informazioni chiare, ordinatee corrette.
Es.: E’ una ragazza di vent’anni. E’ alta e magra. Ha la carnagione chiara e gli occhi azzurri. Indossa un maglione di lana bianca e un paio di jeans chiari. Ha con sé un cagnolino.
2.       Soggettiva o personale: essa è caratterizzata dal fatto che chi comunica (scrive o parla) ha l’intenzione di rappresentare la realtà, dando particolare rilievo ai sentimenti, alleopinioni, alleriflessioni,alleesperienze personali.Il linguaggioè ricco di aggettivi qualificativi, attraverso i quali sono espressi giudizi e valutazioni, di paragoni e metafore. I verbi sono per lo più usati al tempo passato e iperiodi sono lunghi e complessi. Lo scopo è quello di rappresentare la realtà come appare a chi scrive, di creare un’atmosfera particolare e di suscitareemozionie riflessioni.
Es.: E’ una ragazza giovane, splendida, bella come il sole. Ha un viso luminoso e sorridente. I suoi capelli sono lunghi e luminosi come la sete. I suoi occhi, azzurri come il cielo, infondono fiducia e simpatia. Veste in modo semplice e sportivo: comodi e pratici jeans e un caldo maglione di lana bianca. Passeggia con un simpatico e vivace cagnolino.
Dati da considerare per descrivere:
1.       una persona
·         chi è
·         come si chiama
·         aspetto fisico (la corporatura, la statura, la carnagione, il viso, gli occhi, il naso, la bocca, i capelli, la voce)
·         abbigliamento: il modo di vestire
·         il carattere: qualità e difetti, l’intelligenza, i sentimenti.
·         il temperamento: come si comporta solitamente, gli atteggiamenti, il modo di parlare.
·         i suoi interessi.
·         la condizione sociale: l’età, la famiglia, il tipo di lavoro, la ricchezza, la povertà.
·         quali sentimenti suscita.
2. un animale
  • che animale è
  • come si chiama
  • ambiente in cui vive
  • caratteristiche fisiche
  • da cosa è ricoperto il suo corpo
  • versi che produce
  • il comportamento
  • il rapporto che ha con te
  • quali sentimenti suscita
[10] Saturno: nome latino di Crono, figlio di Urano e Gea e fratello dei Ciclopi. Tolse al padre il dominio del mondo e divorò i suoi figli per paura che lo privassero del trono; solo Zeus riuscì a salvarsi e divenne così signore degli dei. Dopo la riconciliazione fra padre e figlio Saturno ottenne il regno dei morti.
[11] Titani: figli di Urano e Gea, combatterono contro Zeus, ma, dopo la loro sconfitta, furono buttati nel Tartaro.
[12] antiveggente: capace di prevedere il futuro.
[13] divinatore: é sinonimo di antiveggente ed indica dunque la capacità di scoprire gli avvenimenti futuri o quelli presenti ignoti.
[14] immane: enorme, di dimensioni smisurate.
[15] chiaroveggenza: capacità di veder chiare le cose, anche quelle future.
[16] risoluto: sicuro, deciso ad agire in un determinato modo.
[17] Nume Onnipossente: Giove. La parola "nume" indica una divinità della mitologia.
[18] montagna radiosa: l'Olimpo, sede degli dei.
[19] purpuree: di un color rosso come la porpora.
[20] fucine: propriamente indica il focolare su cui i fabbri arroventano il ferro per batterlo all'incudine; qui per estensione indica il luogo, l'officina dove Vulcano lavorava.
[21] monili: gioielli.
[22] etneo: dell'Etna.
[23] nettare: bevanda degli dei.
[24] succo di rossi papaveri: i semi di questo fiore contengono sostanze che favoriscono il sonno
[25] ferula: bastone che rappresentava un simbolo di autorità.
[26] cavo: vuoto all'interno.
[27] firmamento: volta del cielo.
[28] temerario: troppo ardito, persona che non riflette sull'effettiva consistenza di un pericolo.
[29] Caucaso: alto sistema montuoso dell'Asia, si estende dal Mar Nero al Caspio.
[30] Ciclopi: giganti con un solo occhio, secondo alcune tradizioni lavoravano nell'officina di Vulcano, secondo altre erano pastori.
[31] baratro: abisso.
[32] Ninfe: divinità minori che abitavano i boschi, le selve e i corsi d'acqua.
[33] riarse: completamente secche.
[34] roso: consumato, distrutto a poco a poco.
[35] abbacinati: accecati.
[36] Campi Elisi: i luoghi dove si pensava che fossero accolti i giusti dopo la morte.
[37] alita: soffia.

domenica 19 novembre 2017

Storia Classe I Unità di lavoro III: Le civiltà del vicino oriente mediterraneo: Ittiti, Ebrei e Fenici

Unità III Le civiltà del vicino oriente mediterraneo: Ittiti, Ebrei e Fenici
La popolazione indoeuropea[1] degli Ittiti si stanziò nell'Anatolia centrale all'inizio del II millennio a.C., in un territorio abitato da popolazioni deboli e povere, che non ebbe difficoltà ad assoggettare.
Ebrei e Fenici erano popolazioni di origine semiti[2].
I Fenici si insediarono lungo la costa del Mediterraneo orientale, a vallo degli attuali Libano e Israele, un territorio in parte montuoso e in parte pianeggiante, estremamente frammentato, ragione per la quale non si costituì mai uno stato unitario ma solo tante piccole città indipendenti. I Fenici sono noti per l'invenzione dell'alfabeto.
La popolazione ebraica, inizialmente costituita da tribù nomadi guidate da “patriarchi” (anziani saggi), alla fine del II millennio a.C. lasciò le sedi originarie della Mesopotamia per emigrare verso la Siria, la Palestina e poi l'Egitto (XVIII secolo). Qui, nel XVI secolo, venne perseguitata e indotta a fuggire per una supposta complicità con gli invasori Hyksos e a usa del monoteismo che contrastava l'idolatria faraoni. Secondo la tradizione biblica, Mosè guidò una nuova migrazione nel sec. XIII, portando il popolo fuori dall'Egitto per condurlo in Palestina.

1.      Gli Ittiti
Dopo una prima fase caratterizzata dalla coesistenza di regni indipendenti, la regione degli Ittiti fu unificata da Hattusili I (1650 a.C. ). In seguito a un processo di consolidamento interno (1400-1380 a.C. ), il Regno ittita divenne con Suppiluliuma I (1370-1342 a.C. ) una grande potenza del Vicino Oriente che in un ventennio di guerre (gli Ittiti furono i primi a usare il carro da guerra) sottomise il Regno dei Mitanni e i suoi stati vassalli della Siria settentrionale, l'Anatolia centroccidentale e parte del Libano.
Il tramonto dell'Impero ittita, con l'ultimo sovrano Suppiluliuma II (1220-1182 a.C. ), va collocato nella vasta crisi che sconvolse il Vicino Oriente, associata in genere all'invasione dei “Popoli del mare”. Con quest'espressione vengono indicati genti di provenienza balcanica che, a partire da XIV sec. a.C., comparvero nel Mediterraneo orientale e che nel XII sec. a.C. dilagarono in Anatolia e in Siria. Questi rasero al suolo e saccheggiarono la pitale ittita, Hattusas.
La Cilicia e la Siria rimasero indipendenti, ma si frammentarono in piccoli stati che tennero in vita la cultura ittita ancora per alcuni secoli (periodo neoittita), fino a quando furono sottomessi dagli Assiri (XI-VIII secoli a.C.).
L'Impero ittita era una sorta di stato federativo, in quanto i popoli conquistati mantenevano i loro sovrani pur collaborando con gli Ittiti e pagando loro tributi. Gli Ittiti si distinsero nella giurisprudenza, e il “Decreto di Telipinus”, che segnò il passaggio dalla monarchia elettiva a quella ereditaria, può essere considerato la prima legge di tipo costituzionale della storia, in quanto mirava a impedire che il re scegliesse arbitrariamente il suo successore.
2.      
Il popolo ebreo
Acquisito il controllo della Palestina, la terra che Dio aveva promesso ai padri della religione ebraica, verso il 1000 a.C. le tribù ebraiche si federarono in un regime monarchico portato al culmine della potenza dal secondo sovrano, Davide (inizio X secolo a.C.), che sconfisse Filistei e Aramei e stabilì la pitale del Regno a Gerusalemme.
Alla morte di Salomone (961-922 a.C.), figlio di Davide, le tribù settentrionali si ribellarono e il paese si scisse in due stati: il Regno di Giuda a sud, fedele ai discendenti di Salomone e il ribelle Regno di Israele a nord.
Il politeismo dei popoli vicini usò l'intervento dei Profeti che cercarono di preservare la purezza del monoteismo.
Per l'indebolimento conseguente alla scissione il Regno di Israele fu conquistato dagli Assiri nel 722 a.C. e quello di Giuda fu abbattuto nel 587 a.C. dai Babilonesi che distrussero Gerusalemme e deportarono parte della popolazione in Mesopotamia (“cattività babilonese”). Il re persiano Ciro concesse agli Ebrei di fare ritorno nella loro terra (538 a.C.), ma essi furono sottomessi successivamente ai Persiani e ai Macedoni.
Insediatisi in Egitto in seguito al coinvolgimento nel conflitto tra Seleucidi e Tolomei, gli Ebrei di Palestina ebbero riconosciuta l'autonomia sotto gli Asmonei. La persistenza di divisioni interne tra Farisei, Sadducei ed Esseni, che vivevano in modo diverso la religione, favorì l'intromissione di Roma che impose il protettorato nel 63 a.C. e intervenne poi militarmente contro la resistenza religiosa e nazionale degli Zeloti che perseguivano la costituzione di uno Stato ebraico anche tramite pratiche terroristiche. Nel 70 d.C. Tito distrusse il Tempio di Gerusalemme, ma una nuova rivolta nel 135 d.C. portò alla distruzione dell'intera città.
La religione ebraica è la prima delle tre religioni (le altre due sono il Cristianesimo e l'Islam) che hanno in Abramo il loro comune patriarca. Il “monoteismo abramitico”, nelle sue differenti rivelazioni, sottolinea particolarmente l'unicità e l'assolutezza di Dio che gli uomini sono divenuti incapaci di riconoscere perché caduti nell'idolatria. La religione ebraica si fonda sull'Alleanza stipulata tra Dio (YHWH, nome non pronunciabile scandito dalle sole consonanti) e Abramo, alleanza rinnovata sul monte Sinai, con la consegna a Mosè delle Tavole della Legge di Dio.
Dio, rivelatosi a Mosè come, “Colui che è”, ha nei confronti degli uomini un rapporto di intima vicinanza che traspare però in modo evidente solo in chi si dispone a una fede sincera.
I testi sacri delle religioni ebraica e cristiana sono raccolti nella Bibbia (dal gr. tà biblìa, “i libri”), che consta di due grandi parti: la Miqrah ossia “Lettura”, cui si attiene il Giudaismo e che i cristiani chiamano Antico Testamento, e il “libro della Nuova Alleanza” che il Cristianesimo associa al primo come Nuovo Testamento.
I testi più antichi della Bibbia ebraica si rifanno alle tradizioni “elohista” e “yahvista” (perché usano nel Pentateuco[3] per identificare Dio rispettivamente i termini Elohim e YHWH) e risalgono al 1000-750 a.C.
A questi si aggiunsero altre tradizioni (ad esempio quella deuteronomistaca), i Libri profetici e i Testi sapienziali o Agiografi (VIII-III sec. a.C.), e per i cristiani il corpus del Nuovo Testamento, scritto tra il 51-52 e l'inizio del II sec. d.C.

3.      I Fenici
I Fenici, secondo Erodoto provenienti dal Golfo Persico, instaurarono forti legami con i popoli della costa siriaca del Mediterraneo. Solo nella II metà del II millennio a.C. si dedicarono a un'attività marinara regolare, svolgendo, con i principati costieri di Biblo e Tiro, una funzione di intermediazione tra l'Egitto e la Mesopotamia.
Lo sconvolgimento provocato nel Mediterraneo dai “Popoli del mare” attorno al 1200 a.C., favorì l'espansione economica e commerciale dei Fenici, soprattutto delle città di Tiro e Sidone.
In seguito vennero create colonie in Spagna e Africa, tra cui Cartagine e Tartesso. I Fenici esercitarono in questo periodo anche un'egemonia culturale che portò alla diffusione del loro alfabeto.
L'ascesa della potenza assira interruppe lo sviluppo della civiltà fenicia. Nel 675 a.C. cadde Sidone, mentre Tiro dovette sottomettersi a Babilonia un secolo dopo.
Sotto il dominio persiano la Fenicia fu trasformata in provincia imperiale.
Quando Alessandro Magno conquistò la regione, Tiro cercò di resistere ma, dopo un lungo assedio, capitolò nel 332 a.C.

Laboratorio
1.      Chi sono e da dove venivano gli Indoeuropei?
2.      Stampa una carta fisica dell’Eurasia. Con l’aiuto dei pastelli, colora le aree delle tre ondate migratorie degli Indoeuropei denominandole col nome delle tribù.
3.      Individua su questa carta, l’area occupata originariamente dagli Indoeuropei.
4.      Che cosa significa antisemitismo e quando nasce?
5.      Che cos’è il Decreto di Telipinus e che significato ha secondo te?
6.      Che cos’è il Pentateuco e come è composto?
7.      Chi sono gli Zeloti?
8.      La storia della comunicazione scritta parte da molto lontano: dal disegno al segno. In cosa consiste la novità dell’alfabeto fenicio rispetto alle altre forme di scrittura che hai incontrato fino ad ora?



[1] Gli Indoeuropei erano un popolo che ebbe in comune la cultura, la religione, l’etnia e la lingua.
Tra il 4500 ed il I millennio a. C, con ondate migratorie successive, colonizzarono gran parte dell’Asia centro-meridionale e dell’Europa.
Sembra che la regione d’origine degli Indoeuropei fosse nelle pianure della Russia meridionale e che ad essi sia riconducibile la cultura dei Kurgan che si sviluppò in quell’area fra il 5000 ed il 3000 a. C..
L’unità di origine dei popoli Indoeuropei, venne evidenziata con l’aiuto delle scienze moderne nel corso del XIX secolo. Inizialmente con la linguistica, con l’ausilio della filologia comparata, che riuscì a dimostrarlo; in seguito, con la stessa disciplina si riuscì a stabilire con una certa sicurezza, l’ordine e la successione delle diverse migrazioni effettuate da questi popoli.
Con la mitologia, si riuscì a dare un nuovo impulso alle varie teorie sulle origini storiche degli Indoeuropei. Nelle differenti culture si trovavano dispersi, miti, leggende e simboli, collegati tra loro da una fonte comune, un semplice concetto primitivo dal quale derivarono.
Le lingue di origine indoeuropea formano il gruppo di lingue più diffuse nel mondo. Di questa grande famiglia fanno parte le lingue celtiche, germaniche, italiche, slave, baltiche, indoiraniche ed in più un gruppo di lingue più isolate come il greco, l’albanese e l’armeno, alle quali sono da aggiungere due sottogruppi linguistici oggi estinti: le lingue anatoliche, che erano quelle parlate dagli Ittiti e il tocarico, parlato nel Turkestan cinese.
L’estensione primaria di queste lingue, copre quasi tutto il continente europeo ed una buona parte dell’Asia.
Esse sono flessive, tutte con declinazione nominale e sistema verbale articolati.
Tre furono le ondate migratorie:
1.       la prima, avvenuta verso il 2000 a. C:, spinse verso sud gli Ittiti ed i Greci. I primi fondarono un grande impero nell’Asia Minore, mentre i secondi si diffusero progressivamente nei territori estremi della penisola balcanica e nelle isole del Mar Egeo.
2.       Nel corso della seconda ondata, alcuni gruppi si spinsero fino all’India e alla Persia, formando i popoli IndianiMedi e Persiani.
3.       La terza ondata migratoria di popoli Indoeuropei, interessò l’Europa occidentale e meridionale ed interessò i Veneti, i Latini, gli Osci, gli Umbri, gli Illiri ed i Celti.
Secondo recenti teorie, il luogo d’origine di questi popoli era compreso tra il basso corso del fiume Volga, il Mar Caspio, il lago Aral e l’alto corso dello Jenisej.
Gli Indoeuropei erano quindi stanziati originariamente nelle steppe e nelle grandi foreste russe ed avevano una carnagione piuttosto chiara, dovuta al clima rigido della regione. La loro società si divideva in tre categorie: i guerrieri, i sacerdoti e i lavoratori; quest’ultima classe era composta dai più deboli e dagli appartenenti ai popoli vinti ridotti in una specie di schiavitù.
In guerra erano soliti utilizzare l’ascia in ferro ed il carro da combattimento. Nei paesi mediterranei occupati, il preesistente matriarcato venne sostituito dal patriarcato. Per quanto concerneva la religione, gli Indoeuropei avevano il culto degli agenti atmosferici, del cielo, della luna, del sole, degli alberi e dei boschi.
Il ruolo di queste divinità consisteva nel dominio del clima ed era quindi collegato direttamente all’agricoltura e all’allevamento, le due principali attività dei popoli di quel periodo storico.
I Romani, con le loro conquiste contribuirono secoli più tardi, ad estendere la diffusione della lingua indoeuropea in una buona parte del mondo conosciuto.
[2] Semiti – E’ la definizione moderna di un gruppo di popolazioni linguisticamente affini attestate, dalla prima metà del III millennio a. C. fino a oggi, in un'area compatta comprendente la Penisola Arabica, la Siria-Palestina, la Mesopotamia. Fuori di quest'area le genti semitiche si sono diffuse solo per processi storici più o meno recenti (per esempio colonizzazione fenicia nel Mediterraneo; la diaspora ebraica in Europa dopo la distruzione del Tempio; l’espansione arabo-islamica).
La definizione di Semiti deriva dalla “tavola dei popoli” (Genesi cap. X) che riunisce come figli di Sem gli eponimi di alcuni popoli fra cui Assur, Aram e Arpaksad (antenato di Abramo).
I popoli semitici sono suddivisi in tre gruppi:
1.       Semiti    orientali, cioè Assiro-Babilonesi (o Accadi);
2.       Semiti nordoccidentali, cioè gli Amorrei del III-II millennio poi suddivisi in Cananei (Fenici, Ebrei e altri) e Aramei;
3.       Semiti sudoccidentali, cioè gli Arabi (dialetti nordarabici e sudarabici) e gli Etiopi (lingue etiopiche).
Si è sempre creduto che i Semiti fossero nomadi e che il processo di dispersione dei popoli semitici fosse in sostanza dovuto a una serie di invasioni nomadiche con susseguente sedentarizzazione. In seguito però le opinioni sono mutate. Il nomadismo non è più considerato modo di vita originario e si è messo in luce che le più antiche genti semitiche vivevano in aree agricole o di frammistione agricolo-pastorale. I nomadi semitici dell'Età del Bronzo, allevatori di pecore e asini, sono piuttosto dei transumanti in stretto contatto coi villaggi agricoli. Si esclude perciò che il deserto sia la “sede primitiva” e che invasioni e sedentarizzazione siano i processi formativi dei popoli semitici.
Da ciò consegue quanto sia illegittimo attribuire ai Semiti un'unità razziale e dei tratti culturali distintivi. Il concetto di Semiti è puramente linguistico e la lingua si trasmette per apprendimento e non per ereditarietà, e non necessariamente coincide con la diffusione di altri elementi culturali.
Del resto simili equivoci sono per lo più basati su problemi di convivenza senza assimilazione degli Ebrei in Europa, problemi sfociati spesso in manifestazioni di ostilità (antisemitismo) e comunque in una volontà di differenziazione.
[3] Il Pentateuco è il nome dei primi cinque libri della Bibbia che secondo gli studiosi conservatori della Bibbia furono scritti principalmente da Mosè. Sebbene i libri del Pentateuco di per sé non identifichino con chiarezza l’autore, ci sono molti passaggi che li attribuiscono a Mosè o che inducono a pensare se fossero le sue parole. Una delle prove più evidenti che Mosè sia stato l’autore del Pentateuco è che Gesù Stesso si riferisce a questa sezione dell’Antico Testamento come la "Legge di Mosè". Nonostante ci siano altri versi nel Pentateuco che sembrano essere stati aggiunti da qualcun altro la maggior parte degli studiosi attribuisce la maggioranza di questi libri a Mosè. Anche se Giosuè, o qualcun altro, avesse di fatto stilato i manoscritti originali, l’insegnamento e la rivelazione possono essere ricondotti a Dio che parlava attraverso Mosè, e non importa chi abbia in realtà scritto a penna le parole; l’autore definitivo è Dio, e i libri sono comunque ispirati.
La parola "Pentateuco" viene da una combinazione della parola greca penta, che significa "cinque," e teuchos, che può essere tradotto "rotolo."
La parola "pentateuco" dunque si riferisce semplicemente ai cinque rotoli che comprendono la prima delle tre divisioni del canone ebraico.
Conosciuta anche come la Torah, che è una parola ebraica che significa "Legge," questi cinque libri della Bibbia sono Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.
Gli ebrei in generale hanno suddiviso l’Antico Testamento in tre sezioni differenti: la Legge, i Profeti e le Scritture.
La Legge o Torah contiene il contesto storico della creazione e la scelta di Abramo e della nazione ebraica come il Suo popolo eletto da parte di Dio. La Torah contiene anche la legge data ad Israele sul Monte Sinai. La Scrittura si riferisce a questi cinque libri con diversi nomi.
I cinque libri della Bibbia che costituiscono il Pentateuco sono l’inizio della rivelazione progressiva di Dio all’uomo.
In Genesi troviamo l’inizio della creazione, la caduta dell’uomo, la promessa di redenzione, l’inizio della civiltà umana e della relazione di alleanza tra Dio e il Suo popolo eletto, Israele.
Il libro successivo è Esodo, che riporta la liberazione da parte di Dio del Suo popolo del patto dalla schiavitù e la sua preparazione per entrare in possesso della Terra Promessa che Dio gli aveva preparato . Esodo racconta la liberazione di Israele dall’Egitto dopo 400 anni di schiavitù così come era stato promesso da Dio ad Abramo. Esodo riporta il patto che Dio fa con Israele sul Monte Sinai, le istruzioni che dà per costruire il tabernacolo, come pure i Dieci Comandamenti ed altre istruzioni su come Israele avrebbe dovuto adorare Dio.
Levitico segue Esodo e sviluppa le istruzioni su come il popolo del patto (Israele) doveva adorare Dio e governarsi. Dopo il libro del Levitico viene quello di Numeri, che comprende degli eventi importanti avvenuti durante i 40 anni in cui Israele vagava nel deserto e dà istruzioni su come adorare Dio e vivere come Suo popolo del patto.
L’ultimo dei cinque libri che costituiscono il Pentateuco è Deuteronomio. In Deuteronomio la Legge di Dio data sul Monte Sinai viene ripetuta e spiegata. Quando Israele stava per iniziare un nuovo capitolo della sua storia, Mosè gli ricordò i comandamenti di Dio e le benedizioni che gli sarebbero state date obbedendo a Dio o le maledizioni che sarebbero derivate dalla disobbedienza.
I cinque libri del Pentateuco sono generalmente considerati libri storici perché riportano degli eventi storici. Sebbene siano spesso chiamati la Torah o la Legge, in realtà contengono molto di più che delle leggi. Forniscono una panoramica del piano di redenzione di Dio e uno sfondo per tutto quello che poi segue nelle Scritture. Come il resto dell’Antico Testamento, le promesse, i modelli e le profezie contenute nel Pentateuco hanno la loro realizzazione finale nella persona e nell’opera di Gesù Cristo.