Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

venerdì 29 marzo 2013

La scultura e la ceramica arcaiche di Massimo Capuozzo


La scultura greca arcaica – I più antichi esempi di scultura greca in stile dedalico – dal nome del leggendario artista cretese – risalgono al VII secolo a.C. e sono caratterizzati da una rigida astrazione.
La scultura dedalica descrive lo stile particolare che le figure umane assunsero nell'arte greca del VII secolo e che ebbe diffusione uniforme in tutta la Grecia. In questo secolo di grandi trasformazioni, la scultura dedalica corrisponde all'ultima fase del periodo orientalizzante, che vide in Grecia la nascita di un'arte monumentale, il superamento delle forme esuberanti del primo periodo e l'approdo ad un sistema di proporzioni. Il bisogno di ordine e di contenimento fu alla base del mondo greco arcaico.
Importanti esempi di scultura architettonica furono in Italia: le trentasei metope della metà del VI secolo, attribuite al thesaurós, della foce del Sele in cui sono rappresentati, con fresco realismo, le Imprese di Eracle, il Suicidio di Aiace, Sisifo, Ulisse sulla tartaruga, episodi dell'Orestea ecc.; le dieci metope della facciata del tempio C di Selinunte del Museo archeologico di Palermo, anteriori al 550 a.C. scolpite ad altorilievo erano incorniciate in alto e in basso da lastre piatte che ne facevano risaltare il vigore plastico ed erano separate da triglifi fortemente aggettanti rispetto al piano delle metope stesse. Ne sopravvivono integralmente tre dove la presentazione dei soggetti (quadriga trattata arditamente di fronte, Perseo e Medusa che scaturiscono dal fondo della metopa, Eracle e i Cercopi che passano come su una scena) fa appello a effetti teatrali che si accordano alla struttura architettonica del fregio.
Nella scultura arcaica la figura, prima rigida e squadrata, passò dall'astrazione dedalica a una maggiore aderenza alla realtà. La scultura era anche votiva, funeraria, onoraria (statue di vincitori di gare atletiche; gruppo dei Tirannicidi). La grande scultura in bronzo del VI secolo a.C. è perduta, ma restano molti originali in pietra o marmo.
Pochi erano i tipi della grande statuaria, tra cui anzitutto quello del kouros – statua maschile nuda, in piedi, con la gamba sinistra avanzata – e della kore – statua femminile vestita, in posizione analoga – documentati da numerosi esemplari trovati nella cosiddetta colmata persiana dell'Acropoli di Atene e oggi al Museo dell'Acropoli (dalla metà del VI ai primi decenni del V secolo a.C.), ma presenti in Attica e in altre località già alla fine del VII secolo; in queste statuette è soprattutto evidente la progressiva conquista della conoscenza dell'anatomia umana.
È un giovane uomo nudo, in posizione stante (statica), raffigurato con la testa eretta, le braccia stese lungo i fianchi, i pugni serrati e la gamba sinistra leggermente avanzata, ad accennare un passo. Il termine kouros identifica un giovane nel pieno e vigoroso splendore del suo sviluppo fisico e morale (per i Greci alla bellezza esteriore
corrisponde quella interiore). Nel kouros si riscontra una notevole somiglianza con le statue egizie soprattutto nella gamba sinistra avanzata e nella rigida posizione delle braccia con i pugni serrati attorno a due corti cilindri, simbolo di potere.
La scultura greca arcaica si ispira, almeno nelle fasi iniziali, a quella egizia e ciò è dovuto ai frequenti scambi commerciali nel Mediterraneo che avevano messo in contatto gli artisti greci con statuette di provenienza egizia. Convenzionalmente si distinguono tre stili: quello dorico, proprio della Grecia continentale e del Peloponneso, piuttosto rigido e pesante; quello ionico, proprio delle isole egee, più ricercato e decorativo; quello attico, proprio di Atene che fonde la severità dorica con l'eleganza ionica.
Uno dei più importanti esempi di scultura arcaica ci è offerto da Kleobis e Biton, una coppia di sculture in marmo pario (h 216 cm, con la base h 235 cm) risalenti al 585 a.C. circa, attribuite a Polimede di Argo e conservate nel Museo archeologico di Delfi.
Si tratta di uno degli esempi più antichi di statuaria arcaica greca, alle origini dell'iconografia del Kouros. In questo caso si tratta delle statue, tozze e rigide, dei fratelli Cleobi e Bitone, scolpiti in posizione stante, con la muscolatura del petto messa in evidenza come il tipico sorriso arcaico. I due eroi sono raffigurati eretti e completamente nudi. L'uso di raffigurare personaggi nudi risale forse all'abitudine degli atleti, fin dal periodo arcaico, di gareggiare senza vesti.
Le membra di Kleobis e di Biton hanno una straordinaria robustezza, con un'anatomia possente che ricorda blocchi di pietra accostati. Gli artisti greci si impegnano nella rappresentazione del corpo nudo maschile, che ritenevano più bello rispetto a quello femminile, in quanto era l’esaltazione del vigore e della forza acquisiti con l’esercizio atletico.
Esemplare è anche l'Hera di Samo è una scultura in marmo (h. 192 cm), databile al secondo quarto del VI secolo a.C. e conservata  a Parigi nel Museo del Louvre. Si tratta di una delle sculture greche più antiche, dedicata alla dea Hera nel santuario di Samo: l'iscrizione incisa lungo il bordo del velo ci informa che era un ex voto del ricco Cheramyes, un membro dell'aristocrazia ionica.

Non si tratta di una dea ma di una kòre, interamente coperta da un lungo chitone che si allarga in una fitta trama di pieghe verticali e perfettamente parallele fra loro. Il mantello copre la spalla destra e il petto, movimentando con l’obliquità del suo largo panneggio la rigida verticalità della statua. Le pesanti vesti lasciano scoperti solo la punta dei piedi e l’avambraccio destro disteso lungo il fianco, trasmettendo un senso di insondabile mistero. L’altro braccio, andato perduto, era presumibilmente portato sul seno e poteva reggere il melograno, attribuito a Hera.
La scultura prende il nome dall’isola del Mar Egeo dove è stata rinvenuta, all’interno del tempio dedicato ad Hera.
Il Moskophoros è una scultura in marmo dell'Imetto di età arcaica (570-560 a.C. circa), alta 165 cm e conservata nel Museo dell'Acropoli ad Atene.
Il corpo viene maggiormente armonizzato per conseguire un effetto di maggior equilibrio. È un kouros che sorregge un vitellino sulle spalle in atto di portarlo in offerta al tempi, il tutto con simmetria compositiva. Il Moschophoros non è nudo, ma indossa una corta tunica che costituiva il principale capo di abbigliamento. La sua testa di forma ovoidale è incorniciata da un'acconciatura di capelli ondulati; una barba fitta, priva di baffi gli orna il volto. Vi è uno studio del dettaglio con una certa accuratezza.
Il kouros di Anavyssos, in Attica, è stato collegato ad una base che conserva il nome di Kroisos, un guerriero morto in battaglia. Si tratta quindi di una statua funeraria le cui caratteristiche anatomiche sembrano dovute, oltre all'influsso delle morbidezze e rotondità ioniche, a caratteristiche particolari e individuali volutamente perseguite.

La ceramica greca arcaica – Anche la ceramica figurata ebbe nel periodo arcaico una grandissima fioritura, ciò che compensa solo in parte la quasi totale scomparsa della pittura.
Oltre alla decorativa ceramica corinzia (che terminò alla metà del VI secolo a.C.), fabbriche di vasi figurati furono attive tra i secoli VII e il VI a.C. in diverse località greche. Il VI secolo fu dominato però dalla ceramica attica, prima a figure nere e poi, dal 530 a.C., a figure rosse. Diversi artisti firmarono i loro vasi.
Per le figure nere è famoso Exechìas, pittore e fabbricante di vasi attici, attivo tra il 550 e il 525 a. C. Considerato il più grande pittore dello stile a figure nere, di lui restano una trentina di vasi e una serie di tavolette dipinte (pínakes); due vasi sono firmati come vasaio e come pittore. I soggetti trattati sono per lo più episodi mitici, duelli, battaglie e, sui pínakes, scene di contenuto funerario, resi sempre con uno stile elevato e austero, caratterizzato dalla raffinatezza dei particolari, dal pacato ritmo compositivo e dalla solennità delle figure. Famose l'anfora dei Musei Vaticani con Achille e Aiace che giocano ai dadi su un lato e Tindaro e Castore con un cavallo sull'altro, quella di Boulogne con il suicidio di Aiace, la coppa di Monaco con la nave di Dioniso.
Per le figure rosse si ricordano tra i molti Eufronio ed Eutimide.
Eufronio fu un ceramista attico della tecnica a figure rosse, attivo dal 520 al 470 a. C. Forse il più insigne maestro dello stile severo si distinse per l'eccezionale abilità disegnativa unita a un rigoroso ritmo compositivo e a delicate ricerche coloristiche. Dapprima dipinse vasi per le officine di Cacrilione ed Eussiteo; in seguito, divenuto a sua volta proprietario di officina, ne firmò come vasaio alcuni che furono poi dipinti da altri. Tra le diverse opere firmate da Eufronio come pittore si ricordano: la tazza da Vulci con il giovane cavaliere Leagros e all'esterno la lotta tra Eracle e Gerione, dell’Antikensammlungen di Monaco; il cratere a calice da Cere con la lotta tra Eracle e Anteo del Louvre a Parigi; lo psyktèr da Cere con quattro etere dell’Ermitage di San Pietroburgo; il cratere a calice proveniente dall'Etruria, con Morte e Sonno che sollevano il corpo di Sarpedonte del Metropolitan Museum di New York. La sua firma come vasaio compare fra l'altro sulla kýlix da Cere con la visita di Teseo ad Anfitrite in presenza di Atena, le cui pitture, da alcuni riferite al Pittore di Panaitios, sono da altri attribuite allo stesso Eufronio.
Eutimide, pittore di vasi attici a figure rosse, attivo verso la fine del sec. VI a. C., fu uno dei maestri dello stile arcaico e dipinse soprattutto vasi di grandi dimensioni, spesso in concorrenza con Eufronio. Tra le opere attribuitegli sono da ricordare due anfore del museo di Monaco con le scene di Ettore che si arma e di Teseo che rapisce la giovinetta Koronis.

L’età orientalizzante ed arcaica in Italia – Nell'età orientalizzante ed arcaica (VII-VI secolo a.C.) il traffico culturale aumentò di intensità in tutta la penisola italica attraverso le normali vie di comunicazione,  vallate e valichi appenninici, o su nuove vie come la strada che costeggia gran parte dell'Adriatico e le rotte marittime locali.
Dal geometrico iapigio, i Micenei,  attinsero un deciso e netto schema decorativo, nel campo della ceramica, resistente agli agenti atmosferici e al tempo.
Nella Peucezia, le celebri tombe principesche di Conversano e Noicattaro lasciano capire l'accumulo delle raccolte di beni artistici di valore più che l'autonomo rimaneggiamento. I Messapi, in un saldo rapporto di scambi culturali con gli artisti greci, incominciano ad imitare fedelmente le immagini scure (generalmente nere) nella ceramica, assimilano le loro religioni e realizzano strutture architettoniche monumentali.

L’arte etrusca – L’arte etrusca costituisce un importante elemento di ricostruzione storica; sintesi di elementi greci, fenici e di caratteri propri, fu un punto di riferimento anche per l'arte romana.
Al VI secolo a.C. risalgono alcune delle più belle tombe ricche di dipinti.

Tra gli elementi scultorei risaltano il sarcofago degli sposi, oggi conservato al museo di Villa Giulia a Roma, l'Apollo, opera di Vulca, l'unico artista di cui si conosca il nome, la lupa capitolina, copia medievale realizzata da un originale antico etrusco italico, e la chimera d'Arezzo, quasi certamente attribuibile a un'officina magnogreca che avrebbe lavorato per committenti etruschi.
Il Sarcofago degli Sposi è un'urna funeraria in terracotta dipinta (114x190 cm) del tardo VI secolo a.C., conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. La scultura raffigura una coppia di sposi sdraiata in un triclinio a un banchetto nell'atto di versarsi del profumo sulle mani. Entrambe le figure hanno i capelli lunghi e gli occhi allungati e il sorriso arcaico. I due coniugi sono raffigurati semidistesi su un klìne (letto di bronzo ricoperto di stoffe e cuscini, sopra il quale gli ospiti si adagiavano durante le feste) in posizione di perfetta parità, come se partecipassero ad un banchetto; questa consuetudine fu ripresa dai Romani, che molto amavano le conversazioni conviviali. Gli etruschi attribuivano, infatti, grande importanza al culto dei morti, anche perché era un mezzo per l'affermazione del prestigio e della potenza di una famiglia.
Il marito appoggia affettuosamente il braccio destro sulla spalla della consorte. I movimenti delle loro mani si intrecciano in un gioco prezioso: le espressioni serene dei volti, i gesti calmi, ci parlano di un reciproco amore e, soprattutto, di un profondo rispetto. L’atteggiamento dell’uomo rileva la considerazione ed il rispetto che godeva la donna nella società etrusca. Gli occhi allungati e obliqui dei coniugi non riproducono una caratteristica etnica, ma rispecchiano lo stile arcaico. L'influenza greco-orientale è evidente. Sono visibili elementi di derivazione ionica che dimostrano i continui contatti che l'Etruria aveva con il mondo greco, come ad esempio il sorriso, l'acconciatura dei capelli, le superfici levigate e la sottigliezza dei volti. Le dimensioni dei corpi rivelano la maestria raggiunta dagli etruschi nel modellare e nel cuocere l’argilla. La ricchezza delle decorazioni di superficie, l’attenzione alla resa delle figure con piani morbidi e sfuggenti, tutto parla della raffinatezza dell’arte etrusca dell’epoca, che aveva saputo quindi accogliere le conquiste anatomiche e spaziali greche, facendole proprie ed esaltandole con una più spiccata attenzione naturalistica.
L’Apollo di Veio, in terracotta policroma, è uno dei capolavori dell’arte etrusca, della fine del VI secolo a.C. Insieme ad altre statue, tutte a grandezze superiori o pari al vero, ornava la trave di colmo del tempio di Veio, dedicato a Minerva, uno dei più importanti d’Etruria.

Alloggiate su alte basi a zoccolo, variamente dipinte, le statue forse dodici, molte delle quali giunte a noi solo frammentariamente, si ergevano in funzione di acroteri a circa dodici metri di altezza. Anche se realizzate isolatamente illustravano, in sequenza di due o tre, eventi mitici greci, almeno in parte collegati con il dio Apollo. La statua formava con quella di Eracle (Ercole) un gruppo raffigurante il mito, piuttosto raro anche in Grecia, della contesa tra il dio e l’eroe per la cerva dalle corna d’oro, sacra ad Artemide (sorella di Apollo).
Apollo, vestito di una tunica e di un corto mantello, avanza verso sinistra con il braccio destro proteso e piegato (il sinistro scendeva verso il basso, forse impugnando con la mano l’arco); Eracle, con la cerva legata tra le gambe, è proteso verso destra, piegato in avanti per brandire la clava mostrando il torace in una curva violenta.
Collegata al gruppo doveva essere anche la statua di Hermes (Mercurio) di cui restano la splendida testa e forse parte del corpo: il dio, come messaggero di Zeus, interviene per sedare i contendenti.
Il gruppo è concepito per un’unica visione laterale, corrispondente al lato del tempio ove correva la strada di accesso al santuario. La salda volumetria delle figure unita alle sottili dissimmetrie riscontrabili sia nell’Apollo (cassa toracica, volto) sia nel torso dell’Eracle indicano che il coroplasta – modellatore di vasi, statuette e altri oggetti di terracotta – aveva piena conoscenza delle deformazioni ottiche in scultura che dovevano essere visibili da grande distanza e con forti angolature. Si spiegano così la creazione di volumi grandiosi e l’insistenza nell’incidere in profondità e nel rilevare senza risparmio i dettagli, in modo da ricostruire corretta la necessaria unità visiva della composizione.
La formazione del maestro che plasmò le statue è certamente ionica. Di grande talento, è identificabile con il “Veiente esperto di coroplastica” cui Tarquinio il Superbo commissionò la quadriga acroteriale del tempio di Giove Capitolino. Si tratta certamente del massimo rappresentante della celebre bottega di cloroplasti veienti fondata da Vulca, il maestro chiamato a Roma da Tarquinio Prisco verso il 580 a.C. per eseguire il simulacro dello stesso Giove Capitolino.
Resti di ceramiche di fattura greca, cofanetti, pettini, monili d'avorio, braccialetti, testimoniano i contatti con il mondo greco e fenicio. Il bucchero fu invece un prodotto tipico dell'artigianato locale, una ceramica di impasto scuro con cui si facevano oggetti diversi.
La più importante novità in campo architettonico, assimilata anche dai Romani, fu l'introduzione dell'arco tra il III e il II sec. a.C., il cui elemento portante era la pietra a cuneo funzionante come chiave di volta per ottenere l'equilibrio di tutti gli elementi.
La Campania fu fortemente influenzata dalla cultura etrusca, a causa del predominio di quella popolazione, che si spinge fino alla valle del Sele. Intorno alla fine del VI secolo a.C., nelle zone dell'entroterra meridionale, ha origine e rimane punto di diffusione il procedimento ellenico con le coperture in terracotta con sime e antefisse figurate, insieme alla coroplastica votiva. Cuma ebbe una fortissima influenza in tutto il meridione, raggiungendo perfino le zone di Roma.
Massimo Capuozzo

domenica 17 marzo 2013

L'arte antica (prima parte) di Massimo Capuozzo


L’arte greca arcaica – Culla della civiltà classica, l’antica Grecia era caratterizzata da un’organizzazione politica fondata su città-stato, la pólis, che, sebbene sentissero di appartenere ad una realtà sociale e religiosa comune, si trovavano in continua competizione. Rispetto alla civiltà micenea, l’acròpoli, parte alta della città, che era sede del sovrano diventò luogo consacrato alla religione, fatto che denota un ulteriore cambiamento sociale dovuto alla formazione di un governo aristocratico.
La conquista del Peloponneso da parte dei Dori (XII secolo a.C.) avviò un periodo chiamato impropriamente Medioevo greco (XI-IX secolo) durante il quale si consolidò un patrimonio mitico e religioso, nucleo dell’unità culturale greca.
A partire dall’VIII secolo a.C. l’incremento della popolazione e quindi del fabbisogno di terre diede impulso alla nuova colonizzazione (750-650 a.C.) che interessò ampie regioni del Mediterraneo.
Concluso felicemente il conflitto con l’impero persiano (499-479 a.C.), si affermarono le due potenze di Sparta e Atene. L’inevitabile scontro per la supremazia tra queste due città nella guerra del Peloponneso (431-404) si concluse con la disfatta di Atene e la parziale vittoria di Sparta. Conseguenza dell’indebolimento reciproco furono la nuova ingerenza persiana e successivamente l’egemonia macedone, allorché Filippo II di Macedonia nell’anno 332 a.C. pose fine alla libertà ellenica.

L’arte italicaL'arte italica è quell'arte prodotta dalle varie popolazioni abitanti la penisola italiana nel periodo protostorico tra la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) e il completo dominio di Roma (inizio del I secolo a.C.).
Per la produzione artistica anteriore si parla di arte preistorica, per quella successiva di arte romana, per la quale gli influssi provenienti dalla tradizione artistica italica divengono una delle componenti.

Lo stile geometrico nell’area greca Tra l’XI e l’VIII secolo a.C., nel periodo in cui si esauriva la civiltà micenea e prendeva piede quella greca, in arte si ebbe un periodo di formazione, durante il quale le esperienze cretesi-micenee concorrevano con quelle dell’arte orientale e delle popolazioni egee alla creazione di un nuovo stile, che, per comodità, può essere definito protogeometrico.
La ceramica protogeometrica è la produzione vascolare propria della civiltà greca tra 1050 e 900 a.C. Essa rappresenta il primo momento di rinascita tecnologica e creativa dopo il crollo della cultura minoico-micenea e dell'arte palaziale. Nel nuovo stile l'Attica è la regione greca maggiormente creativa, forse con qualche iniziale influenza proveniente da Cipro. Ad Atene gli scavi nel Ceramico e nell'Agora hanno permesso di ricostruirne l'evoluzione. La decorazione astratta, ma spontanea e poco curata tipica della ceramica submicenea fu trasformata dai ceramisti protogeometrici attici in un sistema ordinato e rigoroso che vive in rapporto con le forme del vaso. Lo stile, che dipende dall'alternarsi di zone chiare e scure, dalla composizione di parti distinte e chiaramente articolate, non dal singolo dettaglio, viene dagli studiosi generalmente posto alla base del successivo e durevole atteggiamento dell'arte greca nei confronti della forma.
Le migliori testimonianze della produzione artistica di questa epoca ci vengono regalate da oggetti di piccola dimensione, a causa della loro più agevole conservazione, ed in particolare dal vasellame, spesso contenuto nei corredi funebri, creato principalmente a Corinto e poi in Attica.
Lo stile geometrico vero e proprio, che raggiunse la sua maggior perfezione nel secolo VIII a.C., introdusse anche la figura umana severamente stilizzata (statuette di terracotta e figure bronzee di guerrieri) e nella decorazione si diffuse ampiamente l’utilizzo della linea, delle geometrie con angoli retti – le famose greche – e croci, semplici o uncinate – la svastica, antico simbolo del sole. Sorsero intanto nuove fabbriche a Corinto, i cui vasi protocorinzi dalla decorazione geometrica, e poi corinzi, a figure nere su fondo color avorio, conquistarono nel VII secolo i mercati di tutto il bacino Mediterraneo, venendo anche abbondantemente imitati dalla ceramica etrusco-corinzia.
Contemporaneamente, la Grecia importò oreficerie e oggetti preziosi dall’Oriente e impiegò e assimilò nelle sue decorazioni schemi e motivi di derivazione orientale (ceramica corinzia; ceramica orientaleggiante e oreficerie di Rodi).

La popolazione italica Nella nostra penisola, una molteplicità di popolazioni con lingue differenti tra loro, si sviluppò durante il I millennio a.C., dando origine a civiltà molto complesse. Tra le diverse tradizioni artistico-culturali della popolazione italica spiccano, in ordine di tempo, quelle degli Etruschi e successivamente quelle romane, entrambe con caratteristiche tutte proprie, fin dal periodo repubblicano.
Tra i vari ed intensi raggruppamenti di popolazioni, sparsi da occidente ad oriente, nella parte settentrionale dell'Italia emergono i Liguri, i Protocelti ed i Veneti, mentre nella parte centrale, gli Etruschi,  e più precisamente, limitatamente a questo determinato periodo storico, i Villanoviani. A sud della Toscana domina la civiltà Latina  alla quale si deve l'origine di Roma. Scendendo verso il meridione d'Italia  e nelle isole, troviamo la caratteristica civiltà degli Elimi siciliani e quella dei Sardi. A tutte queste popolazioni si devono aggiungere quella Italiota corrispondente ai coloni ellenici della Magna Grecia, quella Siceliota nel suolo siciliano e quella Punica di origine fenicia in Sicilia e Sardegna.
Da questa vasta straordinaria moltitudine di stirpi nasce e si sviluppa l'arte dell'età antica in Italia.
Nella eterogeneità delle popolazioni e delle articolazioni locali, ciò che accomuna la creazione artistica nella nostra penisola è la repentina intuizione del modello vivente e una ben marcata resa comunicativa. Primeggia l'esigenza della narrativa ad orientamento religioso, funerario e magico, che risulta palese nella decorazione dell'essere umano, nell'ornamento di oggetti sacri, nella ricerca accurata di combinazioni votive. La caratteristica monumentale è testimoniata da varie opere pubbliche e dalla commemorazione funeraria di grandi personaggi dell'epoca.
Ai piedi del Gargano e nella Sardegna dei nuraghi (torri in pietra), già verso la fine dell'età del bronzo, viene praticata la tecnica scultorea su pietra.
Tutta la parte sud dell'Italia è frequentata se non addirittura popolata in questo periodo dai Micenei, che introducono e diffondono un nuovo metodo per il trattamento a freddo dell'argilla, in sostituzione degli impasti improvvisati e casuali.
Il modo di decorare dipingendo ha inizio con il protogeometrico iapigio, intorno al 1000 a.C. che interessa tutta la zona pugliese, la Lucania ed aree ad esse adiacenti dell'attuale Campania orientale, del Molise e della Calabria settentrionale. Di qui l'enotrio della Basilicata fino ad arrivare alle coste tirreniche.

L'architettura greca arcaicaNell'età arcaica (650-480 a.C.) comparvero quasi tutti i tipi di tempio, massima espressione dell'architettura greca, da quello a semplice cella rettangolare preceduta da un pronao colonnato, forma che restò canonica nei thesaurói, cioè nei tempietti votivi dei santuari, al tempio periptero, tutto circondato da colonne.
Dato che all’interno dei templi erano ammessi solo i sacerdoti, i riti pubblici venivano svolti all’esterno, ad esso si dedicò, la maggior attenzione decorativa e strutturale.
Se la pianta rimase pressoché costante, infatti, si distinsero tre stili, chiamati anche ordini, poiché rispecchiavano la volontà di fornire un organismo architettonico unitario.
Il più antico è quello dorico, caratterizzato da proporzioni massicce, in cui la colonna si appoggia direttamente sullo stilòbate (basamento comune), è rastremata e scanalata, ornata da un collarino e sormontata dal capitello, formato da un àbaco ed un echìno molto semplici. Anche la trabeazione è contrassegnata dalla stessa essenzialità maestosa ed elegante. Il Tempio di Era ad Olimpia, o Heraion, del VII secolo a.C., è il più antico esempio di quest'ordine architettonico. Qui, ogni quattro anni, si celebravano i più importanti agoni sacri del mondo greco. Le colonne doriche – inizialmente di legno e sostituite con quelle di pietra in varie epoche – hanno un aspetto poroso e non compatto, a causa della tipologia di pietra calcarea di cui sono composte. In migliore stato di conservazione sono i templi di Paestum.
Risale al 540 a. C., invece, il Tempio di Apollo a Corinto, innalzato su una piattaforma rocciosa. Rappresenta l'espressione più matura dell'ordine dorico del VI sec. a. C. e delle relative sperimentazioni tecniche, ad esempio per evitare gli effetti deformanti nella visione dell'edifico, causati dalla luce o dalla prospettiva.
Nell’ordine ionico, la colonna si appoggia su una propria base composta da tori e tròchili (sporgenze e rientranze), nella colonna si hanno più scanalature e, nel capitello, l’echìno è ornato da òvoli, separati dall’àbaco quadrato da un elemento detto pulvìno, curvato a formare due volute laterali. Si tratta di un ordine, legato all’andamento della linea curva (Artemìsion di Efeso), più elegante e raffinato del precedente.
Il terzo ordine, il corinzio, che si svilupperà solo dal V secolo a.C. e nel periodo ellenistico, ma per completezza è meglio trattarlo accanto agli altri due, presenta il fusto della colonna leggermente più affusolato e nel capitello compare una vistosa decorazione composta da foglie di acànto stilizzate.
La decorazione templare fu dapprima in terracotta dipinta (metope del tempio di Termo, fine del sec. VII), poi in pietra o marmo, anch’essi dipinti. I frontoni arcaici erano ornati di sculture in un primo tempo a bassorilievo o a mezzo tondo (frontone della Gorgone a Corfù; frontoni arcaici dell’Acropoli di Atene), poi a tutto tondo (frontoni del tempio di Afaia a Egina, inizio del secolo V, oggi al Museo di Monaco).
Il tesoro dei Sifni a Delfi (530 a.C. ca), era ornato anche da un fregio figurato.
Massimo Capuozzo

sabato 2 febbraio 2013

L'arte altomedievale


L’Alto Medioevo – Il termine alto Medioevo è usato nella storiografia artistica per indicare il lungo periodo intercorso tra le ultime manifestazioni del tardoantico[1] e le prime espressioni del Romanico, cioè tra il VI e l’XI secolo.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, mentre in Oriente l'Impero bizantino divenne l'erede della tradizione culturale di Roma, in Occidente l'unità seguita alla conquista romana si spezzò, per il disgregarsi delle strutture sociali, economiche e politiche del mondo antico e per l'azione distruttrice dei popoli invasori.
L'Europa attraversò una fase assai complessa di frazionamento interno, nella quale emersero sempre più chiaramente le differenziazioni tra i singoli Paesi, che si avviarono a porre le basi storiche per il loro futuro costituirsi come entità nazionali.
Le manifestazioni artistiche di questo periodo non nacquero quindi da un substrato comune, ma presentavano anzi una tipica mancanza di unità, rivelando apporti e influssi eterogenei, attraverso i quali tuttavia si giunge alla formulazione di espressioni formali nuove e originali, che entrarono a far parte del linguaggio del periodo romanico, quando l'Europa ritrovò uno sviluppo culturale sostanzialmente unitario.
Le prime affermazioni originali di un nuovo orientamento artistico sono costituite dalle opere dei popoli barbarici[2], in cui si manifesta un gusto per l'intreccio astratto, altamente decorativo, in completa antitesi con la tradizione figurativa classica.
In Italia questo trapasso fu particolarmente significativo: l'arte paleocristiana – nei primi tempi della storia del cristianesimo, fino al VI secolo, specialmente l'arte fiorita tra i secoli III e VI nei territori posti sotto il dominio romano – aveva dato vita in tutta la penisola a un linguaggio artistico abbastanza uniforme, proseguendo la cultura figurativa del tardoantico, e questa continuità non era stata spezzata dal costituirsi dei regni romano-barbarici – l'esempio tipico è quello di Ravenna sotto Teodorico – né dalla riconquista bizantina; fu solo l'invasione longobarda a introdurre nuovi elementi, che posero fine alla tradizione antica e aprirono la via allo sviluppo di una diversa cultura figurativa longobarda[3].
Mentre infatti a Roma il percorso dal paleocristiano alle prime esperienze romaniche avviene senza violente fratture, ma anche senza sviluppi innovatori, proprio nella Longobardia, dove già alla fine del VII secolo operano i Maestri Comacini, attraverso esperienze frammentarie e difficili si giunse a formulare i primi accenni dell'architettura romanica.
La denominazione Maestri Comacini, attribuita nell'Editto di Rotari nel 643 e in quello di Liutprando nel 713 a maestranze corporativamente organizzate di muratori, capomastri, lapicidi.
Sul termine comacinus, dall'oscura etimologia e presto caduto in disuso, sono state formulate molte supposizioni: la tesi più attendibile resta quella che lo fa derivare da una matrice topologica; tali maestranze si sarebbero infatti formate nella zona intorno a Como.
Il linguaggio dei Maestri Comacini trovò, pur attingendo largamente a esperienze ravennato-bizantine, accenti di una propria originalità, soprattutto nella tecnica costruttiva e in taluni elementi decorativi e di stile che dovevano diventare parte integrante dell'arte lombarda. La tradizione comacina non andò perduta nel periodo romanico; nella regione comasca seguitarono, infatti, a formarsi maestranze che viaggiando per l'Europa diffusero i loro repertori, dando luogo a una corrente che è stata definita comasco-lombarda.
Se l'apporto barbarico nel campo dell'architettura è comunque difficile da definire, esso risulta importantissimo per le arti decorative: il gusto per l'intreccio ornamentale impronta di sé la straordinaria produzione miniaturistica dell'arte anglosassone, una delle espressioni più originali del Medioevo europeo, e gli oggetti lavorati in legno o in metallo dell'arte nordica e vichinga[4].
La diffusione di queste tendenze astrattizzanti fu tuttavia frenata nel periodo carolingio, quando l'azione di Carlo Magno tese a creare una sintesi di diverse culture, riassumendo la classicità come riferimento ideale di una nuova civiltà figurativa di tipo aulico.
Caratteri evidenti sia nella ripresa architettonica, sia nell'esigenza plastica che anima la scultura e le arti decorative carolingie fiorite nell'Europa occidentale dal secolo VIII alla metà del X, in seguito alla rinascita artistica promossa da Carlo Magno, la cui opera fu continuata dai discendenti, soprattutto Carlo il Calvo. Il centro di irradiazione fu Aquisgrana, sede della corte, ma gli impulsi spirituali della rinascenza carolingia trovarono il terreno ideale per il loro sviluppo nei monasteri della Francia occidentale, della Renania e della Germania meridionale, dell'Italia settentrionale: Saint-Denis, Reims, Metz, Tours, Lione, Magonza, Fulda, Reichenau, San Gallo e Milano furono i grandi centri in cui fiorì l'arte carolingia.
Riallacciata in parte alla precedente civiltà merovingia, l'arte carolingia introduce alla notevole fioritura artistica del susseguente periodo ottoniano, di gusto tipicamente germanico e che già prelude alle prime esperienze del romanico.
L’Arte ottoniana fiorì tra il X secolo e la prima metà dell'XI durante i regni degli imperatori della casa di Sassonia di nome Ottone, nel territorio del Sacro Romano Impero compreso tra il Reno e l'Elba, ma con frange fin nei bacini della Mosa e della Mosella, della Senna e della Loira.
L'arte ottoniana si pone come necessario termine di passaggio tra lo stile carolingio e il Romanico, alle cui fasi più precoci in Spagna, Italia e Francia esso si affianca.
Caratterizzata dalla ripresa di schemi e di motivi carolingi, nell'arte ottoniana si fondono anche spunti bizantini (nel 972 Ottone II sposò la principessa greca Teofano), particolarmente evidenti nel comporre pacato e solenne e nell'intensa forza espressiva dei gesti, tipica del mondo germanico.
Particolare interesse riveste in Spagna l'arte dei Visigoti, che ebbe il suo ultimo sviluppo, di fronte all'avanzata araba, nella zona asturiana, elaborando forme architettoniche a carattere preromanico.
Nel secolo X la lunga elaborazione architettonica precedente giunge a maturazione e viene a formarsi uno stile quasi uniforme, dalla Provenza alla Linguadoca, dalla Catalogna alla Borgogna, per il quale Josep Puig i Cadafalch (1869-1956) ha coniato il termine di prima arte romanica.


[1] Il tardoantico – Il termine Spätantike fu coniato da Alois Riegl che, nella sua opera Industria artistica tardo-romana del 1901, respinse la concezione classicistica che considerava l'arte greca quale modello e termine di confronto per l'arte romana, mettendo invece in risalto l'importanza e l'originalità del periodo artistico che inizia nel sec. III d. C. e che, per il progressivo distacco dallo spirito dell'arte greca, era considerato dai classicisti barbaro e decadente.
Riegl, intendendo l'arte come fenomeno universale, espressione di un Kunstwollen – volontà d'arte –inteso come gusto di un determinato periodo storico o anche di un singolo artista, il fattore predominante di ogni creazione artistica – o di un Volksgeist – spirito di un popolo – specifico di ogni epoca e che si esprime in tutto il complesso dei fatti culturali, Riegl giunse a rivalutare gli aspetti decorativi e ornamentali, in genere sottovalutati, superando la tradizionale opposizione di arti maggiori e minori, e a collocare nella giusta prospettiva storica fenomeni a quell'epoca ignorati o incompresi dalla critica. Il conseguente concetto di autonomia di ogni forma d'arte facilitò il riconoscimento della validità delle arti non classiche e, in particolare, la comprensione dell'arte tardoantica.
In seguito numerosi studiosi, in particolare Gerhart Rodenwaldt, i cui studi più importanti riguardano l'arte romana, di cui egli vide l'autonomia e distinse l'elemento classicistico dalla componente italica popolare, e Ranuccio Bianchi Bandinelli, hanno meglio definito le motivazioni di carattere storico, sociale, economico e filosofico che costituiscono l'humus dell'arte romana tardoantica che si accompagna alla decadenza e alla fine dell'impero e del mondo antico come la crisi economica, la crescente pressione delle popolazioni barbare, l’assolutismo e il carattere quasi divino dell'imperatore.
Alla vita pubblica si preferì l'evasione nell'irrazionale, nel misticismo delle religioni orientali e della filosofia neoplatonica.
Sul piano artistico questa situazione si tradusse nell'abbandono della tradizione greca, nel disgregarsi della solida forma plastica, nell'accentuazione del colorismo, del chiaroscuro violento, nella deformazione delle figure, nel ripudio degli antichi canoni di euritmia – l’armonia derivante dalla proporzione e dall'adatta disposizione delle varie parti di un'opera d'arte, specialmente architettonica – e di proporzione, nel sentimento di dolore e di angoscia che emana dai ritratti, dalle figure di combattenti o di barbari, con soluzioni iconografiche e formali legate al riaffiorare, nell'arte ufficiale, di quel filone artistico italico e popolare in precedenza emarginato dalla tradizione greca.
È soprattutto nella scultura che i vari aspetti del tardoantico si riflettono con maggior evidenza –ritratti imperiali, sarcofagi con decorazione in altorilievo, rilievi degli archi di Settimio Severo, di Galerio e di Costantino.
Nella pittura, nei mosaici, negli avori, nella toreutica l’arte di lavorare il metallo mediante svariati procedimenti: a cesello, a sbalzo, a bulino – si nota il progressivo affermarsi di quelle tendenze astratte, ieratiche, fortemente simboliche che caratterizzeranno l'arte cristiana e bizantina, mentre il filone realistico-popolare si affermò nell'arte provinciale, soprattutto in Gallia e nella Renania, creando le premesse dell'arte medievale.
[2] Arte barbarica – Con arte barbarica si definisce storicamente l'arte dei popoli nomadi germanici che invasero il territorio dell'Impero romano, sviluppatasi dal IV al IX secolo, epoca in cui la rinascita carolingia impose una nuova visione artistica, almeno nei Paesi europei. Non però in Scandinavia, dove l'oreficeria conservò i tradizionali motivi nordici, con uno svolgimento parallelo a quella carolingia. È compresa sotto questo nome anche l'arte dei popoli irlandesi e scandinavi, che non vennero in contatto diretto col mondo romano.
L'attività artistica dei barbari si limitò quasi esclusivamente all'oreficeria; sono giunte fino a noi anche opere in pietra scolpita, mentre la pittura e l'architettura – come è comprensibile trattandosi di popoli nomadi – non ebbero sviluppi autonomi: le manifestazioni artistiche in questo campo furono infatti dovute ai popoli conquistati oppure agli invasori dopo che si furono stanziati in modo definitivo.
Nulla è rimasto dell'architettura lignea, diffusa soprattutto in Scandinavia, dove la tradizione costruttiva continuò nei secoli successivi. I monumenti in pietra sono in genere costituiti da lastre tombali; quelle franche, prodotte in ambiente cristiano, sono adorne di rilievi piuttosto rozzi. Figure umane sommariamente delineate si trovano anche in lastre in pietra rinvenute in Germania, tra cui una, raffigurante un cavaliere, proveniente da Hornhausen (secoli VII-VIII; Halle, Landesmuseum für Vorgeschichte).  Per uno dei più noti, la lastra di Hornhausen (Halle, Landesmus. für Vorgeschichte, sec. 8°) - dove sopra a una fascia a intreccio in II stile animalistico è rappresentato un c. passante con lancia e scudo rotondo -, si è proposta un'originaria funzione come parte di una recinzione presbiteriale, di cui si conservano altri frammenti, uno dei quali con la croce (Böhner, 1976-1977). 
Particolarmente significative le steli funebri del Gotland (Svezia), scolpite o dipinte con scene delle saghe nordiche distribuite in fasce (sec. V-VIII, Stoccolma, Historiska Museet).
[3] L’arte longobarda – Le principali testimonianze dell'arte longobarda sono affidate a una ricca serie di oggetti in metallo, spesso prezioso, che i Longobardi portarono con sé dalla Pannonia e che continuarono a produrre durante la permanenza in Italia. Questi oggetti – soprattutto else di spada, fibule, croci – provenienti in gran parte dalle necropoli longobarde, sono generalmente lavorati con un'elementare tecnica di oreficeria e decorati con intrecci lineari o con motivi zoomorfi come fibule e croci nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale.

Non mancano tuttavia figurazioni stilizzate, come nella croce del duca Gisulfo del secolo VI-VII al Museo Archeologico Nazionale di Cividale, o nella lamina sbalzata dell'elmo di Agilulfo del VII secolo al Museo Nazionale del Bargello di Firenze.

Spesso questi oggetti di oreficeria sono arricchiti con pietre preziose o semplicemente colorate come la croce di Agilulfo del VII secolo nel Tesoro del Duomo a Monza.
Accanto alle opere di oreficeria sono inoltre da ricordare alcune sculture in pietra appartenenti all'ultimo periodo della dominazione longobarda, tra le quali il sarcofago di Teodota a Pavia del 720 e i bassorilievi dell'altare del duca Ratchis della metà dell’VIII secolo del Museo Cristiano di Cividale, raffiguranti alcune scene del Nuovo Testamento, che in origine dovevano essere ricoperti da uno strato bianco di stucco e decorati con paste colorate, in modo da assomigliare a un lavoro di oreficeria.

Dell'architettura longobarda sono note le piante di alcune chiese che rivelano riferimenti classici e orientali, pur distinguendosi per la loro originalità come Santa Sofia a Benevento, a pianta stellare, con doppio ambulacro, del 762.
[4] Arte vichinga – Si è soliti definire vichinga la produzione artistica dell'ultima fase della civiltà scandinava, nel periodo precedente la diffusione del romanico, cioè tra il sec. IX e la metà dell'XI. Una delle principali fonti per la conoscenza dell'arte vichinga è data dalla ricca serie di oggetti ritrovati nella nave funeraria di Oseberg e dalle figurazioni della pietra runica di Jellinge. Nel 1903, sotto un tumulo di argilla, sono stati rinvenuti una nave funeraria vichinga lunga 22 m insieme a un carro e a quattro slitte, accompagnati da arredi domestici, armi e monili. La nave, che appare riccamente decorata con intagli a intreccio zoomorfo di straordinaria astrazione fantastica, è una delle più significative testimonianze dell'arte scandinava degli inizi del sec. IX. Questi oggetti sono caratterizzati da un esuberante intreccio zoomorfo dove gli animali, costretti entro cornici geometriche, assumono un aspetto quasi nastriforme, di raffinata stilizzazione grafica.
Alla formazione di uno stile tipicamente vichingo non è estranea l'influenza sia dell'arte anglo-irlandese, sia dell'arte carolingia, visibile soprattutto nell'introduzione di motivi vegetali. L'ornato carolingio si ritrova principalmente in una serie di fermagli eseguiti sul modello della spilla carolingia di Hon, oggi a Oslo, Universitatets Oldsakesamling.
Successivamente l'ornato zoomorfo e le forme vegetali si fusero in un unico tipo di decorazione i cui principali esempi sono dati da una serie di oggetti in bronzo provenienti da Källunge e da Söderala (sec. X-XI) e dagli intagli degli stipiti lignei della chiesa norvegese di Urnes.
Mancano purtroppo, per una completa valutazione dell'arte vichinga, testimonianze dell'architettura, nota solo attraverso descrizioni (del tempio di Uppsala, con tetto conico rilucente d'oro; di padiglioni reali, con il tetto a lanterna a piani arretrati, sul tipo delle più tarde stavkirchen).