Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

martedì 23 aprile 2013

L'arte del periodo classico (V-IV secolo)


Il Periodo classico greco – Il periodo classico dell'arte greca va dal V secolo a.C. fino alla morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. e raggiunse il maggior splendore nell'età di Pericle (495-429 a.C.).
Quest'arte rappresentò la conquista di valori nuovi e fino allora sconosciuti, rimasti poi essenziali nella storia dell'umanità: esaltò l'uomo come misura di tutte le cose ed espresse equilibrio, armonia, ordine e proporzione, fissandoli in canoni che delinearono un ideale di bellezza e di perfezione formale.
La sua destinazione religiosa è evidente nelle numerose statue di divinità le cui figure, costumi e atteggiamenti ritraggono con naturalezza la forma umana a immagine della divinità; capolavoro esemplare del periodo è il Tempio di Zeus a Olimpia nel V secolo, soprattutto per le metope figurate e le sculture del frontone. La sua destinazione pubblica si manifestò nei più significativi monumenti e nelle costruzioni civili erette nell'Acropoli di Atene, dal Partenone dorico di Ictino, ai Propilei di Mnesicle (in cui l'ordine dorico si unisce a quello ionico), all'Eretteo di Filocle e al tempietto di Atena Nike di Callicrate, di pieno stile ionico.
Tutti i più importanti santuari del mondo greco si arricchirono di templi, di tesori, di monumenti votivi. Le città, che furono impostate su criteri urbanistici basati su assi ortogonali, si regolarizzarono poi secondo il sistema detto ippodameo dal nome di Ippodamo di Mileto, autore della nuova sistemazione della città del Pireo. L'agorá, centro politico e commerciale, assunse aspetto monumentale con la costruzione di templi, di portici (stoái), di fontane imponenti, di altri monumenti pubblici.
Dopo le guerre persiane a Ippodamo, architetto e urbanista, fu affidata la costruzione del Pireo e nel 445-444 a. C. partecipò alla fondazione di Turi. Ippodamo giudicava ideale una città di 10.000 abitanti divisi in classi (contadini, artigiani, soldati), nella quale fossero differenziate le proprietà pubbliche, private e sacre. Ippodamo avrebbe ideato l'impianto urbano a scacchiera, definito da poche grandi strade ortogonali (platéiai) e da una fitta rete di strade minori (stenopói), sistema che avrebbe messo in pratica nella realizzazione del Pireo e di Turi. I ritrovamenti del Pireo e le scoperte nell'area di Turi-Sibari sembrano confermare alcuni aspetti dei dati trasmessi dalle fonti, soprattutto per la presenza di un grandioso impianto ortogonale con strade larghe da 12 a 15 metri. Ippodamo di Mileto non deve tuttavia essere considerato l'inventore di tale sistema urbanistico, già largamente applicato in età greca arcaica nelle città coloniali d'Occidente – Megara Iblea, Agrigento, Imera, Naxos, Metaponto – dove ebbe un certo sviluppo agli inizi del V secolo a. C.

L’architettura greca classica – Sotto il governo di Pericle, nel momento più alto della storia di Atene si procede alla ricostruzione degli edifici sacri dell’Acropoli, distrutta dai persiani durante il saccheggio della città (480 e 479 a.C.).
Nella concezione di Pericle, il predominio di Atene sulla Grecia doveva coincidere con la grandezza della sua civiltà e del suo impianto edilizio-architettonico. Promosse di conseguenza una eccezionale attività edilizia, tra cui la costruzione del Partenone e dell'Eretteo sull'Acropoli e l'ampliamento del Pireo. Sotto il suo governo si radunarono ad Atene filosofi come Socrate, Anassagora e Protagora, tragediografi come Sofocle ed Euripide, storici come Erodoto. Pericle stesso insieme con la celebre etera Aspasia, radunò intorno a sé un importante circolo intellettuale. I culti, le feste e i templi furono protagonisti dell'età di Pericle: la rinnovata fede religiosa, conseguente alle vittorie sui Persiani, trovò la sua espressione nelle opere dello scultore Fidia e del tragediografo Sofocle. La cultura classica non si esaurì con la morte di Pericle nel 429 a.C., ma anzi raggiunse in seguito il suo apogeo con filosofi come Platone e Aristotele, il medico Ippocrate, lo storico Senofonte.
A Fidia Pericle assegnò il ruolo di epìscopos (sovraintendente) e probabilmente si occupò, oltre a scolpire numerose statue e fregi ad ornamento dei templi, di stendere una sorta di piano generale per la costruzione delle varie opere.
Il Partenone, dedicato ad Atena, dea protettrice della città, concretizza l’ideale di equilibrio e misura, è dorico, ma risente dell’influenza attica, che lo rende più agile ed elegante. Sorto sulle fondazioni di un precedente tempio di Atena tra il 447 e il 438 a. C., ad opera dell'architetto Ictino, attivo nella seconda metà del V secolo a. C. Ad Ictino sono legate tre opere fondamentali – il Telesterio di Eleusi, il tempio di Apollo a Figalia e soprattutto il Partenone.

Nel 447 a. C., sotto la direzione di Fidia e insieme a Callicrate, soprintendente ai lavori, Ictino iniziò la costruzione del Partenone sul quale scrisse anche un trattato purtroppo perduto in cui sono evidenti una particolare sensibilità per i valori plastici ed un alleggerimento dell'architettura dorica. Il Partenone è un perfetto tempio dorico periptero in marmo pentelico,  marmo a grana fine proveniente dalle cave del monte Pentelico largamente sfruttate nell'età di Pericle, (69,56×30,87 m) con 8 colonne sulla fronte e 17 sui lati lunghi, in cui sono adottate le più raffinate correzioni ottiche.
Nella cella, divisa in tre navate, c’era la grande statua di Atena, in oro e avorio, opera di Fidia. Allo stesso Fidia e ai suoi aiuti si deve la decorazione scultorea (oggi in parte al British Museum) comprendente le 92 metope del fregio dorico (con centauromachia, amazzonomachia, gigantomachia e Iliupérsis), il fregio continuo sul muro esterno della cella con la processione delle Panatenaiche, le sculture dei frontoni raffiguranti la nascita di Atena a Est e la lotta tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica a Ovest.
In età cristiana il tempio fu trasformato in chiesa dedicata a S. Sofia, nel 1456 in moschea, il Partenone fu squarciato da un'esplosione nell'assedio di Atene ad opera di Francesco Morosini nel 1687 e da allora cominciò la spoliazione dei suoi marmi. Il restauro è stato completato nel 1930 col rialzamento del colonnato.
Mnèsicle (V secolo a.C.), è l'autore dei Propilèi, eretti fra il 437 e il 432 sopra l'antico ingresso dei tempi di Pisistrato, ma mai condotti a termine: il progetto originario prevedeva forse la sistemazione di tutto il lato Ovest del colle.

I Propilei hanno il compito di separare in maniera maestosa il territorio dell’Acròpoli dal resto della città e si articolano in un corpo centrale con cinque ingressi e due atri e in due avancorpi; quello maggiore a Nord ospitava la pinacoteca con quadri di Polignoto. L'abile sfruttamento del livello del terreno, la giustapposizione delle masse e la commistione degli ordini dorico e ionico ne fanno una splendida creazione architettonica.
Il Tempietto di Atena Nike, ad opera di Callìcrate, posto accanto ai Propilèi è un edificio semplice, molto piccolo e grazioso.
L’Eretteo di Fìlocle della fine V secolo, invece, pur essendo molto piccolo ha una struttura molto complessa perché in esso erano riuniti più ambienti dedicati a culti diversi (famosa è la loggetta delle Cariatidi, posta all’esterno).
L’architettura teatrale dà esempi nel IV secolo nel teatro di Dioniso ad Atene, in quelli di Delfi e Megalopoli e nel teatro di Epidauro, dall’acustica ancor oggi perfetta, creato da Policleto il Giovane (attivo dal 390 al 340 a.C.) insieme alla thólos, edificio circolare di ordine corinzio riccamente ornato che completa la sistemazione di quel santuario, il cui tempio di Asclepio, anch’esso del sec. IV a.C., fu opera di Teodoto.
Notevole anche l’architettura funeraria, illustrata soprattutto dalle tombe reali di Macedonia, con sale a volta e ricca decorazione, da quelle principesche dell’Asia Minore – il mausoleo di Alicarnasso, il monumento delle Nereidi di Xanto), e dai vari tipi di monumenti della necropoli di Cirene.

La scultura classica – In tutto il mondo greco la scultura del periodo classico presenta differenze più di qualità che di stile.
Nel V secolo a.C. Policleto di Argo, attivo dal 460 al 420 a.C., fissò un modulo per la costruzione armonica del corpo umano e lo liberò, grazie a una precisa rispondenza di ritmi, dalla rigidità della figurazione arcaica. Egli espresse il suo canone artistico, esposto anche in un trattato oggi perduto, nel Doriforo (440 a. C.), in cui le proporzioni, costruite sul modulo di base, si articolano nella disposizione a chiasmo degli arti: alla gamba portante si oppone il braccio flesso, alla gamba piegata e arretrata si oppone il braccio abbassato, con corrispondenza di ritmi ai fianchi, nelle spalle, nell'inclinazione del capo. Amplificata e temperata nella resa anatomica dall'influsso attico è la soluzione ritmica al problema della figura virile nuda stante, realizzata nel Diadumeno (430 a. C.).
L'ateniese Fidia, attivo nella prima metà del V secolo in varie città greche, ma soprattutto ad Atene, dove diede espressione artistica ai grandi progetti dell'età di Pericle, impostò nuove concezioni artistiche nella grandiosità di composizione delle scene, nella serena idealizzazione delle sue maestose figure, nell'abilità di trattazione del panneggio, come si riscontra nelle sculture del Partenone, oggi in parte al British Museum di Londra, e nelle opere, note solo da copie, come lo Zeus di Olimpia e l'Athena Parthénos. Le notizie sulla sua vita sono scarse: certamente fu allievo di Egìas. Le notizie relative alla sua morte sono discordanti: secondo alcuni in carcere ad Atene, accusato dapprima del furto di parte dell'oro destinato alla costruzione dell'Atena Parthènos, e poi di empietà per aver eseguito il suo ritratto e quello di Pericle sullo scudo della dea; secondo altri a Olimpia, dove si sarebbe rifugiato dopo esser fuggito da Atene. Eseguì numerose e celebrate opere, in vari materiali e con le più svariate tecniche, eccellendo sia nella rappresentazione del nudo sia nella resa del panneggio leggero e trasparente sui corpi, il cosiddetto panneggio bagnato. Si conoscono da copie l'Apollo Parnópios, statua bronzea eretta sull'Acropoli di Atene; l'Atena Lemnia, pure sull'Acropoli; l'Anadùmeno di Olimpia, bronzeo, riconosciuto nel tipo Farnese in marmo del British Museum di Londra; l'Amazzone di Efeso; l'Anacreonte. Ma la realizzazione più grandiosa di Fìdia fu la sistemazione urbanistica dell'Acropoli di Atene e in particolare del Partenone, di cui eseguì con aiuti la decorazione scultorea (frontoni, metope e grande fregio) conservata per la maggior parte al British Museum.

Le novantadue metope doriche furono scolpite come altorilievi datate 446-440 a.C. Le metope del lato est del Partenone, sopra l'entrata principale, raffigurano la Gigantomachia (la lotta degli dei dell'Olimpo contro i Giganti). Sul lato ovest, le metope mostrano l'Amazzonomachia (la mitica battaglia degli Ateniesi contro le Amazzoni). Le metope del lato sud — con l'eccezione di 13-20 metope piuttosto problematiche, ormai perdute — mostrano la Centauromachia Tessala. Sul lato nord del Partenone, le metope sono poco conservate, ma l'argomento sembra essere la Guerra di Troia.
Parecchie metope rimangono ancora sull'edificio ma con l'eccezione di quelle del lato nord, che sono severamente danneggiate. Alcune di esse sono situate al museo dell'Acropoli, altre, più numerose, sono al British Museum ed una può essere ammirata al museo del Louvre.
Il tratto più caratteristico nella decorazione del Partenone è sicuramente il lungo fregio ionico posto lungo le pareti esterne della cella. Si tratta di una caratteristica innovativa, dal momento che il resto del tempio è costruito in stile dorico.

L'intero fregio marmoreo è stato scolpito in altorilievo. Il fregio continuo era lungo 160 metri di cui ne sopravvivono 130, oggi in vari musei europei. La parte mancante ci è nota dai disegni effettuati da Jacques Carrey nel 1674. In una prima semplice lettura, il fregio rappresenta la solenne processione che si teneva ogni quattro anni in occasione delle feste panatenaiche. Sono invece possibili diverse interpretazioni sul significato della rappresentazione o sulla sua possibile attribuzione ad un evento storico preciso: c'è chi ipotizza che l'ampio spazio riservato alla rappresentazione della cavalleria sia un esplicito riferimento all'eroismo bellico delle Guerre Persiane; altri hanno ritenuto di riconoscere nei vari personaggi della processione figure rappresentanti la polis aristocratica e arcaica in contrapposizione ad altre che incarnerebbero invece la democrazia dell'Atene classica, in un tentativo di unire passato e presente. L'intero fregio è stato concepito per essere letto a partire dall'angolo sud-ovest: lo spettatore a partire da questo angolo poteva scegliere se dirigersi verso nord, oppure dirigersi direttamente verso est. Dall'angolo sud-ovest del fregio prendono il via dunque due processioni che girano attorno alla cella per confluire poi sul lato est (quello dell'ingresso al tempio), al cui centro è rappresentato il gesto della consegna del Peplo alla dea Atena. Al gesto della consegna assiste la schiera degli dei e degli eroi. Tutte le figure del fregio sono state rappresentate da Fidia in modo idealizzato, come se tutti i personaggi fossero abitanti di una dimensione trascendente di eterna festa e allegria. Questo effetto complessivo di aura divina è dato dalla scelta di soggetti giovani, dalle espressioni dei quali non traspare fatica, nonostante molti siano impegnati in qualche azione (come trasportare anfore o cavalcare), bensì solenne allegria.
Di Fidia era anche il colossale simulacro crisoelefantino della dea, la famosa Atena Parthènos (438 a. C.), di cui si ha eco sbiadita in statuette e copie parziali. Crisoelefantina era anche la statua di Zeus per il tempio di Olimpia, nota da monete adrianee, da gemme e da una testa di Cirene. L'originalità del linguaggio plastico fidiaco innovò completamente la scultura greca dandole l'impronta della classicità, ed ebbe un'influenza enorme anche sull'arte di epoche molto più tarde.
La conoscenza della scultura è completata da numerose altre opere, tra cui si ricordano il gruppo bronzeo dell'Auriga di Delfi.
L’Auriga di Delfi, opera di Sòtade di Tèspie appare ancora immobile. Il bronzo fu realizzato attorno al 475 a.C. per celebrare la vittoria di Hièron nella corsa dei carri, durante i Giochi Pitici, e donato al santuario di Apollo Delfico da Polizèlo, tiranno di Gèla.

L’Auriga, l’unico componente pervenutoci integro del gruppo creato da Sotade (comprendente anche un principe, uno schiavo, il carro e i cavalli) ha il corpo racchiuso in un architettonico chitone. Questo, fittamente pieghettato secondo linee diagonali su spalle e avambracci, diviene appena più morbido in corrispondenza del busto, stretto da una cintura, per poi piombare in lunghe pieghe verticali che lasciano, però, scoperti i mallèoli e i piedi nudi. La testa del conducente, dai capelli cesellati che si arricciolano e si gonfiano sulle tempie, è cinta dalla benda, l’unico premio simbolico di ogni gara agonistica, ed è appena volta a sinistra. Il leggero incurvamento all’indietro del busto, che accompagna il gesto di trattenere i cavalli tenendo tese le redini, non basta a superare la sensazione di staticità. Occorre, tuttavia, tener presente che solo la metà superiore del corpo dell’auriga era visibile al di sopra dello schermo protettivo anteriore del carro, pertanto, il piccolo movimento del busto bastava a suscitare una sensazione di naturalezza negli osservatori, quando il gruppo statuario era ancora integro.

Alla corrente postfidiaca appartennero Callimaco, al quale si devono forse i rilievi dal panneggio bagnato della balaustra del tempietto di Atena Nike, e Peonio di Mende.
Nel IV secolo, i tre scultori che, reagendo all'idealizzazione fidiaca, diedero maggiore importanza all'uomo e ai suoi sentimenti furono Prassitele – forse originale è il famoso Hérmes del Museo di Olimpia – Scopas, autore delle sculture del tempio di Atena Alea a Tegea, e Lisippo, che fa muovere le sue figure nello spazio in piena tridimensionalità, introducendo l'arte ellenistica. La loro celebrità è attestata dalle fonti classiche e dalle numerose copie delle loro opere, che consentono di ricostruirne la personalità.
Prassitele, figlio di Cefisodoto e padre degli scultori Cefisodoto e Timarco, è considerato con Fidia e Policleto il più grande scultore dell'antichità. Visse e si formò ad Atene, ma lavorò anche per altre città, da Olimpia a Tespie, da Cnido a Platea. Nonostante la perdita di molte sue creazioni, Prassitele è tra gli scultori antichi meglio noti; le fonti riferiscono infatti molti dati della sua vita e ricordano tra l'altro che la bellissima Frine gli servì da modello e le sue opere furono tra le più copiate nell'antichità. Maestro del colorismo attico – faceva aggiungere, pare, un'ultima velatura pittorica, che richiedeva al pittore Nicia, sulle carni nude – innovò la soluzione data da Policleto al problema della figura stante e gravitante, ma fu più ricco di lui nella tematica, se ne distinse anche dal punto di vista tecnico, essendo più scultore in marmo che bronzista. Preferì trattare figure nude giovanili dai volti sereni, piene di grazia nel morbido e sfumato plasticismo, nella struttura slanciata dei corpi e nei ritmi flessuosi, ma seppe trarre anche dal panneggio sottilissimi effetti chiaroscurali. Il suo giovanile Satiro versante (che si trovava probabilmente sulla via dei Tripodi ad Atene), il Satiro in riposo, l'Apollo Sauroctono (noto da circa settanta copie, tra cui una bronzea a Villa Albani), l'Eros di Tespie (esposto a Roma nel portico di Ottavia, del quale una buona copia è il torso del Palatino al Louvre), per non citare il famoso Hermes e Dioniso del Museo di Olimpia, ritenuto da alcuni un originale mostrano nudi maschili dalla tenera corposità e dai vivi risalti coloristici, gravitanti al di fuori del proprio asse in molle abbandono e sostenuti da un appoggio esterno. Scolpita nel marmo fra il 340 e il 330 avanti Cristo, e trovata nel tempio di Hera ad Olimpia, è fondamentale in quanto summa totale delle novità stilistiche e concettuali portate dal suo autore nella scultura greca: l'opera totale raffigura un episodio del mito di Dioniso, il dio del vino e dell'ebbrezza, che ancora fanciullo venne affidato ad Hermes, messaggero degli dei e inventore della lira, dal padre Zeus affinché potesse osservarlo. Hermes, raffigurato in posizione eretta, nell'originale recentemente ricostruito regge sul braccio sinistro Dioniso fanciullo, che sembra guardare con tono un po' minaccioso, quasi per rimproverarlo.

Il corpo di Hermes è in condizione di totale abbandono: la sua struttura è costruita sull'inclinazione di tre assi, due rappresentati dalla testa e dalle gambe in direzione parallela, il terzo rappresentato dal tronco in direzione obliqua rispetto i precedenti. Questa struttura a causa dello spostamento dell'intero gruppo scultoreo rispetto l'asse di gravità comunica un forte senso di instabilità e nel contempo di dinamismo. A sostenere fisicamente l'intera opera intervengono però elementi esterni come la presenza di un tronco d'albero o un lembo di drappeggio, atti ad evitare il crollo della scultura.
Hermes, ritratto più umano che divino, è caratterizzato da un volto languido, trasognato, e il suo corpo ha una superficie morbida, luminosa, sembra ai limiti della trasparenza, grazie al marmo, materiale preferito da Prassitele. Il modellato è soffice, privo di asperità, la muscolatura è molle e poco pronunciata, quasi effeminata, molto sensibile alla luce che crea uno sfumato tenue, ovattato. Grandissima fama ebbe l'Afrodite creata per Cnido (di cui una buona copia è al Vaticano), tappa fondamentale nella storia dell'antica rappresentazione della figura femminile, presentata qui in piena nudità. Anche alcune lastre marmoree da Mantinea con la Gara tra Apollo e Marsia e sei Muse (Museo Nazionale di Atene) ripetono tipi divini di Prassitele, mentre una creazione matura, l'Apollo Liceo, è nota da alcune copie tra cui una eburnea e su scala ridotta del Museo ateniese dell'Agorà.
Scopas di Paro, figlio forse di Aristandro, fu attivo tra il 380 a. C. e il 330 in Attica, Asia Minore e nel Peloponneso, ponendosi, tra i grandi rinnovatori della scultura greca. Lo stile scopadeo si distingue dal sereno ideale prassitelico per la capacità di tradurre drammaticamente in forme plastiche l'intensità di sentimenti e passioni. Questi caratteri sono presenti nei frammenti scultorei dei frontoni del tempio di Atena Alea a Tegea, di cui si sa che Scopa diresse la ricostruzione dopo l'incendio del 395 a. C., soprattutto nelle teste di guerrieri e in quella di Eracle. Analogo pathos presentano i rilievi di una colonna dell'Artemision di Efeso con il mito di Alcesti. Delle numerose sculture riferite dalle fonti a Scopa, soprattutto statue marmoree di divinità, poche sono state identificate con relativa certezza tra le copie di età romana; tra queste le più accettabili sono l'Eracle della collezione Lansdowne di Londra, identificato da alcuni con l'Eracle di Sicione; la Menade di Dresda (Staatliche Kunstsammlungen), nella quale la tesa e passionale agitazione diviene furore dionisiaco; il Pothos, simbolo del nostalgico desiderio amoroso, noto in più copie tra cui quella dei Musei Capitolini di Roma; e il Meleagro, rappresentato da varie decine di copie.
La statua rappresenta una delle menadi, le fanciulle seguaci del dio Dioniso che ne celebravano il culto con cerimonie orgiastiche e danze forsennate al suono di flauti e tamburelli, al culmine delle quali aveva luogo il sacrificio di un capretto o di un capriolo, dilaniato a colpi di coltello e divorato crudo nel momento del parossismo estatico.
La Menade di Dresda sebbene molto danneggiata, non perde i suoi tratti fondamentali. L'agitazione che pervade tutta la figura è resa dall'impetuosa torsione a vortice che, dalla gamba sinistra, passa per il busto e il collo sino alla testa, gettata all'indietro e girata, a seguire lo sguardo, verso sinistra; il volto è pieno, bocca naso e occhi sono ravvicinati, questi ultimi schiacciati contro le forti arcate orbitali per conferire maggiore intensità all'espressione. Il panneggio si apre e si volge verso l'alto, assecondando il ritmo ascensionale della statua. Il totale abbandonarsi del corpo alla passione è sottolineato anche dalla massa scomposta dei capelli, dall'arioso movimento del chitone che, stretto da una cintura appena sopra la vita, si spalanca nel vortice della danza, lasciando scoperto il fianco sinistro, e dal forte contrasto chiaroscurale tra panneggi e capigliatura da una parte e superfici nude dall'altra. Le braccia, perdute, dovevano seguire la generale torsione del corpo: il braccio sinistro, sollevato, stringeva contro la spalla un capretto; il destro era teso all'indietro e la mano impugnava un coltello.
In quest’opera resta poco della razionalità e del controllo delle opere, ad esempio, di Policleto, raffigurando i nuovi orizzonti sociali, politici, culturali e religiosi che attraversavano la Grecia in un momento di instabilità come il IV secolo a.C.
Di grande importanza è la partecipazione di Scopas alla decorazione del mausoleo di Alicarnasso, iniziata nel 350 a. C. con la collaborazione di Briasside, Timoteo e Leocare; benché l'attribuzione delle diverse lastre scolpite (oggi al British Museum di Londra) sia molto dibattuta, si riferiscono a Scopas alcune scene di Amazzonomachia per l'intenso patetismo e le torsioni accentuate: questi caratteri, tipici della visione artistica scopadea, furono fondamentali per gli sviluppi della scultura ellenistica.
Lisippo di Sicione fu lo scultore ufficiale di Alessandro Magno e dei suoi successori.
Eseguì statue di divinità, atleti, dinasti, ritratti, gruppi mitologici; le sue opere erano collocate nei santuari e città della Grecia e dell'Italia. Secondo Plinio, Lisippo creò un nuovo canone della figura umana, superando il geometrismo, il ritmo chiastico e la frontalità di Policleto e realizzando figure più alte e slanciate, con la testa piccola e la capigliatura mossa, libere nello spazio secondo una nuova concezione ottica.
Punto fermo per la conoscenza dell'arte di Lisippo è la statua dell'Apoxyómenos, raffigurante un atleta che si deterge dopo una gara con lo strigile sotto il braccio destro, teso in avanti, per togliere l'olio di cui si era cosparso in precedenza. La statua, realizzata probabilmente poco prima del 330 a.C., è nota dalla copia dei Musei Vaticani. Con lo slancio delle braccia e la ponderazione instabile l'Apoxyómenos si inserisce in uno spazio reale, a tre dimensioni. In questa opera Lisippo mise in atto la nuova ponderazione: la gamba sinistra diviene portante, quella destra scarta lateralmente e l'azione principale è attribuita alla mano sinistra, quindi nessuna parte del corpo è in riposo. Ne derivano un equilibrio instabile e un bilanciamento dinamico della figura. Nell'Apoxyomenos, Lisippo impiegò anche un nuovo canone, caratterizzato dalle minori proporzioni della testa rispetto al corpo, circa 1/8, e da gambe sottili e occhi piccoli: in questo modo lo scultore si distaccò dall'uso delle proporzioni dei suoi contemporanei.
Un'ulteriore novità dell'opera di Lisippo è costituita dalla posizione delle braccia protese verso l'osservatore: in questo modo la scultura conquista lo spazio davanti a sè e il torace resta in secondo piano. Inoltre le due parti del corpo sono poste in contrasto tra loro: la solidità si concentra nella parte sinistra, con la gamba portante, e l'instabilità nella destra,con la gamba piegata e il braccio spinto in avanti. La statua risulta molto diversa a seconda che la si guardi di fronte o di profilo: da questa seconda prospettiva infatti risulta più evidente la conquista dello spazio attraverso il movimento delle braccia.
A esso può accostarsi la statua di Agias trovata a Delfi, statua di atleta che faceva parte di un donario del dinasta Daochos di Tessaglia. Altre attribuzioni convincenti sono: l'Eros che incorda l'arco (forse l'Eros di Tespie), noto da numerose copie romane; il ritratto di Alessandro con la lancia, noto da bronzetti; il ritratto di Socrate, noto da varie copie, che con il suo realismo psicologico supera l'idealismo del ritratto di età classica; l'Eracle in riposo, appoggiato alla clava, noto dalla gigantesca copia di Napoli conosciuta come Ercole Farnese e da bronzetti.

La pittura e la ceramica classiche - Conquistato lo scorcio già alla fine del VI secolo a.C., si affrontarono nel V secolo i problemi di ombreggiatura con Apollodoro skiagráphos, cioè pittore delle ombre e di prospettiva con Agatarco scenografo. Nomi famosissimi sono quelli di Polignoto, che introdusse per primo un tentativo di ricerca prospettica, Zeusi e Parrasio, che operarono ad Atene alla fine del V secolo.
Nel secolo seguente, in cui sembrarono affermarsi la scuola realistica e la pittura su tavola, il pittore più famoso fu Apelle, che lavorò per Alessandro Magno.
Dalla metà del VI secolo la ceramica attica dominò tutti i mercati del mondo greco, decadendo poi fino a estinguersi alla fine del IV secolo. Dopo il 450 a.C. sorsero nell'Italia meridionale fabbriche locali di vasi figurati molto simili a quelli attici a figure rosse (vasi protoitalioti), che nel sec. IV (vasi italioti) assunsero caratteristiche proprie. Anche la ceramica italiota cessò, come quella attica, alla fine del IV secolo a.C.

La cultura italica in fase classica – Sotto il dominio dei Sanniti, iniziato nel 423 a.C., Capua iniziò a produrre un caratteristico tipo di scultura su tufo, mentre Chiusi con gli etruschi lavorava il calcare. Le sculture votive in terracotta, soprattutto quelle raffiguranti i busti, testimoniano un sincero naturalismo: l'effetto luce è lo studio del momento caratterizzante, stimolo vitale nella definizione del movimento e di un linguaggio interiore.
Nel 400 a.C. i Lucani conquistano Paestum (Posidonia) e da questo periodo incomincia a prendere forza la pittura a carattere funerario che si diffonderà a partire dal 273 a.C.: la Macedonia si mette in vista con la famosa tomba da Adenochori. Le opere pittoriche rimanevano in esposizione per tutto il tempo del rito funerario, ed illustravano gli aspetti più importanti: oblazioni, musiche e spettacoli. Con il fondo generalmente in bianco, e l'aggiunta del rosso, giallo e nero, si sfiorano il limiti del tetracromismo, tanto ritenuto importante da Apelle, al tempo in cui aumentavano considerevolmente le decorazioni pittoriche delle tombe. Sporadicamente appare l'azzurro (colore che insieme agli altri completa il vero tetracromismo) e il verde. Il colore viene steso in modo naturale su uno strato di calce applicato in precedenza sul travertino: uno strappo alla regola ellenica che caratterizza queste opere rustiche, una scelta di autenticità rispetto alla convenzione di imitare con lo stucco i vari tipi di marmo che fanno da supporto per la pittura.
Dall'Etruria e dalle zone falische viene diffuso in tutta la Sabina uno stile animalistico con particolari raffigurazioni di mostri creati dalla fantasia, che ha una forte influenza anche al di là dell'Appennino. La zona umbra già dal V secolo a.C. incrementa fortemente la produzione di minuscoli bronzi, raffiguranti divinità in atto di guerra, snellite spesso esageratamente fino a raggiungere la deformazione. Mentre in tutta la penisola italiana si accolgono, attraverso le varietà regionali, schemi figurativi tra loro collegati, nell'isola siciliana le opere dei Siculi e degli Elimi si devono confrontare in modo del tutto autonomo con quelle dei Greci e Punici, prendendo precocemente forme monumentali per gli edifici e luoghi di culto. Il periodo che segue è, in ogni zona, influenzato dalle rivoluzioni ellenistiche.

Si affaccia Roma – È necessario soffermarsi sul particolare rapporto che ebbero inizialmente i romani con l’arte, dal momento che i primi reperti artistici di questo popolo si collocano solo nell’ultimo periodo della repubblica. Si suppone, infatti, che i romani avessero come primario interesse l’organizzazione dello Stato e della macchina bellica, utile all’espansione territoriale e che considerassero, perciò, l’opera d’arte un’inutile frivolezza. Solo quando, dopo la grande espansione territoriale dell’impero, avviene la fusione con altri popoli e con le loro culture e quando nel 146 a.C., dopo aver conquistato la Grecia, entrano nell’orbita ellenistica si ha una produzione artistica indubbiamente romana, ma fortemente determinata dagli influssi dei popoli assoggettati.
Gli apporti più importanti vennero prima e soprattutto dall’Etruria poi dalla Magna Grecia, quindi dalla Grecia e dal mondo ellenistico e infine, in età imperiale, dalle altre aree dell’Impero romano e anche dalle popolazioni esterne, soprattutto orientali, con cui Roma venne progressivamente in contatto.
È nell'architettura che l'arte di Roma diede gli apporti più originali. Accanto all'architettura religiosa, particolare importanza assume l'architettura civile, dai fori e dalle basiliche agli anfiteatri, agli acquedotti e alle terme.
Massimo Capuozzo 

venerdì 29 marzo 2013

La scultura e la ceramica arcaiche di Massimo Capuozzo


La scultura greca arcaica – I più antichi esempi di scultura greca in stile dedalico – dal nome del leggendario artista cretese – risalgono al VII secolo a.C. e sono caratterizzati da una rigida astrazione.
La scultura dedalica descrive lo stile particolare che le figure umane assunsero nell'arte greca del VII secolo e che ebbe diffusione uniforme in tutta la Grecia. In questo secolo di grandi trasformazioni, la scultura dedalica corrisponde all'ultima fase del periodo orientalizzante, che vide in Grecia la nascita di un'arte monumentale, il superamento delle forme esuberanti del primo periodo e l'approdo ad un sistema di proporzioni. Il bisogno di ordine e di contenimento fu alla base del mondo greco arcaico.
Importanti esempi di scultura architettonica furono in Italia: le trentasei metope della metà del VI secolo, attribuite al thesaurós, della foce del Sele in cui sono rappresentati, con fresco realismo, le Imprese di Eracle, il Suicidio di Aiace, Sisifo, Ulisse sulla tartaruga, episodi dell'Orestea ecc.; le dieci metope della facciata del tempio C di Selinunte del Museo archeologico di Palermo, anteriori al 550 a.C. scolpite ad altorilievo erano incorniciate in alto e in basso da lastre piatte che ne facevano risaltare il vigore plastico ed erano separate da triglifi fortemente aggettanti rispetto al piano delle metope stesse. Ne sopravvivono integralmente tre dove la presentazione dei soggetti (quadriga trattata arditamente di fronte, Perseo e Medusa che scaturiscono dal fondo della metopa, Eracle e i Cercopi che passano come su una scena) fa appello a effetti teatrali che si accordano alla struttura architettonica del fregio.
Nella scultura arcaica la figura, prima rigida e squadrata, passò dall'astrazione dedalica a una maggiore aderenza alla realtà. La scultura era anche votiva, funeraria, onoraria (statue di vincitori di gare atletiche; gruppo dei Tirannicidi). La grande scultura in bronzo del VI secolo a.C. è perduta, ma restano molti originali in pietra o marmo.
Pochi erano i tipi della grande statuaria, tra cui anzitutto quello del kouros – statua maschile nuda, in piedi, con la gamba sinistra avanzata – e della kore – statua femminile vestita, in posizione analoga – documentati da numerosi esemplari trovati nella cosiddetta colmata persiana dell'Acropoli di Atene e oggi al Museo dell'Acropoli (dalla metà del VI ai primi decenni del V secolo a.C.), ma presenti in Attica e in altre località già alla fine del VII secolo; in queste statuette è soprattutto evidente la progressiva conquista della conoscenza dell'anatomia umana.
È un giovane uomo nudo, in posizione stante (statica), raffigurato con la testa eretta, le braccia stese lungo i fianchi, i pugni serrati e la gamba sinistra leggermente avanzata, ad accennare un passo. Il termine kouros identifica un giovane nel pieno e vigoroso splendore del suo sviluppo fisico e morale (per i Greci alla bellezza esteriore
corrisponde quella interiore). Nel kouros si riscontra una notevole somiglianza con le statue egizie soprattutto nella gamba sinistra avanzata e nella rigida posizione delle braccia con i pugni serrati attorno a due corti cilindri, simbolo di potere.
La scultura greca arcaica si ispira, almeno nelle fasi iniziali, a quella egizia e ciò è dovuto ai frequenti scambi commerciali nel Mediterraneo che avevano messo in contatto gli artisti greci con statuette di provenienza egizia. Convenzionalmente si distinguono tre stili: quello dorico, proprio della Grecia continentale e del Peloponneso, piuttosto rigido e pesante; quello ionico, proprio delle isole egee, più ricercato e decorativo; quello attico, proprio di Atene che fonde la severità dorica con l'eleganza ionica.
Uno dei più importanti esempi di scultura arcaica ci è offerto da Kleobis e Biton, una coppia di sculture in marmo pario (h 216 cm, con la base h 235 cm) risalenti al 585 a.C. circa, attribuite a Polimede di Argo e conservate nel Museo archeologico di Delfi.
Si tratta di uno degli esempi più antichi di statuaria arcaica greca, alle origini dell'iconografia del Kouros. In questo caso si tratta delle statue, tozze e rigide, dei fratelli Cleobi e Bitone, scolpiti in posizione stante, con la muscolatura del petto messa in evidenza come il tipico sorriso arcaico. I due eroi sono raffigurati eretti e completamente nudi. L'uso di raffigurare personaggi nudi risale forse all'abitudine degli atleti, fin dal periodo arcaico, di gareggiare senza vesti.
Le membra di Kleobis e di Biton hanno una straordinaria robustezza, con un'anatomia possente che ricorda blocchi di pietra accostati. Gli artisti greci si impegnano nella rappresentazione del corpo nudo maschile, che ritenevano più bello rispetto a quello femminile, in quanto era l’esaltazione del vigore e della forza acquisiti con l’esercizio atletico.
Esemplare è anche l'Hera di Samo è una scultura in marmo (h. 192 cm), databile al secondo quarto del VI secolo a.C. e conservata  a Parigi nel Museo del Louvre. Si tratta di una delle sculture greche più antiche, dedicata alla dea Hera nel santuario di Samo: l'iscrizione incisa lungo il bordo del velo ci informa che era un ex voto del ricco Cheramyes, un membro dell'aristocrazia ionica.

Non si tratta di una dea ma di una kòre, interamente coperta da un lungo chitone che si allarga in una fitta trama di pieghe verticali e perfettamente parallele fra loro. Il mantello copre la spalla destra e il petto, movimentando con l’obliquità del suo largo panneggio la rigida verticalità della statua. Le pesanti vesti lasciano scoperti solo la punta dei piedi e l’avambraccio destro disteso lungo il fianco, trasmettendo un senso di insondabile mistero. L’altro braccio, andato perduto, era presumibilmente portato sul seno e poteva reggere il melograno, attribuito a Hera.
La scultura prende il nome dall’isola del Mar Egeo dove è stata rinvenuta, all’interno del tempio dedicato ad Hera.
Il Moskophoros è una scultura in marmo dell'Imetto di età arcaica (570-560 a.C. circa), alta 165 cm e conservata nel Museo dell'Acropoli ad Atene.
Il corpo viene maggiormente armonizzato per conseguire un effetto di maggior equilibrio. È un kouros che sorregge un vitellino sulle spalle in atto di portarlo in offerta al tempi, il tutto con simmetria compositiva. Il Moschophoros non è nudo, ma indossa una corta tunica che costituiva il principale capo di abbigliamento. La sua testa di forma ovoidale è incorniciata da un'acconciatura di capelli ondulati; una barba fitta, priva di baffi gli orna il volto. Vi è uno studio del dettaglio con una certa accuratezza.
Il kouros di Anavyssos, in Attica, è stato collegato ad una base che conserva il nome di Kroisos, un guerriero morto in battaglia. Si tratta quindi di una statua funeraria le cui caratteristiche anatomiche sembrano dovute, oltre all'influsso delle morbidezze e rotondità ioniche, a caratteristiche particolari e individuali volutamente perseguite.

La ceramica greca arcaica – Anche la ceramica figurata ebbe nel periodo arcaico una grandissima fioritura, ciò che compensa solo in parte la quasi totale scomparsa della pittura.
Oltre alla decorativa ceramica corinzia (che terminò alla metà del VI secolo a.C.), fabbriche di vasi figurati furono attive tra i secoli VII e il VI a.C. in diverse località greche. Il VI secolo fu dominato però dalla ceramica attica, prima a figure nere e poi, dal 530 a.C., a figure rosse. Diversi artisti firmarono i loro vasi.
Per le figure nere è famoso Exechìas, pittore e fabbricante di vasi attici, attivo tra il 550 e il 525 a. C. Considerato il più grande pittore dello stile a figure nere, di lui restano una trentina di vasi e una serie di tavolette dipinte (pínakes); due vasi sono firmati come vasaio e come pittore. I soggetti trattati sono per lo più episodi mitici, duelli, battaglie e, sui pínakes, scene di contenuto funerario, resi sempre con uno stile elevato e austero, caratterizzato dalla raffinatezza dei particolari, dal pacato ritmo compositivo e dalla solennità delle figure. Famose l'anfora dei Musei Vaticani con Achille e Aiace che giocano ai dadi su un lato e Tindaro e Castore con un cavallo sull'altro, quella di Boulogne con il suicidio di Aiace, la coppa di Monaco con la nave di Dioniso.
Per le figure rosse si ricordano tra i molti Eufronio ed Eutimide.
Eufronio fu un ceramista attico della tecnica a figure rosse, attivo dal 520 al 470 a. C. Forse il più insigne maestro dello stile severo si distinse per l'eccezionale abilità disegnativa unita a un rigoroso ritmo compositivo e a delicate ricerche coloristiche. Dapprima dipinse vasi per le officine di Cacrilione ed Eussiteo; in seguito, divenuto a sua volta proprietario di officina, ne firmò come vasaio alcuni che furono poi dipinti da altri. Tra le diverse opere firmate da Eufronio come pittore si ricordano: la tazza da Vulci con il giovane cavaliere Leagros e all'esterno la lotta tra Eracle e Gerione, dell’Antikensammlungen di Monaco; il cratere a calice da Cere con la lotta tra Eracle e Anteo del Louvre a Parigi; lo psyktèr da Cere con quattro etere dell’Ermitage di San Pietroburgo; il cratere a calice proveniente dall'Etruria, con Morte e Sonno che sollevano il corpo di Sarpedonte del Metropolitan Museum di New York. La sua firma come vasaio compare fra l'altro sulla kýlix da Cere con la visita di Teseo ad Anfitrite in presenza di Atena, le cui pitture, da alcuni riferite al Pittore di Panaitios, sono da altri attribuite allo stesso Eufronio.
Eutimide, pittore di vasi attici a figure rosse, attivo verso la fine del sec. VI a. C., fu uno dei maestri dello stile arcaico e dipinse soprattutto vasi di grandi dimensioni, spesso in concorrenza con Eufronio. Tra le opere attribuitegli sono da ricordare due anfore del museo di Monaco con le scene di Ettore che si arma e di Teseo che rapisce la giovinetta Koronis.

L’età orientalizzante ed arcaica in Italia – Nell'età orientalizzante ed arcaica (VII-VI secolo a.C.) il traffico culturale aumentò di intensità in tutta la penisola italica attraverso le normali vie di comunicazione,  vallate e valichi appenninici, o su nuove vie come la strada che costeggia gran parte dell'Adriatico e le rotte marittime locali.
Dal geometrico iapigio, i Micenei,  attinsero un deciso e netto schema decorativo, nel campo della ceramica, resistente agli agenti atmosferici e al tempo.
Nella Peucezia, le celebri tombe principesche di Conversano e Noicattaro lasciano capire l'accumulo delle raccolte di beni artistici di valore più che l'autonomo rimaneggiamento. I Messapi, in un saldo rapporto di scambi culturali con gli artisti greci, incominciano ad imitare fedelmente le immagini scure (generalmente nere) nella ceramica, assimilano le loro religioni e realizzano strutture architettoniche monumentali.

L’arte etrusca – L’arte etrusca costituisce un importante elemento di ricostruzione storica; sintesi di elementi greci, fenici e di caratteri propri, fu un punto di riferimento anche per l'arte romana.
Al VI secolo a.C. risalgono alcune delle più belle tombe ricche di dipinti.

Tra gli elementi scultorei risaltano il sarcofago degli sposi, oggi conservato al museo di Villa Giulia a Roma, l'Apollo, opera di Vulca, l'unico artista di cui si conosca il nome, la lupa capitolina, copia medievale realizzata da un originale antico etrusco italico, e la chimera d'Arezzo, quasi certamente attribuibile a un'officina magnogreca che avrebbe lavorato per committenti etruschi.
Il Sarcofago degli Sposi è un'urna funeraria in terracotta dipinta (114x190 cm) del tardo VI secolo a.C., conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. La scultura raffigura una coppia di sposi sdraiata in un triclinio a un banchetto nell'atto di versarsi del profumo sulle mani. Entrambe le figure hanno i capelli lunghi e gli occhi allungati e il sorriso arcaico. I due coniugi sono raffigurati semidistesi su un klìne (letto di bronzo ricoperto di stoffe e cuscini, sopra il quale gli ospiti si adagiavano durante le feste) in posizione di perfetta parità, come se partecipassero ad un banchetto; questa consuetudine fu ripresa dai Romani, che molto amavano le conversazioni conviviali. Gli etruschi attribuivano, infatti, grande importanza al culto dei morti, anche perché era un mezzo per l'affermazione del prestigio e della potenza di una famiglia.
Il marito appoggia affettuosamente il braccio destro sulla spalla della consorte. I movimenti delle loro mani si intrecciano in un gioco prezioso: le espressioni serene dei volti, i gesti calmi, ci parlano di un reciproco amore e, soprattutto, di un profondo rispetto. L’atteggiamento dell’uomo rileva la considerazione ed il rispetto che godeva la donna nella società etrusca. Gli occhi allungati e obliqui dei coniugi non riproducono una caratteristica etnica, ma rispecchiano lo stile arcaico. L'influenza greco-orientale è evidente. Sono visibili elementi di derivazione ionica che dimostrano i continui contatti che l'Etruria aveva con il mondo greco, come ad esempio il sorriso, l'acconciatura dei capelli, le superfici levigate e la sottigliezza dei volti. Le dimensioni dei corpi rivelano la maestria raggiunta dagli etruschi nel modellare e nel cuocere l’argilla. La ricchezza delle decorazioni di superficie, l’attenzione alla resa delle figure con piani morbidi e sfuggenti, tutto parla della raffinatezza dell’arte etrusca dell’epoca, che aveva saputo quindi accogliere le conquiste anatomiche e spaziali greche, facendole proprie ed esaltandole con una più spiccata attenzione naturalistica.
L’Apollo di Veio, in terracotta policroma, è uno dei capolavori dell’arte etrusca, della fine del VI secolo a.C. Insieme ad altre statue, tutte a grandezze superiori o pari al vero, ornava la trave di colmo del tempio di Veio, dedicato a Minerva, uno dei più importanti d’Etruria.

Alloggiate su alte basi a zoccolo, variamente dipinte, le statue forse dodici, molte delle quali giunte a noi solo frammentariamente, si ergevano in funzione di acroteri a circa dodici metri di altezza. Anche se realizzate isolatamente illustravano, in sequenza di due o tre, eventi mitici greci, almeno in parte collegati con il dio Apollo. La statua formava con quella di Eracle (Ercole) un gruppo raffigurante il mito, piuttosto raro anche in Grecia, della contesa tra il dio e l’eroe per la cerva dalle corna d’oro, sacra ad Artemide (sorella di Apollo).
Apollo, vestito di una tunica e di un corto mantello, avanza verso sinistra con il braccio destro proteso e piegato (il sinistro scendeva verso il basso, forse impugnando con la mano l’arco); Eracle, con la cerva legata tra le gambe, è proteso verso destra, piegato in avanti per brandire la clava mostrando il torace in una curva violenta.
Collegata al gruppo doveva essere anche la statua di Hermes (Mercurio) di cui restano la splendida testa e forse parte del corpo: il dio, come messaggero di Zeus, interviene per sedare i contendenti.
Il gruppo è concepito per un’unica visione laterale, corrispondente al lato del tempio ove correva la strada di accesso al santuario. La salda volumetria delle figure unita alle sottili dissimmetrie riscontrabili sia nell’Apollo (cassa toracica, volto) sia nel torso dell’Eracle indicano che il coroplasta – modellatore di vasi, statuette e altri oggetti di terracotta – aveva piena conoscenza delle deformazioni ottiche in scultura che dovevano essere visibili da grande distanza e con forti angolature. Si spiegano così la creazione di volumi grandiosi e l’insistenza nell’incidere in profondità e nel rilevare senza risparmio i dettagli, in modo da ricostruire corretta la necessaria unità visiva della composizione.
La formazione del maestro che plasmò le statue è certamente ionica. Di grande talento, è identificabile con il “Veiente esperto di coroplastica” cui Tarquinio il Superbo commissionò la quadriga acroteriale del tempio di Giove Capitolino. Si tratta certamente del massimo rappresentante della celebre bottega di cloroplasti veienti fondata da Vulca, il maestro chiamato a Roma da Tarquinio Prisco verso il 580 a.C. per eseguire il simulacro dello stesso Giove Capitolino.
Resti di ceramiche di fattura greca, cofanetti, pettini, monili d'avorio, braccialetti, testimoniano i contatti con il mondo greco e fenicio. Il bucchero fu invece un prodotto tipico dell'artigianato locale, una ceramica di impasto scuro con cui si facevano oggetti diversi.
La più importante novità in campo architettonico, assimilata anche dai Romani, fu l'introduzione dell'arco tra il III e il II sec. a.C., il cui elemento portante era la pietra a cuneo funzionante come chiave di volta per ottenere l'equilibrio di tutti gli elementi.
La Campania fu fortemente influenzata dalla cultura etrusca, a causa del predominio di quella popolazione, che si spinge fino alla valle del Sele. Intorno alla fine del VI secolo a.C., nelle zone dell'entroterra meridionale, ha origine e rimane punto di diffusione il procedimento ellenico con le coperture in terracotta con sime e antefisse figurate, insieme alla coroplastica votiva. Cuma ebbe una fortissima influenza in tutto il meridione, raggiungendo perfino le zone di Roma.
Massimo Capuozzo

domenica 17 marzo 2013

L'arte antica (prima parte) di Massimo Capuozzo


L’arte greca arcaica – Culla della civiltà classica, l’antica Grecia era caratterizzata da un’organizzazione politica fondata su città-stato, la pólis, che, sebbene sentissero di appartenere ad una realtà sociale e religiosa comune, si trovavano in continua competizione. Rispetto alla civiltà micenea, l’acròpoli, parte alta della città, che era sede del sovrano diventò luogo consacrato alla religione, fatto che denota un ulteriore cambiamento sociale dovuto alla formazione di un governo aristocratico.
La conquista del Peloponneso da parte dei Dori (XII secolo a.C.) avviò un periodo chiamato impropriamente Medioevo greco (XI-IX secolo) durante il quale si consolidò un patrimonio mitico e religioso, nucleo dell’unità culturale greca.
A partire dall’VIII secolo a.C. l’incremento della popolazione e quindi del fabbisogno di terre diede impulso alla nuova colonizzazione (750-650 a.C.) che interessò ampie regioni del Mediterraneo.
Concluso felicemente il conflitto con l’impero persiano (499-479 a.C.), si affermarono le due potenze di Sparta e Atene. L’inevitabile scontro per la supremazia tra queste due città nella guerra del Peloponneso (431-404) si concluse con la disfatta di Atene e la parziale vittoria di Sparta. Conseguenza dell’indebolimento reciproco furono la nuova ingerenza persiana e successivamente l’egemonia macedone, allorché Filippo II di Macedonia nell’anno 332 a.C. pose fine alla libertà ellenica.

L’arte italica – L'arte italica è quell'arte prodotta dalle varie popolazioni abitanti la penisola italiana nel periodo protostorico tra la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) e il completo dominio di Roma (inizio del I secolo a.C.).
Per la produzione artistica anteriore si parla di arte preistorica, per quella successiva di arte romana, per la quale gli influssi provenienti dalla tradizione artistica italica divengono una delle componenti.

Lo stile geometrico nell’area greca – Tra l’XI e l’VIII secolo a.C., nel periodo in cui si esauriva la civiltà micenea e prendeva piede quella greca, in arte si ebbe un periodo di formazione, durante il quale le esperienze cretesi-micenee concorrevano con quelle dell’arte orientale e delle popolazioni egee alla creazione di un nuovo stile, che, per comodità, può essere definito protogeometrico.
La ceramica protogeometrica è la produzione vascolare propria della civiltà greca tra 1050 e 900 a.C. Essa rappresenta il primo momento di rinascita tecnologica e creativa dopo il crollo della cultura minoico-micenea e dell'arte palaziale. Nel nuovo stile l'Attica è la regione greca maggiormente creativa, forse con qualche iniziale influenza proveniente da Cipro. Ad Atene gli scavi nel Ceramico e nell'Agora hanno permesso di ricostruirne l'evoluzione. La decorazione astratta, ma spontanea e poco curata tipica della ceramica submicenea fu trasformata dai ceramisti protogeometrici attici in un sistema ordinato e rigoroso che vive in rapporto con le forme del vaso. Lo stile, che dipende dall'alternarsi di zone chiare e scure, dalla composizione di parti distinte e chiaramente articolate, non dal singolo dettaglio, viene dagli studiosi generalmente posto alla base del successivo e durevole atteggiamento dell'arte greca nei confronti della forma.
Le migliori testimonianze della produzione artistica di questa epoca ci vengono regalate da oggetti di piccola dimensione, a causa della loro più agevole conservazione, ed in particolare dal vasellame, spesso contenuto nei corredi funebri, creato principalmente a Corinto e poi in Attica.
Lo stile geometrico vero e proprio, che raggiunse la sua maggior perfezione nel secolo VIII a.C., introdusse anche la figura umana severamente stilizzata (statuette di terracotta e figure bronzee di guerrieri) e nella decorazione si diffuse ampiamente l’utilizzo della linea, delle geometrie con angoli retti – le famose greche – e croci, semplici o uncinate – la svastica, antico simbolo del sole. Sorsero intanto nuove fabbriche a Corinto, i cui vasi protocorinzi dalla decorazione geometrica, e poi corinzi, a figure nere su fondo color avorio, conquistarono nel VII secolo i mercati di tutto il bacino Mediterraneo, venendo anche abbondantemente imitati dalla ceramica etrusco-corinzia.
Contemporaneamente, la Grecia importò oreficerie e oggetti preziosi dall’Oriente e impiegò e assimilò nelle sue decorazioni schemi e motivi di derivazione orientale (ceramica corinzia; ceramica orientaleggiante e oreficerie di Rodi).

La popolazione italica – Nella nostra penisola, una molteplicità di popolazioni con lingue differenti tra loro, si sviluppò durante il I millennio a.C., dando origine a civiltà molto complesse. Tra le diverse tradizioni artistico-culturali della popolazione italica spiccano, in ordine di tempo, quelle degli Etruschi e successivamente quelle romane, entrambe con caratteristiche tutte proprie, fin dal periodo repubblicano.
Tra i vari ed intensi raggruppamenti di popolazioni, sparsi da occidente ad oriente, nella parte settentrionale dell'Italia emergono i Liguri, i Protocelti ed i Veneti, mentre nella parte centrale, gli Etruschi,  e più precisamente, limitatamente a questo determinato periodo storico, i Villanoviani. A sud della Toscana domina la civiltà Latina  alla quale si deve l'origine di Roma. Scendendo verso il meridione d'Italia  e nelle isole, troviamo la caratteristica civiltà degli Elimi siciliani e quella dei Sardi. A tutte queste popolazioni si devono aggiungere quella Italiota corrispondente ai coloni ellenici della Magna Grecia, quella Siceliota nel suolo siciliano e quella Punica di origine fenicia in Sicilia e Sardegna.
Da questa vasta straordinaria moltitudine di stirpi nasce e si sviluppa l'arte dell'età antica in Italia.
Nella eterogeneità delle popolazioni e delle articolazioni locali, ciò che accomuna la creazione artistica nella nostra penisola è la repentina intuizione del modello vivente e una ben marcata resa comunicativa. Primeggia l'esigenza della narrativa ad orientamento religioso, funerario e magico, che risulta palese nella decorazione dell'essere umano, nell'ornamento di oggetti sacri, nella ricerca accurata di combinazioni votive. La caratteristica monumentale è testimoniata da varie opere pubbliche e dalla commemorazione funeraria di grandi personaggi dell'epoca.
Ai piedi del Gargano e nella Sardegna dei nuraghi (torri in pietra), già verso la fine dell'età del bronzo, viene praticata la tecnica scultorea su pietra.
Tutta la parte sud dell'Italia è frequentata se non addirittura popolata in questo periodo dai Micenei, che introducono e diffondono un nuovo metodo per il trattamento a freddo dell'argilla, in sostituzione degli impasti improvvisati e casuali.
Il modo di decorare dipingendo ha inizio con il protogeometrico iapigio, intorno al 1000 a.C. che interessa tutta la zona pugliese, la Lucania ed aree ad esse adiacenti dell'attuale Campania orientale, del Molise e della Calabria settentrionale. Di qui l'enotrio della Basilicata fino ad arrivare alle coste tirreniche.

L'architettura greca arcaica – Nell'età arcaica (650-480 a.C.) comparvero quasi tutti i tipi di tempio, massima espressione dell'architettura greca, da quello a semplice cella rettangolare preceduta da un pronao colonnato, forma che restò canonica nei thesaurói, cioè nei tempietti votivi dei santuari, al tempio periptero, tutto circondato da colonne.
Dato che all’interno dei templi erano ammessi solo i sacerdoti, i riti pubblici venivano svolti all’esterno, ad esso si dedicò, la maggior attenzione decorativa e strutturale.
Se la pianta rimase pressoché costante, infatti, si distinsero tre stili, chiamati anche ordini, poiché rispecchiavano la volontà di fornire un organismo architettonico unitario.
Il più antico è quello dorico, caratterizzato da proporzioni massicce, in cui la colonna si appoggia direttamente sullo stilòbate (basamento comune), è rastremata e scanalata, ornata da un collarino e sormontata dal capitello, formato da un àbaco ed un echìno molto semplici. Anche la trabeazione è contrassegnata dalla stessa essenzialità maestosa ed elegante. Il Tempio di Era ad Olimpia, o Heraion, del VII secolo a.C., è il più antico esempio di quest'ordine architettonico. Qui, ogni quattro anni, si celebravano i più importanti agoni sacri del mondo greco. Le colonne doriche – inizialmente di legno e sostituite con quelle di pietra in varie epoche – hanno un aspetto poroso e non compatto, a causa della tipologia di pietra calcarea di cui sono composte. In migliore stato di conservazione sono i templi di Paestum.
Risale al 540 a. C., invece, il Tempio di Apollo a Corinto, innalzato su una piattaforma rocciosa. Rappresenta l'espressione più matura dell'ordine dorico del VI sec. a. C. e delle relative sperimentazioni tecniche, ad esempio per evitare gli effetti deformanti nella visione dell'edifico, causati dalla luce o dalla prospettiva.
Nell’ordine ionico, la colonna si appoggia su una propria base composta da tori e tròchili (sporgenze e rientranze), nella colonna si hanno più scanalature e, nel capitello, l’echìno è ornato da òvoli, separati dall’àbaco quadrato da un elemento detto pulvìno, curvato a formare due volute laterali. Si tratta di un ordine, legato all’andamento della linea curva (Artemìsion di Efeso), più elegante e raffinato del precedente.
Il terzo ordine, il corinzio, che si svilupperà solo dal V secolo a.C. e nel periodo ellenistico, ma per completezza è meglio trattarlo accanto agli altri due, presenta il fusto della colonna leggermente più affusolato e nel capitello compare una vistosa decorazione composta da foglie di acànto stilizzate.
La decorazione templare fu dapprima in terracotta dipinta (metope del tempio di Termo, fine del sec. VII), poi in pietra o marmo, anch’essi dipinti. I frontoni arcaici erano ornati di sculture in un primo tempo a bassorilievo o a mezzo tondo (frontone della Gorgone a Corfù; frontoni arcaici dell’Acropoli di Atene), poi a tutto tondo (frontoni del tempio di Afaia a Egina, inizio del secolo V, oggi al Museo di Monaco).
Il tesoro dei Sifni a Delfi (530 a.C. ca), era ornato anche da un fregio figurato.
Massimo Capuozzo