Benvenuti in Quaderni di Lettere di Massimo Capuozzo

Sono presenti in questo sito le mie lezioni di grammantologia nel corso degli anni collaudate sul campo. Per le parti riguardanti la Storia mi sono valso della collaborazione del Dott. Antonio Del Gaudio

mercoledì 21 settembre 2016

Storia -II modulo - I unità

T 1 Proemio
Dalle Storie di Tacito
La mia opera prenderà avvio dal secondo consolato di Servio Galba, con Tito Vinio suo collega. Molti storici, nel ricordare le vicende di Roma lungo gli ottocento vent’anni dopo la sua fondazione ne hanno parlato con eloquenza pari al loro spirito di libertà; ma dal tempo della battaglia di Azio, quando, nell'interesse della pace, convenne consegnare tutto il potere a un'unica persona, talenti come quelli sono scomparsi. Da allora mille sono stati i modi di calpestare la verità: prima il disinteresse per la realtà politica, come cosa estranea; poi la corsa all'adulazione e, per converso, l'odio verso i dominatori. Nei due casi, tra avversione e servilismo, l'indifferenza verso i posteri.
Ma è facile rifiutare la cortigianeria di uno storico, mentre la calunnia prodotta dall'astio trova orecchie ben disposte: perché l'adulazione implica la pesante taccia di servilismo, nella maldicenza, invece, si profila un falso aspetto di libertà. Quanto a me, non ho conosciuto Galba, Otone e Vitellio: quindi né benefici né offese. La carriera politica, iniziata con Vespasiano e continuata con Tito, l'ho proseguita sotto Domiziano, non lo nego. Ma chi professa una fedeltà incorrotta al vero, deve parlare di tutti senza amore di parte né odio. Riservo per la vecchiaia, se la vita vorrà bastare, il principato del divo Nerva e l'impero di Traiano, tema più stimolante e più sicuro: fortuna singolare del presente, in cui siamo liberi di pensare come vogliamo e di dire quel che si pensa.

1.      L’Impero – Le due date indicate come inizio e fine convenzionali dell'Impero Romano sono puramente arbitrarie per tre ragioni:
  • non vi fu mai una vera e propria fine formale della Res publica romana[1], le cui istituzioni non furono mai abolite, ma persero solo il loro potere effettivo a vantaggio dell'imperatore;
  • nei quattrocentoventidue anni tra esse compresi, si alternarono due fasi caratterizzate da forme di organizzazione e di legittimazione del potere imperiale profondamente diverse, il Principato, forma di governo dell'impero in cui, senza abolire le precedenti istituzioni repubblicane, il principe assumeva la guida dello stato e ne costituiva il perno politico. Gradatamente rafforzatasi la forma assolutistica con i successivi imperatori, il principato entrò in crisi con la fine della dinastia dei Severi nel 235, e si ebbe il Dominato, forma di governo dell'Impero, nella quale l'imperatore, non più contrastato dai residui delle antiche istituzioni della Repubblica Romana, poteva disporre da padrone dell'Impero, cioè nella qualità di dominus. La transizione dalle due forme di governo, avviata con la fine della dinastia dei Severi, può dirsi completata nel 285 con l'inizio del regno di Diocleziano, e l'inizio della Tetrarchia.
  • dopo la divisione dell'impero le due parti continuarono a sopravvivere, l'una sino alla deposizione dell'ultimo cesare d'Occidente Romolo Augustolo nel 476, l'altra perpetuandosi per ancora un millennio nell'entità politica nota come Impero Bizantino.
Nel 31 a.C., Ottaviano divenne arbitro e padrone dello Stato: inaugurò nel 27 a.C. la definitiva forma del suo principato e governò, con una formula di primus inter pares, pater patriae, princeps e, soprattutto, augustus, titolo onorifico conferitogli in quell'anno dal Senato, per indicare il carattere sacrale e propiziatorio della sua persona. Il regno di Augusto era stato caratterizzato dal rispetto formale delle istituzioni repubblicane; d’altra parte, il cumulo di poteri delle diverse cariche  portarono il princeps ad ottenere un potere tale, che nessun altro uomo prima di lui a Roma aveva mai ottenuto, aveva posto le basi per una nuova realtà politica: l’Impero.
L’impero con alterne vicende durò fino al 476, convenzionalmente considerato come data di passaggio tra evo antico e Medioevo.

2.      L’alto Impero – È il periodo che va dalla morte di Augusto fino all’anarchia militare.
I primi imperatori, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, erano appartenenti alla dinastia Giulio-Claudia. In questo primo periodo fu continuato il processo di unificazione e romanizzazione dell’Impero: si diffuse in Occidente il latino e si concesse con parsimonia la cittadinanza romana ai provinciali.
Questo contribuì alla fusione tra le due anime dell’impero, quella romana e quella ellenica. I confini stabiliti al tempo di Augusto furono rafforzati: Claudio conquistò la parte meridionale della Britannia nel 44, Tito conquistò Gerusalemme e la fece distruggere nel 70. Nel complesso in Oriente, mediante una serie di interventi, più o meno pacifici, i Romani riuscirono ad accordarsi con i Parti e a stabilire una specie di dominazione romano-parta sull’Armenia, mentre altre annessioni, verificatesi nella stessa epoca, non furono altro che trasformazioni in province romane di Stati clienti, ossia già pra­ticamente assoggettati.
L’Impero intanto, a causa della sua espansione ormai eccessiva, si avvicinava a un periodo di crisi. Fino a quel momento, nonostante i successori di Au­gusto non si fossero fatti scrupolo di far uccidere i personaggi che potevano intralciare lo svolgimento della loro politica, la vita all’interno dell’Impero si era svolta in una certa calma.
L'Impero Romano arrivò all'apice della sua potenza nel II secolo, durante i principati di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Alla morte di quest'ultimo, il potere passò al figlio Commodo, che portò il principato verso una forma più autocratica e teocratica.
Il potere delle istituzioni tradizionali si andò indebolendo e il fenomeno proseguì con i suoi successori, sempre più bisognosi dell'appoggio dell'esercito per governare.
Il ruolo del Senato nei secoli successivi si ridusse progressivamente, fino a divenire del tutto formale. La dipendenza sempre più accentuata del potere imperiale dall'esercito condusse a un periodo di forte instabilità, definito come anarchia militare.

T 2 Elogio di un homo novus: Seiano
Dalla Storia di Roma di Velleio Patercolo
È cosa rara che i personaggi eminenti non ricorrano ad insigni collaboratori a tutela delle proprie sorti, come fecero i due Scipioni con i due Lelii, ponendoli in tutto alla loro pari, e come fece il divo Augusto con Marco Agrippa e subito dopo con Statilio Tauro, persone alle quali la mancanza di tradizioni familiari non impedì di essere chiamate a molteplici consolati, a trionfi, a varie cariche sacerdotali.
I grandi impegni esigono infatti grandi coadiutori; ed è interesse dello stato che spicchi anche per dignità esteriore chi svolge compiti indispensabili, e che una posizione autorevole sia di presidio alla sua opera preziosa.
Seguendo questi tempi, Tiberio Cesare ebbe ed ha tuttora, come ineguagliabile aiutante delle funzioni imperiali in ogni campo, Elio Seiano, nato da un eminente personaggio del ceto equestre, e per parte di madre legato ad illustri e antiche famiglie insigni per cariche pubbliche, con fratelli, cugini e uno zio materno di rango consolare, ricchissimo egli stesso di zelo e di lealtà, ed anche dotato di una complessione fisica rispondente al vigore dello spirito: uomo di una serietà serena, di una giocondità d’altri tempi, simile nel gestire a persona estranea gli affari, alieno dall’avanzare pretese, e per questo capace di ottenere tutto, uso a giudicare se stesso al di sotto della stima tributatagli dagli altri, calmo nell’espressione del volto e nella vita, insonne nell’animo.
Già da tempo l’apprezzamento della cittadinanza per le virtù di Seiano procede di pari passo con la stima che ne ha il principe; e non è cosa nuova per il senato ed il popolo romano considerare tanto più nobile un uomo, quanto più eccelle per le sue qualità. Infatti coloro che trecento anni fa, anteriormente alla prima guerra punica, innalzarono ai fastigi più alti Tito Tiberio Coruncanio, un uomo nuovo, non solo con tutte le cariche politiche, ma anche con il pontificato massimo; coloro che elevarono al consolato, alla censura, ai trionfi Spurio Carvilio, di rango equestre, e poi Marco Catone, anche lui uomo nuovo emigrato da Tuscolo a Roma, e Mummio Acaico; e coloro che fino al sesto consolato considerarono senza esitare Caio Mario, uomo di bassi natali, come l’esponente più alto del nome romano; e coloro che tanto credito accordarono a Marco Tullio da far sì che egli quasi potesse, con il suo appoggio, procurare le più alte dignità a chi voleva; e coloro che ad Asinio Pollione nulla negarono di ciò che anche i più nobili avrebbero conseguito a prezzo di molti sforzi, tutti costoro pensarono che se nell’animo di qualsivoglia uomo c’è il merito, bisogna dargliene il più pieno riconoscimento.
La spontanea imitazione di questi esempi mosse Tiberio a mettere alla prova Seiano, mosse Seiano ad alleviare il peso gravante sulle spalle del principe, e convinse il senato ed il popolo romano a chiamare di buon grado alla difesa della propria sicurezza l’uomo che per esperienza avevano conosciuto come ottimo.

a) La dinastia Giulio-Claudia - Affinché la sua politica fosse continuata anche dopo la sua morte, Augusto aveva espresso il desiderio che la successione al principato fosse assicurata a suo genero Agrippa. Essendo questi morto prima di lui, Augusto propose per la successione il nipote, Marcello. Neppure il secondo designato gli sopravvisse di conseguenza, alla scomparsa di Augusto, il potere supremo passò a Tiberio[2], suo figlio adottivo e figlio naturale di sua moglie Livia e del primo marito Claudio Nerone.
I primi anni del regno di Tiberio furono pacifici e relativamente tranquilli. Tiberio assicurò il potere di Roma e la sua ricchezza. Nel 19 fu accusato della morte del nipote Germanico, amatissimo dal popolo: Germanico dopo aver riportato numerose vittorie sui Germani, fu inviato dall’imperatore in Oriente, dove però la morte, avvenuta in circostanze alquanto misteriose. Nel 23 morì suo figlio, Druso minore. Tiberio si richiuse sempre più in se stesso, iniziando una serie di processi e di esecuzioni per tradimento. Nel 26 si ritirò nella sua villa di Capri, lasciando il potere nelle mani del comandante della guardia pretoriana, Elio Seiano[3], che proseguì con le persecuzioni. Le persecuzioni di Tiberio continuarono fino alla sua morte nel 37. L’operato complessivo di Tiberio ebbe anche lati positivi: lo Stato era in buone condizioni finanziarie, mentre all’estero rinsaldo i confini con la Germania.
Nel 37, alla morte di Tiberio, molti personaggi che avrebbero potuto succedergli erano stati uccisi.
Tiberio aveva indicato come suoi successori i nipoti Gaio, detto Caligola (per la sua abitudine di portare delle calzature militari, o caligae), il suo pronipote e figlio di Germanico (dai calzari militari, caliga, che era solito portare) e Tiberio. Il senato, approvato dal popolo, acclamò imperatore Caligola, poichè figlio di Germanico che ancora godeva di molta popolarità.
Caligola iniziò il regno ponendo fine alle persecuzioni e bruciando gli archivi dello zio. Presto però si ammalò: gli storici successivi, probabilmente alterando in parte la verità, riportano una serie di suoi atti insensati che avrebbero avuto luogo dalla fine del 37. Il suo ordine di erigere nel tempio di Gerusalemme una statua che lo raffigurasse, sebbene fosse di normale amministrazione nelle province orientali (in cui il culto riservato al sovrano aveva funzione di collante istituzionale), scatenò l'opposizione degli Ebrei. Caligola dotò Roma di due acquedotti e di un circo.
Nel 41, Caligola morì assassinato dal comandante dei pretoriani, Cassio Cherea, in una congiura ordita dai pretoriani che posero sul trono l'unico membro rimasto della famiglia imperiale, l’altro nipote di Tiberio: Claudio.
Claudio[4] aveva sempre evitato la vita politica e poco sembrava adattarvisi con il suo carattere timido e apparentemente debole. Claudio, a lungo considerato un debole ed un pazzo dal resto della famiglia, fu invece capace di amministrare l’Impero con responsabile capacità:
·         riorganizzò la burocrazia
·         mise ordine nella cittadinanza e nei ruoli senatoriali:
·         aggiunse all'Impero molte province orientali.
·         costruì un porto invernale ad Ostia, creando magazzini per accumulare granaglie e cereali provenienti da altre parti dell'Impero e da usare nella cattiva stagione
·         compì lavori di prosciugamento che permisero di valorizzare migliaia di ettari di terreno fino allora incolti;
·         Proseguì la conquista e colonizzazione della Britannia, conducendo di persona una spedizione e, con una campagna lampo, portò le legioni romane a una vittoria strepitosa e fondò la città di Londinium, l’odierna Londra creando nel 43 la nuova provincia. La pacificazione completa del Paese, però, si sarebbe dimostrata lunga e difficile poiché i druidi continuarono per molto tempo a nutrire un focolaio attivo di resistenza all’invasore.
La successione al trono fu piena da intrighi: Claudio aveva avuto un figlio legittimo, Britannico, dalla prima moglie Messalina che lo tradiva e fu quindi messa a morte. In seconde nozze aveva sposato, sua nipote Agrippina che, con una serie di intrighi e di delitti, riuscì a fare adottare dall’imperatore suo figlio Nerone, nato da un precedente matrimonio. Per favorire il figlio, Agrippina fece uccidere Claudio e macchinò affinché il Senato esautorasse Britannico.
Nel 54, la morte di Claudio spianò la strada al figlio di Agrippina, il sedicenne Nerone[5] fu proclamato imperatore.
Inizialmente, Nerone lasciò il governo di Roma a sua madre ed ai suoi tutori, in particolare a Seneca.
Divenuto adulto, il suo desiderio di potere aumentò. Il suo governo dispotico, le spese per mantenere la sua fastosa corte ed il suo istrionico amore per l’arte drammatica e i giochi, gli inimicarono la nobiltà senatoria. Nerone fece assassinare tutti quelli che lo infastidivano, a cominciare da Britannico per finire con la stessa sua madre. Nerone impiegò parte dei soldi dello Stato per ricostruire nel modo migliore Roma, dopo l’incendio che devastò la città nel 64, e del quale alcuni contemporanei gli attribuirono la responsabilità. Durante il suo regno ci fu una serie di rivolte e ribellioni in tutto l'Impero: in Britannia, Armenia, Partia e Giudea.
Nell’ultimo periodo di regno sventò la congiura dei Pisoni ed eliminò molti oppositori aristocratici ed intellettuali come Lucano, Petronio e lo stesso Seneca che si uccisero. Malvisto dalla classe militare per l’uccisione del generale Corbulone, per le sue folli spese che provocarono una crisi finanziaria, aggravata da una crisi politica, di una tale vastità che Nerone per la sua incapacità di gestire le ribellioni e per la sua sostanziale incompetenza divennero rapidamente evidenti cosicché perfino la guardia Imperiale lo abbandonò e fu costretto a suicidarsi in seguito alla rivolta delle truppe di stanza in Lusitania che proclamarono imperatore il loro comandante Galba nel 68.
Nonostante la personalità dei successori di Augusto, il regime da questi fondato si conservò saldo:
·         il Senato accrebbe le proprie prerogative;
·         numerosi sudditi provinciali furono gratificati del diritto di cittadi­nanza, tanto che nella sola capitale il numero dei cittadini aumentò di circa un milione;
·         furono costruite molte opere pubbliche.
b) Il 69: l’anno dei quattro imperatori – L'anno dei quattro imperatori indica un periodo che segue il regno di Nerone, che va dal giugno 68 al dicembre 69, che vede succedersi sul trono dell'impero romano tre imperatori, fino a che il potere non giunge a Vespasiano. Si tratta della prima guerra civile dopo il regno di Augusto.
Alla morte di Nerone, nel 69, si succedettero quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.
Il passaggio dei poteri fu imposto dall’esercito la compagine sociale più forte. Fu un anno di guerre civili, intervallati dal regno di tre effimeri im­peratori, generali innalzati al potere dai propri soldati e ben presto detronizzati: Galba fu deposto dai pretoriani e sostituito da Otone, questi, a sua volta, fu rovesciato da Vitellio, sostenuto dalle truppe stanziate al Reno. Alla fine trionfò il capo dell’arma­ta inviata in Oriente per combattere la rivolta degli Ebrei proclamò imperatore il proprio comandante Flavio Vespasiano, che fu accolto co­me un salvatore.

T 3 La presa di Gerusalemme
dalle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio
«La città [di Gerusalemme] venne abbattuta dalla rivoluzione, poi i Romani abbatterono la rivoluzione, che era molto più forte delle sue mura; e di questa disgrazia si potrebbe attribuirne la causa all'odio di chi si trovava al suo interno, ai Romani il merito di aver ripristinato la giustizia. Ma ognuno può pensarla come crede, vedendo come accaddero i fatti realmente.»
Tito in persona abbatté dodici giudei delle prime file, e mentre gli altri ripiegavano, Cesare li inseguì cacciandoli verso la città, salvando dalle fiamme i lavori. In questa battaglia fu fatto prigioniero un giudeo, e Tito ordinò di crocifiggerlo davanti alle mura per generare terrore di fronte agli altri e costringerli alla resa. 
Il muro cominciò a cedere davanti [ai colpi] del "Vittorioso" - questo è il nome che i Giudei diedero alla più grossa delle elepoli romane, poiché distruggeva ogni ostacolo - e i difensori, ormai stremati non solo dai combattimenti, ma anche dalle notti insonni passate a vigilare [...], ritennero che fosse ormai inutile difendere questo muro quando ne rimanevano altri due, e così molti si ritirarono.
[...] Un giorno, mentre i Giudei erano schierati davanti alle mura e i due eserciti si stuzzicavano con colpi da lontano, un cavaliere di nome Longino uscì dalle file romane e si lanciò nel mezzo dello schieramento nemico. La sua carica portò scompiglio tra le file giudee, dove uccise due dei combattenti più valorosi [...]. Dopo ciò fece ritorno incolume fra i suoi. Questo gesto di valore gli diede fama, e molti cercarono di imitarlo.
[...] Io credo che i ribelli a quello spettacolo avrebbero volentieri cambiato idea se non fossero stati certi che i Romani non li avrebbero perdonati per tutte le colpe da loro commesse a danno del popolo. E così alla morte certa che li attendeva, preferirono quella in combattimento.
Molti barattavano di nascosto le loro proprietà per una misura di grano se erano ricchi, o di orzo se erano poveri. Poi si nascondevano nei luoghi più appartati della casa e lo divoravano senza neppure macinarlo, tanta era la fame, altri lo mettevano a cuocere [...]. Non si apparecchiava più una tavola, ma si toglievano i cibi dal fuoco ancora semicrudi e li si faceva a pezzi. Disgraziato lo spettacolo che appariva, con i più forti che facevano i prepotenti e i deboli si lamentavano. [...] Così le mogli strappavano il cibo dalle bocche dei mariti, i figli da quelle dei padri e, cosa molto più dolorosa, le madri dalle bocche dei loro stessi figli, [...] senza farsi scrupolo di privare loro della vita. E seppure si nascondessero in questo modo, non restavano nascosti ai ribelli, i quali ovunque piombavano anche sui loro miseri bottini.
Tito provava compassione per loro, poiché ogni giorno erano cinquecento o più [...], ma sapeva che sarebbe stato pericoloso lasciarli liberi, o anche essere costretto a dover sorvegliare e sfamare tanti prigionieri, costringendolo ad avere altrettanti custodi; ma la ragione principale di queste crocifissioni era la speranza che a questo terribile spettacolo i Giudei decidessero di arrendersi [...]. I Romani, spinti dall'odio e dal furore, si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tanti erano che mancava lo spazio per le croci e le croci per le vittime. 
 mese di Xanthico (marzo), all'ora nona della notte l'altare e il tempio furono circonfusi da un tale splendore, che sembrava di essere in pieno giorno, e il fenomeno durò per mezz'ora: agli inesperti sembrò di buon augurio, ma dai sacri scribi fu subito interpretato in conformità di ciò che accadde dopo. Durante la stessa festa, una vacca che un tale menava al sacrificio partorì un agnello in mezzo al sacro recinto; inoltre, la porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d'un pezzo, all'ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola. Le guardie del santuario corsero a informare il comandante, che salì al tempio e a stento riuscì a farla richiudere. 
 mese di Artemisio (aprile), apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall'altra la conferma delle sventure che seguirono. Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: “Da questo luogo noi ce ne andiamo”.
Ma ancora più tremendo fu quest'altro prodigio. Quattro anni prima che scoppiasse la guerra, quando la città era al culmine della pace e della prosperità, un tale Gesù figlio di Anania, un rozzo contadino, si recò alla festa in cui è uso che tutti costruiscano tabernacoli per il Dio e all'improvviso cominciò a gridare nel tempio: «Una voce da oriente, una voce da occidente, una voce dai quattro venti, una voce contro Gerusalemme e il tempio, una voce contro sposi e spose, una voce contro il popolo intero». Giorno e notte si aggirava per tutti i vicoli gridando queste parole, e alla fine alcuni dei capi della cittadinanza, tediati di quel malaugurio, lo fecero prendere e gli inflissero molte battiture. Ma quello, senza né aprir bocca in sua difesa né muovere una specifica accusa contro chi lo aveva flagellato, continuò a ripetere il suo ritornello. Allora i capi, ritenendo - com'era in realtà - che quell'uomo agisse per effetto di una forza sovrumana, lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa, non ebbe un'implorazione né un gemito, ma dando alla sua voce il tono più lugubre che poteva, a ogni battitura rispondeva: «Povera Gerusalemme!».

Le gesta dei Romani, padroni del mondo allora conosciuto, che i Giudei avevano sottovalutati: A spingervi contro i Romani è stata evidentemente la nostra mitezza, che prima di tutto vi abbiamo concesso di vivere in questa terra e di essere governati da vostri re, poi vi abbiamo permesso di conservare le vostre antiche leggi, lasciandovi anche la libertà di regolare non solo i vostri rapporti interni ma anche quelli esteri. Vi abbiamo poi permesso di esigere tributi per il vostro Dio e di raccogliere le offerte senza ostacolarvi, con il risultato che, grazie a noi Romani, siete diventati più ricchi e, con quanto doveva essere di nostra proprietà, vi siete invece preparati per la guerra contro di noi! 
[...] vi invitai a deporre le armi, nel corso della guerra fui verso di voi spesso clemente: diedi le dovute garanzie ai disertori, fui leale verso i supplici, risparmiai molti prigionieri evitando loro inutili torture, accostai le macchine alle vostre mura contro voglia, frenai i miei soldati assetati del vostro sangue, e dopo ogni vittoria chiesi a voi la pace quasi fossi io lo sconfitto. 
 casa propria, punirò gli schiavi irrecuperabili e terrò con me gli altri per farne ciò che vorrò. 
[I ribelli] ciò che avevano rapinato con le armi, e io [Giuseppe] credo che, se la presa della città fosse tardata a venire, essi sarebbero stati capaci di una tal ferocia di cibarsi anche dei cadaveri.

[...]
Tito scese tra grandi acclamazioni e si recò a compiere i classici e rituali sacrifici per la vittoria. Presso gli altari vi era un gran numero di buoi ed egli, dopo averli sacrificati, li distribuì all'esercito affinché banchettasse. Passò poi con i suoi generali a festeggiare per tre giorni. 
c) La dinastia flavia – Vespasiano, con cui iniziò la dinastia Flavia, fu un autocrate, accentuò le tendenze monarchiche con la sua insistenza che gli succedessero i figli Tito e Domiziano: il potere imperiale non era visto allora come ereditario designò successori i figli Tito e Domiziano, affermando il principio della trasmissione ereditaria del potere ed ebbe molto meno appoggio dal Senato dei suoi predecessori Giulio-Claudii.
Benché di origini modeste, egli si rivelò un sovrano di notevole levatura
·         riferì la sua salita al potere l'1 luglio, quando fu proclamato Imperatore dalle truppe, invece del 21 dicembre, quando fu confermato dal Senato.
·         espulse, negli anni successivi, i Senatori a lui contrari.
·         liberò Roma dai problemi finanziari creati dagli eccessi di Nerone e dalle guerre civili.
·         ristabilì la disciplina nell’esercito scoraggiando le iniziative politiche dei generali
·         riuscì a raggiungere un’eccedenza di bilancio ed a realizzare progetti di lavori pubblici, aumentando le tasse in modo drammatico (talvolta più che raddoppiate).
·         Commissionò il Colosseo e costruì un Foro il cui centro era il Tempio della Pace.
I suoi generali soffocarono ribellioni in Siria e Germania:
·         in Germania riuscì ad allargare le frontiere dell'Impero
·         gran parte della Britannia fu portata sotto il dominio di Roma
·         estese la cittadinanza romana agli abitanti della Spagna.
·         rinsaldò le frontiere, aumentando il numero delle legioni stanziate in Siria e in Giudea.
Nel 70, durante il suo impero, terminò la lunga guerra contro gli Ebrei, con l’opera di repressione della ri­volta dei Giudei, in Palestina, la distruzione di Gerusalemme da parte delle truppe di suo figlio Tito, secondo le direttive di Vespasia­no: gli abitanti della città furo­no in parte massacrati e in parte venduti come schiavi. A Roma si celebrò questa vittoria con un inte­ro anno di festeggiamenti e con la costruzione di un arco in onore di Tito; i Giudei, sopravvis­suti alla strage, si dispersero per tutto l’Oriente.
Tornato a Roma nel 71, Tito fu associato al potere dal padre. La dinastia dei Flavi proseguì, dopo la morte di Vespasiano, con i suoi due figli, Tito e Domiziano, succedutisi l’uno dopo l’altro sul trono.
Durante il suo breve regno, Tito governò con clemenza e si occupò della costruzione di opere pubbliche, portando a termine il Colosseo. Ma il suo regno non può certo dirsi fortunato:
·         Roma bruciò ancora una volta
·         un’eruzione del Vesuvio provocò la distruzione di Ercolano e Pompei, catastrofe in cui trovò la morte Plinio il Vecchio, capo della squadra navale dell’Occidente e dotto compilatore di trattati scientifici.
·         la peste decimò gli abitanti di Roma e costò la vita allo stesso Tito
Tito fu pianto perché aveva cercato di fare il bene del suo popolo: la sua generosità nella ricostruzione dopo le tragedie, lo rese molto popolare. Tito fu molto fiero dei suoi progressi nella costruzione del grande anfiteatro cominciato dal padre. Egli tenne la cerimonia inaugurale nell'edificio non ancora terminato durante gli anni 80, con un grandioso spettacolo in cui si esibirono 100 gladiatori e che durò 100 giorni. Tuttavia il Colosseo fu completato solo durante il regno di Domiziano.
Tito morì nell'81 a 41 anni e ci furono voci che fu assassinato dal fratello impaziente di succedergli.
Nell’81 gli successe il fratello Domiziano[6] che incominciò bene il suo regno; fece erigere monumenti e istituì i Ludi Capitolini; purtroppo di fronte a una rivolta scoppiata nell’esercito ordinò repressioni estremamente rigorose, dando inizio a un regime di terrore che lo rese inviso al senato per l’accentuazione da lui data agli aspetti assolutistici del Principato.
Anche sul fronte esterno le cose non andavano meglio; nonostante i successi della guerra britannica, finita nell'84, e la vittoria sui Catti, la Guerra Dacica (85-89) finì col pagamento dell'alleanza con Decebalo.
Nell'89 Domiziano dovette reprimere la ribellione di Antonino Saturnino a Magonza. La parte finale del suo regno fu macchiata dalla condanna dei filosofi e, nel 95, dalla persecuzione contro i Cristiani.
Nel 96 Domiziano fu vittima di una congiura, ordita da sua moglie Domizia Longina e dai prefetti del pretorio.
Con Domiziano i rapporti già tesi tra la dinastia flavia ed il senato si andarono sempre più logorando. Le cause di questo difficile sodalizio furono dapprima la divinizzazione del culto personale dell'imperatore secondo modalità tipicamente ellenistiche ed in seguito il divorzio dalla moglie Domizia, di estrazione senatoria.

T 4 Il mangiare smodato dei romani
Da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
Mangiar troppo è un vizio romano, sono stato sobrio con voluttà. Ermogene non ha dovuto modificar nulla del mio regime, se non forse frenare l'impazienza che m'ha sempre fatto divorare ovunque, a qualsiasi ora, un cibo qualsiasi, come per troncare d'un colpo le esigenze della fame. Un uomo ricco, che non ha mai conosciuto altre privazioni che quelle volontarie, o non ne ha sperimentate se non a titolo provvisorio, come uno degli incidenti più o meno eccitanti della guerra e dei viaggi, dimostrerebbe cattivo gusto se si vantasse di non satollarsi. Impinzarsi i giorni di festa è stata sempre l'ambizione, la gioia, e l'orgoglio naturale dei poveri. Mi piaceva l'aroma delle carni arrostite, il rumore delle marmitte raschiate, nelle festività militari, e che i banchetti al campo (o ciò che al campo costituiva un banchetto) fossero ciò che dovrebbero essere sempre, un compenso rozzo e festoso alle privazioni dei giorni di lavoro; tolleravo discretamente l'odor di fritto nelle pubbliche piazze al tempo dei Saturnali. Ma i conviti di Roma m'ispiravano ripugnanza e tedio tanto che se alle volte - durante un'esplorazione o una spedizione militare - ho visto la morte vicina, per farmi coraggio mi son detto che almeno sarei liberato dei pranzi. Non mi farai l'ingiuria di prendermi per un rinunciatario qualsiasi: una operazione che si verifica due o tre volte al giorno, e serve ad alimentare la vita, merita certamente le nostre cure. Mangiare un frutto significa far entrare in noi una cosa viva, bella, come noi nutrita e favorita dalla terra; significa consumare un sacrificio nel quale preferiamo noi stessi alla materia inanimata. Non ho mai affondato i denti nella pagnotta delle caserme senza meravigliarmi che quella miscela rozza e pesante sapesse mutarsi in sangue, in calore, fors'anche in coraggio. Ah, perché il mio spirito, nei suoi giorni migliori, non possiede che una parte dei poteri di assimilazione di un corpo? A Roma, durante i lunghi pranzi ufficiali, mi è accaduto di pensare alle origini relativamente recenti del nostro lusso; a questo popolo di coloni parsimoniosi e di soldati frugali, satolli d'aglio e di orzo, improvvisamente immersi dalla conquista nelle delizie della cucina asiatica che ingozza manicaretti con la voracità rustica dei contadini. I nostri Romani si rimpinzano di cacciagione, s'inondano di salse, e s'intossicano di spezie. Un Apicio va fiero della successione di portate, di quella serie di vivande piccanti o dolci, grevi o delicate, che compongono l'armonica disposizione dei suoi banchetti; e passi ancora se ciascuno di tali cibi fosse servito separatamente, assimilato a digiuno, sapientemente assaporato da un buongustaio dalle papille intatte. Ma serviti così, giornalmente, alla rinfusa, in mezzo a una profusione banale, essi formano nel palato e nello stomaco di chi mangia una confusione detestabile, nella quale odori, sapori, sostanze perdono il loro rispettivo valore, la loro squisita identità. Un tempo quel povero Lucio si dilettava a prepararmi qualche piatto raro; i suoi pasticci di fagiano, dove prosciutto e spezie vanno sapientemente dosati, erano il risultato di un'arte, esattamente come quella del musico o del pittore; eppure, rimpiangevo la carne pura e semplice del bel volatile. In Grecia se ne intendono di più: quel vino che sa di resina, quel pane al sesamo, quei pesci girati sulla griglia in riva al mare, anneriti irregolarmente dal fuoco, insaporiti qua e là da un granello di sabbia che scricchiola sotto i denti si limitavano a placare l'appetito, senza sovraccaricare di complicazioni il più elementare dei piaceri. Ho assaporato, in qualche bettola di Egina o al Falero, cibi così freschi che restavano divinamente puliti a onta delle dita sudice dello sguattero che mi serviva; così sobri ma al tempo stesso così sostanziosi che pareva contenessero, nella forma più condensata possibile, un'essenza di immortalità. Anche la carne, arrostita la sera dopo la caccia, conteneva questa qualità direi quasi di sacramento, ci riportava indietro, alle origini selvagge delle razze; così il vino ci inizia ai misteri vulcanici del suolo, ai suoi misteriosi tesori: bere una coppa di vino di Samo, a mezzogiorno, col sole alto, o piuttosto sorseggiarlo una sera d'inverno, quando si è in quello stato di fatica che consente di sentirlo immediatamente colare caldo nella cavità del diaframma, e diffondersi nelle vene ardente e sicuro, sono sensazioni quasi sacre, persino troppo violente, per la mente umana. Non le ritrovo altrettanto genuine quando esco dalle cantine numerate di Roma, e mi spazientisce la pedanteria dei conoscitori di vigneti. Così, con un gesto ancor più devoto, bere l'acqua nel cavo delle mani o direttamente alla sorgente, fa sì che penetri in noi il sale più segreto della terra, e la pioggia del cielo. Ma, oggi, anche l'acqua è una voluttà che un malato come me deve concedersi con misura. Non importa: anche nell'agonia, mescolata all'amaro delle ultime pozioni, mi sforzerò di sentirne sulle labbra la freschezza insapore.
d) Il brillante periodo degli ‘adottivi’ - Alla morte di Domiziano, i congiurati proclamarono imperatore il vecchio e saggio senatore Cocceio Nerva[7], molto stimato come anziano senatore e noto come persona mite e accorta. Nerva acconsentì e fu acclamato imperatore in Senato da tutte le classi concordi sul suo nome.
Durante il suo regno, breve ma significativo, apportò un grande cambiamento: il "principato adottivo". Questa riforma prevedeva che l'imperatore in carica in quel momento dovesse decidere, prima della sua morte, il suo successore all'interno del senato fece sì che i senatori fossero responsabilizzati. Egli scelse, mentre era ancora in vita, il proprio successore affiancandoselo nel governo. Questo si­stema di trasmissione del potere per associazione anticipata sostituì quello della affilia­zione, fino allora approvato dal Senato, e per un secolo consentì all’Imperatore in carica di de­signare il proprio successore.
L’uomo scelto da Nerva fu Traiano con cui cominciò la dinastia di principi illuminati, gli Antonini, il cui saggio governo fece del II secolo l’Età d’oro dei Romani, sebbene nel corso del secolo, in seguito al crescente processo di unificazione dell’Impero, Roma perse la sua centralità. Tutti gli imperatori del II sec. privi di discendenza, scelsero come successori persone effettivamente capaci, evitando contrasti interni e congiure di palazzo.
L'ultimo periodo della pax romana può essere considerata l'età più felice dell'impero romano: tramite la politica di pace instaurata e la prosperità derivatane il governo imperiale attirò consensi unanimi, tanto che Nerva ed i suoi successori sono anche noti come i cinque buoni imperatori.
Lo sviluppo economico e la coesione politica ed ideale, raggiunta anche per l'adesione delle classi colte ellenistiche, che contraddistinsero il secondo secolo, non devono, comunque, trarre in inganno, in quanto da lì a poco l'impero comincerà a mostrare i primi sintomi della decadenza.
Traiano[8], generale di origine spagnola, dotò le province di un’amministrazione e d’un complesso di funzionari pari a quelli della capitale. Durante il suo regno, l’Impero raggiunse la sua massima estensione: Traiano , condus­se una campagna in Dacia che si concluse con l’annessione di quel terri­torio ai domini di Roma. Il trionfo, che in quell’occasione egli celebrò, fu memorabile. Il bottino era di tale entità da consentire la distri­buzione a trecentomila cittadini di più di sei­cento denari per ciascuno. I festeggiamenti che ne seguirono durarono per parecchi mesi; in essi vennero sacrificati, per i giochi del circo, diecimila fiere e altrettanti gladiatori. Subito dopo Traiano partì per l’Oriente, dove occupò l’Armenia, la Mesopotamia e la Siria spingen­dosi fino al Golfo Persico. Ma la resistenza dei Parti lo obbligò a ritirarsi alla destra dell’Eufrate senza aver potuto assicurare a Roma il controllo della via delle Indie. Colpito da una grave malattia, Traiano morì, mentre era in viaggio verso Roma.
Il successore di Traiano fu il nipote adottivo Adriano[9], Cosciente dei rischi connessi a un’eccessiva espansione dell’Impero, Adriano si decise a consolidare le conquiste del predecessore: egli restituì ai Parti la Mesopotamia e rese all’Armenia l’indipendenza, pur conservando il diritto a mantenere guarnigioni nei punti ne­vralgici. La pace sembrava così assicurata quan­do i Giudei, già insorti una prima volta al tempo della spedizione di Traiano contro i Parti, si ribellarono nuovamente tenendo impegnate per tre anni le forze imperiali. Domati gli Ebrei, Adriano proseguì nella sua opera di consolidamento delle frontiere, facendo costruire in Bretagna il muro che porterà il suo nome, vallum Adriani, grande sbarramento difensivo tra l’Inghilterra e la Scozia. Migliorie vennero pure apportate al vallo che sorgeva tra il Reno e il Danubio, tanto che i territori del Baden e della Svevia si trasformarono in un vero bastione difensivo contro i Germani.
Per tutto il periodo del suo regno lottò contro la diserzione della popolazione dalle campagne, diserzione che provocava la concentrazione nella città di una plebe esigente e irrequieta che andava ad accrescere la massa dei disoccupati. Uomo di grande cultura e di una profonda rettitudine cultore di filosofia, poesia e arte, in cui espresse la completa fusione della cultura greca con quella romana, fu tollerante nei confronti dei cristiani e promosse la costruzione di molte grandi opere architettoniche.
Ad Adriano succedette un altro provinciale, di origine gallica, nel 138, Antonino Pio[10].
Dopo di lui, nel 161 furono nominati imperatori i fratelli Marco Aurelio[11] e Lucio Vero. Dal 165 i Parti invasero la Siria, mentre i confini settentrionali furono violati dalle tribù germaniche dei Quadi e dei Marcomanni che furono respinti, tra il 167 e il 168, dai due imperatori. Nel 167, poi, le tribù germaniche dei Paesi danubiani invasero la pianura del Po e Marco Aurelio per allontanare l’incombente pericolo dovette rassegnarsi ad arruolare anche i briganti e i gladiatori e a utilizzare fino all’ultimo le risorse del tesoro imperiale. Nel 169 Lucio Vero morì e Marco Aurelio restò unico imperatore. Marco Aurelio, imperatore-filosofo, fu avverso ai cristiani e li perseguitò. Uomo di cultura, seguace della filosofia stoica, scrisse un’opera in 12 libri scrisse i Pensieri per me stesso, un’opera nella quale sono enunciati principi che oggi diremmo di carità, umiltà e fratellanza umana. Nel 180 morì di peste lungo la frontiera danubiana dove era accorso per fronteggiare di nuovo i Germani.
Commodo, figlio di Marco Aurelio, salì diciannovenne al trono. Diversamente dal padre instaurò una violenta repressione antisenatoria. Inviso alla classe militare per aver patteggiato la pace con i Quadi e i Marcomanni, fu vittima di una congiura ordita dal prefetto del pretorio Leto. (192). Il figlio di Marco Aurelio incrinò l'equilibrio istituzionale raggiunto e con il suo atteggiamento dispotico favorì il malcontento delle province e dell'aristocrazia. Il suo assassinio diede il via ad un periodo di guerre civili.
Con Commodo, finì la di­nastia degli Antonini.
Alla morte di Commodo Dopo un breve periodo di anarchia militare in cui si avvicendarono per breve tempo, eletto dal senato, il generale Elvio Pertinace, che i pretoriani assassinarono ed offrirono il regno al miglior offerente, il senatore Didio Giuliano, fino a quando l’esercito stanziato sul Danubio proclamò imperatore il comandante Settimio Severo.
e) La dinastia dei Severi – gli aspiranti imperatori devono passare attraverso il consenso militare. I pretendenti alla più alta carica sono di due tipi:
·         italici, cioè persone che fino ad allora hanno formato la classe dirigente dell'impero e che cercano il consenso dell'esercito attraverso forti donazioni.
·         militari provenienti dalle zone periferiche e che durante la loro carriera hanno già guadagnato il consenso del loro esercito.
Nel 192 riesce ad acquistare il titolo di imperatore Pertinace. Tre mesi dopo Dido Giugliano riesce a farlo eliminare dai pretoriani in cambio di forti donazioni. Intanto dalle periferie arrivano Albino, Nigro e Settimio, tre militari che aspirano a prendere il posto di Giugliano. Sarà Settimo Severo, fondatore di una nuova dinasta, a essere nominato nuovo imperatore dal Senato.
Settimio Severo dedicò la maggior parte degli anni del suo regno a guerreggiare contro i Germani e i Parti, senza riuscire a porre un freno ai loro attacchi: contro i Parti, conquistò Ctesifonte e ricostituì la provincia di Mesopotamia (199-202). Per risanare la crisi economica interna, centralizzò il sistema delle corporazioni, controllate direttamente dallo Stato, e dimezzò la quantità di argento nelle monete per emetterne una quantità maggiore.
Alla sua morte furono nominati imperatori i due figli Antonino, detto Caracalla e Geta: essi, in un primo momento, regnarono insieme, ma presto Caracalla uccise il fratello e restò solo sul trono, governando in modo arbitrario e dispotico; nel 202, tuttavia, seppe prendere una saggia decisione: un importante Editto, la Constitutio Antoniniana, accordò il diritto di cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell’Impero. Caracalla tentò di conquistare consenso con una politica espansionistica ottenendo buoni risultati contro gli Alamanni nel 213 e facendosi oggetto di esaltazione religiosa. Nel 217, Caracalla morì in seguito a una congiura, ordita dal prefetto del pretorio Macrino, che gli succedette.
Deposto Macrino da una congiura militare, il potere tornò ai Severi con il giovane Eliogabalo. Sacerdote in Siria del dio solare El Gabal, dedicò ogni energia a promuovere la propria religione.

Nel 222, Eliogabalo fu ucciso dai pretoriani, e gli succedette il cugino Alessandro Severo il quale cercò di conciliarsi il senato, ma, per il suo atteggiamento pacifista, fu avversato dai militari, che lo uccisero nel 235.

La decadenza dell’Impero era ormai vicina.





[1] Res publica romana - La Repubblica Romana (Res Publica Romana) fu quello Stato formato dalla città di Roma e dai suoi territori di conquista nel periodo tra il 509 a.C. ed il 27 a.C., quando la sua forma di governo era una Repubblica oligarchica.
La sua fine coincide con la fine di un lungo periodo di guerre civili che segnò la fine della forma di governo repubblicana a favore di quella del Principato.
La Repubblica rappresenta una fase lunga, complessa e decisiva della storia romana, che da piccola città stato divenne la capitale di un grande e complesso Stato, formato da una miriade di popoli e civiltà differenti.
In questo periodo si inquadra la maggior parte delle grandi conquiste romane nel Mediterraneo ed in Europa, soprattutto tra il III ed il II secolo a.C..
All'inizio della sua storia il territorio della repubblica coincideva con quello della città. L'espansione militare portò il territorio della repubblica, nel 27 a.C., ad includere tutta la penisola italiana, le isole di Sardegna, Corsica e Sicilia, gran parte della Gallia, dell'Iberia, della penisola balcanica, le regioni costiere dell'Asia Minore e del Nord Africa, l'Egitto.
I poteri erano assegnati a due consoli e al pontifex maximus. Con la crescita dello stato romano fu necessaria l'istituzione di altre cariche che costituirono le magistrature. Per ognuna di queste cariche venivano osservati due principi:
·         l'annualità, ovvero l'osservanza di un mandato di un anno,
·         la collegialità ovvero l'assegnazione dello stesso incarico ad almeno due uomini alla volta, ognuno dei quali esercitava un potere di mutuo veto sulle azioni dell'altro.
Tra i magistrati un’importante distinzione era quella tra:
·         magistrati cum imperio (consoli, pretori e dittatori) cui erano affiancate delle speciali guardie, i littori.
·         magistrati sine imperio, (tutti gli altri);
Il secondo pilastro della repubblica romana erano le assemblee popolari, che avevano diverse funzioni, tra cui quella di eleggere i magistrati e di votare le leggi. La loro composizione sociale differiva da assemblea ad assemblea; tra queste l'organo più importante erano i comizi centuriati, in cui il peso nelle votazioni era proporzionale al censo, secondo un meccanismo che rendeva preponderante il peso delle famiglie patrizie. Ciononostante il peso della plebe fosse accentuato rispetto al periodo monarchico, in cui esisteva un solo organo assembleale (i comizi curiati) costituito da soli patrizi. L'accesso della plebe all'esercito sancito dalla riforma centuriata spinse il ceto popolare a pretendere maggiori riconoscimenti, che nell'arco di due secoli vide tra l'altro la costituzione della magistratura di tribuno della plebe, eletto dal concilio della plebe.
Il terzo fondamento politico della repubblica era il Senato, già presente nell'età della monarchia. Costituito da 300 membri, capi delle famiglie patrizie (Patres) ed ex consoli, aveva la funzione di fornire pareri e indicazioni ai magistrati, indicazioni che poi divennero vincolanti. Approvava inoltre le decisioni prese dalle assemblee popolari.
Esisteva inoltre la carica di dittatore, che costituiva un'eccezione all'annualità e alla collegialità. In periodi di emergenza (sempre militari) un singolo dittatore era eletto con un mandato di 6 mesi in cui aveva da solo la guida dello stato. Eleggeva un suo collaboratore detto maestro della cavalleria. Caduto in disuso dopo il periodo delle grandi conquiste, il ricorso a questo incarico tornerà ad essere praticato nella fase della crisi della repubblica.
[2] Tiberio si era messo in evidenza nelle campagne militari contro i Germani. Augusto lo aveva quindi richiamato in patria dandogli incarichi di governo e raccomandandolo al senato come suo successore. Il senato stesso lo proclamò imperatore, nonostante egli avesse chiesto di potersi ritirare a vita privata.
In politica estera Tiberio fece presidiare i confini settentrionali dal nipote Germanico che sconfisse più volte i Germani (14-16).
Preoccupato della popolarità di Germanico, lo inviò in Oriente per affrontare i Parti e poi lo fece probabilmente uccidere (19), perdendo il suo prestigio presso il popolo. Tiberio iniziò così una serie di persecuzioni nei confronti dei suoi avversari e poi si ritirò a vita privata nella sua villa di Capri. Affidato il potere a Seiano, prefetto del pretorio, tornò a Roma e lo fece uccidere poiché aveva tramato di usurpare il trono (31).
[3] Seiano consolidò il proprio potere; nel 31 fu nominato console insieme a Tiberio e sposò Livilla, nipote dell'Imperatore, ma la sua potenza divenne eccessiva e l'Imperatore nello stesso anno lo fece mettere a morte, insieme a molti dei suoi amici.
[4] Claudio rafforzò l’apparato burocratico e lo affidò alla segreteria imperiale di cui facevano parte anche alcuni liberti e ammise in senato anche cittadini delle province, iniziandone il processo di assimilazione all’Impero romano che si svilupperà con i suoi successori. In politica estera conquistò la parte meridionale della Britannia (44), dove sorse il primo nucleo della città di Londra (allora Londinium).
[5] Questi appena diciassettenne, era sotto la tutela della madre e di due esponenti del senato, Afranio Burro, prefetto del pretorio e il filosofo Seneca, suo precettore.
Ben presto Nerone si liberò di Britannico, fece uccidere la madre e mandò in esilio Seneca. Alla morte di Burro governò circondato da seguaci fidati, assumendo atteggiamenti da sovrano assoluto e mandando a morte i suoi nemici. In politica estera ottenne un successo contro i Parti e impose il protettorato di Roma sull’Armenia.
Nel 64 gran parte di Roma fu distrutta da un incendio, da cui Nerone prese pretesto per incolpare i cristiani (furono uccisi gli apostoli Pietro e Paolo forse negli anni 66-67). Corse però voce che Nerone stesso avesse provocato l’incendio, per fare spazio al suo grande palazzo, la Domus Aurea.
[6] Domiziano, combattendo contro la popolazione germanica dei Catti, occupò alcune regioni oltre il Reno e le organizzò nelle nuove province della Germania Superiore e Inferiore. Combatté, senza sconfiggerla, contro la popolazione della Dacia (all’incirca l’attuale Romania) governata dal re Decebalo, e rafforzò il dominio romano in Britannia. Riformò l’amministrazione delle province controllando più strettamente l’operato dei governatori locali.
[7] Nerva restaurò le finanze dello Stato, e diede inizio a quella politica assistenziale verso le classi meno abbienti che caratterizzò gli imperatori del II sec. Nel 97 adottò, designandolo successore, Traiano, comandante delle truppe della Germania Superiore.
[8] Di famiglia senatoria e di origine spagnola (primo imperatore non italico), Traiano divenne imperatore nel 98, alla morte di Nerva. In politica estera, tra il 101 e il 105 combatté i Daci costringendoli alla pace e facendo della Dacia una provincia romana. Tra il 114 e il 116 anche l’Armenia e la Mesopotamia diventarono province romane. Governò d’accordo con il senato e promosse una serie di provvedimenti sociali tra cui l’abolizione delle tasse arretrate per le province e l’istituzione di una "cassa di risparmio" per i prestiti ai piccoli contadini. Per suo volere furono costruite ingenti opere in Italia, Spagna e Africa, tale attività, unita alle pesanti spese militari, aggravò la situazione finanziaria.
[9] In Britannia, tra il 122 e il 127, fece costruire il Vallo di Adriano, una fortificazione di 117 km, per difendere la provincia dalle incursioni dei popoli settentrionali. All’interno dell’Impero favorì la colonizzazione delle terre incolte e creò un efficiente corpo di funzionari. Compì numerosi viaggi di ispezione, cultura e piacere nelle diverse province dell’Impero. Tra il 132 e il 135 fece reprimere l’insurrezione ebraica di Simone Bar Kocheba.
[10] Attento amministratore, concesse sgravi fiscali, diede impulso al sistema stradale e all’edilizia. Praticò con convinzione la religione tradizionale (da cui il soprannome “il Pio”). All’estero rafforzò i confini facendo costruire in Britannia il Vallo di Antonino.
[11] Nel 175 dovette reprimere in Oriente la rivolta di Avidio Cassio che si era fatto proclamare imperatore. Tornato a Roma, celebrò il trionfo sui Germani e associò al potere il figlio Commodo. In politica interna Marco Aurelio cercò l’appoggio del senato e, con un’accorta politica finanziaria, riuscì a sostenere le forti spese militari.

XI UNITÀ - GRAMMANTOLOGIA

XI UNITÀ
Educazione letteraria. La metrica classica - Nell’età classica la poesia era quantitativa, si basava cioè sull’alternanza tra sillabe lunghe e sillabe brevi: il metro più diffuso era l’esametro, verso nei quali è scritto il poema[1] classico. Essa doveva essere letta o declamata, scandendola rigorosamente a tempo, sebbene recenti studi linguistici abbiano messo evidenza la natura melodica delle due lingue classiche, che la faceva assomigliare quasi più alle lingue orientali che alle attuali lingue neolatine.

Comunicazione Parafrasi – La parafrasi indica la trasformazione di un testo scritto nella propria lingua, ma in un registro linguistico distante (sia esso arcaico, elevato o poetico) in prosa nel registro medio e attuale.
Il processo di parafrasi prevede dunque operazioni come:
·         la ricostruzione sintattica e delle figure sintattiche,
·         la sostituzione degli scarti linguistici (forma linguistica antica, scomparsa o desueta) e degli altri scarti linguistici[2]
·         l’esplicitazione delle figure retoriche di significato
·         la riscrittura in prosa del testo poetico.
Possono anche essere operati dei chiarimenti di alcuni punti del testo: una buona parafrasi include infatti tutti i dettagli e rende il testo originale più semplice da comprendere. Poiché il testo risultante è normalmente più ampio del testo di partenza, quest’operazione si oppone a quella del riassunto.
Come necessario effetto collaterale della parafrasi, il profondo rapporto tra significante e significato, tipico della comunicazione letteraria e fulcro dei testi poetici finisce normalmente sacrificato.

Riflessione sulla lingua. La ricostruzione sintattica e delle figure sintattiche – La poesia fonda il suo messaggio sulla ricerca di un linguaggio particolare, diverso da quello ordinario ed ottiene quest’effetto anche modificando l’ordine che normalmente le parole assumono all’interno di una frase.
Lo studio di questi cambiamenti riguarda l’aspetto sintattico del testo poetico quindi la parafrasi deriva dall’osservazione su come vengono disposte le parole nella frase[3] e le frasi nei periodi[4] e dalla modificazione della costruzione[5] secondo il linguaggio prosastico.
Alcuni di questi cambiamenti, detti figure sintattiche, caratterizzavano la sintassi della poesia classica e sono stati ampiamente utilizzati fino alla fine dell’800.
La poesia del ventesimo secolo utilizza di meno le figure sintattiche, prediligendo invece le figure di significato, ma questo non significa che esse non si trovino in moltissimi autori.
Tra le più comuni figure sintattiche si trovano: 
·         Anafora[6]
·         Anastrofe[7] o inversione
·         Antitesi[8]
·         Asindeto[9]
·         Chiasmo[10]
·         Climax[11]
·         Iperbato[12]
·         Parallelismo[13]
·         Polisindeto[14]

La tomba nel Busento a. D. 410
Di August Graf von Platen trad. di Giosué Carducci
·         Prima della definitiva caduta dell’impero romano si verificarono numerose incursioni dei popoli barbari e, tra questi spiccò per violenza il popolo dei Goti che, al comando del re Alarico nell’anno 409, valicate le Alpi Giulie discese il Veneto, attraversò il Po e, seminando dovunque miseria e fame, giunse a Roma: era l’anno 410.
·         L’esercito barbaro entrò in Roma e i Goti la devastarono e la saccheggiarono per sei giorni. Per ordine di Alarico furono rispettati gli edifici e le chiese cristiane. Successivamente il re condusse il suo esercito, carico di bottino, verso sud, attraversò la Campania e penetrò in Calabria in direzione di Reggio, ma presso Cosenza, Alarico fu colto da violenta febbre malarica e in pochi giorni morì. Prima di spirare ordinò che fosse sepolto nel letto del fiume Busento e le cui rive gli ricordavano le natìe sponde del Danubio. I suoi soldati attraverso il lavoro di migliaia di schiavi, in pochi giorni deviarono un tratto del fiume e nel suo letto naturale scavarono una profonda fossa dove deposero Alarico, a cavallo con tutte le sue armi. Quindi ricoprirono la fossa e riportarono le acque del fiume nel suo percorso originario e,  affinché mai nessuno ne violasse la tomba, fecero strage tutti gli schiavi.
·         Con questa lirica Carducci ci avvolge in un’atmosfera selvaggia e, quasi in una realtà virtuale, e ci coinvolge in un dramma pagano nel quale par di udire i cupi canti e i rulli dei tamburi, in una notte di lutto vagamente rischiarata dai fuochi dell’accampamento. Sentiamo vivissima l’emotività serpeggiare tra quegli uomini e, pervasi da empatica tristezza, scordiamo per un istante le atrocità che quei barbari per anni perpetrarono.
·         Questa armoniosa lirica, già di per sé esaustiva pur nella breve descrizione di quel momento storico, con l’incalzante ritmicità nella diffusa rude malinconia dell’evento, svela la commossa partecipazione del Poeta nel dipingerci un realistico scenario impregnato  di vita e di morte.

1.      Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ‘l Busento[15],
Cupo il fiume gli rimormora[16]
Dal suo gorgo sonnolento.

2.      Su e giù pe ‘l fiume passano
e ripassano ombre lente:
Alarico[17] i Goti piangono,
il gran morto di lor gente.

3.      Ahi sì presto e da la patria
così lungi avrà il riposo,
mentre ancor bionda per gli omeri
va la chioma al poderoso[18]!

4.      Del Busento ecco si schierano
su le sponde i Goti a pruova[19],
e dal corso usato il[20] piegano
dischiudendo[21] una via[22] nuova.

5.      Dove l’onde pria muggivano,
cavan[23],  cavano la terra;
e profondo il corpo calano,
a cavallo, armato in guerra.

6.      Lui di terra anche ricoprono
e gli arnesi[24] d’or lucenti:
de l’eroe crescan su l’umida
fossa l’erbe de i torrenti!

7.      Poi, ridotto[25] a i noti tramiti,
il Busento lasciò l’onde
per l’antico letto valide.
spumeggiar tra le due sponde.

8.      Cantó allora un coro d’uomini:
– Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non víoli
la tua tomba e la memoria! –

9.      Cantó, e a lungo il canto udivasi[26]
per le schiere gote errare:
recal[27] tu, Busento rapido,
recal tu da mare a mare.

 

LAVORIAMO SUL TESTO

Lessico
1.      In questa poesia Carducci parlando, del Busento lo definisce fiume: in realtà esso fa parte del bacino idrografico del Crati. Spiega con l’aiuto del vocabolario che cosa si intende per fiume, canale, torrente ruscello, affluente, emissario, immissario ed infine che cosa si intende per bacino idrografico.
2.      Individua gli scarti linguistici presenti nel testo e, per ciascuno scarto, dopo averlo classificato, indicane la definizione, dopo un’accurata scelta nel vocabolario.
Figure sintattiche
3.      Individua e trascrivi tutte le figure sintattiche presenti nel testo ricostruiscile sintatticamente svolgine l’analisi logica e spiega eventualmente la loro finzione.
4.      Di figure sintattiche incontrate fanne un esempio come se volessi pubblicizzare dei prodotti da immettere sul mercato
Struttura
5.      In quante parti può essere divisa la poesia?
6.      Individua i nuclei delle singole parti, riassumendo in poche parole ciascun nucleo.
Analisi del testo        
7.      Il testo fa leva principalmente su descrizioni[28], su ragionamenti[29], su emozioni[30]? Argomenta la tua risposta indicando come e perché.
8.      A quale genere letterario[31] appartiene il testo? A quale sottogenere letterario appartiene il testo? Rispetto alla definizione tradizionale del genere letterario o del sottogenere, che cosa mantiene e che cosa trasforma?

 

Le lacrime di Galla Placidia (a. D. 437)

Valeria si stava incamminando lungo una strada di Ravenna[32] che conduceva al mausoleo di Galla Placidia[33], dove lavorava suo padre come mosaicista[34]. Era una splendida giornata, l’ideale per una passeggiata, ma la bambina non immaginava neanche lontanamente quello che le sarebbe capitato.
Infatti, mentre camminava lentamente, fantasticando chissà quali cose meravigliose, udì dei passi provenire in lontananza. La sua gioia fu grande quando vide un intero corteo di soldati e damigelle, ma non essendo molto alta non riusciva a vedere chi fosse l’illustre personaggio che procedeva con tale scorta; comunque fece in tempo a godersi tutto il corteo.
I bellissimi occhi azzurri della bambina non smettevano di guardare con curiosità le sontuose vesti, i bei copricapi, le lance e i mantelli con ricami dorati.
Purtroppo il corteo si allontanò e Valeria non riuscì a godersi lo spettacolo multicolore che era assai raro vedere.
Un po’ scoraggiata, riprese il cammino, ma fu di nuovo allegra quando, voltato l’angolo, si accorse che il corteo si era fermato proprio davanti al mausoleo di Galla Placidia. “Ma allora” esclamò Valeria “è proprio lei il personaggio illustre che viaggia con tutta quella scorta: Galla Placidia, la nostra regina! Oh! Come desidererei vederla e conoscerla! Ma non mi faranno certo passare quelle guardie dall’aspetto così minaccioso… Comunque un sistema lo troverò!”.
Cercando di non farsi notare si nascose dietro un grande albero che nascondeva bene il suo sottile corpo: da lì era facile vedere tutto quello che poteva accadere.
Aguzzando la vista poté scorgere varie donne e soldati e perfino suo padre, ma della regina nessuna traccia. Finalmente ella arrivò ed era splendida: comunicava una grande sensazione di sicurezza per il suo portamento fiero e dignitoso; aveva i capelli raccolti da un diadema e bellissime vesti provenienti da chissà dove; anche se non aveva molti gioielli era bellissima ed elegante; le altre damigelle, pur graziose, in confronto a lei erano insignificanti.
Valeria seguì con lo sguardo la regina quando entrò nel piccolo mausoleo: esternamente l’edificio era molto spoglio, ma, come le aveva spiegato suo padre, dentro era scintillante di mosaici multicolori. Valeria si avvicinò, senza essere vista, al mausoleo e diede un’occhiatina all’interno: proprio al centro vi era Galla Placidia.
La regina guardava i bellissimi mosaici che, sulla volta[35], rappresentavano un cielo turchino punteggiato di stelle d’oro.
Anche se il mausoleo aveva pochissime e piccolissime finestre, da cui entravano tenui raggi di luce, ci si abituava facilmente al buio e gli occhi della bambina poterono distinguere abbastanza chiaramente i colori e le figure.
Ovunque regnavano colori come l’azzurro, il blu e il giallo oro. Valeria notò che la regina ammirava particolarmente la cupola tempesta di giri concentrici di stelle d’oro e le bianche colombe che si abbeveravano a una fontana.
Seguendo gli occhi della regina la bimba capì che ella guardava con attenzione i dettagli, la disposizione delle tessere dei mosaici. “Forse” pensò Valeria “cerca di immedesimarsi ne paziente lavoro dei musivari[36] e si sforza di immaginare come sarà l’opera ultimata”.
Intanto Galla Placidia stava ammirando i mosaici e non si era accorta della presenza di Valeria; infatti guardava con attenzione la lunetta raffigurante il Buon Pastore con tante pecorelle intorno[37].
Gesù aveva un’espressione pensosa; indossava splendidi abiti dorati che risaltavano sul cielo azzurro. “Vedendo un mosaico” pensava la bimba “sembra un’opera facile da realizzare, ma io mi ricordo ancora le tante fatiche compiute da mio padre; ricordo quando lavorava anche se il tramonto volgeva al termine, per completare una scena”.
Valeria si domandava se i mosaici piacessero alla regina.
Ci mise un po’ di tempo a vedere l’espressione del viso di Galla Placidia, cosa difficile con tutto quel buio, ma quando riuscì a scorgerla, grande fu la sua sorpresa alla vista delle lacrime che scorrevano lungo le candide guance della regina.
“Chissà se sono lacrime di gioia o di dolore?” si domandò la bambina “a cosa starà pensando? Perchè piange?”.
La regina, ora, non sembrava più imponete, ma appariva piccola, così sola e bisognosa di essere protetta che la bambina, se non si fosse ricordata che era la sua regina, sarebbe di certo andata a consolarla, com’era solita fare quando una sua amica si trovava in difficoltà.
Galla Placidia, come se avesse letto le domande nella mente della bambina, si sedette su uno sgabello piuttosto rozzo, che serviva alle persone addette alla costruzione del mausoleo e cominciò a parlare tra sé e sé, non distogliendo gli occhi dai mosaici; benché le lacrime le scorressero lungo le guance, la sua voce era chiara e Valeria non fece fatica a capire quello che diceva.
Mentre parlava, i sui occhi, il suo viso, tutto di lei assumeva un’espressione antica e anche se i capelli erano sempre dello stesso colore, la bambina ebbe l’impressione di avere davanti a sé una donna molto più anziana, simile a tante altre, sconvolta e timorosa per l’avvenire dei suoi figli; ma non poté fare altre osservazioni perché la regina aveva già iniziato a rievocare la sua vita: “Sono nata in una potente famiglia; infatti mio padre era un imperatore romano: il grande Teodosio[38]. Fin da piccola sono cresciuta nella ricchezza e sono stata educata dai migliori maestri; avevo due fratelli, Arcadio e Onorio[39], che alla morte di mio padre si divisero l’Impero d’Occidente e d’Oriente. Mio fratello Onorio spostò la capitale a Ravenna, perché Roma non era ritenuta più tanto sicura.”[40]
Si fermò come se continuare fosse per lei troppo doloroso, ma poi riprese: “Ricordo ancora quando arrivò Alarico[41] che saccheggiò e distrusse tutto; ricordo anche il messaggio del senato che diceva di scappare perchè la città non era più sicura: tutta la gente atterrita correva nella speranza di raggiungere la salvezza, mentre l’odore della morte regnava nelle strade. A stento ero riuscita a salvarmi da quella rovina. Accadde poi un evento che io giudico il peggiore della mia vita: infatti, anche se ero ancora molto giovane, mi costrinsero a sposarmi con Ataulfo[42], re dei Visigoti, successore di Alarico.”
S’interruppe e, ridendo amaramente, disse: “Come potevano pensare che io sarei stata felice di sposare un parente di colui che aveva distrutto la mia città? Comunque non accettarono rifiuti e io fui costretta a sposarmi.
Mi risposai, in seguito, con il patrizio Costanzo dal quale ebbi due figli: Onoria e Valentiniano[43]; ora governo in nome di mio figlio, che è ancora troppo giovane per assumere il potere; il mio desiderio più grande sarebbe che lui crescesse sereno, che diventasse un re buono e giusto e che il popolo lo potesse apprezzare per quello che è”.
Guardava, intanto, la regina, alcuni mosaici che rappresentavano apostoli vestiti come i senatori romani, con la lunga toga bianca.
Galla Placidia proseguì: “Anche se sono abbastanza giovane, mi sento già molto stanca e ho paura per quello che potrà accadere ai miei figli, soprattutto a Onoria, che è ancora una bambina, ma anche a Valentiniano; io forse non ci sarò più quando loro saranno grandi, ma spero che la vita riservi loro anche cose belle, non tragiche come quelle che io ho subito…”.
Rimase un attimo pensosa, poi alzò la testa e disse: “Ora, però, è meglio andare”.
In fretta si asciugò le lacrime e il suo viso ritornò fiero e sicuro; com’era diversa ora dalla donna che piangeva su quel rozzo sgabello dov’era prima! Valeria poté sentire gli elogi che la regina faceva alle persone addette ai mosaici. Poi il corteo si allontanò.
Valeria provava ammirazione e insieme compassione per Galla Placidia: ella voleva infatti mostrarsi energica, ma forse in realtà era debole come un fiore che all’arrivo del vento si piega e perde i candidi petali, triste presagio di tempi futuri, ancora più drammatici per l’impero romano[44].
Valeria sapeva che, se anche la regina se n’era andata, sarebbe rimasto sempre un ricordo di lei in quell’ambiente e nella sua mente; inoltre era sicura che, anche non avendola vista, la regina avesse voluto dividere con lei il suo segreto, il segreto della sua vita.
Valeria giurò a se stessa che non ne avrebbe mai parlato con nessuno, ma che avrebbe custodito quel grande segreto come in uno scrigno, prezioso e dorato com’era il mausoleo di Galla Placidia[45].

LAVORIAMO SUL TESTO
Comprensione
1.      Dividi il testo in sequenze: per ogni sequenza indica un titolo e la natura della sequenza infine riassumi la sequenza in poche parole, cercando di non superare per ogni periodo le trenta parole che hanno un significato (nomi, pronomi, aggettivi, verbi e avverbi).
2.      Qual è il tema[46] centrale del componimento e com’è esposto? Quali sono, se ci sono, i temi secondari e come sono esposti? Quali sono i nessi di relazione[47] fra il tema-centrale e gli eventuali temi secondari?
3.      Analizza in dettaglio, enunciandone però la trattazione, una situazione[48] o un personaggio[49] o qualche particolare immagine presente nel brano, spiegandone la relazione con il tema centrale del componimento.
4.      Il testo fa leva principalmente su descrizioni[50], su ragionamenti[51], su emozioni[52]?
5.      La vicenda è narrata da un narratore esterno[53] o in prima persona un narratore interno[54]? Se si tratta di un narratore esterno, è un narratore onnisciente[55] che esplicita la propria presenza ed esprime giudizi personali oppure è un narratore occulto[56] che si limita a raccontare le azioni e a descrivere i personaggi? inoltre, il punto di vista del narratore esterno o neutro oppure, in qualche momento o in tutta la vicenda, coincide con il punto di vista di qualche personaggio? infine, questo punto di vista cambia, nel corso della narrazione? Se si tratta di un narratore interno chi è? inoltre è il protagonista della vicenda o un personaggio secondario o uno spettatore? infine, dichiara il proprio ruolo oppure lo si deduce dal racconto?
6.      Nella vicenda vi è un protagonista[57]? di chi si tratta? vi è un antagonista[58]? di chi si tratta? vi è un oggetto[59]? di chi o di che cosa si tratta? infine ci sono personaggi secondari come aiutanti[60] ed oppositori[61]? di chi si tratta? Protagonisti e personaggi secondari sono negativi o positivi? quali sono, inoltre, da che cosa emergono le caratteristiche principali dei personaggi? quale relazione esiste infine tra i personaggi del brano? Quale particolare significato conferisce alla vicenda il ruolo assunto dai personaggi ed il rapporto fra i personaggi?
7.      Nel brano sono chiaramente distinguibili le parti in cui i personaggi agiscono da quelle in cui parlano o esprimono i loro pensieri? I pensieri o le parole dei personaggi vengono presentati







[1] Poema - Un poema è una composizione letteraria in versi, per lo più di carattere narrativo o didascalico e di ampia estensione, spesso suddivisa in più parti.
Con questo termine si intende generalmente il genere letterario che comprende tali composizioni.
Un poema è in genere scritto in versi endecasillabi, perché sono versi narrativi, serve per raccontare, ed è molto più lungo di una poesia.
Ha tre momenti fissi:
·         Protasi: riassunto in pochi versi di tutto il contenuto dell’opera;
·         Invocazione: richiesta di aiuto (ispirazione) ad un’entità superiore (dèi, muse della letteratura nell’età classica, Maria nella letteratura religiosa del cristianesimo, oppure una vera donna come nel caso di Ludovico Ariosto)
·         Dedica: nel poema classico, la dedica non è presente in modo scritto perché era destinato alla declamazione orale, dal medioevo in poi la dedica sarà presente per dimostrare gratitudine a chi ospita l’autore.
Un poema può avere vario tono ed argomento e si può distinguere fra l’altro, a seconda della materia, in:
·         Poema cavalleresco - è un insieme di narrazioni e di poemi che trattano tematiche inerenti le gesta dei cavalieri medievali Si distingue dalla letteratura epica in quanto alterna i toni tipici dell'epica con quelli satirici o grotteschi, per la presenza di interventi soggettivi dell'autore e per la grande varietà delle azioni descritte. Nel Medioevo e nel Rinascimento furono composti in Europa numerosi poemi epici, comunemente raccolti sotto la definizione di epica cavalleresca, perché narrano le imprese dei cavalieri medioevali. Pur ispirandosi alla figura del cavaliere, questi poemi sono spesso molto diversi tra loro. Evidenti sono ad esempio le differenze tra due forme di narrazione epica nate entrambe in Francia: le chansons de geste (materia di Francia) e i romanzi cavallereschi del ciclo di re Artù (materia di Bretagna). I miti e le leggende dei popoli germanici trovarono la loro espressione più importante nel Canto dei Nibelunghi, mentre gli sviluppi della poesia epica in Italia ci mostrano la trasformazione subita nel tempo dall'immagine del cavaliere: il passaggio dagli ideali e dai valori del Medioevo a quelli del mondo rinascimentali modifica profondamente le caratteristiche degli eroi, come risulta evidente, in particolare, dall'Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
·         Poema didascalico - è un genere letterario che, in forma di poema si propone di impartire un ammaestramento scientifico, religioso, morale, dottrinale, etc. Il più antico esempio è costituito dal breve poema Le opere e i giorni di Esiodo, risalente all'VIII sec. a.C. contenente una serie di consigli per le opere agricole delle singole stagioni. Nel poema esiodeo il poeta impartisce agli uomini consigli pratici per l'attività fondamentale in una comunità agricola. La poesia didascalica è diffusa nella Letteratura greca e nel III sec a.C. secolo nell'opera I fenomeni di Arato ed è stata ripresa dalla Letteratura latina, con il capolavoro De rerum natura di Lucrezio. Rientrano nel genere didascalico anche le Georgiche di Virgilio, composte intorno al 30 a.C. La poesia didascalica è presente anche abbondantemente nella Letteratura italiana fino da Bonvesin de la Riva, Brunetto Latini e Dante.
·         Poema epico
·         Poema eroico
·         Poema eroicomico è un genere letterario del XVII secolo che ribalta le tecniche stilistiche e i cliché della poesia epica allo scopo di ottenere un effetto comico.
·         Poema sinfonico - Il poema sinfonico è una composizione musicale di solito di ampio respiro che sviluppa musicalmente una idea poetica, ispirata a una opera letteraria in versi o in prosa o ad un'opera figurativa o filosofica. È una derivazione diretta della musica a programma che fu una delle forme predilette dai musicisti romantici, ad esempio Hector Berlioz nella sua Sinfonia fantastica e nell'Aroldo in Italia.
[2] Scarto linguistico – vedi modulo I  
[3] Frase – vedi modulo I
[4] Periodo: è l’insieme di due o più proposizioni collegate in successione logica in modo da formare un’unità funzionale autonoma; le struttura del periodo si distingue in:
·         paratattica quando le proposizioni di un discorso sono coordinate fra loro, senza utilizzare alcuna congiunzione;
·         ipotattico quando il rapporto di subordinazione che esiste tra due frasi viene evidenziato mediante un segno funzionale.
[5] Costruzione: è un’ordinata disposizione delle parole in una frase o delle frasi in un periodo.
[6] Anafora: l’anafora consiste nella ripetizione di una o più parole all’inizio di più versi o enunciati successivi.
Es.:         Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Come l’allitterazione, anche l’anafora si presenta con frequenza nel linguaggio pubblicitario, per richiamare l’attenzione dell’ascoltatore.
Es.:         Selenia, speciale formula Alfa Romeo... Selenia, il motore dei nuovi motori.
[7] Anastrofe o inversione: l’anafora o inversione consiste nel capovolgimento dell’ordine di alcuni elementi della frase.
Es.:         sempre caro mi fu quest’ermo colle”
al posto di quest’ermo colle mi fu sempre caro.
[8] Antitesi: l’antitesi consiste nella contrapposizione di idee, espressa mettendo in corrispondenza parole di significato opposto; conferisce a due immagini consecutive e spesso simmetriche un maggior rilievo, facendo leva sulla loro più o meno accentuata contrapposizione.
Es.:         Pace non trovo e non ho da far guerra
di fuor si legge com’io dentro avvampi
[9] Asindeto: l’asindeto consiste nell’eliminazione delle congiunzioni tra un termine e l’altro, lasciando solo la virgola a separarli; si prenda come esempio la prima parte di Meriggiare.
L’asindeto è una figura sintattica molto usata nella poesia del ‘900.
[10] Chiasmo: il chiasmo è collegato all’inversione, dispone in ordine opposto gli elementi corrispondenti di due versi o frasi.
Es.:         Le donne,     i cavalier
l’armi,           gli amori
[11] Climax: La climax consiste nell’enumerazione di termini in ordine crescente (es.: disagio, paura, terrore).
Questa figura si trova anche in altri settori dell’arte come ad esempio il cinema.
Se invece l’enumerazione dei termini avviene in ordine decrescente (terrore, paura, disagio), si ha l’anticlimax, che è tuttavia molto più raro.
[12] Iperbato: Affine all’anastrofe che rappresenta un’inversione nell’ordine naturale delle parole all’interno di una frase, l’iperbato si produce quando tale inversione comporta lo spostamento di un segmento di enunciato all’interno di un sintagma.
Es.:                         [...] ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
Es.:                         ...tardo ai fiori
ronzìo di coleotteri
(Eugenio Montale, Derelitte..., 1-3)
Es           ...a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura
[13] Parallelismo: Il parallelismo consiste, al contrario del chiasmo, nel disporre nello stesso ordine gli elementi corrispondenti di due versi o frasi.
Es.:         l’albero cui tendevi
la pargoletta mano
il verde melograno
da’ bei vermigli fior
[14] Polisindeto: il polisindeto, al contrario dell’asindeto, consiste nella ripetizione della congiunzione prima di ogni elemento dell’enumerazione, con l’effetto di dare molta enfasi al verso o alla frase.
Es.:         e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò…  (Carducci)
[15] Il Busento è un fiume della Calabria (provincia di Cosenza) confluendo da sinistra nel fiume Crati, dopo avere attraversato Cosenza. Secondo la leggenda, nel 410 il re visigoto Alarico sarebbe stato sepolto nell'alveo del fiume, appositamente deviato.
[16] Fa eco
[17] Alarico - Re dei Visigoti (376- 410) apparteneva ai Balti, una famiglia dinastica gotica. Il loro nome deriva dal termine gotico balþa (baltha), che significa "audace". I suoi membri sono normalmente citati come i Balti.
I Balti furono una delle due stirpi nobili dei Goti che giunsero, al pari degli Amali, alla dignità regale. Mentre gli Amali divennero re degli Ostrogoti, i Balti con Alarico, divennero re dei Visigoti e fondarono un regno nella Gallia romana che durò un secolo e lo estesero alla penisola iberica romana, dove durò circa tre secoli.
Seguace, con i suoi, dell'arianesimo, Alarico fu riconosciuto, ancor giovane, capo dei Visigoti. Nel 396 guidò il suo popolo verso la Tracia, spingendosi da una parte fino a Bisanzio, dall'altra fino in Grecia.
Respinto da Stilicone, generale romano figlio di un vandalo e di una romana, ottenne poi la carica di magister militum e il governo dell'Illirico
Acclamato re dai suoi, Alarico si presentò una prima volta in Italia conquistando Aquileia, ma Stilicone lo sconfisse a Pollenzo e a Verona nel 402, costringendolo a rientrare nell'Illirico. Dopo la morte di Stilicone, Alarico discese in Italia, assediò Roma nel 408 e si astenne dal saccheggiarla dietro un forte compenso in oro. Tuttavia, quando Arcadio, imperatore romano d’oriente,  gli negò la cessione del Norico, provincia romana comprendente la regione alpina tra la Rezia, il Danubio, la Pannonia e le Alpi Carniche. invase nuovamente l'Italia scendendo fino a Roma che espugnò nel 410, abbandonandola per tre giorni al furioso saccheggio dei suoi soldati.
L'evento fece enorme impressione e non pochi attribuirono la caduta di Roma alla vendetta degli dei per il diffondersi del Cristianesimo. Sant'Agostino replicò a tali accuse con la sua opera De Civitate Dei.
Dopo il sacco, Alarico, portando con sé Galla Placidia, sorella di Onorio e Arcadio, scese nell'Italia meridionale, forse per trasferirsi in Africa, ricca di frumento, ma la morte lo colse ai bordi del Busento, nel cui letto fu seppellito, insieme al suo tesoro, dopo che i soldati avevano fatto deviare il corso del fiume, secondo la leggendaria versione dello storico Giordane di origine gota della metà del VI secolo
[18] Possente, forte, vigoroso.
[19] A prova = a tentativi, ma qui va meglio a turno
[20] lo
[21] Aprendo, ma qui scavando
[22] letto
[23] Sta per scavano
[24] utensili
[25] ricondotto
[26] Separa la parola composta
[27]Completa la parola
[28] La descrizione è una rappresentazione con parole di un oggetto, di una persona, di un evento, indicandone le caratteristiche e gli aspetti che possono darne un'immagine efficace e chiara al destinatario. Descrivere è uno dei modi più comuni per far conoscere qualcosa a qualcuno, cioè per informare; per questo la descrizione è utilizzata quando è necessario per creare l'immagine di un oggetto, di una persona o di un animale, fornendo tutti gli elementi che lo compongono o i particolari che lo caratterizzano, in modo che chi legge o ascolta se ne faccia un'immagine il più possibile precisa. Lo scopo fondamentale di ogni descrizione è informare, ma una descrizione può essere usata a scopo persuasivo cioè per indurre il destinatario a valutare positivamente o negativamente l'oggetto descritto, oppure a scopo espressivo, cioè per esprimere, attraverso la descrizione, emozioni, sentimenti, stati d'animo ecc. Mentre le descrizioni informative devono far conoscere l'oggetto in questione in modo fedele, chiaro e completo, impersonale, senza esprimere alcuna opinione o impressione personale e senza alcuna partecipazione emotiva, le descrizioni persuasive o espressive rappresentano l'oggetto della descrizione in modo personale, dando risalto solo ad alcune caratteristiche, facendo trasparire giudizi mediante l'uso di aggettivi che danno un'immagine positiva o negativa dell'oggetto di descrizione, trasmettendo emozioni attraverso un uso particolare del linguaggio che ricorre frequentemente a espressioni figurate e a paragoni.
[29] Il ragionamento è un'operazione della mente per cui, partendo da alcuni giudizi noti, assunti come premesse, se ne scoprono i reciproci legami e si giunge a una conclusione. Il ragionamento, quindi, è un discorso logicamente condotto in cui chi parla o scrive, attraverso argomentazione (insieme di argomenti con cui si dimostra o si confuta una tesi) e dimostrazione (argomentazione deduttiva per provare la verità di una proposizione sulla base di premesse già accettate come vere), presenta una propria opinione - o tesi - e la sostiene proponendo le ragioni a favore e confutando le opinioni contrarie, allo scopo di convincere della validità di quanto dice.
[30] L'emozione è un intenso moto, un impulso (sentimentale o intellettuale) affettivo di durata relativamente breve (relativo alla sfera dei sentimenti e delle emozioni), piacevole o penoso, accompagnato per lo più da modificazioni fisiologiche e psichiche (pallore o rossore, reazioni motorie ed espressive ecc.) dovuto a forte impressione (a differenza di commozione che ha significato affine, implica o sottintende uno stato di eccitazione interiore); nell'uso corrente, l'emozione è un'impressione viva, un turbamento determinati da approvazione, sorpresa, paura, dispiacere, disgusto, aspettativa, rabbia, gioia. Il concetto di emozione si distingue da quello di sentimento, meno intenso e più durevole che da una particolare tonalità affettiva alle nostre sensazioni, rappresentazioni, idee. Secondo questa definizione, mentre l'emozione è involontaria, il sentimento è, come il pensiero, una funzione razionale. All'origine dell'emozione non vi è uno stato interno dell'organismo, ma una percezione di quanto avviene a livello periferico.
[31] Il genere letterario è il luogo all'interno del quale un'opera letteraria trova la sua identità, riconoscendosi in altre ad essa affini per scelte tematiche, stilistiche e strutturali. genere letterario è dunque ciascuna delle suddivisioni che, in conformità a criteri contenutistici e formali, distinguono tradizionalmente la produzione letteraria
1.       Genere saggistico riguarda l'arte di scrivere saggi critici che possono avere due forme: il trattato ed il saggio; il trattato è opera di considerevole estensione che si occupa metodicamente di una scienza, di una disciplina, di una dottrina o di parti di esse; il saggio è uno scritto di carattere critico su un particolare argomento storico, politico, economico, sociologico ecc.
2.       Genere narrativo è assai ampio e variegato e riguarda tutto ciò che ha per oggetto la narrazione di avvenimenti reali, quando sono senza fabula, diario, epistolografia, odeporia, o fantastici, quando sono cum fabula, romanzo, racconto breve, novella, favola e fiaba.
3.       Genere epico riguarda ampia narrazione in versi, avente come oggetto la celebrazione delle imprese di un guerriero o di un intero popolo, colti in avvenimenti in parte leggendari, sull'esito dei quali non poca importanza ha l'elemento soprannaturale. L'epica si articola in vari sottogeneri:
  • L'epica mitologica che ha come oggetto la mitologia,
  • L'epica cavalleresca che ha come oggetto le gesta dei cavalieri medievali,
  • L'epica storica che ha come oggetto eventi storici particolarmente importanti per la vita di un popolo
  • L'epica eroicomica parodia dei poemi epici, particolarmente in voga nel Seicento, in cui un soggetto futile è cantato in tema solenne o un argomento eroico in stile basso e plebeo.
4.       Genere  lirico o lirica è la forma poetica che esprime nel modo più soggettivo e immediato il sentimento del poeta, evidenziandone l'esperienza psicologica, sentimentale, fantastica e autobiografica. La lirica si articola in vari sotto generi:
·         la poesia civile che esalta le virtù proprie del cittadino ed ha la finalità di sensibilizzare su questioni politico-sociali,
·         la poesia didascalica che ha come scopo l’ammaestramento scientifico morale e religioso del lettore
·         l'innografia che ha carattere religioso,
·         la poesia comico-giocosa che si basa sulla parodia e lo scherzo e ha forma apparentemente antiletteraria,
·         la poesia satirica che ritrae con intenti critici e morali personaggi e ambienti della realtà e dell'attualità, in toni che vanno dalla tranquilla ironia alla denuncia, all'invettiva più acre.
5.       Genere drammaturgico riguarda qualsiasi componimento in prosa o in versi destinato alla rappresentazione scenica avente per oggetto un fatto storico o di invenzione e per protagonisti uomini di qualunque condizione sociale esso comprende vari sottogeneri
·         La tragedia è una rappresentazione scenica in prosa o in versi, diviso in atti e scene che abbia per oggetto un fatto grandioso e terribile di personaggi illustri della storia o del mito, tale da provocare negli spettatori una viva emozione, volta a purificarli da determinate passioni (catarsi), e che si conclude con un evento luttuoso (catastrofe).
·         La commedia è la rappresentazione scenica in prosa o in versi, diviso in atti e scene, di un episodio della vita di ogni giorno, con personaggi comuni e spesso di modeste condizioni, per lo più divertente e briosa e nella maggior parte dei casi caratterizzata da un conclusione felice; la commedia a sua volta si suddivide in:
-          commedia di carattere che dipinge un particolare carattere o difetto umano
-          commedia d'intreccio che si fonda su vicende complicate
-          commedia di ambiente che subordina personaggi e intreccio all'ambientazione naturale e umana della vicenda, puntando piuttosto sul colore
-          commedia musicale spettacolo musicale in parte anche recitato, simile all'operetta, con soggetto comico o sentimentale.
·         La sacra rappresentazione è un'opera drammatica di carattere sacro con personaggi sacri.
·         Il dramma pastorale è una composizione drammatica ispirata all'ambiente dei pastori e alla vita campestre. La commedia dell'arte il teatro degli attori italiani nei secoli XVI-XVIII, caratterizzato da recitazione improvvisata su canovacci e dalla presenza delle maschere.
·         Il melodramma è una composizione drammatica, generalmente in versi, musicata e cantata.
·         Il dramma moderno nacque all'inizio dell'Ottocento come reazione all'esaurirsi della necessità storica della tragedia e come esigenza di una maggiore aderenza alla realtà, si e sviluppala in varie direzioni, in corrispondenza delle esigenze ideologiche dell'autore e delle inclinazioni del gusto, dando luogo, cosi, al dramma storico, al dramma a tesi, al dramma borghese, al dramma psicologico.
[32] Ravenna – Città di origine umbra, sorgeva su isolette lagunari al limite meridionale dell’antico delta del Po. Divenne municipio e colonia romana. Augusto vi fece costruire il porto di Classe.
Nel 402 l’imperatore Onorio la scelse come capitale dell’Impero d’Occidente. La sua importanza crebbe grazie a: Galla Placidia, Odoacre (re d’Italia dal 476 al 493, ne fece la capitale del regno), Teodorico (re goto dal 493 al 526). Conquistata dai Greci nel 540, fu il quartier generale degli eserciti bizantini. Fu arricchita di monumenti legati all’imperatore Giustiniano. Seguì la decadenza sotto i Longobardi (dal 751); sotto i Franchi (dal 755) e sotto lo Stato della Chiesa (dal 757).
[33] Galla Placidia (390-450) era figlia di Teodosio I e sorella di Onorio. A giovane età sposò Ataulfo, re dei Visigoti e poi Costanzo III. Regina molto cattolica e molto amante dei suoi figli: Valentiniano III e Onoria. Il mausoleo, legato al suo nome, è un edificio a forma di croce, in mattoni alti e grossi, visibili all’esterno, rivestito di mosaici variopinti all’interno. 
[34] I mosaici erano presenti nelle ville romane e nelle chiese paleocristiane, specialmente sui pavimenti. I mosaici di Ravenna e di Bisanzio sono più ricchi di colori, collocati su pareti, volte e soffitti. 
[35] Volta: all’interno dell’edificio la copertura è a “volte di botte”, basse e pesanti, rivestite di mosaici. Al centro è una cupola, più alta e leggera, anch’essa ornata di mosaici.
[36] Musivari o mosaicisti: addetti alla composizione delle tessere del mosaico. 
[37] Nei mosaici del mausoleo di Galla Placidia sono presenti elementi astratti e realistici. Astratti sono ad esempio i simboli cristiani (il pastore rappresenta Cristo, le pecorelle intorno sarebbero le anime); realistici sono alcuni elementi figurativi: gli apostoli con la toga bianca dei sentori romani, i paesaggi, gli animali. 
[38] Teodosio I visse dal 347 al 385 e divenne imperatore dei Romani dal 379. A lui è dovuto l’Editto di Tessalonica (380). Alla sua morte i figli si divisero l’impero: Arcadio l’Oriente e Onorio l’Occidente.
[39] Onorio imperatore romano d’Occidente, dal 395, sotto la guida di Silicone, successe al padre Teodosio insieme al fratello Arcadio. Subì invasioni ad opera dei Goti di Alarico nel 410 e rivolte militari. Fece anche spostare la capitale a Ravenna (nel 402) perché ritenuta più sicura di Roma.
[40]  Ravenna divenne la capitale dell’impero Romano d’Occidente nel 402.
[41] Alarico (370-470) fu re dei Visigoti (395-410). Invase l’Italia e saccheggiò Roma (410). Morì presso Cosenza e secondo la leggenda fu sepolto nel fiume Basento.
[42] Ataulfo re dei Visigoti e successore di Alarico dal 410; fu sposo di Galla Placidia e attuò una politica di riconciliazione con i Romani. 
[43] Valentiniano III, figlio di galla Placidia, fu imperatore dal 425 (con la reggenza della madre fino al 437), mentre Teodosio II reggeva l’Oriente. Nel 454 uccise il generale Ezio e fu poi ucciso da due soldati di Ezio (generale romano di origine il lirica e vincitore di Attila). 
[44] Ci sarebbero state altre invasioni di popoli “barbari” e guerre. L’impero Romano d’Occidente sarebbe definitivamente caduto nel 476 con la deposizione di Romolo Augustolo da parte del germanico Odoacre. 
[45] La forma e le decorazioni preziose del mausoleo possono suggerire l’idea di uno scrigno. 
[46] Il tema è l’argomento di cui si parla, è l'ipotesi di lettura che il lettore fa sull'argomento di un testo. Un testo ha generalmente non solo un tema generale o argomento principale di cui tratta, ma anche dei temi o argomenti secondari, particolari, che si collegano al tema generale.
[47] I nessi di relazione individuano la coerenza del testo cioè la concordanza di significato fra le parti che lo compongono.
[48] La situazione è un complesso di rapporti che legano l'individuo all'ambiente storico-sociale, condizionando e limitando le sue scelte e azioni.
[49] Il personaggio è una persona che agisce in un'opera letteraria, poetica narrativa e teatrale, che assume nel testo un ruolo fondamentale. Gli eventi, concreti o interiori che siano, inevitabilmente coinvolgono uno o più personaggi, siano essi figure umane o, come succede nella poesia o nelle favole, animali o oggetti cui sono attribuite caratteristiche umane. Il personaggio, come soggetto e oggetto delle azioni ed in relazione con tutti gli altri personaggi, riveste un ruolo, una funzione. Il personaggio è spesso il veicolo dei valori comunicati da un autore e le modalità della sua presentazione, il linguaggio con cui il narratore lo fa esprimere rispondono ai modelli e agli interessi dell'epoca in cui il testo è stato prodotto.
[50] La descrizione è una rappresentazione con parole di un oggetto, di una persona, di un evento, indicandone le caratteristiche e gli aspetti che possono darne un'immagine efficace e chiara al destinatario. Descrivere è uno dei modi più comuni per far conoscere qualcosa a qualcuno, cioè per informare; per questo la descrizione è utilizzata quando è necessario per creare l'immagine di un oggetto, di una persona o di un animale, fornendo tutti gli elementi che lo compongono o i particolari che lo caratterizzano, in modo che chi legge o ascolta se ne faccia un'immagine il più possibile precisa. Lo scopo fondamentale di ogni descrizione è informare, ma una descrizione può essere usata a scopo persuasivo cioè per indurre il destinatario a valutare positivamente o negativamente l'oggetto descritto, oppure a scopo espressivo, cioè per esprimere, attraverso la descrizione, emozioni, sentimenti, stati d'animo ecc. Mentre le descrizioni informative devono far conoscere l'oggetto in questione in modo fedele, chiaro e completo, impersonale, senza esprimere alcuna opinione o impressione personale e senza alcuna partecipazione emotiva, le descrizioni persuasive o espressive rappresentano l'oggetto della descrizione in modo personale, dando risalto solo ad alcune caratteristiche, facendo trasparire giudizi mediante l'uso di aggettivi che danno un'immagine positiva o negativa dell'oggetto di descrizione, trasmettendo emozioni attraverso un uso particolare del linguaggio che ricorre frequentemente a espressioni figurate e a paragoni.
[51] Il ragionamento è un'operazione della mente per cui, partendo da alcuni giudizi noti, assunti come premesse, se ne scoprono i reciproci legami e si giunge a una conclusione. Il ragionamento, quindi, è un discorso logicamente condotto in cui chi parla o scrive, attraverso argomentazione (insieme di argomenti con cui si dimostra o si confuta una tesi) e dimostrazione (argomentazione deduttiva per provare la verità di una proposizione sulla base di premesse già accettate come vere), presenta una propria opinione - o tesi - e la sostiene proponendo le ragioni a favore e confutando le opinioni contrarie, allo scopo di convincere della validità di quanto dice.
[52] L'emozione è un intenso moto, un impulso (sentimentale o intellettuale) affettivo di durata relativamente breve (relativo alla sfera dei sentimenti e delle emozioni), piacevole o penoso, accompagnato per lo più da modificazioni fisiologiche e psichiche (pallore o rossore, reazioni motorie ed espressive ecc.) dovuto a forte impressione (a differenza di commozione che ha significato affine, implica o sottintende uno stato di eccitazione interiore); nell'uso corrente, l'emozione è un'impressione viva, un turbamento determinati da approvazione, sorpresa, paura, dispiacere, disgusto, aspettativa, rabbia, gioia. Il concetto di emozione si distingue da quello di sentimento, meno intenso e più durevole che da una particolare tonalità affettiva alle nostre sensazioni, rappresentazioni, idee. Secondo questa definizione, mentre l'emozione è involontaria, il sentimento è, come il pensiero, una funzione razionale. All'origine dell'emozione non vi è uno stato interno dell'organismo, ma una percezione di quanto avviene a livello periferico.
[53] Il narratore esterno si ha quando la voce narrante non partecipa alla storia che racconta, ma è soltanto la voce narrante che riferisce la storia dall'esterno, parlando in terza persona.
L'adozione del narratore esterno che racconta in terza persona consente di presentare i fatti da più punti di vista e in genere fa sì che la storia sia proposta con un taglio oggettivo ed emotivamente più distaccato.
[54] Il narratore interno si ha quando la voce narrante è uno dei personaggi della vicenda e, quindi, narra in prima persona (io narrante)  i fatti ai quali partecipa o ha partecipalo come protagonista, come figura secondaria o anche in qualità di semplice testimone.
L'adozione del narratore interno che registra i fatti in prima persona comporta necessariamente un punto di vista piuttosto limitato, perché tutta la storia è vista solo attraverso gli occhi del narratore, ma in genere conferisce alla storia la tensione emotiva di una vicenda vissuta come esperienza diretta e personale.
[55] Il narratore onnisciente si ha quando rivela in modo esplicito la sua funzione di narratore e di regista del racconto, intervenendo a fornire spiegazioni, sollecitare l'attenzione del lettore, esprimere giudizi e considerazioni.
[56] Il narratore occulto si ha quando si pone l'obiettivo di una narrazione oggettiva che sembra svolgersi da sé e quindi si limita a raccontare i fatti senza intervenire con spiegazioni o commenti.
[57] Il protagonista è il personaggio principale che è al centro del discorso narrativo, anche quando non compare direttamente in scena.
[58] L’antagonista è il personaggio che contrasta il protagonista sul piano delle azioni o che gli si oppone anche soltanto sul piano psicologico. Spesso è proprio lui a determinare la rottura dell’equilibrio che da inizio alla vicenda, ma può anche entrare in scena quando ormai l'equilibrio iniziale è decisamente già rotto. In ogni caso, con il suo comportamento è sempre il motore dello sviluppo dell'azione.
[59] L’oggetto è il personaggio che costituisce lo scopo dell'impegno o del desiderio del protagonista, contrastato in ciò dall'antagonista. La sua funzione, in un racconto o in un romanzo, è fondamentale perché spesso è, senza alcuna colpa, la causa scatenante della vicenda.
[60] L’aiutante è il personaggio che assiste, aiuta, protegge e favorisce il protagonista. Gli aiutanti che dovrebbero aiutarlo ma che invece, per i motivi più diversi, finiscono per danneggiarlo.
[61] L'oppositore è il personaggio che cerca di ostacolare il protagonista. Di solito l'oppositore è al servizio dell'antagonista di cui quindi è l’aiutante, ma può anche agire di sua iniziativa. Anche gli oppositori possono essere più di uno e possono trasformarsi in falsi aiutanti, cambiando campo e passando dalla parte del protagonista.